Uniform. Into the work/Out of the work. MAST Bologna

Curata da Urs Stahel, questa mostra fotografica pone al centro la funzione unificante, uniformante e protettiva dell’abbigliamento da lavoro.

Nate per distinguere chi le indossa, “uniforme” e “divisa”, nella nostra lingua, veicolano valori ambivalenti (inclusione ed esclusione). Le uniformi segnalano l’appartenenza a una comunità, ma dentro questa appartenenza è possibile “tracciare linee divisorie, rendere visibili o addirittura intensificare i conflitti sociali”.

A volte, le uniformi ci arrivano tremendamente serie, in altri casi ci sembrano confinare con le maschere di carnevale o con il circo. Ci sono le tute spaziali, le divise studentesche, i camici ospedalieri, le tute dei Vigili del Fuoco; sono uniformi anche quelle delle confessioni religiose.

Nella mostra, c’è spazio per un particolare tipo di fotografia, quello di gruppo: tutte le maestranze vengono portate davanti all’obiettivo, al fine di stimolare il senso di appartenenza.

Ci sono le autocelebrazioni delle élites, come il “Ritratto di gruppo dirigente di una multinazionale” (1980, Clegg&Guttman): sono volti che fuoriescono dal nero, come fossero dipinti da un pittore fiammingo del XVII secolo; ancora, Erich Lessing ha composto il ritratto dei vertici del Gruppo Krupp. Sempre e solo uomini…

Con 15 scatti a colori, Barbara Davidz ci fa cogliere l’uniformità imposta dalla globalizzazione: l’abbigliamento “casual” è ormai massificato, pressoché identico in Svizzera e Indonesia, Brasile e Turchia.

La mostra contiene opere di 44 fotografi, fra cui alcune “grandi firme”: Paola Agosti e Helga Paris; Irving Penn, “Pescivendolo”, Londra, 1950; Graciela Iturbide, “Mercato”, Città del Messico, 1978; Walker Evans, “Addetti al molo del carbone”, Havana, Cuba, 1933.

Di Sebastião Salgado, “Operaio della Safety Boss Company durante una pausa”: fa parte di una serie di fotografie scattate in Kuwait, durante le operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni nel 1991 durante la Guerra del Golfo.

Curiosa la serie di 9 ritratti di Angela Merkel (1991/2008), scattati da Herlinde Koelbl, tramite ai quali assistiamo a due fenomeni: lei rimane sempre se stessa (taglio di capelli, sguardo, abbigliamento), nonostante sia evidente il cambiamento fra i 37 e i 54 anni.

Potentissimi i grandi ritratti di “Olivier”, un giovane della “Legione straniera francese”; a colori, in varie uniformi, Olivier viene catturato da Rineke Dijkstra in un limitato intervallo di tempo, fra il 2000 e il 2003, eppure appare evidente che non siamo più davanti alla stessa persona.

Fino al 3 maggio 2020, ingresso libero, 10-19, dal martedì alla domenica.

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