Bariloche, di Andrés Neuman (Bompiani, 1999)

Organizzato in 55 brevi capitoli, è il romanzo d’esordio di un ventiduenne argentino, che usa una lingua misteriosa, più poetica che romanzesca, con un lirismo che deve aver messo a dura prova il traduttore (Angelo Morino), e una particolare ricercatezza nel riprodurre il parlato: “Strano che queste cose non le dici mai prima di infilarci a letto, quando hai i pantaloni che ti scottano, come dici tu. E cosa succederebbe se le dico? Non sei uomo fino a questo punto. Lo sarà tuo marito, ma allora perché ti sei messa a cornificarlo con me? Sei un gran figlio di puttana! E, di nascosto, Verónica si asciugò due lacrime d’ira”.

Nella notte di Buenos Aires, il Moro e Demetrio sono impegnati nella raccolta dell’immondizia. Tute fosforescenti, camion della nettezza urbana, attraversano la città seguendo un ritmo consolidato. Fa freddo, nelle ossa entra l’umidità del Rio de la Plata. Il Moro ha imparato a conoscere l’evoluzione notturna di Demetrio: “dapprima un sonnambulo; poi, l’indolenza; in seguito, quella vaga reazione in sintonia col mattino; e infine, una loquacità quasi disperata”. All’alba fanno colazione, sempre al medesimo bar di Calle Bolívar.
Una mattina, la coppia di spazzini incrocia un bambino che sta cercando cibo fra i rifiuti. Lo portano a fare colazione: “il bambino annuì con la prudenza di chi conosce l’improbabilità dei favori a San Telmo alle sette del mattino”.

Demetrio vive solo nel quartiere periferico di Chacarita. Viene dal sud, dalle sponde del lago Nahuel Huapí, provincia di Rio Negro, non lontano dalla città di Bariloche. Laggiù si innamorò di una ragazza dai capelli rossi: “Era bellissima e più vecchia di me. Vestiva come gli uomini del luogo, nascondendo il corpo quanto più possibile”. Tutte le sere, dopocena, prima di andare al lavoro, Demetrio si mette davanti a un puzzle da 500 pezzi che riproduce immagini del suo lago, delle sue montagne.

Sposato da dieci anni, il Moro fa anche un secondo lavoro, forse la moglie lo tradisce, o almeno lui dice a Demetrio di sospettarlo. Tifa per il Boca, quando può va alla Bombonera. E quando il Moro va alla Bombonera, la moglie lo tradisce con Demetrio.

La donna è Verónica, Demetrio ripensa al “profumo scadente” e al “sudore inebriante”. Della ragazza dai capelli rossi, ha ricordi più dettagliati: nei mesi più caldi, si lasciavano “cadere dietro un albero opulento dove tentare carezze migliori di quelle invernali”.

Ci sono affetto, complicità e solidarietà fra il Moro e Demetrio, il che rende ancor più incomprensibile il tradimento consumato con la moglie. Verónica dice all’amante di non poterne più di quella vita, va avanti così da due anni, lui replica che deve “sopportare”, stringere i denti, non ha idea di cosa voglia fare con lei. Poi il Moro comincia a invitarlo a cena: Demetrio si sente a disagio, “non tanto per un dilemma morale (quelli, il tempo li aveva liquidati da un bel po’) quanto per lo scomodo sentimento di compassione che gli ispirava la cecità del Moro”…

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