Le rose di Atacama, Luis Sepúlveda, Guanda, 2000

Su una pietra di Bergen Belsen, forse con un chiodo, qualcuno ha lasciato la più drammatica delle proteste: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”. In queste “storie marginali”, Sepúlveda omaggia figure sconosciute, ai margini, spesso sconfitte, la cui vita è segnata da un gesto di coraggio, da una coerenza intransigente, nell’opporsi al potere, all’arbitrio e all’ingiustizia.

Historias marginales, nella traduzione di Ilide Carmignani.

Sono effimere, vivono meno di un giorno, le rose di Atacama: nascono e muoiono, rosse come il sangue, alterando la desolazione salmastra di un deserto, ma il prodigio è così puntuale e sorprendente da spingere gli uomini e le donne a attendere per giorni la fioritura. Analogamente, uomini e donne di cui Sepúlveda parla in queste pagine hanno illuminato per un lunghissimo momento la realtà in cui vivevano, e il valore delle loro azioni non è stato dissipato, qualcuno ha raccolto la loro fiaccola.

Delle oltre trenta storie qui raccontate, riprendo solo quella di Vidal, un agitatore, un sindacalista contadino che furtivamente organizzava assemblee e distribuiva volantini in lingua quechua, “i nostri occhi si incontrarono, perché per una legge fantastica della vita la gente che è stata fottuta s’incontra. Lui era ricercato e io ero agli inizi di un esilio che sarebbe durato anni”. Era il 1977, il paese l’Ecuador… In tasca, Vidal tiene una fotografia di Greta Garbo strappata a una rivista: “Me la porto dietro perché mi protegge. Sono ateo, ma è sempre bene avere qualcuno a cui raccomandarsi”.

Ho voluto leggere questo libro perché sapevo che vi era citato Jan Palach (ho una mezza idea, da trent’anni…). Qui, Sepúlveda ricorda un amico cecoslovacco, Miki Volek, conosciuto nel 1967 a un raduno della gioventù socialista che si teneva a Córdoba, in Argentina. Suonava la chitarra in un gruppo rock, i Crazy Boys, mise in musica anche una breve poesia di un tale Jan Palach, che si svolge così: “Io oso perché / tu osi perché / lui osa perché / noi osiamo perché / voi osate perché / loro non osano”.
Miki Volek si fece sei mesi di carcere dopo l’invasione dei carri armati del Patto di Varsavia, poi lavorò come giardiniere in un cimitero di Praga, gli era stato vietato di suonare in pubblico. Fu fra i fondatori di Carta ’77. E il racconto va divagando sulla chitarra Fender e sui Tupamaros…

2 Responses to Le rose di Atacama, Luis Sepúlveda, Guanda, 2000

  1. denny says:

    La scomparsa di Sepulveda un colpo al cuore… ricordo che anni fa quando scoprii casualmente “il vecchio che leggeva romanzi d’amore” mi piacevano moltissimo gli aneddoti sparsi qua e là nel libro, come il personaggio che si chiamava onecent perché “è scritto sulle monete dei gringos, doveva essere una persona importante”

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