Operazione Shylock, Philip Roth, 1993

Mai avevo assistito a un gioco altrettanto abile nel rapporto fra verità e finzione, a un intreccio altrettanto complesso sui temi dell’identità. Il sottotitolo di Operation Shylock è “Una confessione”, ma nella nota finale Roth ci informa che questa confessione è falsa… Tradotto da Vincenzo Mantovani, l’immagine di copertina sembra di Chagall, invece è di Emilio Tadini (Oltremare, 1991).

Gennaio 1988: Philip Roth è un celebre scrittore ebreo americano, vive fra New York e Londra, ha pubblicato sedici libri, e scopre che un altro Philip Roth lo sta impersonando in Israele, dove si sta svolgendo il processo a John Demjanjuk, “il boia di Treblinka”; costui ha appena incontrato a Danzica Lech Walesa, per parlargli della sua idea di una nuova diaspora, da Israele ai paesi europei dai quali gli ebrei erano fuggiti.

Philip Roth da cima a fondo

Il narratore si trova dentro un incubo “classico” della letteratura occidentale, quello del sosia. Colui che sta scrivendo (il vero Philip Roth) confessa di essere appena uscito da un drammatico esaurimento nervoso, innescato dal dolore fisico successivo a un intervento chirurgico; per dormire, aveva assunto un sonnifero, l’Halcion (da tempo fuorilegge in altri Paesi) e questo farmaco gli aveva provocato effetti collaterali disastrosi, facendogli meditare il suicidio e provocandogli sensi di colpa verso l’anziano padre e verso la moglie Claire.

Nei suoi romanzi, Roth ha spesso usato alter-ego (Zuckerman, Portnoy, Tarnopol, Kepesh), queste altre identità gli sono servite per costruire fiction. E quell’uomo sotto processo è davvero John Demjanjuk?

Il “boia di Treblinka” era un ucraino fatto prigioniero dai nazisti e destinato a far funzionare la camera a gas. Quel John Demjanjuk era arrivato negli Stati Uniti nel 1952, viveva a Cleveland, Ohio, con la moglie ucraina e i quattro figli, tre nati in America… A Treblinka, “Ivan il Terribile” per oltre un anno aveva posseduto un potere assoluto, “poteva fare a chiunque tutto quello che voleva”. Uccideva fino a tremila persone al giorno. Picchiava, seviziava, sventrava… “In tutta la storia del mondo era mai stata concessa a qualcuno, in qualche posto, la possibilità di uccidere tante persone tutte da solo?”. Nell’aula processuale, davanti a trecento spettatori, Demjanjuk si presenta calvo, grasso; dietro di lui siede un figlio ventiduenne. Philip Roth li osserva: approfittando di un’intervista all’amico Aharon Appelfeld, è andato a Gerusalemme. E presto si trova faccia a faccia con l’altro Philip Roth.

Gli somiglia, ha lineamenti più fini e meno ebraici, dice di essere “il suo più grande ammiratore”. Ha letto più volte i suoi libri, conosce quasi tutto della sua vita, è vestito in modo identico, “una copia perfetta dell’incolore uniforme che avevo ideato tanto tempo prima per semplificare i problemi sartoriali della vita”. L’altro gli confida di avere un cancro incurabile.

Perché si è finto il famoso scrittore? Per ottenere attenzione (ha avuto udienza da Walesa e da Ceausescu) e diffondere la sua idea della necessità di una rapida diaspora degli ebrei da Israele ai paesi d’Europa da cui erano fuggiti. Israele gli pare il paese più pericoloso in cui un ebreo possa vivere.

Il falso fa conoscere al vero un’ex infermiera oncologica, Wanda Jane Possesski, detta Jinx, che “destò in me quel tipo di desiderio che ti suscita il pensiero di una pelliccia calda e sfarzosa in una gelida giornata invernale: per essere precisi, un desiderio di essere avviluppati”.

Colui che “si faceva chiamare con il mio nome” era “uno sfacciato impostore”, mosso da idee che Philip Roth non condivide.

È la lettura più disturbante e faticosa che abbia fatto di Roth (e ormai l’ho letto quasi tutto). Il lettore viene trascinato dentro all’estremo disorientamento della voce narrante, incerta su quanto sia vero e quanto sia falso, vissuto o sognato.

Shylock, il personaggio che Shakespeare mise al centro de Il Mercante di Venezia, sarebbe l’incarnazione dell’ebreo per come lo vedono gli occidentali, lo stereotipo dell’ebreo crudele, sfigurato dall’odio e dallo spirito di vendetta. È quanto sostiene uno strano libraio antiquario, che avvicina Philip Roth per chiedergli di scrivere la prefazione ai diari di viaggio di Leon Klinghoffer, l’ebreo paralitico ucciso dai palestinesi nell’assalto alla nave Achille Lauro dell’8 ottobre 1985.

In questo lungo romanzo sull’artificio, l’inganno e la manipolazione, nel descrivere la psicologia di un artista che dolorosamente si avvia alla guarigione, entra in scena il Mossad, il controspionaggio israeliano. E Philip Roth decide di concedere una libbra di carne, eliminando le pagine dell’ultimo capitolo: la descrizione della sua “missione” segreta ad Atene, l’Operazione Shylock, per allacciare contatti con l’OLP e organizzare un incontro con Arafat. È lo sciancato, enigmatico Smilsburger –  la spia in pensione, quello dell’assegno da un milione di dollari e dell’interrogatorio a Gerusalemme, riapparso a New York – a far capire allo scrittore come “rovinare una reputazione è un’operazione di spionaggio non meno seria della distruzione di un reattore nucleare”.

L’intervista ad Appelfeld è autentica e pubblicata, la descrizione del processo a Demjanjuk è ripresa dai verbali, ma nella conclusiva nota per il lettore, Roth afferma che “questo libro è un’opera di fantasia”, che “nomi, personaggi, luoghi ed episodi o sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio”, che “ogni somiglianza con fatti, ambienti o persone reali, vive o morte, è assolutamente casuale”, ma che “questa confessione è falsa”.

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