Lavoro in movimento – Work in Motion. MAST Bologna

Work in Motion: “Lo sguardo della videocamera sul comportamento sociale ed economico”.

Videoproiezioni di Willie Doherty (Irlanda del Nord), Ali Kazma (Turchia), Harun Farocki e Antje Ehmann (Germania9, Yuri Ancarani (Ravenna, 1972), Chen Chieh-jen (Taiwan), Pieter Hugo (Sudafrica), Gabriela Loffel (Svizzera), Julika Rudelius (Germania), Eva Leitolf (Germania), Thomas Vroege (Olanda), Gaëlle Boucand (Francia), Ad Nuis (Olanda), Armin Linke (Milano, 1966).

L’esposizione bolognese disegna un itinerario visivo sull’abbandono, sull’assenza dei diritti sindacali, sul declino della coscienza di classe che è il fenomeno più rilevante della fase attuale. Guardando i filmati in mostra, si è presi da un turbamento, forse anche da un intimo rimorso: quello di non aver preso posizione, di aver taciuto, di aver lasciato perdere, travolti dalla distrazione di sempre.

Dall’introduzione di Urs Stahel: «Se finora il racconto delle trasformazioni in atto è passato attraverso un percorso scandito dalla narrazione fotografica, in questa mostra sono i video a darne una rappresentazione visiva. Mediante l’interpretazione filmata della realtà, l’occhio della videocamera testimonia la mutabilità di un mondo – quello del lavoro e della produzione – in rapida metamorfosi, descrivendo in modo immediato e coinvolgente cambiamenti, evoluzioni e rotture… Oggi la realtà viene percepita come un insieme di piani paralleli che si affiancano, si susseguono, si sovrappongono. La mostra ne traccia un resoconto visivo attraverso una selezione di video che si configurano come piccole galassie, nelle quali la singola opera ha un valore autonomo, ma trova il suo significato soprattutto in relazione alle altre, di cui diventa di volta in volta commento, critica, o tacita risposta».

Harun Farocki / Antje Ehmann propongono novanta video girati in quindici città diverse. Labour in a Single Shot (2011-2014) attinge dagli albori della storia del cinema: ispirandosi a La Sortie de l’usine Lumière à Lyon (1895), i due autori (in collaborazione con video- artisti e operatori locali) hanno prodotto oltre quattrocento cortometraggi. Ognuno girato in un unico piano sequenza.

Yuri Ancarani esplora il lavoro invisibile, mostrando nei suoi tre video – Il Capo (2010), Da Vinci (2012) e Piattaforma Luna (2011) – individui intenti a svolgere compiti estremamente delicati. Nel primo, il capo delle cave di marmo di Carrara, con un elegante gioco di mani fornisce ai suoi uomini indicazioni precise quanto rischiose: sembra dirigere un’orchestra, sullo sfondo delle vette e degli strapiombi delle Alpi Apuane; l’uomo lavora in un frastuono assordante, la videocamera cattura la sproporzione fra gli esseri umani e i blocchi di marmo. Nel secondo, un chirurgo opera con il sistema Da Vinci, muovendosi nell’interregno fra il corpo e la macchina. Nel terzo, i ricercatori degli abissi a bordo della loro capsula subacquea discendono lentamente verso il nerissimo fondo degli oceani.

L’opera di Ali Kazma è incentrata sul lavoro nelle sue diverse forme: il lavoro manuale presso le officine Alessi (Household Goods Factory, 2008), l’azione meccanica degli impiegati d’ufficio (O.K., 2010), la produzione ipertecnologica di automobili in uno stabilimento Audi (Automobile Factory, 2012). I video di questa mostra mettono in luce il cambiamento fisico in atto nel mondo dell’industria, vagano senza sosta negli impianti che si svuotano, mentre in altri luoghi le macchine continuano a battere e fischiare e in altri ancora la produzione procede nel silenzio assoluto, ma a ritmo vertiginoso e ad altissima precisione. Queste opere ci accompagnano attraverso realtà produttive semideserte perché completamente digitalizzate, o in fabbriche abbandonate e ormai in disuso.

In Empty (2006), Willie Doherty riprende un palazzo per uffici vuoto a Belfast. Spostandosi tutt’intorno munito di macchina fotografica, l’artista scatta innumerevoli fotografie che monta in un film. Vediamo l’edificio con la vernice che si stacca dai muri e le parti metalliche aggredite dalla ruggine, nel mutare della luce al passaggio delle nuvole che coprono il sole. Progressivamente, il lento orbitare del punto di vista trasforma l’edificio in un simbolo del vuoto, del passato: l’edificio si degrada, l’entropia si fa inarrestabile.

In Factory (2003), Chen Chieh-jen tratta il crollo dell’industria tessile avvenuto a Taiwan a cavallo del 2000. Le industrie ad alto impiego di manodopera sono state via via delocalizzate. Chen Chieh-jen ha proposto a donne che per più di vent’anni avevano lavorato negli stabilimenti dell’industria di abbigliamento Lien Fu di interpretare in questo filmato il loro vecchio ruolo. Le donne erano disponibili a collaborare a patto di non dover parlare, ne è uscita una sorta di pièce teatrale muta, messa in scena nei capannoni, tra gli oggetti abbandonati dopo la chiusura.

La videoinstallazione di Pieter Hugo mostra su dieci monitor l’orrore della discarica di Agbogbloshie, alla periferia di Accra, capitale del Ghana. Una delle forme che assume oggi l’inferno su questa Terra. Permanent Error (2010) presenta sugli schermi dieci individui che ci guardano, alle loro spalle intere distese di rifiuti elettronici, computer usati, rottamati da migliaia di persone. “Bruciano queste apparecchiature finché i fili metallici dei cavi non sono messi a nudo, e così le materie prime più pregiate presenti nei chip e nei circuiti stampati. Niente di tutto ciò è privo di sostanze tossiche, la lista pressoché infinita di quelle che finiscono nell’acqua, nell’aria e nelle mani di questa gente va dal piombo al cadmio, dal mercurio al cromo. E non esistono indumenti di protezione, per dirla tutta non esistono nemmeno attrezzature. L’era dell’informatica e l’età della pietra entrano in una collisione inarrestabile” (Freddy Langer, Frankfurter Allgemeine Zeitung).

Flocking, di Armin Linke (2008) è un progetto a metà strada tra ricerca scientifica e produzione artistica, elaborato tramite la collaborazione tra il Centro per la Meccanica Statistica e la Complessità (SMC) dell’Università La Sapienza di Roma, lo ZKM (Centro per l’Arte e la Tecnologia dei Media) di Karlsruhe e le facoltà di Fotografia e Media Art 3D dell’Università delle Arti e del Design di Karlsruhe. Grazie all’uso innovativo di tecniche di ripresa e visualizzazione in 3D, si osserva il comportamento degli stormi di uccelli. Il video mostra le traiettorie dei singoli uccelli quando volano insieme. I dati che se ne ricavano sono interessanti non solo per i biologi e i fisici, ma anche per gli economisti e i sociologi, fornendo delle risposte alla domanda: come vivremo e lavoreremo insieme in futuro?

Julika Rudelius propone Rituals e Rites of Passage, fra i video più sarcastici e intelligenti della mostra. Nel primo, alcuni ragazzi cinesi vendono stoffe, parodiando i modelli della pubblicità che in Cina sono diventati un modello di vita; nel secondo, vediamo uomini che vengono introdotti dai loro mentori alle regole di comportamento della leadership.

Il video intervista JJA di Gaëlle Boucand è il ritratto di un “profugo” francese della finanza, dalla sua proprietà blindata, in Svizzera, ci spiega le difficoltà che incontra, le diatribe con gli avvocati, la passione per gli impianti d’allarme, il terrore di essere derubato e truffato, le domande che si pone sul senso del denaro e su come amministrarlo. Sembra un film surreale, invece per alcuni questo è uno stile di vita.

In Oil & Paradise, il fotografo e geografo Ad Nuis viaggia fino a Baku, in Azerbaigian, sede dal 2005 del più grande oleodotto del mondo, che va dalla Georgia alla Turchia. Il benessere raggiunto dall’ex-stato sovietico è per pochissimi privilegiati; l’Azerbaigian è retto da una rigida dittatura, non ci sono diritti civili, una realtà che non troviamo sui giornali e che l’arte mette a fuoco inesorabilmente. Di questo video fa parte uno dei fotogrammi più iconici di questa mostra: il ragazzo e la ragazza seminudi sopra una grossa motocicletta, con lo sfondo del mare e del gigantesco oleodotto.

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