Nada, Jean-Patrick Manchette, Einaudi 1972 (2000)

Brevi capitoli, a ritmo forsennato. Nel primo un poliziotto fanatico scrive alla madre di aver partecipato alla sparatoria contro i rapitori dell’ambasciatore americano; nel secondo, André Epaulard, rientrato in Francia dopo anni passati all’estero viene contattato da un vecchio amico, l’alcolizzato D’Arcy, per organizzare quel rapimento, e rifiuta; nel terzo, emerge Treuffais, giovane, rissoso professore di Filosofia in una scuola privata; nel quarto, viene introdotto Meyer, cameriere di una brasserie, con una moglie schizofrenica, preda di violente crisi di nervi; infine, entra in scena un catalano, Buenaventura Diaz, figlio di un combattente repubblicano assassinato nel ‘37.

Siamo a Parigi nei primi anni Settanta. Buenaventura conosce Epaulard da tanti anni, frequentavano gli ambienti anarchici: lo convince a partecipare alla riunione in cui si parlerà del rapimento. Era stato partigiano, Epaulard, poi sicario fra il ’45 e il ’47, quindi aveva partecipato a varie guerriglie ai quattro angoli del pianeta (Algeria, Cuba, Sudamerica), oscillando fra militanza politica e delinquenza comune. “La differenza – disse Buenaventura – è che Epaulard è qui con noi perché non crede più nella rivoluzione, mentre noi siamo qui perché ci crediamo. Epaulard agisce per disperazione”.

Secondo la definizione di Manchette, questo è “un romanzo di critica sociale” che usa “l’aneddotica delle storie criminali”. Nessuna psicologia, solo comportamenti. E taglienti considerazioni “situazioniste”: “Le ragazze di buona famiglia stordite dall’alcool e dal kif si facevano scopare nella banlieue ovest, scimmiottando il piacere per combattere l’insoddisfazione”. Del gruppo che si fa chiamare Nada (“nulla” in spagnolo) non fanno parte eroi. Sbandati, piuttosto. Persone che disprezzano la società in cui vivono e hanno deciso di lasciare un segno.

Rubano le pistole a poliziotti intenti a svolgere le visite mediche. Poi si occupano del luogo in cui prevedono di trattenere l’ambasciatore sequestrato. Della banda, fa parte anche Véronique Cash: bella, raffinata, il naso di Hedy Lamarr, occhi verde-bruno, zigomi alti, “la carrozzeria prodigiosamente minuta”, Epaulard “la contemplava e la trovava eccitante… Diciotto mesi che non aveva toccato una ragazza e il peggio è che il bisogno non si era fatto sentire fino a quel momento”. Cash è la “mantenuta” di un individuo molto ricco che sta negli Stati Uniti a studiare le “tecniche del marketing e del racket”.

A fare il colpo dovrebbero essere in 6: Buenaventura, Epaulard, Meyer, D’Arcy, Treuffais e Cash. Per una rottura di ordine ideologico, all’ultimo momento Treuffais cambia idea e si sfila. Il rapimento è organizzato per quel venerdì sera (tutto il romanzo si concentra in una settimana).

“Le mani dell’alcolizzato tremavano. Si posarono sul volante e il tremito cessò”. Il rapimento avviene in un bordello di lusso, conosciuto da pochissimi, dove l’ambasciatore fa la sua “scappatella” del venerdì sera. Né i rapitori né la scorta dell’ambasciatore sanno che da tempo nel palazzo di fronte agisce “l’infame Boubonne”, un individuo di estrema destra, espulso dal controspionaggio, che ha deciso di riprendere con la telecamera i clienti del bordello, per poi ricattarli…

Dal romanzo, nel 1973 Claude Chabrol ha ricavato un film che dovrò recuperare: Nada (in italiano Sterminate Gruppo Zero), sceneggiato dallo stesso Manchette, e interpretato da Fabio Testi, Lou Castel, Michel Aumont e la trentaduenne Mariangela Melato.

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