Foto/Industria 2019, la Quarta Biennale del MAST

David Claerbout, Olympia, Palazzo Zambeccari, via de’ Carbonesi 11

Installazione: l’Olympiastadion di Berlino a ottant’anni dall’Evento. Un software consente di riprodurre la disintegrazione delle rovine, il lento invecchiamento dello stadio, l’effetto del tempo meteorologico sulle pietre che videro l’epopea di Jesse Owens. L’autore è un belga del 1969.

André Kertész, Tires/Viscose, Casa Saraceni, Fondazione Cassa di Risparmio, via Farini 15

Nato a Budapest nel 1894, ebreo-ungherese, Kertész ha partecipato alla Grande Guerra nell’esercito austro-ungarico, scattando foto sulla vita quotidiana dei soldati. Visse a Parigi dal 1925, dove lavorò per riviste di moda e di architettura; assunto dall’agenzia Keystone, si trasferì negli Stati Uniti nel 1936 (ottenne il passaporto americano nel febbraio ’43).

Con il suo bianco e nero limpidissimo, nel 1944 realizzò due incarichi commerciali per aziende interessate a promuovere la propria immagine: presso l’American Viscose Corporation a Marcus Hook, Pennsylvania, e presso lo stabilimento Firestone di Akron, Ohio (la città dei Devo).

Le foto di questi reportages mostrano grandi macchinari e una discreta, essenziale ma costante presenza umana (operaie davanti alla macchina per la filatura, operai alle prese con gli pneumatici, dirigenti delle aziende). Kertész coglie le tipiche simmetrie della produzione industriale. Quello nel settore tessile è un lavoro pulito, quasi asettico, non mostra la fatica, ma semmai la precisione. A volte, l’operaio sembra uno scienziato davanti a un’apparecchiatura misteriosa.

Matthieu Gafsou, Palazzo Pepoli Campogrande, via Castiglione 7

Transumanesimo: aumentare le capacità del corpo umano attraverso la tecnologia (dai pacemaker agli smartphone), inseguendo il mito dell’immortalità. Circuiti, microchip, macchine per la diagnostica, protesi, strumenti ottici, sensori, integratori dietetici, maschere anti-età… Neuroscienze, ingegneria, robotica, chirurgia, criogenetica. Le interfacce fra i sistemi informatici e il sistema nervoso degli esseri umani. “Il confine fra riparare un corpo danneggiato o disfunzionale e potenziare un corpo sano potrebbe sembrare ovvio, ma è molto difficile da definire… Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere o definire che cos’è la salute”

Lisetta Carmi, Porto di Ravenna, Oratorio di Santa Maria della Vita, via Clavature 8

Foto scattate nel porto o all’Italsider; queste ultime sono ambientate con un rumore di fondo registrato nella fabbrica a cui si aggiunge la sonorizzazione musicale di Luigi Nono (17’) su testi di Giuliano Scabia e Cesare Pavese (La fabbrica illuminata, 1964).

Enormi capannoni, enormi gru: gli oggetti dominano le persone, le avvolgono come spire metalliche. A volte, la figura umana sembra mimetizzata in mezzo agli oggetti della produzione. Piogge di fuoco scintillante schizzano dagli altoforni. Anche nel porto le proporzioni sono macroscopiche: enormi gli oggetti, minuscoli gli individui. Non mancano i momenti infernali (lo scarico dei fosfati). Al porto sembra lavorino solo uomini.

Yosuke Bandai, A Certain Collector B, Museo e biblioteca della musica, Strada Maggiore 34

69 piccole immagini a colori, disposte in cerchio e appese a tre altezze diverse. Dagli sfondi neri, emergono figure non immediatamente decifrabili. Mi è parso più interessante l’allestimento di quanto sia riuscito a cogliere del progetto fotografico: trasformare i rifiuti in immagini che non possiamo più buttare.

Albert Renger-Patzsch, Paesaggi della Ruhr, Pinacoteca nazionale, via delle Belle Arti

La mostra più tradizionale e, in fondo, più affascinante: bianchi e neri nell’area della Ruhr, a cavallo degli anni Trenta. Paesaggi spettrali, con rarissime presenze umane, trasmettono una strana, desolante armonia, nell’equilibrio fra linee orizzontali e verticali.

Simone Forster scrive che Albert Renger-Patzsch mira all’essenza del paesaggio, attratto dalle zone inesplorate, insegue “l’invasione della natura da parte dell’uomo”. La sua ricerca estetica rifiuta qualsiasi effetto pittorico, gli preme di riprodurre oggettivamente le forme e le loro relazioni spaziali.

Alla fine degli anni Venti, il bacino della Ruhr visse una rapida trasformazione: nacquero villaggi aggregati disordinatamente, senza alcuna pianificazione urbanistica. Periferie, sobborghi e terreni incolti vennero urbanizzati.

Fra il 1928 e il 1932, Renger-Patzsch fotografò questi paesaggi industriali di sua iniziativa, senza alcun incarico. Motivi ricorrenti: strade, ferrovie, lampioni, pali elettrici, ringhiere, recinzioni, cumuli di scorie, ciminiere, tralicci; utilizza questi oggetti “come elementi compositivi delle sue immagini. L’allineamento e la ripetizione dei segni verticali sottolineano l’ampiezza degli scenari e conducono l’occhio dello spettatore nella profondità dello spazio della rappresentazione”.

I luoghi: Essen-Stoppenberg, Bochum, Duisburg, Rees, Mulheim-Heissen, Oberhausen, Wanne-Eickel. Sono stampe 18×24 cm alla gelatina d’argento su carta leggermente lucida. In rari casi, il fotografo stampa nel formato 30×40 su una preziosa carta chamois con finitura opaca. La maggior parte del suo archivio fotografico venne distrutta nel bombardamento di Essen.

Armin Linke, Biblioteca Universitaria di via Zamboni

Documenta lo sfruttamento del gigantesco continente nascosto, il fondo degli oceani.

Luigi Ghirri, Sotterranei di palazzo Bentivoglio, via del Borgo di San Pietro 1

Chiamato a illustrare le pubblicazioni promozionali delle ceramiche Marazzi, delle crociere Costa, dei gioielli Bulgari, delle auto Ferrari: eppure, in ciascuno di questi lavori, è sempre indiscutibilmente lui, Ghirri, con la sua capacità di andare oltre la banalità dello sguardo, di restituire al mondo un reincanto che può nascondersi perfino dietro una piastrella quadrettata, o un cofano rosso.

Délio Jasse, Fondazione del Monte, Palazzo Paltroni, via delle Donzelle 2

Vede la sua Angola cinesizzata dal nuovo colonialismo soft. Arquivo Urbano è il titolo di una serie dedicata alla capitale dell’Angola, Luanda, abitata 8 milioni di persone che dovrebbero duplicare entro un decennio. Realizzate attraverso la sovrapposizione di diverse immagini, le opere di questo progetto rimandano al passato coloniale, che si riflette nelle facciate degli edifici. Jasse realizza una sorta di utopia architettonica che rimanda all’incertezza della crescita delle nuove metropoli africane.

Stephanie Syjuco, MAMBO, via Don Minzoni

Ci porta dentro il terremoto virtuale di San Francisco, 18 aprile 1906.

Voluta dal 2013 da Isabella Seràgnoli, Foto/Industria 2019 ha un nuovo curatore: Francesco Zanot, subentrato a François Hébel. Tema centrale, il costruire: un‘azione cruciale, intimamente radicata nella natura della specie umana. È questa attività che dà forma alla Tecnosfera: l’insieme di tutte le strutture che gli esseri umani hanno costruito per garantire la loro sopravvivenza sulla terra. Con un peso stimato di decine di miliardi di miliardi di tonnellate, questo strato artificiale al di sopra della crosta terrestre è stato definito Tecnosfera dal geologo Peter Haff.

Questa biennale non presenta solo mostre fotografiche. La grande mostra sulla crisi ambientale, Anthropocene, insegna una lezione: le immagini, oggi più che mai, non sono solo la rappresentazione del mondo: sono attori del suo mutamento. È con gli occhi, oggi, che prendiamo decisioni. Responsabilità formidabile, per chi fabbrica immagini.

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