Fuori gioco, Enki Bilal e Patrick Cauvin, Dolce Vita, 1987

Chi conosce l’estetica di Bilal, sa riconoscerne il gusto parossistico per l’orrido, l’immaginazione gelida, impietosa, spesso crudele. Fuori gioco – nella traduzione di Luigi Bernardi – spalanca visioni ormai realistiche. Queste suggestioni visionarie riecheggiano le atmosfere di Rollerball, il film di Norman Jewinson (l’insipido remake, quasi a voler confermare il futuro immaginato da Bilal e Cauvin, si fa ricordare perché in campo appare anche una donna, interpretata da Rebecca Romjin-Stamos).

La voce narrante è quella di Stan Skavelicz, un anziano giornalista sportivo, a cui si è rivolto il network Delta Work 3 per realizzare la terza puntata di un’inchiesta su “come e perché scompaiono i fenomeni di massa“; il giornalista accetta l’incarico e si mette al lavoro: “La morte del calcio” farà seguito a “La morte del cinema” e a “La morte della musica”.

Quando il calcio scomparve, gli indici d’ascolto erano ormai fissi sullo zero virgola.

Setacciando il suo archivio, il giornalista ricorda alcuni momenti fatali. Per esempio, “l’Ordinanza 20-27“, che proibì la presenza degli spettatori sulle tribune: i tifosi si uccidevano con armi miniaturizzate, gli stadi venivano bombardati dagli elicotteri, spogliatoi e sotterranei erano il terreno prediletto per i serial killer.

Ridotto a spettacolo solo televisivo, il calcio ebbe un ultimo sussulto di popolarità quando vennero legalizzate le scommesse in tempo reale, che necessitavano di un monitor. Presto furono disponibili telecamere che permettevano allo spettatore di avere la stessa visuale del calciatore al momento dell’azione.

La Legge 052, invece, consentì “l’ingresso sul terreno di gioco agli innestati“, coloro che si erano fatti sostituire una gamba per migliorare il loro rendimento; all’inizio, non più di 2 per squadra. La “chirurgia artificiale” si rivelò assai rischiosa per gli atleti.

Uno scienziato aveva dimostrato che i rapporti sessuali non avevano alcuna incidenza sul rendimento in campo, mentre potevano risultare assai negativi in caso di insoddisfazione. La nefasta “Organizzazione blu” procurava amanti ai calciatori, instillando loro una profonda insicurezza sulle proprie doti amatorie Le carriere di 142 grandi campioni vennero rovinate così.

Con assoluta irriverenza, Bilal disegna la divisa della squadra del Vaticano con una croce sulla maglia, su ogni gamba e persino all’altezza del pube, e vi aggiunge un particolare: la “laseraureola“, pochi centimetri sopra il capo, “un accorgimento che, secondo gli specialisti in psicologia trascendentale, doveva imprimere negli occhi degli avversari un’aura di invincibilità“.

Fra i personaggi più originali scaturiti dall’inventiva di Bilal e Cauvin, c’è Sandrella Longharelli, donna, portiere, vergine, “superbamente longilinea, dotata di una presa prodigiosa“, simbolo dell’avvenuto abbattimento di ogni separazione fra calcio maschile e femminile. Sandrella venne violentata e uccisa da tifosi di squadre avversarie, mischiati a esponenti di una delle tante società nate “per la difesa delle prerogative maschili“.

Il calcio cambiò al punto che gli arbitri non scesero più in campo: stavano rintanati all’interno delle “gabbie arbitrali, fosse sotterranee sparse intorno al terreno di gioco“, protette da cupole di vetro blindato. Gli arbitri erano 12. Chi sceglieva quel mestiere sapeva di dover vivere sottoterra per tutta la vita, fra i suoi simili, “per evitare tentativi di corruzione e possibili vendette“.

Nel momento in cui il network commissiona questa trasmissione televisiva, il calcio è scomparso, non lo si gioca da 23 anni. Ma il vecchio giornalista trova, per caso, un gruppo di bambini che hanno segnato un campo e si divertono calciando un recipiente di plastica trasparente; il giorno dopo, regalerà loro il pallone di cuoio che nasconde sotto il letto da quasi mezzo secolo.

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