Il principe del mondo, Antonio Monda, Mondadori, 2021

Romanzo comprato d’impulso, per la copertina – il fenomenale dipinto di Bellows sul match fra Dempsey e Firpo – e il risvolto, che promette di condurre il lettore nell’ottobre 1927, quando si compie una rivoluzione: il sonoro sta per affacciarsi al cinema.

Merito di Sam Warner, il più geniale dei quattro “Bros”; Sam “conosceva come nessuno i desideri degli spettatori”, sapeva di vendere illusioni e si considerava un benefattore. A raccontare la storia è il suo più stretto collaboratore, non ancora trentenne. Siamo alla vigilia della “prima” di The Jazz Singer. Sam Warner aveva scommesso sulla nuova tecnologia, comprando il brevetto dal capo della Paramount, Adolph Zukor, in gravi difficoltà dopo l’improvvisa morte di Rodolfo Valentino. Gli altri fratelli Warner erano meno convinti. Ebrei della famiglia Wonskolaser, venivano da un villaggio sempre in bilico fra Polonia e Russia, i loro nomi erano Szmuel, Abraham, Hirsch Moses e Jacob, ribattezzati Sam, Albert, Harry e Jack. Ebreo è anche il regista del film sonoro, Alan Crosland (Leib Chanoch). Ebrea è pure la voce narrante, Jacob Singer. Ebreo polacco, Jake ha lasciato in patria molti parenti, fra cui il cugino Isaac, che si è messo in testa di fare lo scrittore e si firma Bashevis…

Primo colpo di scena: Sam Warner muore per un tumore nell’immediata vigilia della “prima”: la serata fu trionfale, ma in sala erano in molti a credere che fossero stati i fratelli a ucciderlo… Quella sera, è Jake Singer ad accogliere il sindaco e il governatore, Mae West (in un fiammante abito rosso) e Chaplin (con una giovanissima accompagnatrice), Randolph Hearst con Marion Davies, Buster Keaton, Greta Garbo, Louise Brooks, Eugene O’Neill, Sinclair Lewis e Theodore Dreiser, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, John Barrymore, Franklin Delano Roosevelt e la moglie Eleonor. A fine serata, un uomo si avvicina a Jake Singer: intende offrirgli un lavoro. Il protagonista non lo riconosce immediatamente, ma nella sua decapottabile è seduta Gloria Swanson e da qui deduce l’identità di quell’uomo, sa che ha fatto montagne di soldi con i liquori e nutre un’ambizione sconfinata. Il suo nome è Joseph Patrick Kennedy.

L’inizio è folgorante e la narrazione resta avvincente per molte pagine (almeno fino ai fatti del 1934). Scopro trattarsi dell’ottavo titolo di una saga in dieci parti, che Monda ha avviato anni fa, adottando questa ricetta: “opera di finzione nella quale compaiono personaggi realmente esistiti”. Con un personaggio ricorrente: New York City.

Patrick Kennedy, il nonno di Joseph (detto Joe), aveva lasciato l’Irlanda per sfuggire alla carestia delle patate. I Kennedy erano cattolici, Joe aveva sposato Rose, figlia di John Fitzgerald, ex sindaco di Boston. I Kennedy e i Fitzgerald erano le due famiglie più potenti di Boston. Dietro l’enorme fortuna accumulata da Joe, “c’erano molte ombre”, voci di contrabbando e altre illegalità. Pochi mesi prima, il fratello John Kennedy aveva ucciso la moglie Edna e si era suicidato.

Joe Kennedy viaggiava sempre con un confessore, “che evidentemente lo assolveva dai ripetuti adulteri, a cominciare da quello con Gloria Swanson”; nel 1927 non aveva ancora quarant’anni, ed era esplicitamente antisemita e omofobo.

“Il principe del mondo è il diavolo – dice Kennedy a Singer – e la vita è una Via Crucis. Ma proprio per questo, chi lo ha capito ha il dovere di venderle, le illusioni”. Kennedy ha deciso di investire nel cinema sonoro. Sta per fondare una società, la RKO Radio Pictures (insieme a David Sarnoff, boss della RCA) e offre a Singer il doppio di quanto lo pagava Sam Warner. Lo invita a passare il fine settimana nella sua casa sull’Atlantico. Fra Hyannis Port, Cape Cod, Martha’s Vineyard, l’isola di isola di Chappaquiddick… Singer si trova catapultato nel lusso, insieme ad altri due ospiti: Gene Tunney (The Fighting Marine), nuovo campione del mondo dei pesi massimi, e la moglie Polly Lauder, ereditiera di un impero dell’acciaio, imparentata con Andrew Carnegie. Accanto a Joe e alla moglie Rose, i sette figli: Joseph junior, John detto Jack, Rose-Marie, Kathleen detta Kick, Patricia, Eunice e l’ultimo arrivato, Robert, detto Bobby.

Dal doppio combattimento fra Tunney e Dempsey, Joe Kennedy ricava una conferma alle sue convinzioni: “La forza bruta e l’emotività non vincono mai. Non bisogna mai credere di aver vinto. La fortuna esiste e spesso è determinante”. Aveva studiato a Harvard ma, essendo cattolico, non poté entrare nei club più esclusivi.

Monda sommerge il lettore con situazioni e aneddoti accattivanti. Prima ancora di sapere quale sia la situazione sentimentale di Jake Singer, lo vediamo molto attratto da Aileen O’Flahertie, la segretaria di Kennedy.

Joe Kennedy gli fa sapere che Erich Stroheim non aveva alcun titolo nobiliare ed era ebreo, il padre un modesto cappellaio di Vienna; nemmeno Josef Sternberg era di origini nobili, mentre Michael Curtiz si chiamava Mano Kaminer…

In quei mesi vengono poste le fondamenta del Chrysler Building (inaugurato il 27 maggio 1930) e dell’Empire State Building (1º maggio 1931).

Ebrei come Meyer Lansky, Benjamin Siegel detto Bugsy, e Louis Buchalter erano a capo della criminalità organizzata.

È il maggiordomo di Kennedy a spiegare a Jake Singer cosa abbiano in comune Whitney, Vanderbilt, Morgan, Guggenheim, Getty, Rothschild, Rockefeller, Barnes (e lo stesso Kennedy): “Vedrà che tutti costoro doneranno al mondo qualcosa che porta il proprio nome: un museo, una sala da concerto, un centro culturale, qualcosa di bello e importante, e lo faranno passare per generosità”. Tutti costoro vogliono “diventare eterni”, e si comprano il futuro. E Jake Singer si sorprende a pensare: “Forse aveva ragione Kennedy, la civiltà va avanti solo attraverso il sopruso e la violenza”.

Jake legge le lettere indirizzate al suo capo. La rottura con Gloria Swanson non fu plateale, ma lei gli rivolse parole molto offensive, a cui lui non rispose nemmeno.

Sempre in quei giorni, il poco più che diciottenne Joseph Kennedy junior aveva intrapreso un lungo viaggio in Europa, organizzato dal padre attraverso varie ambasciate. A Roma incontrò Mussolini, in Germania ricavò un’ottima opinione su Hitler (nelle note conclusive, Monda sottolinea come la citata lettera al padre sia autentica). È allora che Jacob Singer decide di licenziarsi; il suo atto non sorprende Kennedy (la sua liquidazione era pronta da settimane), ma la scena finisce per essere melodrammatica.

La narrazione mantiene sempre un ottimo ritmo. In questa sfilata di personaggi celebri e di situazioni romanzesche, la voce narrante mi sembra il punto debole: Jake Singer resta una figura sbiadita.

Consapevole di vivere in un Paese in cui “l’unica religione è il successo”, resta un testimone inerte, che ha la fortuna di assistere in prima fila ai grandi maneggi dietro le quinte, il cui esito finirà sui libri di storia. A differenza di Gert dal Pozzo – in Q si presentava così “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo” – Jake vive solo di riflesso, si dibatte fra l’ambizione di conquistare Aileen (che ha altre mire) e la volontà di non deludere Kennedy, la presa di coscienza delle enormi ingiustizie e la fascinazione per il Nuovo Mondo. Resta assurdo che uno dei più stretti collaboratori di un miliardario continui a vivere in un appartamento scadente di una strada malfamata.

One Response to Il principe del mondo, Antonio Monda, Mondadori, 2021

  1. 321Clic says:

    È successo anche a me di comprare libri perché attratta inizialmente dalla copertina, curioso anche che raramente sia stata delusa dal contenuto.

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