Non ci avevano sempre detto un metro?

Mascherina, igiene delle mani, distanziamento: il mantra è questo da più di un anno. Ma di cosa parliamo quando parliamo di distanziamento?

Un metro: ecco cosa ci è stato detto, ribadito, ripetuto. Si è voluta diffondere la certezza che il virus non possa diffondersi se si resta distanti un metro. Questa narrazione non è stata scalfita nemmeno dalla diffusione delle “varianti”, che pure ci è stato detto siano molto più virulente. In parole povere, più aggressive, come la Terza Ondata ci sta dimostrando.

Ma ecco che ieri l’Università di Bologna – tramite una circolare del prorettore vicario per biblioteche, aule studio, laboratori e uffici – ha stabilito che all’Alma Mater il distanziamento deve salire a due metri. Una nuova misura di prevenzione.

Dunque, un metro di distanza non basta più, l’Università di Bologna modifica il suo protocollo di sicurezza, rivedendo la capienza di aule studio, laboratori e biblioteche, nonché degli uffici amministrativi. La circolare, di fatto, dimezza la densità finora consentita in ognuno di quegli spazi.

La circolare cita le ultime disposizione dell’Istituto Superiore di Sanità, che confermano la distanza di un metro come quella minima da adottare, ma considera opportuno aumentare, laddove è possibile, il distanziamento fino a due metri.

Concretamente, significa che dove prima c’erano tre impiegati, ce ne sarà uno. Che dove prima c’erano quindici studenti, ce ne saranno sette.

Se disposizioni come questa venissero estese in altri ambiti, gli autobus, la metro e i treni avrebbero numeri ancora più bassi. Gli aerei non avrebbero alcuna convenienza a volare. Il 90% dei ristoranti non avrebbe più interesse ad aprire. La capienza degli impianti sportivi verrebbe ridotta a numeri risibili. Un cinematografo da duecento posti, potrebbe accogliere solo quaranta spettatori. In una tipica classe da venticinque, anziché dodici bambini potrebbero entrarne sei o sette. E riuscite a immaginare l’effetto nelle fabbriche e nei supermercati, i luoghi sempre aperti, con minimi vincoli, se si agisse di conseguenza.

In fabbriche e supermercati, ci si sfiora e si resta al chiuso per tante ore, ma è più comodo prendersela con certi comportamenti individuali, quelli degli untori chi si riversano nei centri storici il sabato pomeriggio prima che diventi impossibile.

Sento arrivare l’obiezione: starsene ad almeno a due metri, è facile farlo all’Università, non nella vita vera. È un privilegio degli sfaccendati, inapplicabile a chi deve lavorare… Sarà così, ma intanto la vita vera è quella che dal 6 dicembre ci impone il coprifuoco, anche ieri ci sono stati più di 400 morti, e arriveremo a vaccinarci senza alcuna certezza sulla concreta efficacia della gran parte delle misure prese.

No, in questo interminabile anno non siamo stati guidati da un autentico principio di precauzione, ma da un opportunistico principio di opportunità.

13 Responses to Non ci avevano sempre detto un metro?

  1. rubensosa80b rubensosa80 says:

    E’ passato più di un anno e ancora non abbiamo certezze su questo virus. Anche la scienza ha fallito.

    • claudiopaga says:

      Ma perche’? La scienza funziona esattamente cosi’, quando emergono nuovi/migliori dati adatta i suoi modelli e raffina le teorie, non c’e’ niente di strano/sbagliato nell’aggiornare un protocollo, altrimenti non sarebbe scienza.

  2. Non credo che sia un caso che seconda e terza ondata siano coincise, con i dovuti margini per l’incubazione, con le riaperture delle scuole e conseguenti affollamenti dei mezzi.
    Non mi sembra un caso neanche che siano praticamente spariti i casi di rosolia o morbillo, ridotta dell’80% l’influenza stagionale, segno evidente che le misure precauzionali (lavaggio mani, mascherina, distanziamento) sono state tendenzialmente osservate.
    Senza spingermi troppo in settori che non mi competono, da osservatore mi pare che tutte le misure, necessarie, siano state sufficienti a contere virus poco contagiosi, ma non il covid.
    Per quel che conta la casistica personale, il 90% dei positivi che conosco lo hanno preso da figli (asintomatici) contagiati a scuola. Gli altri a lavorare – in uffici distanziati, con termoscanner all’ingresso, mascherine, aspiratori – o in ospedale, che dovrebbe essere uno dei luoghi con osservanza più rigida delle norme.
    Ci siamo fissati sulla retoroca della resilienza senza accorgersi di deficit strutturali e storici in settori critici, sui quali siamo intervenuti con misure inutili.
    Poi ci sono tutti i comportamenti irresponsabili che vogliamo, sono sotto agli occhi di tutti, ma mi sembra il solito discorso del dito e della luna.

    • wwayne says:

      Il potenziamento dei mezzi pubblici è un problema che Conte non ha mai voluto affrontare. Purtroppo temo che anche Draghi voglia tenersene lontano: lo si vede dal fatto che voglia far tornare in aula soltanto i bambini fino alla prima media, perché gli studenti più grandi prenderebbero i mezzi pubblici e li intaserebbero.
      Onestamente non capisco questa ritrosia di Conte prima e Draghi poi ad investire sui mezzi pubblici. Soprattutto se consideriamo che hanno trovato i soldi per cose molto meno importanti e urgenti.

  3. Andrea Arcangeli says:

    La distanza di 1 metro è una convenzione usata dall’Italia e da altri paesi. Un compromesso tra ragioni sanitarie e ragioni pratiche. Ancora lo scorso anno per curiosità andai a cercare le misure adottate dai vari paesi e in tanti di loro la misura minima adottata non è di 1 metro, ma 1,5 metri (es. Germania o Spagna) oppure 2 metri (es Stati Uniti, Canada, ecc).

    • Rudi says:

      Hai ragione, la parola giusta è “compromesso”. Ma se le varianti sono quel che si dice, confermare quel compromesso è stato un errore imperdonabile.

  4. rugherlo says:

    Al netto di comportamenti discutibili di alcune persone sono sempre più convinto che il peso della pandemia sia sempre più scaricato sul cittadino untore, a fronte di inefficienze reiterate nel tempo da parte chi ci amministra.
    Poi, oltre che inefficaci alcune misure sono assurde: in chiesa non ci si contagia, a teatro si. Al supermercato gomito a gomito si può stare, a passeggio sul mare guai…! E via così.

  5. denny says:

    Ricordo di aver sentito/letto parecchi mesi fa che nei paesi anglosassoni la distanza consigliata era 6 piedi, quindi circa 1,8 metri, noi abbiamo approssimato a 1 metro un po’ come il cambio 1 euro = 1000 lire… a parte le battute errori ce ne sono stati tanti, ma cose come i trasporti pubblici e la sanità scontano politiche sciagurate di decenni, certo sarebbe stata un’occasione almeno per invertire la tendenza ma non mi illudo che “ne usciremo migliori”, anzi, l’unica speranza è che arrivino finalmente i vaccini. Ecco, forse una delle poche cose positive di questa situazione potrebbe essere dare una dimostrazione di quanto i no-vax siano una manica di deficienti (a proposito, spero che gli operatori sanitari che rifiutano il vaccino siano cacciati a pedate, come ha scritto serra in una delle ultime “amache”)

    • Al netto di tutto il male che si possa pensare nei confronti dei novax, non facciamoci abbindolare da certo giornalismo servile, sempre pronto a cercare capri espitori per difendere errori di UE e governo.

      Sui vaccini, a oggi, i novax sono un falso problema. Il problema è il fallimento dell’Europa e gli errori nostri.
      Mi ricordo quando si diceva che dopo la brexit gli inglesi sarebbero morti perché non avrebbero trovato medicine (cit. Repubblica).
      L’Europa ha sbagliato tutto nei contratti di approvvigionamento. L’Italia ha contribuito a proteggerla e amplificare gli errori.
      Siamo partiti con l’arrivo delle prime dosi scortate dagli avengers, sembrava la processione della Madonna di Caorle. E quando spettacolarizzi, stai tranquillo che devi nascondere qualcosa.
      Poi, a livello regionale, il peggio del peggio. Sono stati vaccinati notai e ricercatori universitari, lasciando indietro anziani, pazienti oncologici, col diabete, emofiliaci.
      Figliuolo il 26 fa promesse per il 30, a quattro giorni, e non è in grado di mantenerle.

      Riempire pagine di giornali sui novax oggi, quando abbiamo mille problemi a vaccinare chi ne ha voglia ed estremo bisogno, è disonesto. È come essere disoccupati a vent’anni e invece che preocuparsi di cercare un lavoro ci si preoccupa della misera pensione che ci arriverà a sessantacinque. Sarà certamente un problema, ma mi pare che ce ne siano di ben più urgenti.

      • denny says:

        Verissimo. Abbiamo perso tempo a pensare alle primule e a fare servizi dei telegiornali sul primo camion che trasportava i vaccini mentre gli inglesi, col pragmatismo che li contraddistingue, hanno fatto una campagna discreta e veloce (anche accaparrandosi le dosi con furbizia, come ammesso da johnson). A questo giro brexit 1 europa 0, ma la partita è ancora lunga… cmq il discorso dei no-vax l’ho citato solo come possibile effetto collaterale, ma hai ragione a dire che è prematuro preoccuparsi di loro se non diamo prima la possibilità di vaccinarsi a tutti quelli che vogliono farlo

      • La politica ha fallito a livello internazionale, lasciando allo strapotere dei colossi farmaceutici i brevetti e il famoso coltello dalla parte del manico.
        A livello comunitario con pessimi contratti di fornitura. A livello nazionale sul coordinamento della campagna. A livello locale cedendo a potentati.
        Oggi il problema è dar da mangire agli affamati. Risolto questo, si penserà a chi rifiuta il cibo e rischia di far vomitare gli altri con le sue scelte irresponsabili.
        Fissarsi sui novax allo stato attuale è un banale diversivo.

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