Marnie [id.], Alfred Hitchcock, 1964 [cine28] – 8

Tippi Hedren è perfetta. Non possiede le qualità artistiche, le sfumature espressive di Kim Novak e Grace Kelly, le altre bionde fatali che Hitch coltivò nella sua serra di celluloide per dare corpo alle personalissime ossessioni. Ma proprio per questo è la miglior argilla possibile, quella più malleabile per arrivare alla forma desiderata: una bionda algida e pericolosa, “ghiaccio bollente”, in grado di provocare ustioni dolorosissime.

In questo caso, con impeccabili tailleur e sottovesti che fanno innervosire il marito, Marnie esprime puro odio, puro terrore, pura rivalsa. Bugiarda di primissima categoria, priva di sensi di colpa, scopriremo da quale trauma infantile sia stata segnata.

Dal romanzo omonimo di Winston Graham, con le musiche del fedele Bernard Herrmann, Hitchcock ci racconta la storia di una ladra e dell’uomo (Mark, Sean Connery) che se ne innamora e la sposa, preferendola alla brunetta predestinata (Lil, l’ottima Diane Baker). Psicanalisi elementare avvolge il destino di Marnie, la cui patologia si colora (viva il Technicolor!) di impotenza sessuale: primo sintomo da cui il marito pretende di guarirla.

La magistrale sequenza di apertura mostra una borsetta gialla, sottobraccio a una donna che cammina dritta sulla piattaforma di una stazione ferroviaria; la mdp si alza e vediamo che la donna è elegante e bruna; prima di vederne il volto, macchie scure in un lavandino ci faranno intuire il vero colore dei suoi capelli.

C’è una scena in cui, spazientito e rabbioso, Mark strappa il vestito alla moglie: Hitchcock ci mostra le cosce nude e tremanti, e subito dopo il senso di colpa dell’uomo impotente: eppure lei viene dal porto di Baltimora, mentre lui è il rampollo di una ricca famiglia, il cui padre organizza battute di caccia alla volpe. Un principe azzurro, dunque: ma c’è da sperare che anche guarita Marnie continuerà a manipolarlo.

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