Masha, l’ultimo grande amore platonico

Ripropongo il post che pubblicai il 20 maggio 2018 dopo aver letto l’autobiografia di Maria Sharapova – Inarrestabile – pubblicata da Einaudi. Il sottotitolo era “La mia vita fin qui”. Da ieri, con un ritiro dal tennis troppe volte rinviato, assume un altro significato.

Innamorato di Masha da quando la vidi (prima in foto poi in tv) vincere Wimbledon – era il luglio 2004 – non sarei arrivato al punto di acquistare la sua autobiografia, senza due particolari: la foto in copertina e il sottotitolo. Due scelte perfette: “La mia vita fin qui” fa immaginare altri e più meditati bilanci, fra qualche decennio (Bartali ne ha scritte tre, di autobiografie). E di immagini più glamour poteva sceglierne a decine, a centinaia, ma questa appare coerente con il titolo.

Chi cercasse confronti con «Open», l’opera firmata da Andre Agassi e confezionata dal Pulitzer J. R. Moehringer, sbaglierebbe bersaglio; quello è un capolavoro, questa solo una bella storia. Comincia con l’accusa di doping dopo gli Australian Open 2016. Dopo aver vinto 5 Slam, Masha si chiedeva se ne avrebbe vinto un altro, quella poteva essere l’ultima stagione. Ma non poteva finire con una squalifica per doping. Da più di dieci anni, assumeva un farmaco che da poche settimane era entrato nella lista delle sostanze dopanti, anche se non è mai stato provato che migliori le prestazioni.

“Posso esprimerla in termini più raffinati, ma di base la mia motivazione è semplice: voglio battere tutti. Non è solo questione di vincere, ma di non essere sconfitta”. Masha si riconosce una qualità essenziale: la tenacia, la determinazione, “io non mollo”.

Il padre, Jurij Sharapov, non amava Gorbacev, gli sembrava debole. La madre Elena era molto più colta del marito, laureata con il massimo dei voti. Vivevano a Gomel, Bielorussia, non lontano da Cernobyl. Elena rimase incinta poco dopo l’esplosione nucleare, i nonni materni la convinsero a trasferirsi da loro, a Niagan, Siberia, vicino al Circolo Polare Artico.

Masha nacque a Niagan il 19 aprile 1987. A due anni, i genitori si trasferiscono a Soci. A quattro, conosce il primo allenatore, Jurij Judkin, lo scopritore di Kafelnikov. “In Russia il tennis era un passatempo per nobili decaduti”, Judkin sceglieva i bambini sulla base di un criterio: la capacità di concentrazione; secondo lui, “per eccellere in ogni campo bisogna essere in grado di reggere una tremenda dose di noia”. La bambina ha come libro preferito «Pippi Calzelunghe».

Verso i sei anni, Judkin convince il padre ad andarsene dalla Russia per gestire il talento della figlia. Una conferma viene da un raduno a Mosca, dove la bambina – in mezzo a centinaia di altre – viene notata da Martina Navrátilová, che ancora oggi considera “la più grande tennista di sempre”. In quei primi anni Novanta, “l’Unione Sovietica si stava sfasciando”; miracolosamente, Jurij riesce a ottenere un visto triennale per gli Stati Uniti, ma è solo per due persone, la mamma dovrà restare in patria. Sono avventurose le pagine sullo sbarco in Florida, all’Academy di Nick Bollettieri; da lì erano già passati Andre Agassi, Jim Courier, Monica Seles e Mary Pierce, vi stava crescendo Anna Kurnikova. Talenti precoci, ma non quanto lei.

Masha afferma ripetutamente che è stato il padre a forgiarla. A un certo punto, dopo aver citato le Williams e Agassi, propone un pensiero lucidissimo: “Il genitore di un tennista è la volontà dell’atleta prima che quest’ultimo ne sviluppi una propria”.

5 Responses to Masha, l’ultimo grande amore platonico

  1. ciao rudi, ero a roma i giorni scorsi (vado spesso a vedere gli internazionali). ho visto maria allenarsi e vincere con la gavrilova. e l’ho vista davvero bene. tonica, centrata e cattiva (come sempre). in allenamento, soprattutto. vediamo il tabellone…ma a parigi può fare molto bene.

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