Pirati, Arthur Conan Doyle e José Muñoz

Uno scozzese (1859) e un argentino (1942): combinazione assai efficace. Tales of Pirates raccoglie cinque racconti tradotti da Daniela Alfieri. Faceva parte di un esperimento imbastito da Luigi Bernardi, che pochi mesi prima lanciò una collana nella quale il testo letterario era arricchito da illustrazioni di fuoriclasse del fumetto (Mattotti per Tonino Guerra), scommettendo sul “prepotente ritorno del libro illustrato”.

Muñoz propone 22 illustrazioni, alcune a doppia pagina. Descrivendo lo stile del Conan Doyle “extra Sherlock Holmes”, Bernardi parla di una avvincente miscela di verosimiglianza (frutto di esperienze dirette e vasta documentazione) e di gusto per l’intrattenimento. All’amico Luigi avrei suggerito di inserire una mappa dei luoghi in cui si svolgono i fatti.

“Quando il trattato di Utrecht pose fine all’immane guerra di Successione spagnola, i numerosi corsari che durante il conflitto erano stati assoldati dalle parti contendenti si ritrovarono disoccupati”. Quella guerra finì nel 1714.

I corsari non vanno confusi con i bucanieri, spiega Conan Doyle: “i bucanieri erano qualcosa di più d’una semplice accolita di predoni. Costituivano una sorta di repubblica navigante, con proprie leggi, proprie usanze e una propria disciplina. Nel corso della loro lunga e spietata guerra contro gli spagnoli, essi (inglesi e francesi) ebbero dalla propria parte una qualche parvenza di legalità”. Poi venne il giorno in cui “le flotte dei bucanieri non si radunarono più alla Tortuga e il pirata solitario prese il loro posto… Individui selvaggi e disperati, che ammettevano apertamente di non avere quartiere nella loro guerra contro l’umanità”.

Due tibie incrociate, sovrastate da un cranio bianco su sfondo nero (in inglese, Skull and Crossbones): la bandiera dei pirati era il Jolly Roger. Solcavano l’Atlantico, colpendo le imbarcazioni mercantili; fra loro vigeva una sola legge, sulla spartizione del bottino: tutta la ciurma si divideva la stessa quota, a parte il comandante e altre 3-4 figure, che potevano disporre di una quota un po’ più alta, mai più del doppio.

I pirati sono coraggiosi e scaltri, sospettosi e crudeli, audaci e astuti. Sharkey era il capo del veliero pirata Happy Delivery: “aneddoti spaventosi circolavano sui suoi scherzi crudeli e sulle sue incredibili malvagità”. Non ci sono motivazioni psicologiche dietro il comportamento di Sharkey, protagonista dei primi quattro racconti, le sue azioni seguono pulsioni primordiali.

Il brigantino di Sharkey poteva raggiungere notevoli velocità e rendersi imprendibile. Il nome del pirata veniva pronunciato come fosse una pestilenza: non a caso le sue scorrerie verranno interrotte dalla lebbra, punizione divina che si palesa attraverso l’unica donna che appare in questi racconti. Ines Ramírez è così bella che Sharkey non si accorge subito della malattia. Senza pietà, i suoi uomini decidono di abbandonarlo su una scialuppa, insieme alla lebbrosa.

Arthur Conan Doyle e José Muñoz, Pirati, Metrolibri, 1922 (1990)

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