Il diario di un giovane mediocre, Gérard Lauzier, 1982

Souvenirs d’un jeune homme è il tipico romanzo di formazione, scritto in prima persona, con alcune pagine di sole parole, riprodotte nella forma del diario.

A confessarsi è Michele Choupon, da poco diciottenne (forse il più giovane fra i protagonisti delle storie di Lauzier). Ha deciso di scrivere un diario per lavorare su sé stesso, quasi che l’inchiostro possa costringerlo ad attenersi alle decisioni che prende, anziché cambiare idea come gli capita sempre. Timido e aggressivo, incapace di esprimere i propri sentimenti, Michele vuole innanzitutto uscire dal circolo vizioso euforia-depressione.

La sua è la tipica famiglia borghese, con il padre che garantisce il benessere e pretende di esercitare autorità, la madre malinconica e insoddisfatta, e due fratelli che si fanno i fatti propri, senza mai entrare in rotta di collisione con i genitori, come invece succede a Michele. La soluzione: trasferirsi in un monolocale.

Fuori casa, nella gente intorno, Michele cerca invano di “scorgere una luce di rivolta nei freddi occhi da vitelli surgelati”. Pieno di rabbia e buone intenzioni, non sa trovare il modo per realizzarle. È ancor più bisognoso d’amore, al punto che viene travolto dall’incontro con Salima, ragazza araba che vive alla periferia di Parigi. Se ne innamora, lei gli chiede se vuol fare l’amore, nel caso deve darle “cinquanta sacchi”; a quel punto, Michele arriva a considerarsi “debole e ripugnante”.

Dopo l’ennesimo litigio casalingo, trova rifugio dall’unico amico, Renato, a cui invidia tanto la famiglia tardo-sessantottina: l’unica che ha un lavoro è la mamma, il suo nuovo compagno non fa che dipingere come un bambino, e i tre figli, avuti dal precedente matrimonio, appaiono sessualmente disinibiti e verbalmente rivoluzionari.

Salima lo chiama in aiuto, Michele corre a salvarla. Inizia un corteggiamento che la lascia indifferente: la porta al cinema, a lei piacciono soli i film di Belmondo e Delon, lui la convince a provare Godard, all’uscita scrive sul diario: “Reazioni molto significative a mio parere: noia dapprima, poi impazienza, infine vera e propria crisi di furore e abbandono della sala al 15° minuto accompagnato da commenti aggressivi”.

Michele cerebralizza tutto, convinto di cambiarla. Ovviamente non ci riesce, si deprime e comincia, davanti allo specchio, a fare quelle chiama “le sedute di odio anti-Choupon”. Scrive frasi cervellotiche e raccapriccianti, per sfogarsi. Si convince che, come Van Gogh e Dostojevskij, le sue sofferenze saranno la materia prima da cui ricaverà il suo capolavoro. Il passo successivo è l’uscita dal carcere del fidanzato di Salima, Armando, che va a vivere nel monolocale di Michele, fa l’amore con la ragazza, e lo apostrofa “palle-mosce”.

Michele sprofonda sempre più nell’autocommiserazione. La figura paterna catalizza tutta la sua negatività inconcludente; si sente dalla parte degli oppressi (i palestinesi, in quel momento), ma in realtà disprezza tutti e subisce una lezione dalla ragazza che il padre ha pagato per farlo divertire: “Lo sa cos’è lei? Un piccolo idiota presuntuoso, complessato e cattivo! Lei non merita tutta la pena che suo padre si dà per lei!”.

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