Patagonia Express, di Luis Sepúlveda, Guanda, 1995

Una dozzina di storie brevi. Per filo conduttore, la moleskine, il taccuino che gli mostrò Bruce Chatwin al caffè Zurich di Barcellona. Un inglese e un cileno: parlano di Butch Cassidy e Sundance Kid, delle rivoluzioni anarchiche che finanziarono, di un romanzo a quattro mani da scrivere appena Sepúlveda avesse potuto rimpatriare; il cileno è sulla lista nera, per nove anni e 500 lunedì riceve risposta negativa dal suo consolato di Amburgo. Il permesso di rimpatrio arriva quando Chatwin è già morto.

Il narratore ripensa a quell’incontro mentre sta navigando sulla costa meridionale cilena. Ogni moleskine, Chatwin la preparava scrivendoci il suo indirizzo e promettendo una ricompensa a chi l’avesse restituita, in caso di smarrimento. “Quando sentii quel rituale, commentai che mi sembrava troppo inglese, e Bruce ribatté che proprio grazie a quel genere di precauzioni, gli inglesi conservano ancora oggi l’illusione di essere un impero”.

Lungo i fiordi del Pacifico. “Sento che ritorno in un mondo dove l’avventura non solo è ancora possibile, ma è la più elementare forma di vita”… Piccole barche di legno, 8 metri per 3, costruite “educando” querce, larici, pioppi, fatti crescere “appendendo ai loro rami pietre di peso diverso, finché i tronchi non hanno raggiunto la maturità e la curvatura giuste”… Agnelli che i gauchos castrano con i denti, senza che perdano una sola goccia di sangue… “Ho imparato che in questa regione è assurdo avere programmi fissi”.

Rivede vecchi amici. Baldo Ayala, insegnante di liceo espulso da scuola dopo il golpe, reintegrato ma senza stipendio, e mantenuto per quattordici anni dalla solidarietà dei patagoni…“Ho vissuto grazie alla borsa di studio del paese”.

Jorge Diaz, fondatore nel ’72 di Radio Ventisquero, detta “la Voce della Patagonia”. Un tipico messaggio di pubblica utilità: “Si avvisa la famiglia Moràn di Lago Cochrane che don Evaristo è per strada. Arriverà all’incrocio di Los Chimangos verso mercoledì. Aspettatelo con cavalli freschi perché è stracarico, e ha con sé anche degli amici”. È la radio che ha permesso ai confinati politici di tenere contatti con le famiglie.

A tavola, Ladislao Eznaola apre il “diciottesimo campionato di bugie della Patagonia”; il gaucho magro, sul cavallo magro, e il pidocchio ancora più magro… Un amico dice a Sepúlveda: “In questa terra mentiamo per essere felici. Ma nessuno di noi confonde la bugia con l’inganno”.

“Angostura non ha cimitero, ma ha una tomba, un piccolo sepolcro che è stato dipinto di bianco e che guarda verso il mare. Vi riposa Panchito Barrìa, un ragazzino morto a undici anni. In tutto il mondo si vive e si muore, ma il caso di Panchito è tragicamente speciale, perché il bambino è morto di tristezza”… Poliomielitico, costretto sulla sedia a rotelle, Panchito parlava coi delfini. Lo fece per sei estati. Finché il suo delfino preferito, “una mattina d’estate del 1990” non fece ritorno, e Panchito si lasciò morire.

“Carlos E Basta”, l’amico del cuore, ha sempre avuto la passione per il volo. Pilota eccezionale, ha trasportato pecore, frutta e verdura, posta, e chissà cos’altro.

Racconta la volta che tirò fuori un aereo dall’oceano. Poi, quando fu costretto con le minacce a trasportare a 800 km di distanza il cadavere (congelato) di un uomo potente (legato, in piedi, con il tetto aperto).

Nel deserto, verso il confine con la Bolivia, nascono le rose di Atacama: “è la radice di un lichene antico quanto il deserto, che, sepolto da una decina di centimetri sotto il terreno calcinato dai raggi solari, aspetta pazientemente il giorno dell’unica pioggia, sempre alla fine del mese di marzo, che scende per qualche minuto su quella terra maledetta … Le rose di Atacama riescono a vivere solo un paio d’ore, poi il sole le brucia e il vento spazza via i petali arsi”. Sono rose rosse.

Da Puerto Natales, Cile, al villaggio di El Turbio, Argentina: parte da lì “la più australe delle linee ferroviarie, il vero Patagonia Express, che dopo duecentoquaranta chilometri di marcia, collegando città come El Zurdo e Bellavista, arriva a Rìo Gallegos, sulla costa atlantica”. La prima fermata è a Jaramillo.

Nel 1921, nell’estancia La Anita si sviluppò l’ultima, grande rivolta di peones e indios, più di 4000 persone capeggiate dall’anarchico Antonio Soto. Scacciati i padroni, vissero per un paio di settimane “l’illusione del primo soviet della Patagonia”.

La reazione dei latifondisti non tardò, il governo argentino inviò truppe a sedare la rivolta. Arrivarono a Jaramillo il 18 giugno 1921. Gran parte dei ribelli, armati solo di coltello, si barricò nella stazione ferroviaria. Il comandante della truppa lanciò un ultimatum, dovevano uscire entro le 22.00. Ma alle 21 e 28 cominciò il massacro, centinaia di persone vennero trucidate, una pallottola colpì l’orologio della stazione e lo fermò sull’ora fatale.

“Hanno riparato il congegno molte volte, ma qualcuno trova sempre il modo di romperlo e di rimetterlo all’ora che deve segnare”, gli spiega il controllore sul Patagonia Express.

Rìo Mayo: dal 1977 è sottoposta ad “atroci ritmi militari, ai quali per maggiore tormento hanno aggiunto la voce di Julio Iglesias. Dal 1977 non ci sono galline a Rìo Mayo”.

Quello che era l’Hotel Inglés è stato abbandonato: il proprietario, Thomas Simpson, quando seppe che stava per morire di cancro, “si fece portar su delle casse di sigari avana, un barile di scotch, e vi si rinchiuse con un numero imprecisato di donnine allegre e ben pagate, che dovevano affrettare la morte nella maniera più piacevole”.

Carlitos il falegname, era in realtà Klaus Kucimavic, croato filonazista fuggito a nascondersi in Patagonia. Nel 1988, Sepúlveda doveva intervistarlo perché aveva vinto il Premio Nobel alternativo di Fisica, per il suo contributo allo studio del buco nell’ozono. Decise di non scrivere, temendo di danneggiarlo. “A Rìo Mayo lo amavano tutti. Era un vecchio servizievole”, aiutava chi aveva bisogno “senza chiedere mai un centesimo”. L’ex professore di Fisica si era sistemato in Patagonia, “in questa parte del mondo dove non si fanno domande e il passato è semplicemente una faccenda personale”.

Infine, un pomeriggio di marzo del ’92, Sepúlveda incontra Francisco Coloane, a Santiago del Cile. In regalo, gli ha portato da Amburgo un Elbsegler, il più prestigioso berretto da capitano.

Coloane, “un colosso di un metro e novanta, forte come un toro, dalla chioma e dalla barba bianca”, “fu baleniere, esploratore in Antartico, istruttore di Marinai, pecoraio nella Terra del Fuoco, ed è uno dei naviganti che sono passati più volte davanti agli scogli mortali che circondano Capo Horn”.

L’emozione della visita è condivisa dal vecchio scrittore. Felicissimo per il berretto, “Don Pancho Coloane mi iniziò ai segreti del mare della fine del mondo, e mentre lo ascoltavo sentivo che tornavo ai fantastici giorni delle mie letture più appassionate”.

2 Responses to Patagonia Express, di Luis Sepúlveda, Guanda, 1995

  1. anonimo says:

    ho finito di leggere "patagonia rebelde "di osvaldo bayer.bello e travolgente.qui avemmo il fascismo come risposta al biennio rosso,in patagonia streminarono i lavoratori nel nome di dio patria e famiglia.interessante la polemica fra bayer e chatwin    se volete saperne di più il link è questo   http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=257

  2. taribo59 says:

    Grazie per la segnalazione.
    Leggerò il libro.

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