Donna seduta con la gamba sinistra alzata, Egon Schiele, 1917

Selbstbildnis, in tedesco, sta a significare autoritratto. Di autoritratti: Egon Schiele ne dipinse almeno un centinaio. Per l’innaturalità dei gesti, la distorsione figurativa, i corpi ritorti e scavati, queste opere sono sovraccariche di una tensione erotica e psicologica.

Egon Leon Adolf Schiele nasce a Tulln, il 12 giugno 1890; terzo di quattro figli, unico maschio. Morirà a Vienna poco più che ventottenne. Nonostante la breve vita, ha lasciato circa trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni.

Il clima sociale e la situazione politica degli anni che precedono la Grande Guerra appaiono il contesto ideale per ridiscutere i fondamenti dell’esistenza: mai ci si era occupati tanto profondamente della sessualità in letteratura, psicologia, pittura.

Alla morte del capostazione Adolf Schiele, avvenuta nel 1905, la tutela di Egon venne assunta dal ricco zio Leopold Czinaczek, il quale tentò inutilmente di orientarlo verso una carriera nelle ferrovie. Dopo il suo ingresso, nel 1906, all’Accademia di Belle Arti di Vienna, dove studiò pittura e disegno, ma decise di abbandonarla prima della fine.

L’incontro decisivo del suo percorso artistico, con Gustav Klimt, avvenne nel 1907 nel Cafè Museum di Vienna: la personalità dell’affermato pittore influenza profondamente quel diciassettenne; un elemento avvicina i due artisti, l’interesse per la raffigurazione del corpo nudo e della sessualità. Klimt avrà per Schiele una grande stima: aiuta il giovane amico, acquistando suoi disegni, procurandogli modelle, presentandolo a ricchi mecenate, che gli assicurarono una certa tranquillità finanziaria fin dai suoi esordi sulla scena artistica viennese. Già nel 1908, Schiele poté tenere la sua prima mostra personale per la Wiener Werkstätte.

Schiele utilizza una linea tagliente e incisiva per esprimere la sua angoscia e per mostrare impietosamente il drammatico disfacimento fisico e morale. Il colore acquista un valore autonomo, non naturalistico, risultando particolarmente efficace negli acquerelli e nei disegni. Oltre al classico olio su tela, la produzione di Egon Schiele è largamente caratterizzata da dipinti basati sulla gouache (guazzo) – un tipo di colore a tempera reso più pesante e opaco con l’aggiunta di un pigmento bianco mescolato con la gomma arabica – , arricchito da acquerello, gessetti, carboncino, matita.

Le modelle preferite di Schiele sono donne cui era unito da un profondo legame personale. Nei primi anni, è la sorella Gerti ad assumere questo ruolo; in lei Egon osserva lo sbocciare di un corpo di donna. In seguito, il legame sentimentale con Wally Neuzil farà di questa ragazzina la sua seconda modella, ispirandogli ritratti intensamente erotici. Infine, quella che diverrà sua moglie: Edith Harms.

Nel 1911 Schiele incontra la diciassettenne Wally Neuzil, con la quale intreccia una relazione amorosa. Vanno a vivere nella cittadina boema di Krumau, ma gli abitanti li spingono ad andarsene, disapprovando il loro stile di vita. Egon e Wally si traferiscono a Neulengbach, non lontano da Vienna, dove nel 1912 un ufficiale della marina in pensione accusa Schiele di aver sedotto sua figlia Tatjana, non ancora quattordicenne. Il pittore sconta tre settimane di carcerazione preventiva, con accuse pesantissime; alla fine del processo verrà condannato a tre giorni di carcere per pornografia.

Nel 1914 conosce Edith Harms, figlia di un fabbro: Edith pone una condizione per divenire sua moglie, essere l’unica sua musa ispiratrice. Proprio quando la sua fama artistica si va consolidando, scoppia la guerra, che porterà al crollo definitivo dell’Impero Asburgico. Nel 1915, Egon viene chiamato alle armi. Grazie a superiori comprensivi e amanti dell’arte, può continuare a dipingere. In questo periodo realizza ritratti di ufficiali russi e disegni di interni; le opere mostrano una trasformazione della concezione artistica di Schiele: l’espressivo gesto pittorico è segnato da un chiaro ritorno alla rappresentazione naturalistica. Nell’aprile del 1918 è di stanza presso il museo militare di Vienna; tiene esposizioni di successo a Zurigo, Praga e Dresda.

Il 6 febbraio 1918, a cinquantasei anni, muore Gustav Klimt. Quando Schiele è ormai considerato il più importante pittore austriaco, la sua vita viene stroncata dalla terribile epidemia di influenza “spagnola”, che provocò più di venti milioni di morti in Europa. Nell’autunno del 1918, il virus raggiunse Vienna. Incinta di sei mesi, Edith morì il 28 ottobre; durante l’agonia, Schiele la dipinse più volte. Nemmeno l’artista scampò al contagio e morì tre giorni dopo, il 31 ottobre

3 Responses to Donna seduta con la gamba sinistra alzata, Egon Schiele, 1917

  1. Sigfrido Millequadri says:

    Immenso Schiele e questo dipinto tra i miei preferiti in assoluto. Qualcuno dice che abbia ritratto Wally sulla base dei ricordi nel 1917 quando ormai era sposato. Mi piace tantissimo la presenza di angoli retti formati da gambe e braccia piegate che rende solida e strutturata la postura della ragazza mentre al contempo si chiude per proteggersi portando il viso verso il ginocchio. Poi il non finito dei piedi, l’incarnato che è come “sporcato” da macchie di colore, lo sguardo penetrante, gli accordi cromatici tra il verde della maglia ed il rosso delle labbra, i capelli scomposti. Un genio, un talento pazzesco. Questo a mio parere fa a gara con quel meraviglioso ritratto di ragazza di spalle, sempre seduta, di Toulouse-Lautrec.

  2. luigi says:

    Ho sempre considerato sintomatico che Klimt abbia preso sotto la sua ala protettrice Schiele proprio quando decide di abbandonare quell’iconografia perturbante che gli era valsa non poche riprovazioni dalla borghesia viennese di cui, nell’ultima parte della sua intensissima vita, decide invece di essere il “pittore ufficiale”: mi piace pensare che “utilizzasse” la durezza dei ritratti di Schiele (corpi storpiati, talvolta privi di arti, dalle espressioni inquiete e inquietanti) quasi per dire ai suoi committenti che proprio lì dovevano cercare la “verità” della loro esistenza decadente (e anzi prossima a quella fine che il macello della Grande Guerra avrebbe decretato), piuttosto che nelle immagini apparentemente pacificate del “Bacio” o dei grandissimi ritratti delle dame viennesi di cui lui fu insuperato autore.

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