La riffa, Vittorio De Sica, 1962 (da Boccaccio ’70) – 7

Sophia Loren è Zoe. Gestisce un baraccone del tirassegno, rossa promessa di sesso per il primo estratto sulla ruota di Napoli. Sconsolata, canta ciò che le manca: «non domandare da dove provengono, chi ha tanti soldi vive come un pascià e a piedi caldi se ne sta».

Boccaccio ’70 doveva essere un film in quattro episodi – il progetto iniziale ne prevedeva dieci – affidati a De Sica, Fellini, Visconti e Monicelli. Ma nell’edizione estera, l’episodio diretto da Monicelli fu tagliato dalla produzione, e gli altri registi rifiutarono di presentarsi a Cannes, dove Carlo Ponti era riuscito a far inserire la “prima” della pellicola.

La riffa è il quarto atto, 50 minuti impaginati da Cesare Zavattini, con Luigi Giuliani (Gaetano), Alfio Vita (Cuspet) e una quantità di volti presi dalla strada. Dopo l’Oscar per La ciociara, a ventotto anni Sophia ritrova De Sica e la scelta di vestirla sempre di rosso non fu certo casuale. Simbolica come la scelta del luogo, Lugo di Romagna, microcosmo gaudente e festoso, dove il cibo trabocca e il boom economico fa leva sul mercato bestiame. È un mondo quasi interamente maschile (e maschilista), che vagheggia la notte più bella di tutta una vita: toccherà al vincitore della lotteria clandestina, a cui Zoe si è prestata per aiutare la sorella incinta.

Il biglietto vincente finirà al più improbabile degli amanti, che subirà minacce e offerte, ma resisterà a ogni pressione e pretenderà di riscuotere il premio (con l’allegra approvazione dell’anziana madre). Al culmine della sua iconica prosperità, Sophia decide di mettersi in palio con malinconica noncuranza, ma non mancherà di far capire all’innamorato che tipo di donna è sempre stata e a quale ruolo aspira.

Visto al Cinema Ritrovato 2022. Trent’anni dopo ne fu ricavato un remake con Monica Bellucci, dalla lunghezza doppia e dalla morale ambigua (protagonista una vedova sommersa dai debiti).

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