Cuori a barre, Cesare Fiumi, Casagrande, 2003

Schegge di cronaca italiana, recuperate in fondo al cestino: “Ci sono storie che lo sguardo sorvola veloce. Storie della grandezza di un insetto che scivolano via d’un fiato… storie stipate in poche righe di giornale”.

Minimalismo? Tutt’altro: “dietro le poche righe curiose o impietose o perfino clamorose di una breve in cronaca, non ci sono tanto l’anomalia e la stranezza, quanto una banale normalità”.

Fiumi sa raccontare con i dettagli; le sue Storie esemplari di piccoli eroi, raccolte da Feltrinelli qualche anno fa, riportavano a galla personaggi dimenticati dal mondo dello sport – gente a suo tempo famosa, come Aldo Ossola, Carlo Tagnin e Franco Bitossi – accantonati per carenza di glamour. E anche in questa raccolta di articoli, apparsi sulle pagine del Corriere della sera e raccolti da un piccolo editore svizzero, si trova la stessa magia: sono frammenti di cronaca che fa dubitare di essere vera, perché la cronaca ci ha disabituato alla verità, e questi squarci di fatti realmente accaduti si elevano fra Borges e Spoon River, a ricordarci quanto siamo bravi a dimenticare, a girare la testa, a non farci caso.

Eppure, “ci sono vite che sono corde tese di coerenza”, persone che non smettono mai di assumere responsabilità, di portare pesi, terribilmente dignitose, quasi eroiche, e perciò destinate a passare inosservate. Una “breve di cronaca” è il loro destino.

Fiumi ha selezionato 67 schegge, due o tre pagine ognuna, e le ha organizzate in una dozzina di capitoli a tema. “Bestie”, per esempio, è un piccolo repertorio di malvagità, ingiustizie, crudeltà gratuite, manifestazioni di “disprezzo per la vita”, dove a fare da protagonisti sono giovani che approfittano di “genitori al solito indulgenti”.

Ma Cuori a barre non è una raccolta di nefandezze. Ci sono storie quasi comiche, fra le “Beffe” e i “Mestieri”: dal contadino friulano che ferma la colonna di carrarmati senza smettere di mangiare insalata (e finisce sotto processo), alla truffa ai danni di chi credeva che i soldi potessero moltiplicarsi dentro al frigorifero, senza dimenticare certi ladri scalcagnati, “interinali della rapina”. C’è uno sguardo pietoso sugli anziani – vittime facili, a volte uccise per tredicimila lire, spesso avvilite da “quel rancore sordo che assale le solitudini quando fanno i conti con la vita” – e sugli stranieri venuti in cerca di un’opportunità, “per approdare a qualcosa di meglio”. La storia di Josef è di un’ingiustizia imbarazzante, arrestato e incarcerato per un anno, per un reato che non ha commesso, riceverà un risarcimento di 3900 euro, con questa motivazione burocratica: “Emerge che il cittadino straniero, non esercitante nel territorio dello Stato alcuna attività lavorativa, traeva i mezzi di sussistenza dalle offerte degli abitanti del quartiere”. Alle normali elemosine si aggiunge l’elemosina di Stato.

Se c’è un tono prevalente, a collegare episodi tanto diversi, questo tono è la desolazione: perché è davvero desolante ritrovare queste storie vissute in uno dei Paesi più ricchi del mondo.

Se c’è un sentimento prevalente, nel modo di raccontare queste storie, è la compassione. Perché il cadavere del pensionato morto in casa, da sette mesi, “lo hanno trovato la settimana scorsa. Lo hanno trovato gli unici che in paese potevano ancora fargli visita. L’hanno trovato i ladri”.

 

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