Armance, Stendhal, 1827

Melodramma stracolmo di equivoci e malintesi, parabola di un amore infelice, reso impraticabile da un mondo che si delizia con gli intrighi, nel quale “la parola è stata data all’uomo per nascondere il suo pensiero”.

Comincia descrivendo Octave, il ventenne figlio dei marchesi di Malivert. Capelli biondi e ricci, profondi occhi neri, amava così profondamente la madre, che dopo aver lasciato il Politecnico rinunciò alla carriera militare. Pareva privo di qualsiasi ambizione, la madre temeva fosse malato, ma alcuni medici le dissero che “suo figlio non aveva altra malattia che quella specie di tristezza scontenta e critica, caratteristica dei giovani del suo tempo e della sua condizione”.

La diciottenne Armance de Zohiloff era una sua lontana cugina, priva di mezzi; bella, con quei lineamenti un po’ orientali, Octave non aveva mai provato interesse per lei. Comincia ad apprezzarla, perché solo Armance sembra disinteressata ai suoi soldi. Ma ascolta una maldicenza, vi crede, e scambia il disinteresse per invidia. È solo un esempio di come Octave nutra passioni tanto violente quanto contraddittorie. Se non fosse che porta quel nome, che sa come parlare in pubblico e che è molto attraente, Octave potrebbe essere preso per pazzo. In realtà, è solo infelice e immaturo, un disadattato in un mondo fatuo, “in cui l’invidia sa assumere tutte le forme”.

In un’alta società dominata dall’ipocrisia, dagli intrighi e dalle dissimulazioni, in cui il peccato mortale è la noia, Octave cerca di fare nuove, discutibili esperienze. Preoccupata, sua madre fa chiamare Armance e le confida di sperare che sposi suo figlio. Ma la giovane, convinta di non poter sposare un uomo tanto più ricco di lei, non fa parola della promessa di segretezza sul suo fantomatico matrimonio.

Altri comprendono prima di lui quel che Octave prova per Armance. Lui nega, temendo di comprometterne il matrimonio. Quando arriva a capire ciò che prova, è sopraffatto dalla disperazione, nella certezza che l’amata sia ormai impegnata a sposare un altro. Conclude di dover partire immediatamente e di dover stare lontano da Armance finché non si sarà sposata.

In questo melodramma, l’immaginazione di ognuno dei due protagonisti “si smarriva in supposizioni” consolatorie o deprimenti. Sbalzi d’umore terribili. Sofferenze e gioie sproporzionate. Octave è talmente sconvolto, da dover mettere in gioco la sua vita in un duello per futilissimi motivi; la morte gli pare un’ottima via d’uscita dalla situazione penosa in cui sta sprofondando. Nel duello alla pistola, contro un tiratore migliore di lui, resta ferito alla coscia. Per l’avversario, il duello può dirsi concluso, ma Octave pretende di continuarlo: al secondo sparo, viene nuovamente ferito a un braccio, e l’avversario rimane ucciso.

Per molti giorni, Octave resta fra la vita e la morte, subentra anche il tetano. È in queste condizioni che decide di confessare il suo amore ad Armance. La quale, affinché il mélo salga ancora di tono, fa uno di quei fioretti che sembrano dettati da una fede micidiale: si impone di non sposare Octave se per miracolo riuscirà a sopravvivere…

Armance, ou Quelques scènes d’un Salon de Paris en 1827: per il suo primo romanzo – pubblicato a quarantaquattro anni e tradotto da Franco Cordelli – Henri Beyle finge l’abbia scritto una donna, tanto fiera quanto bisognosa di restare anonima, che gli chiese soltanto di migliorarne lo stile.

Già all’esordio, Stendhal esibisce le sue capacità analitiche e descrittive, esprimendo la convinzione che i sentimenti siano sottomessi e destinati a soccombere alla condizione sociale. In Armance vengono introdotti aspetti che verranno ripresi ne Il rosso e il nero e ne La certosa di Parma: Octave de Malivert ha molto in comune con Julien Sorel e Fabrizio del Dongo, e Armance sembra annunciare la forza morale e lo spirito di sacrificio delle più celebri eroine stendhaliane. In quei salotti parigini, si assiste al vano opporsi della nobiltà di sangue al dominio della ricchezza rispetto alla nascita. Cambia tutto per Octave, con le sue idee giacobine mal sopportate in società, quando si profila l’approvazione di una legge di risarcimento dei nobili, che lo renderà ricco: ecco che le sue idee e il suo comportamento scostante verranno letti come fattori positivi, e le madri faranno a gara per proporgli una figlia in moglie.

André Gide, nella sua prefazione del 1925, indica così il nucleo tematico del romanzo: “L’impotenza sessuale del protagonista, impotenza che non è mai esplicitamente dichiarata ma, anzi, sapientemente nascosta”. Non sempre “sapientemente”, se è vero che Stendhal depista il lettore, scrivendo che dopo le nozze i due giovani vissero otto giorni di “perfetta felicità”.

Octave diventa la metafora della sua classe di fronte al mutare dei tempi. È il vecchio che non riesce a tramutarsi in nuovo. E Stendhal si impone come un implacabile storico dei suoi contemporanei.

Purtroppo, questa edizione Garzanti irrita per la sciatteria, con una quantità di refusi sparsi per il testo. In copertina, un particolare da un ritratto di famiglia di Pierre Paul Prud’hon.

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