Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, Decalogo

Dekalog – il libro, tradotto per Einaudi nel ’91 da Malgorzata Furdal e Paolo Gesumunno, non coincide con il film. Le pagine contengono scene in più, dettagli mancanti, differenze significative; in sede di montaggio, il regista ha rimodulato gli intrecci, soppesato soluzioni alternative, compiuto scelte di magistrale economia narrativa.

Trasmessi dalla televisione pubblica polacca, i 10 film di 55’ furono preceduti da due lungometraggi per il cinema, Breve film sull’uccidere e Breve film sull’amore (con un diverso finale). In Italia, i 10 episodi vennero proiettati al cinematografo a coppie consecutive; passate 2-3 settimane, usciva una nuova coppia di titoli.

Ogni episodio del Decalogo mette in scena una storia di vita quotidiana ispirata a uno dei Dieci Comandamenti biblici. L’idea di partenza era stata di Piesiewicz: avvocato, alcune di queste storie rimandano alla sua esperienza forense. Kieslowski gli chiedeva di limitare gli aggettivi, i dettagli rivelatori di un sentimento, a vantaggio di scene concrete. Per esempio: “Quest’uomo ha paura”, diventa: “La finestra si è aperta all’improvviso”.

I riferimenti all’attualità politica polacca sono volutamente assenti; rispetto ai testi contenuti nel libro – usciti come racconti, in Polonia – si avverte come in sede di montaggio Kieslowski abbia tagliato vari passaggi che rimandavano ai processi politici degli anni Settanta e Ottanta.

Le sceneggiature vennero scritte fra il 1984 e l’85; le riprese si svolsero in sedici mesi, fra il 1987 e ’88: nell’arco di una giornata, venivano girate scene che sarebbero state montate in episodi diversi. L’unità di luogo – il microcosmo di un grande e anonimo condominio nel quartiere di Stawki, alla periferia di Varsavia – evoca la possibilità di infinite storie, a partire dagli stessi personaggi, ritratti come protagonisti o comparse. La trama del destino convive con il dilemma della scelta. Solleva dubbi, non consegna certezze. Ogni episodio descrive la quotidiana fatica di vivere, lo smarrimento nel dover fare i conti con certi valori elementari: i Dieci Comandamenti formano un sistema di proibizioni, propongono criteri di giudizio davanti ai quali l’individuo ha la possibilità di scegliere. La condizione umana viene trattata con estremo rispetto, nell’inafferrabile mistero che la avvolge e che alcuni scelgono di affrontare attraverso la fede. Dice Kieslowski: “Quel che mi affascina, dei comandamenti, è che tutti siamo d’accordo sul fatto che sono giusti, ma al tempo stesso tutti li violiamo, tutti i giorni”.

Nato nel 1941, Kieslowski aveva 46-47 anni quando girò questo capolavoro della morale laica. Morirà il 13 marzo 1996, a nemmeno 55 anni. Accostato a Bergman per l’uso dei primi piani e per l’intensità degli interrogativi esistenziali, a Hitchcock per il voyeurismo e la maniera di emozionare lo spettatore, a Bresson per lo spiritualismo, a Rohmer per l’attenzione ai nodi morali e al gioco del caso, il regista polacco ha composto opere – compreso il Decalogo – che sono state apprezzate più in Occidente che in patria. In Polonia, subirono l’ostilità del regime e la meno ovvia freddezza del nuovo corso politico aperto da Solidarnosc e sfociato in un neointegralismo religioso. A nessuno piaceva quel lucido pessimismo, quel punto di vista intransigente sulla devastazione morale del Paese.

Il ruolo di Piesiewicz è stato altrettanto rilevante. Ogni episodio segue una struttura ricorrente, ma presto scarta di lato e sviluppa vicende emblematiche, emozionanti. Dal finale, ogni volta, si esce spiazzati, con un rovesciamento di prospettive che fa capire come, nel dipanare dilemmi che spingono l’etica al limite, lo sguardo degli autori non abbandoni mai la speranza. Sembrano dirci che si può sbagliare, anzi sbagliare è facile, ma la condizione umana merita compassione, o almeno indulgenza.

Fra i contributi tecnici, spicca la scelta di affidare i singoli episodi a un diverso direttore della fotografia, mentre ricorrono i nomi di Ewa Smal (montaggio) e Zbigniew Preisner (musiche), a partire dalle tre, rarefatte note di pianoforte che incidono la sigla di apertura.

Nel Decalogo compaiono quasi tutti i più importanti attori del cinema polacco: da Krystyna Janda (1954: L’uomo di marmo, L’uomo di ferro, Mephisto) a Daniel Olbrychski (1945: Il bosco di betulle, Il tamburo di latta, Bolero, Rosa L.), da Jerzy Stuhr (1947: Da un paese lontano, L’anno del sole quieto, Habemus Papam) a Grazyna Szapołowska (1953: La notte dei maghi, La condanna).

Otto degli episodi (fanno eccezione il VII e il X) sono attraversati da un testimone silenzioso (Artur Barcis): forse è un angelo che assiste, senza intervenire, ai dilemmi umani.

Nel libro, le scene seguono una numerazione progressiva: Dekalog I contiene 30 scene, II 29, III 27, IV 23, V 40, VI 33, VII 24, VIII 21, IX 47, X 35.

In fondo al volume, una foto a colori per ognuno dei 10 atti: c’è un errore, l’inversione delle foto che corrispondono al VII e all’VIII episodio.

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