Lo studio di Giorgio Morandi, Gianni Berengo Gardin, 1993

Realizzato in occasione dell’apertura del Museo Morandi a Bologna, il 4 ottobre 1993 in Palazzo d’Accursio, quando il Comune assecondò le ultime disposizioni delle sorelle dell’artista. Oltre all’intensa introduzione di Marilena Pasquali, il volume propone circa 60 fotografie in bianco e nero.

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, nel 1993, Berengo Gardin effettuò un servizio fotografico nella casa in via Fondazza 36 a Bologna, dove Giorgio Morandi (1890-1964) aveva lungamente vissuto con le sorelle e dipinto fino alla morte. Grazie alla disponibilità di Maria Teresa, l’ultima sorella rimasta in vita, Berengo Gardin poté fotografare le tracce lasciate da Morandi. Nella sua stanza, il pittore passava lunghe ore, alternando il lavoro al riposo; era rimasta spoglia, con il materasso coperto solo da un telo ruvido, un cappello in feltro posato su una sedia. Restavano le impronte sui muri e sulla carta dopo il trasloco dello “studiolo” nel museo allestito a Palazzo d’Accursio.

Più che celebrare il mito dell’artista, Berengo Gardin cerca di evocarne la vita quotidiana, divisa tra relazioni famigliari e pittura. Il fotografo allarga e stringe il campo, alternando vedute d’insieme a immagini che sembrano riecheggiare le opere create dal pittore. Ci sono i pennelli, le bottiglie e i vasi di ogni forma e dimensione accatastati un po’ ovunque, e quelli scelti e posti sul ripiano dove sarebbero stati dipinti.

Nello studio di via Fondazza, Morandi accumulò una grande quantità di memorie. Diceva: “Ho molto rispetto per gli oggetti che ho usato almeno una volta”. Pasquali sottolinea come conservasse di tutto: non solo bottiglie, vasetti, conchiglie e fiori secchi, ma anche “biglietti ferroviari e di mostre, fiammiferi consumati,, noci e frutti dell’ippocastano, sassi a cromie raffinatissime sulla scala dei grigi, santini improbabili e appunti frettolosi agli angoli di frammenti di carta ingialliti”.

Solo a quasi trent’anni dalla morte venne riaperto il piccolo ripostiglio in cui aveva accatastato una quantità di oggetti. Sul suo comodino, a capo del letto, stavano: i Frammenti letterari e filosofici di Leonardo da Vinci, le Poesie di Leopardi, le liriche di Hölderlin, Gitanjali di Tagore, i lirici greci tradotti da Quasimodo, i Pensieri di Blaise Pascal. Scriveva Pascal di aver fatto una scoperta: “tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera”.

Com’è noto, Morandi si focalizzò su soggetti limitati, catalogabili alle voci “natura morta” e “paesaggio”. Collocava gli oggetti da dipingere su tre ripiani, di altezza diversa. Nella stanza, una sola sorgente di luce: la finestra sul cortile, alla sinistra del cavalletto. “Riempiva le bottiglie con tinta sciolta in acqua che, seccandosi, deposita un velo di colore anche squillante sulla superficie interna dei vetri”; Cesare Brandi ha scritto che i colori di Morandi sprigionano “uno sciorinio di toni puri e lustri, come di pietre bagnate”.

“Gli oggetti dello studio, apparentemente poveri a casuali, in realtà già parte della creazione artistica in quanto scelti e trasformati dall’artista, sono specchio di una realtà altrimenti troppo forte, pericolosa e nemica. Si affaccia alla mente il mito di Perseo, il cui scudo riflette il volto di Medusa, senza che l’eroe resti pietrificato dalla sua vista diretta e permettendogli in tal modo di affrontarla e farla propria. Analogamente, l’immagine dell’arte, spostata, riflessa, trasferita, è per l’uomo l’unico, possibile approccio alla realtà. Nella metafora – che è trasferimento – il reale non fa più paura, tanto che attraverso l’immagine l’uomo può intervenire e agire, imprimendo alla realtà il sigillo della propria personalità”.

Quello di Giorgio Morandi, scrive Marilena Pasquali, “è un continuo ritornare, riprendere le stesse forme per cogliere le minime sfumature che non sono degli oggetti osservati, fermi, immobili, sempre gli stessi; ma di colui che li guarda”.

2 risposte a "Lo studio di Giorgio Morandi, Gianni Berengo Gardin, 1993"

  1. Sigfrido Millequadri 13 gennaio 2022 / 14:59

    Morandi che delimita il proprio raggio d’azione all’interno dello studio è un percorso a cui ho guardato con grande interesse. Sicuramente c’è un tentativo di controllo. A volte ho pensato ad un parallelismo con lo stagno delle ninfee di Monet a Giverny. Lì Monet costruisce il giardino anno dopo anno come un’opera d’arte e per decenni continua a riprodurlo. Però il controllo è minore. Nel giardino agisce ancora l’elemento naturale imprevedibile: la nuvola che passa e si riflette sul laghetto, un colpo di vento. Certo anche quando Morandi guarda fuori dalla finestra, le case intorno sono sempre quelle, ma in cielo appare la scia di un aereo di passaggio.

    • Rudi 13 gennaio 2022 / 15:57

      In effetti, è vertiginosa la prospettiva di chi si fissa su un unico soggetto (o quasi) e ha solo una direzione da cui proviene la luce… Leggevo che per definire la disposizione degli oggetti per le “nature morte”, Morandi impiegava molto, molto tempo.

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