L’uomo del Texas, Galleppini e Nolitta, 1977

Nono volume della collana “Un uomo un’avventura”, nel classico formato 24×32 cm di 48 tavole a colori.
Galep e il Texas sono un binomio “classico”, essendo quella l’ambientazione delle prime storie di Tex Willer e dei suoi pards. Classica è anche l’accoppiata di Galep (all’epoca sessantenne) con Nolitta (pseudonimo di Sergio Bonelli), autore di soggetto e sceneggiatura.

Uomo del Texas di Galep1887, Little Field: viene rapinata la banca del paese, ucciso il cassiere, quattro banditi escono sparando, il vicesceriffo (simile a Kit Willer) cerca di fermarli, ne uccide uno ma viene a sua volta colpito. Lo sceriffo organizza l’inseguimento.

Il primo colpo di scena vede Frank, uno dei tre banditi superstiti, uccidere a sangue freddo gli altri due per impossessarsi di tutto il bottino.

Il secondo colpo di scena vede il risveglio, due giorni più tardi, di una delle due vittime, Roy, soccorso e salvato dal medico del 3° Cavalleggeri; presto si scopre che il capitano del reparto, Jerry Vance (biondo, somiglia a Richard Widmark) è un vecchio amico di Roy, e ovviamente non sa delle sue responsabilità nella rapina.

Terza sorpresa: Roy offende Jerry definendo “macellai” Custer e Chivington, due generali famosi per il massacro di pellerossa. Ma fra i due vecchi amici prevale un sentimento di complicità, ognuno decide di non impicciarsi nei fatti dell’altro.
Lentamente Roy si riprende e medita vendetta nei confronti di Frank: fonde in una sola pallottola le tre che il medico gli ha estratto dal corpo, deciso a uccidere con quella l’ex complice; intanto gli scout del 3° Cavalleggeri setacciano il territorio alla ricerca di Cheyennes. Li trovano… Il vanitoso, ambizioso capitano Vance, uscito da West Point per ottenere la sua parte di gloria nella chiusura delle guerre indiane, scopre che quella tribù, stremata e senza viveri, intende consegnarsi senza combattere…

Dall’introduzione di Gino D’Antonio:
“L’esempio dei Cheyenne di Black Kettle è indicativo poiché questo capo era stato sempre fra i meno bellicosi. Il suo campo a Sand Creek fu attaccato e distrutto senza preavviso nel novembre del 1864 una prima volta, e tutti quelli che non riuscirono a fuggire furono abbattuti senza distinzione di età o di sesso. Il colonnello Chivington che guidò il massacro fu messo sotto inchiesta ma ne uscì senza danni.

Nel ’68, quattro anni dopo, il 7° cavalleggeri del generale Custer si materializzò di sorpresa in un’alba nevosa sulle rive del fiume Washita dove i Cheyenne avevano messo le tende. Al suono della banda militare i cavalleggeri piombarono sul campo tirando a tutto quel che si muoveva. Anche Black Kettle, che era scampato all’attacco precedente, fu ucciso quasi certamente pagando per colpe che non erano sue.

L’ultimo di questi ingiustificati massacri avvenne sulla sponda del torrente Wounded Knee nel dicembre del 1890, quando gli ultimi indiani ancora liberi erano ridotti a poche bande di disperati vaganti senza meta, intenti solo a sfuggire la caccia dei soldati. Erano Sioux della banda di Big Foot e sulla riva del torrente dove erano accampati i soldati li raggiunsero. È certo che vi fu un’intimazione di resa, ma lo è altrettanto il fatto che i cannoni puntati sulle tende aprirono quasi subito il fuoco dando il via a un massacro indiscriminato che continuò anche quando i Sioux dopo un abbozzo di resistenza si diedero alla fuga. Alla fine, sulla neve rossa di sangue si contarono non meno di centocinquanta corpi di uomini, donne e bambini”.

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