La costola di Adamo, Antonio Manzini, Sellerio, 2014

Ho cominciato a leggere i romanzi di Manzini prima che Rocco Schiavone esplodesse come personaggio televisivo, grazie alla perfetta scelta dell’attore, Marco Giallini, e all’abile trasposizione delle pagine nella messa in scena. Secondo romanzo della serie su Schiavone, è il sesto o il settimo che leggo, il primo dopo averlo visto raccontare in tivù.

Metà marzo, Aosta, nessun indizio di primavera. Verso le dieci del mattino, recandosi a fare le pulizie dai coniugi Baudo, la bielorussa Irina trova la casa sottosopra, e lancia l’allarme.

Trasferito ad Aosta da circa sei mesi, il vicequestore Rocco Schiavone ha già rovinato nove paia di scarpe, rigorosamente Clarks. Da qualche tempo, esce con Nora, una bella donna di quarantatré anni con cui gli piace fare sesso, ma che gli sta mettendo pressione; Rocco sa che presto arriverà al punto critico: non vuole legami, l’unica donna della sua vita è stata Marina. Fino a quel 7 luglio del 2007.

In questa avventura, appaiono tutti i comprimari a cui adesso sappiamo dare un volto: l’ispettore Caterina Rispoli, l’agente Italo Pierron, “i due cretini”, come li chiama Rocco, cioè D’Intino e Deruta, il cinico e simpatico Fumagalli… La chimica fra il vicequestore e l’anatomopatologo è particolarmente comica nelle scene legate al tavolo dell’autopsia.

Tutta la trama si sviluppa in una settimana.

“Italo era giovane, e in lui Rocco vedeva le stesse motivazioni che avevano portato il vicequestore a intraprendere la carriera in polizia: il Caso”. E per caso, i suoi migliori amici, giù a Trastevere, si erano trovati dall’altra parte della barricata, nel giocare a guardie e ladri.

Nella casa svaligiata, Rocco trova il cadavere di una donna, la padrona di casa, Ester Baudo. Aveva trentasei anni. Il corpo penzola da un cavo per stendere i panni. Sembra suicidio. Non lo è: dunque, si tratta di “una rottura di coglioni del decimo grado”, il massimo secondo la personale scala di valori di Rocco Schiavone. Ester è stata picchiata e poi strangolata, chi l’ha uccisa ha cercato di organizzare una messinscena, della quale forse fa parte anche la scomparsa dei pochi oggetti di valore.

La scorrevolezza è la prima qualità di Manzini; la seconda sta all’incrocio fra i drammi in cui imbatte e il tono da commedia con cui Rocco affronta l’esistenza. Il dramma, per lui, c’è già stato. E lui è un sopravvissuto.

Gli ingredienti della serialità sono gestiti con notevole abilità. Delle Clarks, si è detto. Poi c’è la Volvo xc60, spesso parcheggiata in seconda fila. Ancora, la suoneria del cellulare: quella di Rocco fa partire le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven. Poi ci sono le situazioni in cui Rocco ravvisa somiglianze fra uomini e animali, innescate fa quella Enciclopedia illustrata che il padre gli regalò da bambino, che da bambino restava a sfogliare per ore, fissandosi sui disegni di fine Ottocento.

A Manzini piace seminare indizi fin troppo evidenti per non essere marginali: la porta dell’appartamento dove si è compiuto il delitto non è stata scassinata, D’Intino è stato colpito alla testa da un ragazzo né nero né bianco, il figliastro egiziano di Irina aveva un piercing sul sopracciglio… Fra i potenziali sospetti della morte di Ester, il marito Patrizio sembra immediatamente escluso. Ma più avanti le parole della migliore amica della morta, la libraia Adalgisa, lo rimettono in causa…

A parte lo spinello, la sua “preghiera laica del mattino”, Rocco non si ferma davanti a metodi borderline. Arriverà a farsi giustizia da sé, nella breve parentesi romana in cui Manzini fa riapparire due dei tre amici d’infanzia.

Alberto Fumagalli ha trovato vecchie fratture nel cadavere di Ester. È l’indizio decisivo, quello che spinge Rocco a identificare il colpevole. Una persona normale: “Le brave persone sono quelle che mi spaventano di più. Non ho paura dei criminali, delle brave persone sì”. La scelta della copertina – un dipinto di Wayne Thibaud, del 1965 – non è certo casuale… Ma i colpi di scena non sono finiti, c’è pure un omaggio a Edgar Allan Poe.

2 Responses to La costola di Adamo, Antonio Manzini, Sellerio, 2014

  1. Danilo Santoni says:

    Mi piace molto quando “recensisci” i libri che anche io ho letto.

  2. Rudi, sono d’accordo sulla scorrevolezza degli scritti di Manzini e sull’incrocio tra dramma e situazioni semi comiche. Manzini è un ottimo creatore di trame e ideatore di personaggi verso i quali non puoi non provare empatia. Ho letto tutti i romanzi (anche parecchi racconti) e visto tutte le trasposizioni televisive e ritengo ambedue le versioni molto riuscite.

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