Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, Francis Scott #Fitzgerald

Sono qui raccolti pensieri che lo scrittore ha affidato a lettere private – in particolare alla figlia Frances e alla moglie Zelda, a Max Perkins, direttore della rivista su cui pubblicò i suoi racconti, e al suo editore di romanzi (prevedendo che “il Grande Gatsby, commercialmente parlando, sarebbe stato un fiasco”) -, nonché brani tratti dalle sue opere che hanno al centro la questione della scrittura.

Cos’è lo scrittore e che cosa fa, come si gestiscono i personaggi di un romanzo, qual è il rapporto tra l’autore e il mondo della critica… In questi brandelli di pensieri, caratterizzati da una grazia impareggiabile, si rintracciano molti aspetti autobiografici e si può cogliere l’impegno ossessivo, faticoso, totalizzante, che Fitzgerald pose al suo lavoro, cercando fino alla fine (a 44 anni, nel 1940) di affinare il proprio stile, le cui influenze dichiarate rimandano a Conrad e Flaubert, Dickens e Dostoevskij.

La selezione dei testi è stata effettuata da Larry Phillips, la traduzione per Minimum Fax (2008) è a cura di Leopoldo Carra.

Nel 1919, a New York, FSF inizia a lavorare nella pubblicità e a scrivere racconti. Da marzo a giugno ne compone diciannove, nessuno li accetta, nessuno gli risponde con lettere personali; “Avevo centoventidue biglietti di rifiuto prestampati, appuntati alle pareti della mia stanza, tutt’intorno, quasi a comporre un fregio ornamentale. Scrissi soggetti per il cinema. Scrissi testi di canzoni. Scrissi ingegnosi abbozzi di campagne pubblicitarie. Scrissi poesie. Scrissi degli sketch. Scrissi barzellette. Verso la fine di luglio vendetti un racconto per trenta dollari” (1932).

“Un autore dovrebbe scrivere per i giovani della sua generazione, per i critici di quella successiva e per i professori di tutti i tempi a venire” (1920).

“Quando collochi una scena in un libro, lo spazio che essa dovrebbe occupare non è proporzionale alla sua importanza… potrei citarti un sacco di libri in cui l’episodio principale, intorno al quale è imperniata l’intera vicenda, è finito e compiuto in quattro o cinque frasi” (1935).

“Nessuno mai è diventato scrittore soltanto perché lo voleva. Se hai qualcosa da dire, e senti che nessuno prima di te lo ha detto, devi sentirlo così disperatamente da trovare una maniera di esprimerlo che nessuno ha mai trovato in precedenza, tanto che la cosa da dire e la sua espressione si fondano in una sostanza unica e indissolubile, come fossero state concepite insieme” (1936).

“Uno scrittore può girare e rigirare sulle sue avventure anche dopo i trent’anni, i quaranta e i cinquanta; ma i criteri in base ai quali tali avventure vengono pesate e valutate sono irrevocabilmente stabiliti all’età di venticinque anni” (1920).

“Noi scrittori, perlopiù, siamo costretti a ripeterci: questa è la verità. Abbiamo due o tre esperienze intense e toccanti nella vita; esperienze così intense e toccanti che non sembra possibile, in quel momento, che qualcun atro sia mai stato così coinvolto, colpito, abbagliato, sbalordito, battuto, spezzato, riscattato, illuminato, ricompensato, avvilito. Poi impariamo il mestiere, più o meno bene, e raccontiamo le nostre due o tre storie – ogni volta in forma diversa – forse dieci, forse cento volte, finché la gente le sta ad ascoltare” (1932).

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