Pittsburgh. Ritratto di una città industriale, William Eugene Smith, al MAST di Bologna

Steelers, così si chiama la squadra di football americano che sta di casa a Pittsburgh, Pennsylvania. I colori sociali sono nero, oro e bianco. Non ci sono grandi squadre di baseball o di basket, a Pittsburgh, ce n’è una (i Penguins), che di recente ha scalato la vetta dell’hockey, ma quella di football americano è la più vincente dell’intera NFL, l’unica franchigia ad aver vinto il Super Bowl sei volte, gli Steelers condividono il record per il maggior numero di apparizioni in finale (8) con i Cowboys di Dallas, i New England Patriots e i Denver Broncos.
Steelers viene da Steel, che vuol dire acciaio.

Pittsburgh venne insediata all’incrocio di due fiumi, Allegheny e Monongahela, che confluiscono a formare il fiume Ohio; dopo l’originario insediamento francese di Fort Duquesne, per mezzo secolo, nella seconda metà del Settecento, francesi, inglesi e coloni americani si disputarono il dominio di quel luogo strategico, e intanto sterminavano i nativi. Sui fiumi, scendevano barconi carichi di carbone, ferro, arenaria; negli anni Sessanta dell’Ottocento, arrivò l’acciaio. Pittsburgh è anche la città in cui si insediò George Westinghouse, che diede vita alla seconda azienda elettrica degli Stati Uniti.

Dal 1870, arrivarono ondate di emigrati da Dublino, Manchester, dalla Germania, e poi polacchi, ungheresi, slovacchi, russi, italiani. In seguito, salirono a nord migliaia di profughi neri in fuga dal sud razzista. Scrive il fotografo: “In comune avevano solo le fornaci, gli incidenti, i salari da fame e gli scioperi. L’inglese rimase per loro una lingua estranea”.

Nel 1939, W. Eugene Smith (1918-1978) divenne collaboratore della rivista Life, per cui sarà reporter nel teatro bellico del Pacifico, rimanendo lui stesso gravemente ferito, (in Giappone nel ’45) per l’esplosione di una granata.

Poco dopo l’ingresso nell’agenzia Magnum, fra il 1955 e il 1957 Smith sviluppò un grandioso progetto su Pittsburgh, la capitale della siderurgia statunitense. Scattò ventimila foto in bianco e nero, ricavandone 2.000 masterprint (stampe ai sali d’argento). Le immagini più potenti hanno a che fare con fiamme, fumi, scintille, immersi in un nero abissale… Alcuni titoli suonano meglio di qualsiasi discorso: Smoke City; Steelworker Strike; Dance of the Flaming Coke; Worker spooning molten metal (la danza del carbone in fiamme e l’operaio che mescola il metallo fuso, rimandano a un immaginario stakanovista).

Curata da Urs Stahel, la cui prosa ogni volta mi colpisce, l’esposizione organizzata presso il MAST di Bologna propone il nucleodi questo lavoro: 170 stampe vintage provenienti dalla collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh. Scrive il curatore, che “W. Eugene Smith lottava per rappresentare l’assoluto. Ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana”.

Lavorò intensamente, ma non riuscì a completare il progetto su Pittsburgh: catturare l’anima della città. “Nella storia della fotografia nessuno mai aveva tentato questa impresa con una tale tormentata veemenza. Smith non voleva rappresentare il sangue, lui cercava il sangue”.

Vale ricordare che Pittsburgh è gemellata con Taranto, o forse con l’ILVA.

MAST, via Speranza 42, Bologna, fino al 16 settembre 2018, apertura (martedì-domenica 10-19) – http://www.mast.org

4 Responses to Pittsburgh. Ritratto di una città industriale, William Eugene Smith, al MAST di Bologna

  1. maxi0110 says:

    Molto interessante, ci farò un giro. Grazie.
    In mancanza di altri saputelli per una volta lo faccio e ti informo che i Penguins hanno vinto gli ultimi due campionati NHL

    • Rudi says:

      Errore clamoroso, il mio, suggerito da un’inferenza sul basket (dove Pittsburgh non ha mai giocato in NBA). Ma i Penguins, maledizione, non dovevo dimenticarli… Correggo il testo, grazie per la segnalazione.

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