Turista per caso, Anne Tyler, Guanda, 1985

The Accidental Tourist, tradotto da Mario Biondi, suonava meglio come “turista involontario” o “turista controvoglia” (come il titolo della collana di guide di viaggio voluta dall’editore per cui lavora il protagonista). Nata a Minneapolis nel 1941, Anne Tyler si è laureata in letteratura russa alla Columbia University; vive a Baltimora, concede rare interviste, nel 1989 ha vinto il Pulitzer con Lezioni di respiro. Non è il suo primo romanzo che leggo, certo non sarà l’ultimo.

Macon Leary e Sarah sono sposati, “avrebbero dovuto rimanere al mare una settimana, ma nessuno dei due se l’era sentita, per cui avevano deciso di tornare prima”. È passato un anno da quando hanno perso l’unico figlio, il dodicenne Ethan, rimasto ucciso nel corso di una rapina a un fast food. Traumatizzati, stanno reagendo in modo diverso – lei ne parla, lui no – finché Sarah dice di volere il divorzio, lascia a lui la casa e va ad abitare in un’altra zona di Baltimora. Ha esaurito le energie per difendere il matrimonio.

Avevano condiviso più di vent’anni, “Sarah era stata la sua prima e unica ragazza”. Macon Leary è metodico, ordinato, ha un “sistema” per ogni aspetto dell’organizzazione casalinga (gli è sempre parso che lei mancasse di metodo), il suo lavoro è scrivere “guide di viaggio destinate a chi era costretto a spostarsi per lavoro”. Detesta viaggiare. Dunque, è la persona ideale per confezionare questi manualetti tascabili, segnalando al turista i posti dove ritroverà le proprie abitudini, le sicurezze casalinghe, limitando la vertigine della lontananza e scongiurando il pericolo: la sorpresa, la novità, l’imprevisto…

I consigli al viaggiatore sono di natura utilitaristica: portarsi uno smacchiatore in confezione da viaggio, “l’abito sia di un grigio medio” perché tiene meglio lo sporco, non dimenticare il trasformatore per la corrente elettrica. In aereo, “portare sempre con sé un libro, come difesa nei confronti degli estranei. Le riviste non durano abbastanza”. In aereo, inoltre, è meglio non bere alcol e non toccare cibo salato, “non bisogna viaggiare vestiti di bianco”, ed è opportuno portare con sé “il necessaire per cucire, formato scatola di fiammiferi”.

Per caso, dovendo sistemare il cane (Edward) prima di uno dei suoi viaggi, Macon conosce Muriel Pritchett, che lavora in una clinica veterinaria: estroversa, espansiva, vivace, al primo incontro gli dice di essere divorziata come lui. Muriel ha non più di 25-26 anni.

Nel corso di una crisi di panico più grave delle altre, mentre sta all’ultimo piano di un altissimo grattacielo newyorkese, Macon chiama i fratelli, poi Sarah, infine deve chiedere aiuto a Muriel. Ricominciano a vedersi per l’addestramento del cane. Nato prematuro, Alexander ha sette anni; Macon viene a sapere quanto faticosa e dolorosa sia stata la vita di Muriel, nel crescere da sola quel bambino, quanta forza di volontà le è stata necessaria. Eppure, si considera “fortunata”… Infine, lo vede: Alexander è “un bambinetto pallido, malaticcio, con un cranio che sembrava rasato. Pareva non avere pelle a sufficienza per la faccia… Le sue dita sembravano un piccolo fascio di fagiolini avvizziti”; pare sia allergico a una quantità di sostanze, per esempio a tutte quelle che compongono la pizza.

Macon e Muriel sono antitetici: silenzioso lui e chiacchierona lei, dimesso lui e appariscente lui, ordinato e abitudinario lui quanto lei è irruenta e imprevedibile. Ma accanto a Muriel, Macon si scopre “una persona completamente diversa”; inoltre, gli è impossibile non affezionarsi a quel bambino. Quando porta il cane nella casa di Singleton Street, tanto più modesta di quella in cui abitava, “ormai si poteva dire che viveva con lei”.

C’è un momento, nel film, che mi ha commosso nuovamente, appena l’ho ritrovato sulla pagina. È una piccola scena senza parole. Macon rientra da uno dei suoi viaggi di lavoro, a casa non c’è nessuno, e decide di portare a spasso il cane. Da lontano, vede Alexander che sta tornando da scuola, si accorge che altri bambini lo stanno canzonando. Macon slega il cane, che corre festoso verso il bambino e mette in fuga gli altri, poi arriva da Alexander e, per la prima volta, lo prende per mano. A quel punto, scrive Anne Tyler, si sentì “dilagare nell’intimo una piacevole sorta di pena. Sì, sulla sua vita erano tornati a incombere tutti i vecchi pericoli. Gli toccava ancora una volta preoccuparsi per la guerra nucleare e per il futuro del pianeta”…

4 Responses to Turista per caso, Anne Tyler, Guanda, 1985

  1. denny says:

    Rudi anche tu avevi visto il film prima di leggere il libro?

  2. Pingback: Turista per caso [The Accidental Tourist], Lawrence Kasdan, 1988 [filmTv86] – 9 | RUDI

  3. Pingback: 2019, il mio meglio fra i libri che ho letto | RUDI

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