L’amante, Marguerite Duras, 1984

Di solito, la lettura precede la visione, il romanzo viene prima del film: in questo caso, per me è avvenuto il contrario. Da questo centinaio di pagine, nel 1991 Jean-Jacques Annaud ricavò il film omonimo, con Jane March e Tony Leung.

Vinto il premio letterario Goncourt, L’Amant uscì in Italia nel 1985, nella traduzione di Leonella Prato Caruso; quella che possiedo è la sedicesima edizione.

Nata a Saigon nel 1914, Duras è morta a Parigi nel 1996; dopo aver vissuto nell’Indocina francese fino a diciotto anni, ha preso parte alla Resistenza francese (il marito verrà deportato) e militato nelle file del Pcf, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950.

Parlando di sé in prima o in terza persona, Marguerite Germaine Marie Donnadieu, in arte Duras, rievoca vicende autobiografiche, avvenute oltre mezzo secolo prima, nel periodo in cui, tra i quindici e i diciassette anni, visse con la madre e i fratelli nell’Indocina francese, l’attuale Vietnam. È un racconto in cui il tempo non si srotola come una sequenza ordinata di fatti, ma come un flusso di stati d’animo; il testo è suddiviso in frammenti, inquadrature, suggestioni, singole immagini.

“Presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi. Tra i diciotto e i venticinque anni il mio viso ha deviato in maniera imprevista. Sono invecchiata a diciott’anni”.

Aveva quindici anni e mezzo, con il traghetto stava attraversando il Mekong, un fiume gigantesco, per rientrare a Saigon; studiava al liceo francese e dormiva in un pensionato. La madre insegnante viveva nel villaggio di Sadec insieme ai due figli maschi, il maggiore violento e prepotente, il minore debole e indifeso. Erano poveri, ma erano bianchi. E un bianco, in quelle colonie, non poteva essere confuso con un indigeno.

Sul traghetto che attraversa il Mekong, incontra il figlio di un ricchissimo possidente cinese (la sua vera identità è Huynh Thuy Le). Lei sta appoggiata alla balaustra del traghetto, lui la osserva dall’interno della limousine. L’attrazione è immediata e reciproca. Ma su di loro grava un pesantissimo giudizio morale: la ragazza non ha nemmeno sedici anni, l’uomo ne ha ventisette, appartengono a due razze diverse, sono di ceti sociali assai distanti. Ragioni anagrafiche, razziali e sociali fanno sì che la loro relazione debba rimanere clandestina. Un anno e mezzo dopo quell’incontro, lei, la madre e il fratello minore rientreranno in Francia.

Lei, “fin dal primo istante si rende conto di averlo in suo potere”. Si rivedono a Saigon, lui la porta in una casa nel quartiere cinese. Lei “è attentissima all’aspetto delle cose, alla luce, al baccano della città in cui la camera è immersa”. Gli dice: “vorrei che non mi amassi, e se mi ami, vorrei che facessi come con le altre donne”. Lui è innamorato, lei sta compiendo “l’esperimento”, il rito di iniziazione per sentirsi donna. Fanno sesso: lei passa dal dolore al piacere. Lui la lava con estrema delicatezza. Lei scopre la forza del desiderio. Vuole far credere a se stessa che questa relazione sia solo sessuale e d’interesse. Immediata e reciproca la consapevolezza che sia impossibile un avvenire in comune.

Solo in mezzo all’oceano, sulle note di un valzer di Chopin, lei aveva preso coscienza, “tutto a un tratto non era più sicura di non averlo amato”.

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