L’uomo dalla pistola d’oro, Ian Fleming, 1965

Tredicesimo e ultimo romanzo di Fleming, l’ultima avventura concepita per James Bond, The Man with the Golden Gun uscì pochi mesi dopo la morte dell’autore, presto anche in Italia per Garzanti, nella traduzione di Mariapaola Ricci Dèttore. Fa parte delle storie scritte da Fleming quando si era già manifestato il trionfo cinematografico delle pellicole con Sean Connery (nelle sale erano usciti Licenza di uccidere e Dalla Russia con amore).

Giornalista, prima all’Agenzia Reuters poi al Sunday Times, Fleming fu a lungo un collaboratore dei servizi segreti britannici. La sua visione del mondo è nitida, schiettamente reazionaria: i malvagi tendono ad allearsi fra loro (in questo caso, Mafia, narcotrafficanti e Kgb) e il “mondo libero” non può fare affidamento sugli americani, strapotenti ma poco intuitivi. Per questo, c’è bisogno di uomini come l’Agente 007. Quanto alla psicologia del suo eroe, Fleming ne fa un edonista con gusti sofisticati, nonché un irresistibile sciupafemmine: la Bond Girl di questo romanzo gli piace molto, Bond deciderà di passare con lei una lunga convalescenza, ma “al tempo stesso sapeva, intimamente, che l’amore di Mary Goodnight o di qualsiasi altra donna, non gli era sufficiente”; anzi, “si sarebbe annoiato di godere sempre del medesimo panorama”.

Credo di averli visti tutti, i film su Bond, senz’altro più di venti, mentre questo è il primo romanzo che ho letto: la differenza è notevole, e stavolta è la pagina scritta ad apparirmi di qualità inferiore. In Fleming manca l’ironia, non c’è il retrogusto da commedia sofisticata che ha fatto la fortuna di 007 sul grande schermo.

La nuova missione dell’Agente 007 può rivelarsi suicida: il bersaglio è un killer, Francisco Scaramanga, mercenario spesso al servizio del KGB. Cubano, lo chiamano “l’Uomo dalla pistola d’oro” perché usa una Colt 45 placcata in oro, a canna lunga. Passaporto diplomatico, ha fama di essere un tiratore velocissimo e micidiale; dal dossier che M sta rileggendo, si deduce abbia già assassinato cinque agenti del servizio segreto britannico. Sta scritto, anche, che risulta essere “un donnaiolo insaziabile ma indiscriminato, che invariabilmente ha rapporti sessuali prima di uccidere, convinto che questo migliori il suo occhio”. Del rapporto top secret, fa parte una nota nella quale si ipotizza che Scaramanga nasconda profonde turbe sessuali.

Ritroviamo James Bond a Kingston, Giamaica: da sei settimane è sulle tracce di Scaramanga, infilata nella cintura dei pantaloni, porta la solita Walther PKK. Ha fortuna: ritrova la sua ex segretaria, Mary Goodnight, con cui ha lavorato a Londra per tre anni, ottiene aiuto e informazioni, le dà appuntamento a cena, aragoste e champagne. A Mary che gli chiede come vestirsi, risponde: “Qualcosa che sia stretto nei punti giusti. E senza troppi bottoni”.

Con Mary Goodnight, entra in scena la classica Bond Girl: “una cascata di capelli biondi”, “un braccio nudo profumato di Chanel N. 5”, “labbra tiepide”, “mento morbido”, “occhi azzurri”, “un abito da sera corto colore gin rosa con molto bitter dentro”. I due hanno lavorato insieme per anni (lei lo chiama James) senza mai mischiare dovere e piacere. Stavolta non sarà così… Mary lo informa dei numerosi attentati alle piantagioni di canna da zucchero e agli impianti zuccheriferi, attribuiti ai cubani, che vogliono far aumentare il prezzo del loro prodotto.

Il film fu il nono fra quelli tratti dai romanzi di Fleming. Prodotto da Albert Broccoli e Harry Saltzmann, uscì nel 1974 diretto da Guy Hamilton (quarta e ultima regia). Per la seconda volta, Roger Moore interpretava l’Agente 007, Christopher Lee è Francisco Scaramanga, Britt Ekland è Mary Goodnight, Maud Adams è Andrea Anders (l’amante di Scaramanga, assente nel romanzo), Lois Maxwell è Miss Moneypenny, Desmond Llewelyn è Q (altra figura inventata per il cinema), Bernard Lee è M. La produzione cinematografica cercò agganci con l’attualità, facendo virare la trama dal commercio di zucchero alla crisi energetica.

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