Steffi Graf, Elena Marinelli, 66thand2nd, 2020

Truffaut fa dire al protagonista di un suo film: “Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia” (L’uomo che amava le donne, 1977). Fra il 1987 e il 1999, le gambe della Graf erano una delle sette meraviglie del mondo.

Timidezza, introversione, spasmodica concentrazione… E poi quel dritto fulminante, fosse incrociato, lungolinea o, meraviglia delle meraviglie, sparato in uscita dalla sinistra del campo. Il volto di Steffi Graf era impassibile, sempre a un millimetro dalla sofferenza. L’ho istintivamente inserita fra quegli sportivi che ci comunicano una verità essenziale: il dolore per una sconfitta può essere ben più intenso della felicità per una vittoria.

È una lettura piacevole, fin troppo trattenuta, quasi che Elena Marinelli non volesse offendere la ricercata riservatezza della protagonista (nulla a che vedere con la l’epica di Open, più vicina al taglio di Inarrestabile).

La scrittrice si ritaglia poche pagine autobiografiche. Molisana, nata nel 1981 o ’82, scopre il tennis in vacanza al mare. Non tifa Milan, ama Troisi. Dal web si ricava che l’anno di nascita è l’82, il paese d’origine Casacalenda, ha studiato Scienze della Comunicazione e poi al DAMS di Bologna, porta gli occhiali, aveva già pubblicato un romanzo (Il terzo incomodo) e con Steffi Graf non è mai riuscita a parlare. Da Las Vegas, dove vive, pare che l’ex campionessa risponda a tutti così: «Grazie, ma non sono interessata a libri che riguardano la mia vita».

Passione e perfezione”, più che una biografia, un’ecografia, uno scandaglio di riverberi e ombre, uno studio meticoloso e documentatissimo del gioco di Steffi Graf e di come corrispondesse alla sua personalità.

Stefania Maria nasce il 14 giugno 1969, primogenita di Peter Graf, che vende auto usate e assicurazioni automobilistiche, e Heidi Schalk, “che adora ballare e ogni tanto dà lezioni private”. Vivono a Mannheim, Germania Ovest. È stato il padre ad avvicinarla al tennis, quando non aveva ancora cinque anni. Alla bambina piace vincere per compiacere i genitori e per il gusto della ricompensa: merendine, fragole, gelato. Scopre in sé una fortissima capacità di dedizione al gioco. Se ha paure, non le mostra. Fin dagli otto anni, Dunlop le fornisce le racchette; poi sarà Adidas a vestirla. Il padre la asseconda quando si accorge che a Steffi non piace giocare il topspin, allora così di moda, ma preferisce colpire la pallina forte e diritta.

Dal 1983, Steffi entra nel circuito professionistico. Mostra doti rare: impara dalle sconfitte e non lascia trasparire le emozioni. È precoce, ma meno di Austin, Shriver e altre. Non vince uno Slam nelle prime quattro stagioni da professionista. Solleva il primo trofeo al quarantasettesimo tentativo.

A fine 1984 è al numero 22 della classifica, sale al numero 6 l’anno dopo e al numero 3 a fine 1986. A questo punto Peter Graf si convince della necessità di assumere un allenatore, Pavel Slozil, e un giocatore mancino, Markus Schur, per tentare di salire l’ultimo gradino. Schur è mancino come Navratilova: nei primi 6 scontri diretti con Martina, Steffi ha perso 5 volte.

 

Nel 1988, a Melbourne, Graf vince il torneo battendo Chris Evert.

A Parigi, batte Sabatini in semifinale 6-3, 7-6, e Natasha Zvereva in finale con un 6-0, 6-0 che sancisce la finale Slam più rapida di sempre: appena 34’.

A Wimbledon, trova in finale Navratilova, già vincitrice per otto volte. Nel primo set, Graf va sul 5-3, ma perde 5-7, Martina sembra inarrestabile, vince sei games consecutivi, si porta sullo 0-2 nel secondo set, ma poi Steffi ne inanella nove di fila (per cinque volte consecutive strappa il servizio all’avversaria), e si porta sul 3-0 nel terzo. Finisce 5-7, 6-2, 6-1, Steffi ha conquistato 12 degli ultimi 13 games contro la più grande giocatrice sull’erba dell’ultimo mezzo secolo.

A New York, trova in finale Sabatini, l’unica ad averla sconfitta due volte nell’88. Finisce 6-3, 3-6, 6-1. È Grande Slam. Non accadeva dal 1970 e non è più accaduto… Steffi Graf lo realizza a nemmeno vent’anni, vincendo su quattro superfici differenti (sintetico, terra rossa, erba, cemento).

Ai Giochi di Seul, Steffi vince l’Oro, battendo ancora la Sabatini. Nessun tennista – donna o uomo – è mai riuscito a completare il Golden Slam.

 

Steffi Graf rivince l’Australian Open 1989, battendo prima Sabatini e poi Sukova. Trionfa a Wimbledon, dove la Germania vive un momento magico: tedeschi i vincitori di entrambi i singolari, Becker (al terzo e ultimo trionfo) e Graf (al secondo di sette).

Ma in quel 1989 si è rotto qualcosa: al Roland Garros, Steffi è stata incredibilmente sconfitta da una spagnola di due anni più giovane, Arantxa Sanchez. E intanto a Novi Sad sta crescendo Monica Seles, con il suo dritto bimane, affinato in Florida nell’Accademia di Nick Bollettieri.

Steffi è del 1969. Gabriela del 1970. Arantxa del 1971. Monica del 1973. Fra Steffi e Monica passano quattro anni e sei mesi. Mentre a Roma 1990, Monica Seles distrugge Martina Navratilova (6-1, 6-1), la stampa scandalistica tedesca fa esplodere il caso della figlia segreta di Peter Graf.

A Parigi 1990, la finale è Graf-Seles, e la ragazzina jugoslava diventa la più giovane ad aver vinto quel torneo. Anche agli US Open, Steffi raggiunge la finale, ma viene battuta da Gabriela Sabatini. Dopo essere diventata la Numero 1, Steffi Graf sembra non comprendere più la sconfitta. Inseguita la perfezione, non trova le contromisure alla perdita dell’invincibilità.

 

Ad Amburgo, il 30 aprile 1993, durante un cambio campo, Monica viene pugnalata alla spalla da Gunther Parche, trentottenne tedesco con problemi psichiatrici: un folle tifoso di Steffi Graf. Due giorni dopo, Steffi va da Monica in ospedale, prima di giocare e perdere la finale contro Arantxa Sanchez. Il torneo proseguì, come se niente fosse.

Il recupero emotivo e mentale si rivelò per Seles assai più lungo di quello fisico. Anche Graf ne uscì, a suo modo, traumatizzata: “Steffi si sente in colpa, accusa una maternità indiretta di un gesto insostenibile”, l’assenza di Monica “copre di buio ogni risultato”.

L’ultimo Slam, Graf lo conquista al Roland Garros 1999. Si ritira in agosto, a trent’anni. A dicembre, nella cerimonia di saluto, il torneo parigino le riserva l’omaggio più apprezzato: l’anta dell’armadietto numero 19. Tra il 18 e il 20, ora c’è il 18 bis.

Il libro concede pochissimo sul piano dell’intimità: ai confini della fiction solo la descrizione di Steffi che va di nascosto a vedere un concerto di Springsteen a Brema, che ama visitare il Musée d’Orsay per gli Impressionisti, che si divette a sciare (sciando in Svizzera, si procura l’infortunio al pollice che condiziona l’inizio della stagione 1990), che difende gelosamente la vita privata. Quanto ad André Agassi, solo un paio di accenni: il libro si chiude in corrispondenza alla fine della carriera agonistica.

6 Responses to Steffi Graf, Elena Marinelli, 66thand2nd, 2020

  1. Danilo Santoni says:

    Ho letto una intervista all’autrice (non ricordo più dove) ed in effetti il suo rammarico è un po’ quello di non aver mai potuto approfondire la parte umana della Graf, soprattutto a causa della estrema riservatezza di Steffi, che non ha mai autorizzato una vera e propria biografia ed è stata sempre riservatissima nel parlare di sè stessa.

  2. Rudi la foto a che anno risale?

  3. piero72 says:

    Imperiale

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.