Jeanloup Sieff, il nudo è una forma di paesaggio

Nasce e muore a Parigi (30 novembre 1933 – 20 settembre 2000); figlio di genitori polacchi, inizia la professione come reporter, negli anni Cinquanta, ottenendo i primi riconoscimenti per un servizio sugli scioperi nelle miniere del Borinage belga.
Passa alla fotografia di moda, collabora con Elle, Vogue, Esquire, Harper’s Bazaar, Paris-Match e altre riviste prestigiose. Nei primi anni Sessanta si trasferisce a New York, dove trascorre circa sei anni, per poi tornare a Parigi.

Il nome di Jeanloup Sieff viene solitamente legato al glamour, alla pubblicità, al nudo femminile.

Astrid -cover_Jeanloup_Sieff_Taschen“Tutti gli aspetti della fotografia mi interessano… Io provo per il corpo femminile la stessa curiosità e lo stesso amore così come per un paesaggio, un viso o qualsiasi altra cosa mi interessi. In ogni caso, il nudo è una forma di paesaggio”. Sieff utilizzava di base una Leica con l’obiettivo 35 millimetri, ma spesso preferiva il 21 millimetri, e l’uso insistito dell’obiettivo grandangolare conferisce ironia e nostalgia al suo stile. Uno stile mai volgare, irriverente e malinconico, che esalta la bellezza e l’armonia delle forme. La nudità delle schiene, le trasparenze e la lingerie sono la sua impronta inconfondibile.

Non vanno dimenticati i ritratti (dalla Deneuve ad Alfred Hitchcock, da Yves Montand a Charlotte Rampling, Mia Farrow, Peter Lorre, Francois Truffaut, Rudolf Nureyev…) e i paesaggi (fra i più celebri, quelle in Scozia, nella Death Valley e in Normandia).

In questa monografia, ripercorre quarant’anni attraverso una selezione di circa 150 fotografie e lunghe didascalie esplicative (scritte nel maggio 1990), che spesso servono a descrivere il contesto in cui venne scattata la foto. Il volume raccoglie molti fra gli scatti più importanti di un fotografo che prediligeva il bianco e nero, i contrasti forti e le ombre allusive. E che sapeva far sprigionare una morbida sensualità dai corpi femminili.

Dice di rispecchiarsi nella poetica del primo Rohmer, quello de Il ginocchio di Claire, e cita Brancusi per manifestare un’identica predisposizione: “Una scultura che non abbiamo voglia di accarezzare è una scultura non riuscita. E ci sono fotografie che fanno venire voglia di accarezzarle, con gli occhi”.

Jeanloup Sieff

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