Manon ‘70 [id.], Jean Aurel, 1968 – [filmTv9] – 7

 

Difficile trovare le parole per definire la bellezza, l’eleganza, il fascino, il sex appeal di Catherine Deneuve a venticinque anni. Facile capire perché si sia pensato a lei per rinnovare il mito di Manon Lescaut, e farlo nel Sessantotto, quando la liberazione sessuale e la sua premessa – la liberazione della donna – avrebbero dovuto rendere anacronistico, o peggio insensato, un romanzo di 237 anni prima, tutto scritto dal punto di vista di lui.

Manon è l’archetipo della “mantenuta”. Leggera e disinibita, usa gli uomini, desidera fare una bella vita e non esita a procurarsela. Si innamora di François (Sami Frey), un giornalista incrociato in aeroporto, che perde la testa per lei. Ne deriva un sentimento tempestoso, vissuto diversamente: lui pretende la fedeltà, lei afferma che l’unica che abbia senso sia l’amore. Per una donna, dice, la fedeltà fisica è irrilevante.

Come nel romanzo dell’abate Prévost, fra loro si insinua il fratello di Manon (Jean-Claude Brialy), opportunista all’ennesima potenza. Sa che ci sono tanti uomini disposti a pagare per stare con Manon, e cerca di convincere François a sfruttare la situazione. In fondo, si tratta solo di affari… Lo stile di vita di questa giovane donna è edonista e avventuroso: “Nessuno mi può giudicare” cantava in quegli anni Caterina Caselli. Del cast fanno parte anche Elsa Martinelli e Robert Webber.

Il regista aveva collaborato con Truffaut, e pare inseguirne il tocco. Deneuve veniva da un ruolo con qualche similitudine (Buñuel, Bella di giorno) tratto da uno scandaloso romanzo di Joseph Kessel. E il cerchio si chiude con Truffaut che la chiama per un terzo ritratto di femme fatale, La Sirène du Mississipi, accanto a Belmondo, da un racconto di Cornell Woolrich.

Non fosse un bel tenebroso abituato a dominare le donne, anziché inseguirle, si potrebbe provare pietà per Sami Frey, con la sua pretesa di fedeltà eterna. D’accordo, concede Manon: “Sarà un inferno, ma tu l’avrai voluto”.

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