Vita di Henry Brulard, Stendhal

Autobiografia in prima persona, ma sotto pseudonimo. Autobiografia come strumento di autocoscienza, di esplorazione intima della propria personalità e delle proprie scelte.

Sono memorie protette dalla tentazione di correggere: i primi ricordi, per quanto incompiuti, vengono ritenuti preferibili. Dunque, un “romanzo biografico”, nel quale Stendhal reinterpreta esperienze ormai molto lontane. Lo cominciò a scrivere nel 1832, lo riprese nel 1835, lo abbandonò incompiuto nel 1836, mentre era console a Civitavecchia (abitava a Roma. In piazza della Minerva: una targa ricorda il palazzo in cui visse tra il 1833 e il 1836). Stendhal si chiedeva se quelle memorie sarebbero state di qualche interesse nel 1880, in realtà vennero pubblicate solo nel 1890. Varie volte, l’autore manifesta perplessità sul lettore del futuro: per esempio, mezzo secolo dopo qualcuno ancora conoscerà Il rosso e il nero?

Brulard era un prozio monaco dalla testa enorme, a cui si diceva che il bambino assomigliasse. In queste pagine, tradotte per Einaudi da Marisa Zini, il presente si alterna col passato, l’impressione con i fatti accaduti. L’impulso non è tanto sottrarre certi lontani avvenimenti all’oblio, quanto quello di riconoscersi. Nel rievocare la sua infanzia e la sua adolescenza, Stendhal aggiunge alle parole una quantità di schizzi (171, fra piazze e incroci, strade e stanze). In fondo al manoscritto, l’autore lasciò venti incisioni, qui riprodotte. La nota introduttiva è di Emilio Faccioli.

Nato il 23 gennaio 1783 a Grenoble, Henry Beyle scrisse queste pagine quando era ormai prossimo ai cinquant’anni, e pure oltre. “Sono considerato molto intelligente e insensibile, perfino dissoluto, e vedo che sempre fui impegolato a amori infelici”. Promette sincerità (“senza mentire”), come se si rivolgesse a un amico, anche perché non ha intenzione di pubblicare queste note se non trent’anni dopo la sua morte.

Fulminante l’inizio: Stendhal compone un elenco con tredici nomi di donne (l’ultima, del giorno prima), e poi aggiunge che “la maggior parte di quelle deliziose creature non mi hanno onorato delle loro grazie; ma hanno occupato letteralmente tutta la mia vita. A loro sono seguite le mie opere… Il mio stato abituale fu quello di amante infelice, appassionato di musica e di pittura… In realtà, io ho avuto solo sei delle donne da me amate”.

Poi, compone altre classifiche: la prima per l’intensità del dolore che quelle donne gli hanno procurato; poi le mette in fila valutandone il grado di vanità, la ricchezza, “per vivacità d’ingegno”, “per nobili sentimenti”, “per forza di carattere”, e infine cita le due più sgualdrine. Sembra il Nick Hornby di Alta fedeltà, centosessanta anni prima… Altra categorizzazione: Stendhal valuta gli alti e bassi del suo tenore di vita, i rovesci finanziari, le fasi vissute da ricco e quelle in cui faceva debiti con il sarto…

Il bambino si sentì molto più legato al nonno (medico di fama, dallo spirito illuminista: aveva conosciuto Voltaire ed era stato l’artefice della Biblioteca pubblica di Grenoble), che al padre, un gretto avvocato che sarebbe divenuto vicesindaco di Grenoble. Henry si è sempre sentito più un Gagnon, che un Beyle. La madre Henriette era una donna seducente, morì di parto quando Henry aveva sette anni…

I Beyle erano “una famiglia borghese ma che si reputava ai margini della nobiltà”. Il padre, Chérubin, seguiva con costernazione il processo a Luigi XVI e, ancora dopo la condanna, era certo che non sarebbe mai stata eseguita. Invece, il re venne ghigliottinato il 21 gennaio 1793. Alla notizia, ecco cosa accadde al bambino, due giorni prima del decimo compleanno: “provai uno degli più intimi slanci di gioia della mia vita”.

Degli anni fra il 1790 e il 1795, Henry conserva solo ricordi tristi. Non ha mai imparato a nuotare, perché il padre lo affidò a un precettore, un gesuita che “sapeva soltanto parlarci dei pericoli della libertà”. Insieme alla morte della madre, fu questa l’origine della sua ostilità verso la religione. Fino ai quattordici anni, fu “un ininterrotto periodo di infelicità e di astio, di impotenti desideri di vendetta”. Per esempio, “mai mi hanno permesso di parlare con un coetaneo”.

“Divenni cupo e odiavo tutti quanti”. Odiava anche il padre, che si legò a una sorella della madre, l’insopportabile zia Séraphie. Andarsene da Grenoble divenne l’imperativo categorico; due letture offrirono un po’ di sollievo: Don Chisciotte e l’Orlando furioso.

In Henry riaffiorano ricordi bellissimi di una vacanza in Savoia, nella casa di uno zio la cui giovane moglie, Camille, lo intimidiva per bellezza: “non osando rivolgerle la parola, la divoravo con gli occhi”. Solo anni dopo, seppe che quella moglie meravigliosa era oggetto di continui tradimenti da parte dello zio, che anche a Grenoble manteneva varie amanti… “Pecco forse d’orgoglio nel qualificarmi un eccellente matematico”. L’amore per la matematica si rivelò il mezzo per lasciare Grenoble. Affermandosi come il migliore del suo corso, Henry poté ambire alla Scuola Politecnica di Parigi. Arrivò nella capitale nel novembre 1799.

“Giungevo a Parigi con la ferma intenzione di essere un seduttore di donne”, un Don Giovanni, un Valmont… Ma la prima impressione della capitale fu assai deludente: niente montagne, niente boschi, pessima cucina, strade piene di fango, un clima che quell’inverno lo costrinse malato a letto per lunghe settimane. Già nel 1800, ma meno che in seguito, si faceva carriera frequentando certi salotti. È una consapevolezza precisa, con senno del poi, ma il cinquantenne Stendhal sa di aver mancato totalmente di esperienza per poter giudicare quello che gli accadeva, le usanze parigine lo sorprendono continuamente. Per caso, un parente lo fa entrare come scrivano al ministero della Guerra…

Sotto la neve, a cavallo, al seguito dell’armata napoleonica, valica il passo del San Bernardo, vede il forte di Bard, Aosta, Ivrea, infine Milano. E Milano resterà per sempre la città che ha più amato.

“Ho dimenticato di dire che portavo via da Parigi la mia innocenza, e soltanto a Milano mi toccò di liberarmi di tale tesoro. Il buffo si è che non ricordo esattamente con chi. La violenza della timidezza e della sensazione ha ucciso totalmente il ricordo”.

Stendhal, Il rosso e il nero (1830)Stendhal, Ricordi di egotismo (1832)

2 Responses to Vita di Henry Brulard, Stendhal

  1. Rob Seve says:

    Bellissimo…..

  2. claudiopaga says:

    Concordo con Rob Seve, un post molto bello.
    Ho pensato a quando occasionalmente racconti della tua esperienza col blog, e della tentazione di smettere, e mi chiedo dove mai si potrebbe trovare un pezzo simile se non da te.
    Per non parlare dei tuoi imperdibili post sull’Inter dove provi a convincerci che il Napoli di Politano e Gattuso e’ ancora piu’ forte di noi :-)

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