Bonvi, Incubi di provincia

Sono qui raccolte alcune delle prime storie del Bonvi, pubblicate su varie riviste, innanzitutto Off-Side (edito da maggio 1969 dall’Editoriale Nova di Roma, chiuse dopo 12 numeri, di solito quindicinali, il 25 novembre dello stesso anno).

Questo volume uscì per Mondadori nel 1981. La prefazione è firmata dall’amico Francesco Guccini, con cui Bonvi aveva realizzato Storie dello spazio profondo. Secondo Guccini, sono incubi da cena sovrabbondante, nulla che non possa passare con l’alka-seltzer. E sono “provinciali” perché ambientati sulla via Emilia ma nutriti per anni da un certo tipo di miti, di simboli, di musica, di eroi.

Il protagonista di queste storie è spesso lui, “il Bonvi”, nella sua rappresentazione da bravo ragazzo, sfrontato, biondo e aitante.

  1. L’ora dello schizoide (6 tavole, con il contributo di Magnus)
  2. Un caso interessante (5, in collaborazione con Ghiro)
  3. Incubo (10)
  4. Il campo di Liebowitz (6)
  5. Seezza della quasità (10)
  6. La sera della vigilia (9)
  7. La vera storia di Buddy the Kid (16)
  8. Sterminarli senza pietà (22)
  9. Andiamo all’Havana! (12)
  10. Black out (10, in collaborazione con Silver)

L’incubo è, per sua natura, inafferrabile. Nel proprio incubo, si può essere l’incubo di altri. L’uomo che si tramuta in elefante a ogni festa comandata non può immaginare che lo psichiatra a cui si rivolge abbia un’inclinazione per la caccia grossa. Nella prima trama (1970), “il Bonvi” se ne sta seminudo, con i pantaloni della tuta, a disegnare nottetempo le sue strisce, sempre in ritardo nelle consegne, quando gli appaiono le sue Sturmtruppen e altri personaggi che ha inventato. A chi chiedere aiuto? All’amico Roberto (Raviola). Che però sta vivendo il medesimo incubo…

Modenese classe 1941 (di un anno più giovane di Guccini) Franco Bonvicini è morto il 10 dicembre 1995. Non ho mai amato il tipico segno di Bonvi e il tono grottesco-demenziale delle sue storie. Ma questo volume comprende un autentico capolavoro in 12 tavole: Andiamo all’Havana!

La considero una delle storie più comiche ed esilaranti del fumetto italiano, essenza del Sessantotto più libertario e sbeffeggiante. Il dirottamento del tram numero 23 verso Cuba avviene ad opera di un giovanotto un po’ allucinato che impersona l’autore stesso. C’è una tavola che mi fa ridere ogni volta, quella in cui l’autosuggestione dei passeggeri che si sono trovati coinvolti, senza volerlo, va capovolgendosi in sogno ad occhi aperti, pura speranza: “Mi sembra di vedere una mulatta”, sospira Ambrogio Rapazzoni, commerciante in calzature, che proprio non voleva andarci a Cuba, la mattina dopo aveva un appuntamento col Lancellotti in arrivo da Varese… Lanciato l’allarme, il tram viene dirottato (come la Locomotiva di Guccini: sua l’idea di partenza di questa short story) lungo una linea morta, ma a quel punto i passeggeri hanno cominciato a immaginare (e desiderare) un radicale cambiamento di vita. Il fallimento lascerà l’amaro in bocca.

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