Displaced. Richard Mosse, MAST Bologna, #climatechange. #migrazioni. #guerre

Al solito, una mostra di altissima qualità, impressionante, di altissimo impatto visivo, con un ingrediente diverso dal solito. Più che un grande fotografo, questo quarantenne irlandese è uno sperimentatore di linguaggi, si impadronisce di ogni tecnologia disponibile (tipo di pellicola, strumentazione, eccetera), che gli offra la possibilità di scandagliare sotto la superficie del visibile. Nato nel 1980 a Kilkenny, più che come fotoreporter, da tempo Mosse si muove al confine dell’arte contemporanea. Displaced è la prima mostra antologica a lui dedicata (il catalogo è piccolo gioiello).

Curata da Urs Stahel, l’esposizione presenta una selezione dell’opera di Mosse, con immagini che alludono al cambiamento climatico, alle migrazioni bibliche, alle guerre etniche, alla devastazione innescata da un virus: le 77 fotografie (alcune di grande formato) e le videoinstallazioni provocano un’esperienza di rara intensità, con fortissimi stimoli visivi e sonori.

Fin dal principio della sua ricerca, il fotografo si è concentrato sulla questione della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare, intendere la realtà. Il suo obiettivo è “rilanciare la fotografia documentaria”, scrive Stahel, attraverso l’uso di tecnologie spesso di derivazione militare.

All’inizio del suo percorso artistico (Early Works), gli scatti di Mosse documentavano l’Aftermath, l’effetto di ciò che era già avvenuto; i primi lavori sono caratterizzati dall’assenza quasi totale di figure umane.

Fra il 2007 e il 2008, Mosse scattò foto al confine fra Messico e Stati Uniti, una delle frontiere più attraversate da migranti illegali, con i loro poveri effetti personali, spesso uniche tracce del passaggio. Fra il 2004 e il 2009, il fotografo è stato a Gaza, in Iraq e in Kosovo, scegliendo immagini indirette di ciò che Goya chiamò “i disastri della guerra”. Di rara potenza, la foto che riprende alcuni soldati americani a riposo vicino alla piscina del palazzo di Uday Hussein (uno degli ottantacinque palazzi imperiali voluti da Saddam). Notevoli anche le rovine della chiesa serbo-ortodossa di Sant’Elia, e la desolazione dell’aeroporto internazionale Yasser Arafat, inaugurato nel 1998 e reso inagibile solo tre anni dopo.

Ci sono luoghi – per esempio il Congo – in cui i massacri non lasciano traccia, una guerra senza fine, combattuta con machete e fucili, viene rapidamente ricoperta dalla natura lussureggiante. A sud del lago Kivu, il fiume Rusizi segna il confine naturale fra la Repubblica Democratica del Congo (già Zaire) e la Repubblica del Ruanda. La notorietà del fotografo irlandese si è dilatata grazie al lavoro svolto in questi luoghi fra il 2010 e il 2013; si recò nella regione del Nord Kivu, dove viene estratto il coltan, minerale altamente tossico da cui si ricava il tantalio, di largo impiego nell’industria elettronica (smartphone). Ricchissimo di risorse minerarie, il Congo è un paese poverissimo, segnato da guerre e disastri umanitari, il più famigerato dei quali rimanda al genocidio in Ruanda del 1994. Per i suoi scatti, Mosse scelse una pellicola ormai fuori produzione (Kodak Aerochrome), sensibile ai raggi infrarossi. E così, erba e piante trasudano sangue (questa suggestione mi ha fatto pensare all’ultima mezz’ora di Apocalypse Now)… Sperimentata per esigenze militari, allo scopo di localizzare nemici che intendessero mimetizzarsi, l’Aerochrome registra la clorofilla presente nella vegetazione, rendendo visibile l’invisibile. Se attraverso la bellezza, che Mosse definisce “lo strumento più affilato per far provare qualcosa alle persone”, si riesce a raccontare la sofferenza e la tragedia, “sorge un problema etico nella mente di chi guarda”, che si ritrova confuso, impressionato, disorientato. Con queste immagini, Richard Mosse ha rinnovato i classici canoni della fotografia di guerra: forse chi vede queste sfumature di rosso, non potrà più dimenticare il Congo.

Dal 2014 al 2018, Mosse si è dedicato a un progetto fotografico sulle migrazioni di massa, lungo le rotte che dal Medio Oriente e dall’Africa puntano verso l’Europa. Ha visitato numerosi campi profughi: Skaramagas (a ovest di Atene), Tel Sarhoun e Aarsal a nord della valle della Beqaa in Libano, Nizip I e Nizip II nella provincia di Gaziantep in Turchia, sulle isole di Lesbo e di Chios, nell’area dell’ex aeroporto di Tempelhof a Berlino… Forma cruciale del “sistema di segregazione”, depositi di esseri umani che nessuno vorrebbe vedere, i campi sono riprodotti in un brillante bianco e nero. Le enormi panoramiche sono state ottenute con centinaia di scatti, poi ricomposti: la prodigiosa immagine di Skaramagas assomma di 1500 scatti, arrivando a coprire 10 metri quadrati (7,33 metri di lunghezza x 1,5 di altezza). “L’illusione di un grandangolo”, l’ha definita Urs Stahel. Ho scoperto che la città libanese di Aarsal (35.000 abitanti) ha ospitato fino a 120.000 migranti, appartenenti a famiglie sunnite del cosiddetto Stato Islamico.

Per Heat Maps e la video installazione Incoming, Mosse ha impiegato una termocamera in grado di registrare le differenze di calore nell’intervallo degli infrarossi. Sono le cosiddette mappe termiche, tecnologia già nota ai tempi della Guerra di Corea, che consente di individuare le figure umane fino a trenta chilometri di distanza, sia di giorno che di notte. Utili a identificare e sorvegliare il nemico, queste immagini sembrano nitide, precise e contrastate, ma a un esame più attento non restituiscono i dettagli; le Heat Maps catturano il calore del corpo umano, al calore corrisponde il bianco, e così tutti gli esseri umani diventano dello stesso colore.

Richard Mosse, Displaced, MAST Bologna, fino al 19 settembre

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