I Frenetici, Giandomenico Curi

I giovani sembrano essere ovunque. Protagonisti in tutta la sfera dei consumi. Produttori e consumatori di ogni merce innovativa.

Ma di quale età si parli non è chiaro, la condizione giovanile si è dilatata, per la difficoltà a inserirsi stabilmente nella società adulta, fino a diventare una pura convenzione. Chi se lo può permettere, rimane giovane fino a cinquant’anni, e oltre. Eppure “i giovani” non sono sempre esistiti.

La “questione giovanile”, in Occidente, emerge negli anni Cinquanta. Appare all’improvviso, come una malattia, dai sintomi inequivocabili: una gioventù bruciata dal rock’n’roll. In America, giubbotti di pelle prendono a muoversi al ritmo “frenetico” (2 minuti e 11 secondi) di Bill Haley, «Rock Around the Clock». L’irruzione del rock’n’roll coincide con l’irruzione dei giovani all’interno dell’immaginario hollywoodiano: è alla metà degli anni Cinquanta che arrivano i suoni “pelvici” della nuova musica, proprio mentre Marlon Brando e James Dean interpretano una figura inedita, un “ribelle senza causa” che verrà continuamente riproposto, ancora oggi.

Musica e cinema, combinazione esplosiva, sembrano seguire una regia occulta, agiscono con una perfetta sincronia spazio-temporale. L’America torna frontiera. Elvis ne diventerà la sintesi esemplare, scandalosa e trascinante, sia sul palco dei concerti che sul grande schermo. Da quel momento, politica, cultura ed economia devono fare i conti con l’esistenza di una nuova categoria. Perciò, mi sembra azzeccato il sottotitolo di questa enciclopedia, che raccoglie cinquant’anni di cinema e rock; e il sottotitolo è: «I film che hanno inventato i giovani».

Non si può descrivere in poche righe un’opera così ampia (uscì per Arcana nel 2002). Quasi 2000 film vengono recensiti nel solo secondo volume: da «A cena con gli amici», con un giovanissimo Mickey Rourke, a «Zum Zum Zum» (1968), di Bruno Corbucci, con un cast psichedelico (Little Tony e Peppino De Filippo, Pippo Baudo e Enrico Montesano, Lino Banfi e il bambino Popoff).

Il primo volume, invece, è impostato su 22 percorsi tematici: Rockstar; Festival pop; Eroi del rock’n’roll; Nashville; Elvis; Beatles; Stones; Dylan e Hendrix; Reggae; On the road; Ribelli; Teen ager; Ballo; Bikini e surf; Punk; Perdita dell’innocenza; Working class; Black Pride; Psichedelia; Madonna; Colonne sonore; Cinema italiano. A favorire la consultazione, il riepilogo per titoli, per registi e per musicisti, e una filmografia delle rockstar.

Quella di Curi è un’opera notevolissima, forzatamente incompleta: la materia si sa a malapena dove comincia, non dove finisce. Un solo esempio, sul mondo delle nostre radio libere: c’è il primo film di Ligabue, dove al funerale di “Freccia”, suonano Elvis, «Can’t Help Falling in Love»; non c’è il film di Giordana, «I cento passi», dove al funerale di Peppino Impastato i pugni chiusi avevano per sottofondo «A Whiter Shade of Pale». Trattandosi di un’opera che costruisce legami fra film e rock, viene naturale cercare corrispondenze con i propri, personali percorsi cinematografici. Si passa da una pagina all’altra, si salta di qua e di là, come in un’enciclopedia, appunto. E prende forma il sospetto che queste due forme di comunicazione, oltre ad avere inventato i giovani, portino qualche responsabilità del loro smarrimento.

In passato, con tutte le differenze del caso, la società conferiva al giovane (almeno al giovane maschio) un ruolo riconoscibile e visibile, che contribuiva alla costruzione di un’identità soggettiva, più forte e delineata. La questione giovanile veniva vissuta dalla politica come un indicatore di direzione, come se i giovani fossero il prossimamente della società futura. Quei giovani, o almeno certe avanguardie, volevano distinguersi e differenziarsi: dagli adulti, innanzitutto, ma anche dalle precedenti generazioni di giovani. Oggi questo non accade. Le ultime generazioni assistono, senza reagire, all’ingombrante persistenza giovanile di chi li ha preceduti, la tendenza alla nostalgia che celebra il Sessantotto, il Settantasette, eccetera, con molto esibizionismo autoreferenziale.

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