Big Fish, Daniel Wallace, 1998

Edward, il padre, sta morendo di una malattia incurabile, e William, l’unico figlio, comincia a raccontarne la storia. Una vita fantastica, magica, difficile da credere, in cui la fantasia vola senza limiti (lo scrittore lo dichiara fin dal sottotitolo: A Novel of Mythic Proportions).

Da bambino, Edward Bloom cresceva così in fretta da dover restare bloccato a letto, perché la calcificazione delle ossa non teneva il ritmo; perciò, Edward “impiegava il suo tempo molto giudiziosamente, leggeva. Lesse quasi tutti i libri che c’erano ad Ashland”. Era un minuscolo paese dell’Alabama, più piccolo di una nave; quando qualcuno accendeva il rasoio elettrico, l’illuminazione pubblica si abbassava.

Per tutta la vita, il padre “era come se vivesse in uno stato di costante aspirazione”, sempre alla ricerca di qualcosa, “arrivare, dovunque fosse, non era importante”. Era sempre in viaggio, e ogni volta che faceva ritorno, aveva storie da raccontare alla moglie e al figlio; esperienze straordinarie: la donna con due teste, la pianta che cresceva fino alle nuvole, il gigante che aveva sempre fame, il cane che tranciava le dita a chi voleva andarsene, la vecchia con l’occhio di vetro (nel quale ognuno poteva leggere il proprio futuro).

Sul letto di morte, Edward dice al figlio: “Ricordare le storie che un uomo ha raccontato lo rende immortale, lo sapevi?”. William non lo sapeva, il figlio non assomiglia al padre, avrebbe voluto conoscerlo meglio, gli ha voluto bene ma non l’ha mai capito, la sua fredda razionalità gli ha impedito di credere a quelle storie.

Sul letto di morte, William vorrebbe ricevere dal padre qualche verità, qualche insegnamento sul senso della vita, si è stancato di storie e storielle. Ma il male incurabile di Edward è proprio questo, la sua voglia di raccontare fino all’ultimo respiro, le avventure vissute, la gente bizzarra che ha incrociato, e il senso dell’umorismo non lo abbandona mai. Niente gli fa piacere quanto vedere la gente sorridere.

Edward si spegne, ogni volta che William gli si siede accanto, teme sia per l’ultima volta. E quando è davvero l’ultima, sarà il padre a capovolgere la situazione, chiedendo al figlio cosa gli resta, cosa ha saputo insegnargli.

Big Fish è una favola poetica, un esercizio che sembra uscito dalla Grammatica della fantasia di Gianni Rodari. Una favola allegra e commovente, ma non quanto il film distillato dal talento visionario di Tim Burton, autentico capolavoro che riempie gli occhi.

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