Il diritto del più forte [Faustrecht der Freiheit], Rainer Werner Fassbinder, 1974 [filmTv8] – 8

Non è mai facile avvicinarsi a Fassbinder. La sua sincerità è così estrema da risultare sgradevole, quasi insostenibile. Il suo punto di vista sui meccanismi di potere è spaventosamente lucido, oserei dire spietato, mischiando il sesso alle classi sociali. Vince sempre il più forte, e lo fa dopo aver sfruttato il più debole. Conviviamo in una società costellata da rapporti umani governati dalla sopraffazione.

Regia e produzione, soggetto e sceneggiatura sono di Rainer Werner Fassbinder. Monaco, primi anni Settanta: è lo stesso regista a interpretare il protagonista, Franz Bieberkopf, detto Fox, Peter Chatel è il ricco rampollo Eugen, Karlheinz Böhm il sofisticato antiquario Max. Il volto di Böhm mi suggeriva qualcosa; pensavo a Visconti, poi ho controllato: era stato Francesco Giuseppe nella saga di Sissi, accanto a Romy Schneider (era anche nel notevolissimo L’occhio che uccide, di Michael Powell).

Fox è un povero proletario, gli è rimasta solo la sorella (sempre in sottoveste), ma la buona sorte lo soccorre, vince alla lotteria e può permettersi cose solo sognate. Accolto nei più esclusivi salotti omosessuali, Fox diventa l’amante di Eugen, che lo manipola, lo deruba, gli impone di affinare i suoi modi grossolani, vergognandosi di lui. La famiglia di Eugen possiede una grande tipografia, soffocata dai debiti. I soldi di Fox servono a superare qualche crisi. Spremuta la vittima, Eugen la abbandona, e richiama l’amante precedente, parte del crudele complotto come il ricco antiquario.

Il tono è quello del melodramma. L’ipocrisia borghese è al centro di ogni scena. La tesi è che anche le vittime di una certa struttura sociale possano diventare oppressori: stavolta Fassbinder prende di mira anche il mondo omosessuale, attirandosi critiche anche oltraggiose. Quanto sia ancora oltraggiosa la scena finale, nella stazione della metropolitana, lascio allo spettatore deciderlo.

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