Il macellaio, Alina Reyes, 1988

Un tempo non troppo lontano, le macellerie erano campi di battaglia, luoghi da evitare per chi fosse impressionabile: larghi pezzi di carne cruda, carcasse squarciate, sembravano essere stati appena staccati dagli animali, su pareti e pavimento piastrellati si vedevano schizzi di sangue, e poi lucidatissimi e affilatissimi coltelli, lame strette e lame larghe, mannaie e disossatori, senza dimenticare gli odori… Potevi restare nauseato o affascinato.

A metà degli anni Settanta, fu Baudrillard a cogliere il cambiamento: l’uomo occidentale cercava di espellere la morte dalle città, perciò smise di collocare i cimiteri dietro il campanile della Chiesa e si preoccupò di anestetizzare l’istinto del carnivoro, impacchettando le carni in confezioni anonime, rivestite di plastica, solo l’etichetta a dichiarare di che pezzo e di che animale si tratti. All’esibizione della genuinità, si è preferita l’asetticità.

In questo racconto – occorre meno di un’ora a leggerlo – la voce narrante è quella di una ragazza poco meno che diciottenne. Vive con i genitori, frequenta la scuola di Belle Arti e quell’estate fa da cassiera in una grande macelleria al mercato coperto, in una località di villeggiatura sul mare.

Alla ragazza, la macelleria piace: “con toni che andavano dal rosa chiaro al rosso scuro, le carni catturavano la luce come gioielli viventi”. Il proprietario e la moglie hanno assunto lei, un paio di commessi che si occupano delle consegne a domicilio e un abile macellaio. Costui, un uomo dall’età imprecisata, ma certo ben oltre i trenta, comincia a corteggiare la giovane cassiera con frasi sfrenate, promesse esplicite di godimento, facendo balenare un delirio erotico, orgasmi a ripetizione, una possessione amorosa da vivere fino allo sfinimento. A volte, il macellaio si china a sussurrarle all’orecchio, ma non osa sfiorarla con un dito. Lei non si ribella né lo incoraggia. I due protagonisti non hanno un nome.

Sedotta dalle parole, la ragazza avverte un crescente turbamento, quel macellaio non è attraente, ma trasuda sensualità da ogni gesto: mentre taglia la carne o rivolge sguardi alle clienti più desiderabili. Si sorprende a fare fantasie erotiche su di lui, accentuate dal caldo e dal sudore. Del resto, è rimasta sola, l’amato Daniel è lontano, in vacanza, chissà dove; era stato Daniel, un amico del fratello maggiore, a sverginarla, pochi mesi prima, lei lo voleva, si era presentata nuda nel letto di lui, ma non aveva provato piacere. Ora, “guardai il macellaio, ed ebbi voglia di lui”.

Il linguaggio scelto da Alina Reyes è esplicito, diretto, senza autocensure.

Tutto si consuma in un pomeriggio di pioggia, nell’appartamento del macellaio, con un’incontenibile escalation di erotismo.

Il capitolo finale è confuso, onirico, di ambigua interpretazione. Una sera, la ragazza esce con quattro coetanei e si fa portare a una festa in maschera. Si lascia baciare e toccare. Come se fosse stata liberata dall’esperienza con il macellaio, si concede al diciottenne Pierre, che la conduce in un bosco e forse abusa di lei (“l’alba mi raccattò nel fosso”).

In copertina, Pablo Picasso. Aline Patricia Nardone è nata a Bruges il 9 febbraio 1956, e scrive in francese. Le boucher fu il suo folgorante esordio, tradotto in molte lingue (per Guanda, da Francesco Bruno).

Nel 1998, da questo racconto venne tratto il film omonimo, diretto da Aurelio Grimaldi, con Alba Parietti e Miki Manojlovic; l’ossessione erotica è la stessa, ma il film è ambientato a Palermo, e la protagonista è una donna sposata, direttrice di una galleria d’arte.

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