#Kubrick. Lolita, Vladimir Nabokov, 1955

“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia”… Scritto in inglese, pubblicato a Parigi (Olympia Press) nel 1955, quattro anni dopo in Italia, e solo nel 1965 in russo, per mano dello stesso autore, è l’autopsia di un’ossessione amorosa, assoluta quanto perversa.

Tradotto in 30 lingue, con oltre 50 milioni di copie vendute, questo romanzo fece entrare il termine “lolita” nella cultura di massa, a raffigurare un’attraente ninfetta, una giovanissima sessualmente precoce, una seduttrice non si sa quanto diabolica.

“Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita”… In prima persona, Humbert Humbert ci dice di essere nato nel 1910 a Parigi in una famiglia molto benestante; la madre morì che lui aveva tre anni “in seguito a un bizzarro incidente (merenda in campagna, fulmine)”, ma ebbe un’infanzia e un’adolescenza assai fortunate. Ottimi studi, ottime letture, finché nell’estate dei tredici anni scoppiò la grande passione, pienamente ricambiata, per la coetanea Annabelle. Una passione tanto nascosta quanto totale, autentico imprinting sentimentale e sessuale… Annabelle morì di tifo quattro mesi dopo a Corfù. Solo a distanza di ventiquattro anni, con Lolita, Humbert ha nuovamente provato le sensazioni vissute con Annabelle. E ha potuto soddisfare un desiderio insostenibile, indicibile, lungamente inappagato.

Ora, nel settembre 1952, il narratore si trova in carcere. Era un professore di letteratura che cinque anni prima era stato travolto dall’ossessione per la dodicenne Dolores, detta Lolita (Lo, Dolly), con la quale ha poi vissuto una scandalosa relazione sessuale, dopo esserne diventato il patrigno. Sta scrivendo un memoriale difensivo, nel quale ammette tutte le sue colpe e chiede solo di essere compreso. Infine: “Desidero che queste memorie vengano pubblicate solo quando Lolita non sarà più in vita”.

Cosa distingue le “ninfette” dalle coetanee? “La grazia torbida, il fascino elusivo, mutevole, struggitore e insidioso”. A volte la ninfetta è ignara del proprio fantastico potere. Fino all’incontro con Lolita, Humbert non aveva osato superare i tabù, respingendo ogni pulsione con la vergogna e la paura, la sua vita sessuale era stata “umiliante, sordida, taciturna”. Ma lui sa che la Laura di Petrarca aveva dodici anni e che Dante “si innamorò alla follia di Beatrice quando ella aveva nove anni”. Con l’ironia e il gusto del grottesco, Nabokov smorza i passaggi più scabrosi.

Volendo apparire normale, nulla di meglio del matrimonio: “per tutelare me stesso, decisi di ammogliarmi”. Dal 1935 al ’39, vissero a Parigi, lui e Valeria, poi arrivò la notizia: uno zio d’America era morto, lasciandogli una cospicua eredità, a sua disposizione purché avesse seguito certi affari. Ma il colpo di fortuna fu doppio: posta di fronte alla prospettiva di partire per l’America, Valeria gli confessò di avere un amante… Nabokov sa come rendere ridicole certe tragedie: mentre Valeria faceva i bagagli, “morivo d’odio e di noia”…

In America, Humbert comincia a scrivere una vasta storia comparata della letteratura francese ad uso degli studenti di lingua inglese. Conobbe Lolita, per caso, nel giugno 1947: cinque anni prima del periodo in cui sta scrivendo queste pagine.

Nel giugno del ’47, dunque, dopo varie vicissitudini, aveva deciso di trasferirsi in campagna, ma la casa alla quale pareva destinato era andata in fiamme e dovette ripiegare presso la dimora della vedova Haze, Charlotte, bionda trentacinquenne sovrappeso. La località è fittizia: Ramsdale, nel sud del New England. Quella casa aveva un aspetto deplorevole, Humbert ne sarebbe fuggito subito, se non fosse che era apparsa “Lo” (così la chiamava sua madre). Ecco la prima impressione: “una miscela di tenera infantilità sognante e inquietante volgarità… Mi riesce difficile esprimere con adeguata intensità quel lampo, quel brivido, l’urto di quell’appassionato riconoscimento”. Presto, la bambina avrebbe “riconosciuto la concupiscenza antica” del pensionante. Che riesce a raggiungere l’orgasmo al solo contatto della pelle di lei, che pare non accorgersene. “Sapevo di essermi innamorato per sempre di Lolita; ma sapevo anche che non sarebbe stata per sempre Lolita. Il primo gennaio avrebbe compiuto tredici anni”…

L’incantatore, l’ultimo romanzo scritto da Nabokov in Unione Sovietica nel 1939, contiene espliciti riferimenti all’idea di un maschio molestatore e di una giovane vittima, che si fanno passare per padre e figlia.

Nel ’62, Stanley Kubrick ne trasse un film, alla cui sceneggiatura chiamò lo stesso Nabokov. Interpreti: James Mason, Peter Sellers, Shelley Winters e la sedicenne Sue Lyon. Una prima stesura di oltre quattrocento pagine, consegnata da Nabokov a Kubrick all’inizio dell’estate del 1960, venne rifiutata dal regista; la seconda stesura, risultato di un lavoro di drastica riduzione, sembrò godere dell’approvazione di Kubrick, Nabokov non prese mai parte alle riprese e rimase sorpreso dalla quantità di correzioni che il regista apportò al testo che aveva consegnato. Dimenticabile il pallido remake del 1997, firmato da Adrian Lyne, con Jeremy Irons, Melanie Griffith, Frank Langella e Dominique Swain.

Nato a Pietrogrado nel 1899, Nabokov lasciò l’Unione Sovietica nel 1919. Visse tra Germania, Inghilterra e Francia, e dal 1940 negli Stati Uniti, dove insegnò letteratura russa fino al 1958; nel 1960 si trasferì a Montreux, Svizzera, dove morì nel 1977. Si è definito «uno scrittore americano cresciuto in Russia, educato in Inghilterra, imbevuto della cultura dell’Europa occidentale».

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