Fran Lebowitz. Una vita a New York, (Pretend it’s a City), Martin Scorsese, 2020

Classe 1950, Fran Lebowitz non pubblica un libro dagli anni Novanta, da mezzo secolo vive a New York City, non ha il cellulare e nemmeno ha il computer, sono amici dal ‘74, e Scorsese ha deciso di dedicarle un ritratto di tre ore e mezza, una miniserie in sette puntate distribuite da Netflix. Nel 2010, Scorsese aveva già realizzato un documentario su di lei, distribuito da HBO, e nel 2013 l’aveva fatta apparire come giudice di tribunale in una scena di The Wolf of Wall Street.

«Sono sempre stata molto attenta a non offendere le contesse». Di che sta parlando Fran Lebowitz? Scorsese tira fuori un ritaglio di giornale; ci sta scritto di genitori che protestavano perché, nella scuola dei figli, il compito di Letteratura consisteva nel commentare quel passo da L’Età dell’innocenza in cui Edith Wharton descrive la contessa Olenska che aveva ormai perduto la sua bellezza… Questo ineluttabile destino di decadenza poteva turbare le studentesse, e Fran chiosa: «Per non parlare del turbamento delle contesse». Scorsese ride e lo spettatore comprende quanto quella settantenne sappia essere spiritosa.

Ma perché non pubblica più nulla? Risponde di aver preferito parlare in pubblico, e poi è convinta che a nessuno di quelli che sanno scrivere piaccia scrivere, quelli a cui piace tanto di solito non sono granché, o almeno lei ha conosciuto una sola eccezione. Di chi si tratta? Ecco la regia di Scorsese, il montaggio propone un filmato di repertorio, un vecchio dialogo di Fran con Toni Morrison, una delle sue migliori amiche. Fu Toni Morrison a dirle, che le piaceva scrivere «perché altrimenti non mi resterebbe che vivere».

Già il titolo originale è allusivo: Pretend it’s a City (Fate conto che sia una città). Quando non parla, Fran è mostrata sempre in cammino lungo strade percorse innumerevoli volte, con le sue paure e le sue avversioni, perché New York può essere splendida, ma anche allarmante. Si lamenta perché c’è troppa gente in circolazione. Le riprese vennero fatte nel 2019, della pandemia nemmeno il sospetto.

Spesso Scorsese la spinge a parlare del passato, Fran Lebowitz è pur sempre una testimone di come tante cose siano cambiate, dai tempi in cui, poco più che ventenne, passava le giornate al Greenwich Village, frequentava Charlie Mingus e la factory di Andy Warhol.

Non è nostalgia, quella che le piace evocare, ma pura e semplice perdita. Fran ricorda quando l’esperienza di volare era accompagnata dal lusso («siamo gli unici a ricordarsi di quando in aereo ti davano l’aragosta: per i giovani prendere un aereo è sempre stata un’esperienza meschina»), si poteva fumare almeno all’aperto, nei taxi non c’erano televisori… Lei stessa ha fatto la tassista (come il Travis Bickle di Taxi Driver), e la barista, la donna delle pulizie, tanti altri lavoretti finché, nel 1978 pubblicò Metropolitan Life, il suo primo libro, e vendette quasi centomila copie.

Che già prima si fosse tanto divertita, basta poco a capirlo: nel 1973 stava a bordo-ring del Madison Square Garden, pur odiando la boxe, quando Muhammad Alì incontrò Joe Frazier, e lei era lì perché amica dell’allora fidanzata di Sinatra (non la cita, forse era Mia Farrow), e Sinatra scattava foto, non stava mai seduto.

Caustica, sembra compiangere quei giovani che ogni tanto le dicono quanto avrebbero desiderato avere vent’anni negli anni Settanta: «A vent’anni, io non sarei mai andata da una settantenne a dirle “Mi sarebbe tanto piaciuto vivere negli anni Trenta”». Eppure, anche lei aveva idealizzato Manhattan: vi era arrivata dal New Jersey con duecento dollari in tasca, espulsa dal college.

Donna, ebrea, lesbica, un po’ bisbetica, influencer quando non esistevano le influencer, Fran Lebowitz ha scelto di vivere sola e di non farsi megafono di nessun movimento politico, assumendo solo prese di posizione individuali. Verso la fine degli anni Settanta, ha deciso che sì, le piaceva la moda, ma non per indossarla: da allora, si è sempre vestita con giacche di taglio maschile, lunghi cappotti scuri, jeans Levi’s modello 501, stivali da cowboy, occhiali di tartaruga.

Lei e Scorsese sono spiriti affini, un po’ si somigliano, ma Fran si considera più edonista: «Mi piacciono le feste, vado a molte più feste rispetto a te. Ed ecco perché tu ha fatto un mucchio di film mentre io ho scritto pochissimi libri».

Quando partecipava a conferenze, preferiva non conoscere in anticipo le domande: il suo divertimento era rispondere a domande impreviste. A volte le parole nemmeno servono; Scorsese la riprende in strada mentre osserva passare giovani donne che trascinano pesanti pneumatici, come forma di esercizio fisico; lo sguardo è sufficiente a certificare l’assurdità del presente, lei aggiunge: «La gente ama crearsi sfide. Io penso che la vita sia sufficiente».

Il talento? «La cosa bella del talento è che è distribuito in maniera del tutto casuale, non lo compri e non lo impari». Ha ragione Scorsese nel definire questa sua ultima opera come qualcosa di diverso da un film e da un documentario. Somiglia, piuttosto, a un assolo jazz, con improvvisazioni che portano chissà dove.

Ultime note: se tornerò a New York, dovrò far caso alle targhe che punteggiano i marciapiedi, e dedicare qualche ora al Queens Museum, dove sta il fenomenale modellino della metropoli realizzato da Robert Moses nel 1964. Non sapevo esistesse, vedere Fran Lebowitz camminarci dentro potrà sembrare una piccola cosa, a me fa capire che Scorsese avrà sempre qualcosa da dire.

3 Responses to Fran Lebowitz. Una vita a New York, (Pretend it’s a City), Martin Scorsese, 2020

  1. deloop says:

    Se ben ricordo, Sinatra in quell’occasione scattava foto perché l’unico modo in cui aveva ottenuto un posto a bordo ring era come fotografo ufficiale per conto del NYT.

  2. Documentario? Serie tv? Biografico a puntate? Boh. Di sicuro Martin Scorsese colpisce ancora. Grande Fran Lebowitz, grande Scorsese. E grande pure NY.

  3. Pingback: The Rolling Thunder Revue [id.], Martin #Scorsese, 2019 [filmTv59] – 8 #Dylan. #Ginsberg. #SamShepard. #SharonStone. #JoanBaez. #JoniMitchell. #PattiSmith. | RUDI

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