Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Luis Sepúlveda, Guanda, 1989

Muore nella pandemia, a poco più di settant’anni, mi torna in mente quel pomeriggio ad Arezzo, nel 2006, e mi rendo conto di quanti suoi libri ho in casa (merito di Laura, che lo leggeva un po’ anche in spagnolo) e dei pochissimi che ho letto.

Quattro anni dopo l’uscita per una casa editrice di Amburgo, Ilide Carmignani tradusse Un viejo che leía novelas de amor; in copertina un lussureggiante dipinto del “Doganiere” Rousseau.

La dedica dell’autore è all’amico Chico Mendes, assassinato il 22 dicembre 1988.

“Leggeva lentamente, mettendo insieme le sillabe, mormorandole a mezza voce come se le assaporasse, e quando dominava tutta quanta la parola, la ripeteva di seguito. Poi faceva lo stesso con la frase completa, e così si impadroniva dei sentimenti e delle idee plasmati sulle pagine.

Quando un passaggio gli piaceva particolarmente lo ripeteva molte volte, tutte quelle che considerava necessarie per scoprire quanto poteva essere bello anche il linguaggio umano”.

Chi legge così è un vecchio, si chiama Antonio José Bolívar Proaño, ha circa settant’anni e nemmeno un dente in bocca. Tiene la dentiera in tasca, avvolta in un fazzoletto, la mette per mangiare e parlare. Ma parla raramente, vive isolato in una capanna sulle rive del Nangaritza, nei pressi del villaggio di El Idillio, nell’Amazzonia ecuadoriana.

Navigando sui fiumi Zamora, Yacambui e Nangaritza, il battello Sucre ha appena scaricato a El Idilio le scorte di birra, acquavite e sale, e le bombole del gas, caricando banane verdi e caffè. Dal battello, due volte l’anno, scende un dentista anarchico, Rubicundo Loachmín, la cui unica anestesia è l’acquavite di canna.

“Il sindaco, unico funzionario, massima autorità, rappresentante di un potere troppo remoto per provare timore, era un individuo obeso che sudava incessantemente”; soprannominato “Lumaca”, il sindaco era malvisto da tutti, e tutti aspettavano che venisse ucciso dall’indigena con cui viveva, e che lui picchiava regolarmente.

Un gruppo di indigeni Shuar arriva al villaggio con il cadavere di un uomo bianco dai capelli biondi; il sindaco li accusa di averlo ucciso, ma per Antonio è facile dimostrare che le ferite mortali sono state inferte da un grande felino, una femmina di tigrillo. Nelle tasche dell’uomo bianco, le pellicce dei suoi cuccioli. Impazzita dal dolore, quella femmina era ancora a caccia…

A ogni viaggio, Rubicundo Loachmín riforniva Antonio di un paio di libri, assecondando le preferenze del vecchio: “sofferenze, amori sfortunati, lieti fini”. I libri venivano da Guayaquil, li sceglieva una donna che lavorava in un bordello.

Poi, il Nangaritza porterà un secondo cadavere, un cercatore d’oro dalla gola squarciata. È stata ancora quella grossa gatta, il tigrillo, sentenzia Antonio, e si stava avvicinando al villaggio. Sa che il sindaco lo odia, per una vecchia storia, gli aveva fatto perdere un affare con certi gringos scesi lungo al fiume con la pretesa di fotografare gli Shuar. Ora teme che il sindaco lo coinvolga nella spedizione per uccidere il tigrillo.

Infatti, partono in cinque, con i fucili e il machete. Nella foresta pluviale, “la pioggia non riusciva a oltrepassare il fitto tetto vegetale. Si accumulava sulle foglie, e quando i rami cedevano per il peso, precipitava giù tutta insieme profumata da mille spezie”. Nel corso della spedizione trovano altri due cadaveri e poi le tracce di quella femmina di tigrillo lunga più di due metri, magra, orgogliosa, vendicativa e intelligente.

Ci sarà, inevitabile, un duello finale, ma nessun lettore riuscirà a prevedere cosa voglia quel felino dal vecchio cacciatore.

2 Responses to Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Luis Sepúlveda, Guanda, 1989

  1. Fritz Gemini says:

    Non lo conoscevo. A sto punto bisogna leggerlo, sembra adatto al periodo.

  2. Stefano Ferrata says:

    Questo mi piacque tantissimo

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