Mank [id.], David Fincher, 2020 – [filmTv18] – 8

Cosa può desiderare un cinefilo, più che vedere la genesi di Quarto potere?

Pur con qualche sbandamento, Fincher ha spesso mostrato di saper essere lirico e sofisticato, oltre che spettacolare, ed ecco un film targato Netflix, che non mancherà di riscuotere consensi la notte degli Oscar. Erik Messerschmidt firma una fulminante fotografia in bianco e nero; le musiche sono di Trent Reznor e Atticus Ross, ai vertici nelle colonne sonore di questo secolo.

“Mank” è il soprannome di Herman J. Mankiewicz, sceneggiatore sublime, eppure oscurato dalla fama del fratello minore, Joseph. Il capolavoro di Herman fu la scrittura di Citizen Kane, effettuata mentre aveva una gamba ingessata e un bisogno di bere spesso incontenibile.

Gary Oldman interpreta l’alcolizzato Mank: gli hanno dato l’Oscar per Churchill (il mediocre L’ora più buia), a me pare che stavolta si superi. Notevole anche Amanda Seyfried nei panni di Marion Davies, l’amante di Charles Foster Kane, cioè del magnate William Randolph Hearst (Charles Dance). Molto carina la segretaria, Rita (Lily Collins).

Dopo aver concesso totale libertà creativa al ventiquattrenne Orson Welles, la RKO rinchiuse Mank per due mesi in un ranch ai margini del deserto, accudito da una segretaria e da una cuoca, mentre l’amatissima moglie Sara stava a Los Angeles e il fratello si limitava a passare, di quando in quando.

Vedremo agitarsi Samuel B. Mayer, Irving Thalberg, John Houseman, David O. Selznick, i tycoon del grande cinema hollywoodiano. Nulla di nuovo rispetto alle classiche rappresentazioni dell’artista genio e sregolatezza, ma Fincher ha il gusto del retroscena, ricostruisce quel mondo dorato che vacillò davanti a Hitler e vide in Roosevelt un pericoloso collettivista.

A differenza di quanto stabilito dal contratto, Mank lotterà per venire accreditato nei titoli, sa di avere partorito la migliore sceneggiatura della sua carriera: Welles si mostra infantile, si infuria, gli offre l’ispirazione per un’ultima scena-madre…

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