Blackdance. Klaus Schulze (Virgin, 1974) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 435.

Per il compositore tedesco, che fu fra i fondatori di Tangerine Dream e Ash Ra Temple (in entrambi i casi si dedicava soprattutto alle percussioni), questo è il terzo album in studio, il primo in cui si fa accompagnare da una voce (Ernst Walter Siemon in Voices of Syn) e “osa” introdurre una chitarra acustica a 12 corde (Ways of Changes).

Tutte e tre le lunghe tracce (la terza ha per titolo Some Velvet Phasing) sono composte da Schulze, che alterna vari sintetizzatori, organo, pianoforte e percussioni.

A confronto di monoliti cosmici come Irrlicht e Cyborg, le musiche di Blackdance arrivano addolcite, meno angoscianti, inclini al melodico; per lungo tempo si è creduto che fosse successivo a Picture Music, ma pare sia stato registrato prima e distribuito dopo.

Scopro adesso che al tenore Siemon, Schulze chiese di riecheggiare un’aria verdiana, e mi chiedo chi l’abbia riconosciuta, così immersa in percussioni martellanti e ipnotiche atmosfere “alla Stockhausen”. Per quanto adolescenziale e per certi versi incomprensibile, c’è stata una non breve fase della mia vita in cui io e alcuni amici ascoltavamo molta musica elettronica: di questo lp di Schulze, dicevamo fosse già “troppo commerciale”.

Ispirata ai paesaggi surrealista di Salvador Dalì, la copertina è opera dell’artista svizzero Urs Amann.

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