La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (5, fine)

Quanto al cosiddetto Quarto Potere, la stampa, secondo Robert de Jouvenel («La Repubblica dei compari», 1914) è solo una grande industria come le altre. Particolarmente fragile è la figura del direttore, che è responsabile “nei confronti degli azionisti, che hanno fiducia in lui, nei confronti dei fornitori, che gli fanno credito, e anche nei confronti dei giornalisti, ai quali dà da vivere. È possibile che egli abbia anche responsabilità morali, ma queste vengono per ultime, dopo tutte le altre”.

È di singolare attualità l’analisi sul vero funzionamento della carta stampata: “un giornale può fare a meno dei giornalisti, può persino fare a meno di uscire. Non può fare a meno della pubblicità”. Vendere più copie serve innanzitutto ad “aumentare il valore dei propri spazi pubblicitari”; nessuna illusione, da parte di de Jouvenel, il pubblico non è disponibile a pagare il giornale al prezzo di costo.

Trovo strepitosa la serie di categorie che segue: “Si chiamano i giornali governativi quando sono servili. Li si chiama indipendenti, quando sono solo governativi. Si chiamano giornali di opposizione quelli che civettano col potere. Certo, esistono ancora alcuni rari organi di stampa che non sono legati al governo da niente e da nessuno. Ma, beninteso, non bisogna prenderli molto sul serio”.
A investire nei giornali, nota l’autore, sono soprattutto imprenditori interessati ai lavori pubblici; “in certi giornali, si ritiene di buon gusto non mettere troppo in evidenza la sconfitta di un industriale, di un banchiere o di un ciarlatano, se hanno fatto della pubblicità sulle loro colonne”.

I giornalisti fanno parte a pieno titolo della camaraderie nazionale, gestiscono la fama e la celebrità, sono disprezzati ma adulati. La cosa più importante è “avere delle relazioni”. L’importanza di un giornalista, la sua qualità professionale “si misura meno con la qualità del suo talento che con la qualità delle persone che è in grado di invitare a pranzo”.
I giornalisti si scambiano tra loro le informazioni, “lo spirito di corpo prevale sullo spirito pubblico”. Con tutti gli altri poteri, “i giornali negoziano. Prestano il loro appoggio, non lo vendono”.

Nella pagine finali il sarcasmo dell’autore scade in cinismo: ritiene che tutte le dottrine politiche di natura altruistica abbiano partorito grandi fedi, grandi odi e soprattutto grandi opportunismi: “Amatevi gli uni gli altri, era una formula divina. La formula umana è più semplice: se tu mi tieni il sacco oggi, io te lo terrò domani”. – 5, fine.

4 risposte a "La politica come professione, le stesse dinamiche cent’anni prima della Casta (5, fine)"

  1. willerneroblu 28 giugno 2022 / 15:42

    Non vi mancano Kissinger e Andreotti?

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