Sing Street [id.] – John Carney [cine33] – 7

Piacerà senz’altro ai quattordicenni e diciottenni negli anni Ottanta; ho qualche dubbio sui miei coetanei, e ancora di più sui sedicenni di oggi.

Dublino, i genitori di Conor stanno per separarsi, c’è bisogno di tagliare le spese e il ragazzo viene retrocesso dalla sofisticata scuola privata a una scuola cattolica per sottoproletari. Conosce il bullismo, regole retrograde, si sente un emarginato. Ma conosce anche Raphina, una ragazza appena più grande, aspirante modella, e per frequentarla si inventa musicista.
Insieme ad altri outsider (fra cui un nero e uno che alleva conigli) Conor forma una band, compone canzoni e gira esilaranti videoclip, mutando sound e look, immagine e stile, a seconda di quel che ascolta in quel momento: Duran Duran e Spandau, ovviamente, ma non mancano Clash, Jam, A-Ha e Cure. Opportunamente, il fratello maggiore spiega a Conor di stare lontano dai Genesis di Phil Collins.

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Romanzo di formazione in forma di musical, «Sing Street» può contare su una splendida colonna sonora, puro brit-pop, alternando canzoni stranote a inediti eseguiti dalla boy-band. I momenti divertenti si succedono, la band evolve con bruschi scartamenti di lato, la vita scolastica e quella familiare sono miscelate con arguzia e ritmo, la relazione fra Conor e Raphina ha le ascese e discese ardite degli innamoramenti a quell’età. Suo malgrado, il fratello maggiore verrà trascinato dalla vitalità di Conor

Il sogno di un ragazzo irlandese non può che essere Londra. La musica fa da veicolo alla presa di coscienza di sé e di quello che si chiede alla vita, di ciò che si insegue, pur sapendo che l’obiettivo può rivelarsi un miraggio. Metaforica, una barchetta affronterà la tempesta lungo le 30 miglia che separano l’Irlanda dalla costa inglese.

The Commitments [id.], Alan Parker, 1991 [filmTv25] – 8

A quattro anni dall’uscita del romanzo di Roddy Doyle, il regista di Fuga di mezzanotte, Mississippi Burning e Birdy sorprende con un film interpretato da giovani musicisti che non avevano mai recitato. Ma la filmografia di Parker non contiene solo titoli drammatici, ne fanno parte anche Saranno famosi e Pink Floyd The Wall.

Assioma: gli irlandesi sono i più negri d’Europa, i dublinesi sono i più negri d’Irlanda e gli abitanti della periferia sono i più negri di Dublino. Dunque, si può, anzi si deve suonare il soul: è quanto sostiene Jimmy Rabbitte (Robert Arkins), figlio di un fanatico di Elvis, aspirante manager. Costruisce una band e supera tanti ostacoli per farla esibire in pubblico.

Con le audizioni di Jimmy, fra casa e cortile, la scelta dei musicisti è irresistibile (chi ha fatto il casting avrebbe meritato un premio); l’avvio delle prove è altrettanto travolgente e l’evoluzione delle dinamiche interpersonali non fa perdere ritmo al racconto (Nomination agli Oscar per il montaggio di Gerry Hambling). Parker sceglie di viaggiare sulla lunghezza d’onda del romanzo, con la sua fitta dialettica e l’umorismo dei dialoghi.

Al successo contribuì una scoppiettante colonna sonora, con omaggi a Aretha Franklin, James Brown, Otis Redding, Wilson Pickett (e un paio di brani della cantante irlandese Niamh Kavanagh). Degli attori esordienti, solo una delle tre coriste ha lasciato tracce: Nathalie (Maria Doyle Kennedy), rivista in Sing Street e in tv con Dexter e Downton Abbey. È scomparsa la bionda Imelda (Angeline Ball).

Film dall’energia contagiosa, dubito che l’azienda di soggiorno di Dublino abbia apprezzato certi scorci suburbani. Nel finale, la trama tende a divaricarsi dal testo, inventando l’attesa per Wilson Pickett ed enfatizzando egoismi e gelosie, fino a far esplodere il gruppo… Non è una sconfitta, l’ultima delle interviste immaginarie di Jimmy richiama gli oscuri versi di A Whiter Shade of Pale.

I°. Dire Straits (Vertigo, 1978) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 237.

Sofisticati e tendenti al virtuosismo: così ci apparvero i Dire Straits all’esordio, quando i più pensarono venissero dell’America sudista. Quello swing, quel rockabilly, quel rhythm and blues da dove altro potevano scaturire, se non da qualche terra fra Nashville e il Delta del Mississippi?

Invece erano londinesi, e il leader aveva quasi trent’anni ed era pallido e un po’ stempiato. Mark Knopfler (Stratocaster rossa e voce), il fratello minore David (altre chitarre), John Illsley (basso) e Pick Withers (batteria) formavano un quartetto che emetteva sonorità fortissimamente melodiche, poggiate su una ritmica indolente e avvolgente, così lontana dallo spirito del tempo: punk e new wave sembravano venire da altri pianeti.

Le nove canzoni vennero incise a Londra (Island Studios di Basing Street) e prodotte da Muff Winwood (fratello di Steve), con l’allusiva copertina di Chuck Loyola: Six Blade Knife, Down to the Waterline e, neanche a dirlo, Sultans of Swing sono le tracce che si fanno ricordare.

Quella dei primi Dire Straits è musica citazionista e densa di omaggi, pastosa e compiaciuta della propria orecchiabilità. Colpisce anche un Dylan a corto di ispirazione, che coinvolge il quartetto in Slow Train Coming e, di nuovo, nel ben più riuscito Infidels. Chiunque abbia avuto un amico chitarrista, sa che poteva provare di tutto, anche Wish You Were Here e Starway to Heaven, ma non bisognava chiedergli gli assoli di Mark Knopfler.

Another Green World, Discreet Music, Before and After Science, Brian Eno, Editions E.G., 1975-75-77 – 8 / 7 / 8

LA PUNTINA SUL VINILE 166, 167 e 168.

Ho passato un pomeriggio su questi 3 album, incisi prima che l’autore arrivasse ai trent’anni; si tratta del terzo, quarto e quinto capitolo della sua cangiante discografia solista.

Quanto fosse lunatico e contraddittorio Eno, quanto imprendibile la sua eclettica creatività, lo dimostra questo trittico, dove è impossibile mettere a fuoco un’estetica, un fulcro della ricerca musicale, e cosa invece rappresenti solo un divertimento, una semplice distrazione.

Sono composizioni talmente differenti da rendere irriconoscibile il loro artefice. A fare da filo conduttore, la convinzione che il progresso artistico passi per la cruna dell’ago della tecnica, nella decantata fusione di cervello e istinto: cercando vibrazioni, sforzandosi di stare sempre all’avanguardia di qualcosa, coltivando paradossi, non-sensi, aspirando all’esclusiva aura del non-musicista.

Registrato negli Island Studios con la supervisione di Rhett Davis, Another Green World è una sequenza di frammenti: quattordici tracce, di lunghezza compresa fra i novanta secondi e i 4 minuti.

Fanno la loro comparsa in sala d’incisione Phil Collins, John Cale, Robert Fripp, Fred Frith, Ian MacDonald, Phil Manzanera, Pete Townshend, Robert Wyatt.

Ogni tanto Eno prende a cantare su melodie rese scorrevoli da sottofondi elettronici, ad anticipare la svolta berlinese di Bowie, che avverrà l’anno successivo. Di particolare intensità, Over Fire Island, I’ll Come Running, St.Elmo Fire, Everything Merges with the Night.

Nettamente diverso l’ordine del discorso in Discreet Music.

Il lato A è occupato da un’unica suite di oltre 30 minuti, note dilatate fino allo sfinimento e incise negli studi domestici di Eno, il 9 maggio 1975. I 20 minuti del lato B sono divisi in tre parti, traducibili come “variazioni sul canone in D major” di tale Johann Pachelbel; Eno sinfoneggia sulle arie di Pachelbel insiema al Cockpit Ensemble diretto da Gavin Bryars, in una registrazione effettuata il 12 settembre 1975 presso i Trident Studios.

Il retro di copertina contiene una specie di diagramma matematico, il disegno della manipolazione del suono, che parte dal sintetizzatore, passa nel digital recall system, poi nel graphic equalizer, quindi nell’echo unit; a questo punto il suono è registrato, e può riverberarsi e disperdersi in una delay line, da cui fa ritorno alla cabina di registrazione. Una musica carezzevole, che spalanca le porte all’ambient.

Infine, in Before and After Science, ecco dieci “canzoni alla Eno”, con un gruppo di collaboratori con cui ha lavorato spesso: Paul Rudolph, basso e chitarra, Bill MacCormick, basso, Phil Collins e Jaki Liebezeit, batteria, Percy Jones, basso, Rhett Davis, Phil Manzanera e Fred Frith, chitarre, Achim Roedelius e Möbi Moebius (Cluster) piano elettrico.

Le “strategie oblique” si dipanano in una veste pop, incoerente e sfuggente, raffinata negli studi londinesi di Basing Street e in quelli di Colonia (Conny’s Studios). Momenti magici: Backwater, King’s Lead That, Here He Comes, Through Hollow Lands. Ma l’album contiene uno dei vertici assoluti della parabola solista di Eno: By This River, incisa insieme alla coppia dei Cluster.

Cercando spunti fra i libri, ho trovato una frase di Al Aprile e Luca Mayer (La musica rock-progressiva europea, Gammalibri, 1979) che mi sembra perfetta per identificare il Brian Eno di quei tempi: un giocoliere mentale, capace di distillare “il nettare di un piccolo, tascabile, esistenzialismo sonoro”.

Steve Winwood I, Steve Winwood (Island, 1977)

LA PUNTINA SUL VINILE 14.

A sedici anni suonava organo, pianoforte e chitarra nello Spencer Davis Group, facendo irruzione nelle classifiche con quella Gimme Some Lovin’ poi ripresa dai Blues Brothers.
Non ancora ventenne, fondava i Traffic e un paio d’anni dopo, all’apice della fama, si compiaceva di monetizzare il tutto con i Blind Faith (una mezza truffa, per come la ricordo; tipico “supergruppo” con tanta tecnica e poco da dire).

Strano che l’esordio solista dell’ex ragazzo prodigio partito da Birminghan avvenga a ventinove anni e con un album minimalista, quasi sottotono. Sono sei lunghe ballate, tre per lato, con divagazioni dal folk al blues, dal progressive alla world music; spiccano Midland Maniac e la conclusiva, Let Me Make Something in Your Life, in cui la voce di Winwood arriva come un’autentica delizia. Quattro brani sono firmati dall’amico Jim Capaldi, la seconda voce è Nicole, che Steve sposerà l’anno dopo.

Registrato al Basing Street Studios, il dipinto in copertina è di James Hutchinson. A ripensarci, è assurdo che io abbia perduto di vista questo straordinario personaggio non ancora trentenne: di tutta la sua produzione successiva, ricordo solo Higher Love, a metà anni Ottanta.

Love Actually – L’amore davvero [Love Actually], Richard Curtis, 2003– [filmTv81] – 7

Noi abbiamo i cinepanettoni, agli inglesi capita di sfornare prodotti meglio lievitati, campioni di incassi da riproporre ogni fine d’anno.

Il film può contare su un cast pieno di Oscar e di talento, da Colin Firth a Hugh Grant, da Emma Thompson a Liam Neeson, da Alan Rickman a Keira Knightley, da Laura Linney a Bill Nighy (attore feticcio per Curtis). Comparsate per Rowan Atkinson, Billy Bob Thornton, January Jones, Denise Richards, Elisha Cuthbert, Chiwetel Ejiofor e Claudia Schiffer; appare anche l’undicenne Thomas Brodie-Sangster, rivisto nel recente La regina degli scacchi.

La trama intreccia una decina di storie, ambientate in larga parte a Londra alla vigilia delle feste natalizie; fa eccezione quella imperniata su Colin Firth, che fugge da Londra dopo aver scoperto con chi si consola la sua compagna.

Thompson e Rickman indossano i veri panni di coniugi (lui non è insensibile alla nuova segretaria), Neeson e Brodie-Sangster sono padre e figlio, Hugh Grant vive da single al 10 di Downing Street e avrà uno strano scatto di patriottismo davanti a Thornton, il presidente degli Stati Uniti, verificheremo la giustezza delle fantasie sessuali dei ragazzi inglesi nei confronti delle coetanee americane, assisteremo ad amori impossibili che si realizzano (a Lisbona: Aurélia parla solo quella lingua) e ad amori impossibili che si fermano per non ferire un amico… Riassumere i temi messi in campo richiederebbe troppe parole, può esserci qualche eccesso di melassa, alcune sottotrame appaiono deboli, ma il film ha ritmo e resta divertente.

Colonna sonora di forte impatto, con canzoni di Dido, Joni Mitchell, Beach Boys, Kelly Clarkson, Santana, Maroon 5, Norah Jones, Eva Cassidy, Mariah Carey, Otis Redding e dello stesso Bill Nighy, che canta Christmas Is All Around, sulle note del classico dei Troggs, Love Is All Around.

La morale della favola è di una semplicità disarmante: Natale è un giorno che va passato con le persone che si amano davvero.

Nixoniana, Jules Feiffer

La tavola di Feiffer è seriale, il disegno occupa uno spazio geometrico con minime variazioni del soggetto e tanto spazio bianco intorno.
La famosa danzatrice in calzamaglia nera sembra annegare in questo bianco.

Nixon di FeifferFeiffer ha disegnato spesso Nixon come uno scimmione peloso, dallo sguardo assi furbo.
Nella tavola-sintesi degli anni Sessanta, con 8 volti di personaggi (uccisi o eletti), Feiffer mostra tutto il suo talento per le fisionomie.

Maschere impassibili dialogano sull’avvento del fascismo negli Stati Uniti:
“Molto dipende se verrà con i Democratici o con i Repubblicani.
Un fascismo democratico sarebbe più liberale”.

Lo sciopero dei consumatori appare più incisivo di una rivoluzione politica.
Si arriva alla fase più acuta dei bombardamenti sul Vietnam; sono ormai dieci anni che l’esercito americano si è infognato nel sud-est asiatico.
“Pace con onore” è lo slogan di Nixon per uscire dal Vietnam.
La corte dei “pretoriani” di Nixon è composta da: J. Edgar Hoover, Melvin Laird, John Mitchell, Spiro Agnew, Henry Kissinger.
Kissinger è quello la cui influenza è proseguita ben oltre la caduta del Presidente (resta il principale collaboratore di Gerald Ford). Non essendo wasp, H.K. doveva accontentarsi del ruolo di Metternich, o Tigellino.
“I Presidenti cambiano, ma il Kissinghiere resta”.

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#Brit-Pop 34: Donovan

Nato a Glasgow il 10 maggio 1946, Donovan Phillips Leitch merita la formula che l’inventore dei Replicanti riservò a Roy Baty: «La candela che arde con il doppio dello splendore, brucia in metà tempo». Date un’occhiata alla discografia di Donovan nella seconda metà degli anni Sessanta… Incredibile che questo genio melodico sia pressoché dimenticato.

Cantastorie psichedelico, uscì dal folk con una parabola simile a quella di Dylan, a cui fu lungamente paragonato. Ma la collaborazione con Jimmy Page e Jeff Beck, Ron Wood e John Paul Jones fa capire che la traiettoria fu diversa. L’essere hippie trovò in questo scozzese un testimonial genuino, altrettanto visionario di Dylan, semmai meno interessato alla canzone di protesta (ma ha cantato Universal Soldier). Alla limpida chitarra acustica, la sua strumentazione aggiunse violini, xilofono, sitar, tablas, clavicembalo, congas e sassofono.

Pietre miliari: Mellow Yellow, To Sing for You, Sunshine Superman, Jennifer Jupiter, To Try for the Sun, Sunny Goodge Street.

Turista per caso, Anne Tyler, Guanda, 1985

The Accidental Tourist, tradotto da Mario Biondi, suonava meglio come “turista involontario” o “turista controvoglia” (come il titolo della collana di guide di viaggio voluta dall’editore per cui lavora il protagonista). Nata a Minneapolis nel 1941, Anne Tyler si è laureata in letteratura russa alla Columbia University; vive a Baltimora, concede rare interviste, nel 1989 ha vinto il Pulitzer con Lezioni di respiro. Non è il suo primo romanzo che leggo, certo non sarà l’ultimo.

Macon Leary e Sarah sono sposati, “avrebbero dovuto rimanere al mare una settimana, ma nessuno dei due se l’era sentita, per cui avevano deciso di tornare prima”. È passato un anno da quando hanno perso l’unico figlio, il dodicenne Ethan, rimasto ucciso nel corso di una rapina a un fast food. Traumatizzati, stanno reagendo in modo diverso – lei ne parla, lui no – finché Sarah dice di volere il divorzio, lascia a lui la casa e va ad abitare in un’altra zona di Baltimora. Ha esaurito le energie per difendere il matrimonio.

Avevano condiviso più di vent’anni, “Sarah era stata la sua prima e unica ragazza”. Macon Leary è metodico, ordinato, ha un “sistema” per ogni aspetto dell’organizzazione casalinga (gli è sempre parso che lei mancasse di metodo), il suo lavoro è scrivere “guide di viaggio destinate a chi era costretto a spostarsi per lavoro”. Detesta viaggiare. Dunque, è la persona ideale per confezionare questi manualetti tascabili, segnalando al turista i posti dove ritroverà le proprie abitudini, le sicurezze casalinghe, limitando la vertigine della lontananza e scongiurando il pericolo: la sorpresa, la novità, l’imprevisto… Leggi il resto dell’articolo

Morrison Hotel. The Doors (Elektra, 1970) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 372.

Quinto album, prodotto da Paul A. Rothchild, il penultimo fra quelli in studio.

È il lato B ad avere come etichetta il titolo dell’album; il lato A, invece, è introdotto dalla scritta Hard Rock Café. Su tutte, per la complessità stilistica e l’inimitabile carisma del cantante, spicca Roadhouse Blues, ma le vendite non furono trascinate da un singolo di immediato impatto.

Indian Summer era già stata registrata in vista dell’album d’esordio, e venne recuperata perché il gruppo non riusciva a ottenere niente di meglio; scartata perché il sound era troppo eccentrico, Waiting for the Sun doveva essere la title track del terzo album.

Queen of the Highway è una trasparente dichiarazione d’amore verso Pamela Courson. Altra canzone degna di nota è Peace Frog, e anche se i testi di Morrison non sono mai diretti e realisti, segnala un’adesione perlomeno spirituale alla “contestazione” in corso negli Stati Uniti di fine anni Sessanta, riallacciandosi a un sanguinoso ricordo d’infanzia.

Bernardo Bertolucci riprese due delle undici tracce – The Spy e Maggie M’Gill – per la colonna sonora di The Dreamers (2003).

Jim Morrison, Robby Krieger, Ray Manzarek e John Densmore confezionano un’opera dal tono malinconico, una specie di viaggio nell’America profonda, marginale, suburbana, fatiscente, polverosa, incomprensibile dalle “mille luci” metropolitane. L’America blues… Ma il vero Morrison Hotel stava sulla South Hope Street, downtown Los Angeles.

Waiting for the Sun. The Doors (Elektra, 1968) – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 343.

Terzo capitolo, strano fin dal titolo: Waiting for the Sun non fa parte di questo album, ma del successivo Morrison Hotel.

Prodotti da Paul Rothchild, i Doors incidono 11 tracce, indirizzate ora dall’uno ora dall’altro, ma firmate dall’intero quartetto: Jim Morrison, voce; Robby Krieger, chitarre; Ray Manzarek, tastiere Gibson G-101; e John Densmore, batteria. Spiccano The Unknown Soldier, manifesto di protesta contro la guerra nel Vietnam, e poi Yes, the River Knows, Love Street, Spanish Caravan, Wintertime Love. C’è anche Hello, I Love You, il singolo più venduto dell’intera discografia (ma i Kinks vinsero una causa per plagio).

È l’unico LP dei Doors a raggiungere la posizione numero 1 nelle classifiche Usa. Non a caso: è anche l’album più melodico e meno dilaniato della band, morbido e languido, sfiorando valzer e flamenco, con momenti di immediata orecchiabilità, dispiegata da Manzarek e Krieger e assecondata dalla voce addolcita del Re Lucertola. Aprendo la busta doppia, si incontra il testo del poema psichedelico, apocalittico e visionario, di Morrison, The Celebration of the Lizard: doveva occupare l’intero Lato B, ma il gruppo non riuscì a registrarne una versione completa, e qui ne rimane un frammento, intitolato Not to Touch the Earth. Per chiudere l’album, vennero perciò riprese un paio di ballate che risalgono al 1965.

Le fotografie sono di Paul Farrara e Guy Webster. All’epoca, Jim aveva un nuovo idolo (Frank Sinatra), beveva sempre di più, e viveva a Los Angeles insieme a Pamela Courson, in una casa nella zona di Laurel Canyon, al 1812 di Rothdell Trail.

The Freewheelin’ Bob Dylan. Bob Dylan (CBS, 1963) – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 276.

Poema epocale, frutto di un genio ventiduenne venuto da Duluth, Minnesota, e imbevuto di Bound for Glory, l’autobiografia di Woody Guthrie.

In copertina, Robert Zinnermann cammina sulla neve sottobraccio alla girlfriend, Suze Rotolo (entrambi i genitori erano iscritti al Partito Comunista Usa), fotografati da Don Hunstein all’angolo tra Jones Street e la West 4th Street, nel Greenwich Village. La mia è una ristampa del 1967, l’avrò acquistata nel ’74, arrivando al liceo.

Voce, chitarra acustica e armonica a bocca: nient’altro. Prodotto da John Hammond e Tom Wilson (non citato), nel corso di otto sedute di registrazione nel Columbia Studio A, 799 Seventh Avenue, raccoglie composizioni partorite nell’estate-autunno del ’61.

Mentre l’album d’esordio era in gran parte composto da cover, stavolta musica e testi sono tutti suoi. Appare sbalorditiva la facilità con la quale si trasformò da folksinger a portavoce di una generazione.

Scolpisce strofe nel vento e nella pietra: Blowin’ in the Wind diventa la canzone di protesta per eccellenza, Peter, Paul e Mary ne ricavano un singolo che vende trecentomila copie in una settimana; A Hard Rain’s a-gonna-fall spinge a riflettere sulle conseguenze di un conflitto nucleare, Masters of War si scaglia contro i fabbricanti di armi, Talkin’ John Birch Paranoid Blues irride i residui di anti-comunismo maccartista, Oxford Town ricorda James Meredith, il primo studente nero che osò iscriversi all’università del Mississippi. Quanto a Don’t Think Twice, descrive la mancanza di Suze, che per sei mesi sta in Italia a studiare arte.

Per capire cosa abbia significato questo album, basta riprendere quel che dissero un inglese e un canadese, John Lennon e Neil Young.

American Graffiti [id.], George Lucas, 1973 [filmTv58] – 8

È un caldo sabato sera del 1962 di quattro amici diciassettenni. Sui titoli di coda ci viene detto che John (Paul Le Mat) morirà in una corsa clandestina nel dicembre 1964, Terry (Charles Martin Smith) risulta missing in action in Vietnam nel dicembre 1965, Steve (Ronny Howard) fa l’agente di assicurazioni nella cittadina in cui è nato, e Curt (Richard Dreyfuss) ora fa lo scrittore e vive in Canada.

Immersa in una delle 5 colonne sonore fondamentali della storia del cinema, la pellicola è ambientata a Modesto, California, in piena Era Kennediana. Passammo da lì nell’estate 1995: non potevamo evitare la madeleine dell’hamburger house con le cameriere che si muovono sui pattini…

A diciassette anni non ti fanno comprare liquori, ma ti lasciano guidare lunghe automobili. È questo il passatempo dei diciassettenni di Modesto: fare su e giù sulla main street, abbordando ragazze, scambiandosi battute, pomiciando fra fidanzati, imbastendo scherzi cretini. Ma il giorno dopo Steve e Curt dovrebbero partire per un college nell’Est: Steve è assolutamente convinto, mentre Curt vacilla, già nostalgico di un tempo irripetibile e smanioso di fare la conoscenza con la splendida ragazza bionda alla guida di una Thunderbird bianca.

John è meccanico, il più veloce a correre sulle auto: ogni sabato deve respingere una sfida, stavolta gliela pone l’arrogante Bob Falfa (un giovanissimo Harrison Ford). Non ha una ragazza fissa John, e quel sabato sera imbarca per caso una dodicenne che vorrebbe essere sexy e si spaventa solo quando lui finge di desiderarla con tutte le sue forze.
Terry è il più sfigato, tipico nerd con gli occhiali, lo chiamano “il rospo” e lui non fa che vantarsi con le ragazze e calamitare guai, ma quel sabato ha la fortuna di incrociare una bionda identica a Sandra Dee.
Steve sta con Lory, la sorellina di Curt. Da mesi fanno coppia fissa, ora che stanno per separarsi, lui propone di sentirsi liberi per qualche mese e lei ribatte facendolo ingelosire. Finirà sull’auto di Bob Falfa, rischiando di morirci.
Vinta una borsa di studio dal circolo dei commercianti, Curt insegue il miraggio della Thunderbird bianca e finisce nei guai: tre teppisti dai giubbotti di pelle lo costringono a una pericolosa prova di coraggio contro la polizia.

Ecco i semplici ingredienti di un cult movie, che rimescola temi di «Happy Days», «Il Selvaggio», «Gioventù bruciata» e compone un affresco generazionale di favolosa ingenuità, uno di quei film che impari a memoria e non ti stanchi di rivedere. Fra le 5 Nominations, un Oscar l’avrebbe meritato: quello per la migliore sceneggiatura originale, firmata George Lucas, Gloria Katz e Willard Huyck.

Il Boss a San Siro, i miei tweet e la scaletta

• #boss. Il rock’n’roll era moribondo, il battito debole, ma bastava poco, qualcuno che ci raccontasse di Rosalita.
• #boss. Sulle note infuocate di Hungry Heart, Springsteen attraversa la marea umana come fosse il Mar Rosso.
• #boss. Sui brividi dell’armonica di The River, lo seguiresti fino a scoprire quanto è fredda e profonda quell’acqua.
• #boss. Tre fila più sotto, due donne incinta. Quei bambini vorranno sapere chi fosse quello che urlava di credere in una terra promessa.
• #boss. Il boato che ha chiuso Because the Night si era sentito a San Siro quando ancora c’era Milito.
• #boss. Sono disposto a implorare un passaporto americano se quel paese assume Born To Run come inno nazionale.
• #boss. Se dopo tre ore e venti, attacchi Bobby Jean, vuol dire che vuoi farmi piegare le ginocchia.

Boss a San Siro

1. Meet Me in the City The River outtakes 1980
2. Prove it all Night Darkness on the Edge of Town 1978
3. Roulette Tracks (1988) 1980
4. The Ties That Bind The River 1980
5. Sherry Darling The River 1980
6. Spirit in the Night Greetings from Asbury Park, N.J. 1973
7. Rosalita The Wild, the Innocent… 1973
8. Fire (The Pointer Sisters, 1978)
9. Something in the Night Darkness on the Edge of Town 1978
10. Hungry Heart The River 1980
11. Out in the Street The River 1980
12. Mary’s Place The Rising 2002
13. Death to My Hometown Wrecking Ball 2012

14. The River The River 1980
15. Racing in the Street Darkness on the Edge of Town 1978
16. Cadillac Ranch The River 1980
17. The Promised Land Darkness on the Edge ot Town 1978
18. I’m a Rocker The River 1980
19. Lonesome Day The Rising 2002
20. Darlington County Born in the USA 1984
21. The Price You Pay The River 1980
22. Because the Night (Patti Smith, 1978) 1986
23. Streets of Fire Darkness on the Edge of Town 1978
24. The Rising The Rising 2002
25. Badlands Darkness on the Edge of Town 1978

26. Backstreets Born to Run 1975
27. Born to Run Born to Run 1975
28. Seven Nights to Rock (Moon Mullican, 1956)
29. Dancing in the Dark Born in the USA 1984
30. Tenth Avenue Freeze-out Born to Run 1975
31. Shout (The Isley Brothers, 1959)
32. Bobby Jean Born in the USA 1984
33. This Hard Land Tracks (1988) 1982

David Bowie Is Dead. Inafferrabile, l’uomo che cadde sulla Terra: un mio lungo articolo di vent’anni fa

Ho molto amato Bowie, possiedo oltre una dozzina di suoi album, da Hunky Dory a Thursday Child, l’ho visto dal vivo a Firenze nello Spider Glass Tour, e l’ho apprezzato anche al cinema, dove ha solo palesato l’attore che poteva essere.

David BowieDi seguito, quello che scrissi di lui per il numero 7 di “Zero in condotta” (con Bowie in copertina: stava per suonare a Bologna): il file è datato 18 gennaio 1996… Il titolo era “L’uomo che cadde sulla Terra”.

Alla domanda, “Chi è David Bowie?”, viene da rispondere con i suoi personaggi: il Maggiore Tom, Hunky Dory, Ziggy Stardust, Aladdin Sane, l’erede di Frank Sinatra; oppure con i volti cinematografici, dal primo extraterrestre al gigolò, al vampiro; fino a Nathan Adler, il detective di Outside, l’ultimo disco. Tante facce diverse, contraddittorie. Dal cui accostamento emerge una figura ambigua, volutamente sfuggente, versatile, opportunista, dotata di uno straordinario talento per i travestimenti e per le rivoluzioni sonore. Un inventore di look, un artista mutante, capace di assimilare molteplici influssi, riversandoli in una formidabile presenza scenica: uno stratega dell’immagine, forse il più grande attore che abbia calcato le scene del rock’n roll.

Alla domanda su chi sia David Bowie, si può rispondere con le semplici generalità: David Robert Jones, nato l’8 gennaio 1947 al numero 40 di Stansfield Road, Londra. Diplomato all’art school.
La sua prima band si chiama King Bees, e il primo singolo, Liza Jane, esce nel giugno 1964. Con un nuovo gruppo, The Lower Third, fra il ‘65 e il ‘66, suona un repertorio rhythm & blues, incidendo per la stessa etichetta dei Beatles, la Parlophone: oltre a cantare, all’epoca suonava il sassofono.
In quel 1966, dall’America arrivano notizie dei Monkees; il loro leader si chiama Davy Jone, e si dice che fu per quello, per evitare l’omonimia, che scelse di cambiare nome: nascono così i David Bowie & the Buzz. Per una di quelle coincidenze che fanno la mitologia del rock, alla band accade di suonare al Marquee (il famoso locale londinese) come “spalla” degli High Numbers, altrettanto sconosciuti, ma destinati a diventare i futuri Who. Intanto, Bowie frequenta una società buddista e le lezioni di mimo di Lindsay Kemp: la passione per il travestimento, dunque, non è un effetto del successo.

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The Newsroom: la seconda stagione in 5 post – IV

 

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Lo stratagemma dei singoli giornalisti che si presentano davanti all’avvocato Halliday serve a ripresentare i personaggi della prima stagione, riveduti e corretti. L’Operazione Genoa agisce da detonatore. Al catastrofico errore – il falso scoop – si arriva per la malafede di un giornalista ambizioso, e per una serie di sfortunate coincidenze: un giornalista ubriaco si rompe un piede gettandosi in una piscina, Maggie si rimette con Don e Jim non ce la fa più a vederli insieme, MacKenzie lo lascia partire per il New Hampshire, ma deve sostituirlo in fretta con qualcuno già a libro-paga, il generale in pensione non vuole che Maggie sia presente all’intervista…

Il punto di vista di Sorkin è liberal, ma l’autore vuole accreditarsi innanzitutto come un americano patriottico e affezionato ai valori della tradizione. Smaliziato e furbo, fa di Will McAvoy un Repubblicano dalle idee chiare e dai valori non negoziabili, la voce più credibile per portare un attacco frontale alla new generation del Tea Party (glielo farà notare, in diretta tv l’ex responsabile della campagna elettorale di Romney). Né va dimenticata la perfidia con cui Will si diverte a demolire la giovane esponente di Occupy Wall Street. Leggi il resto dell’articolo

The Artist – Michel Hazanavicius – 8

The Artist

È il 1927 a Hollywood: George Valentin (Jean Dujardin) è un attore di grande successo, ma la sua vita, prima ancora della carriera, viene sconvolta da due novità: l’incontro fortuito con Peppy (Bérénice Bejo), giovane, spumeggiante ballerina; e l’avvento del sonoro. D’ora in poi, gli attori parleranno e gli oggetti emetteranno suoni.
L’orgoglioso George Valentin non crede in questo nuovo mondo, e si ostina a non entrarci, il crollo di Wall Street lo getta sul lastrico.

Con la loro singolare fotogenia, Dujardin e Bejo sembrano uscire da quel mondo, da quel tempo. La regia sa come variare il registro, passando dal melodramma al comico, dalla tragedia al musical (il più cinematografico dei sogni). È una regia che vibra sulle corde della leggerezza, si nutre di richiami a celebri sequenze tratte da Fritz Lang (Metropolis) e Chaplin (Il monello), Murnau e Vidor, fino agli obbligati riferimenti tematici: Cantando sotto la pioggia e Viale del tramonto (senza dimenticare il cagnolino ripreso dalla saga dell’Uomo Ombra).

Il cinema nasce muto e in bianco e nero. Nasce con l’impronta realistica dei Lumière e si sviluppa presto grazie all’iventiva favolistica di Meliès. La sua magia risulta parimenti inarrivabile, per l’antinaturalismo che quel linguaggio veicolava, sia che si trattasse di mostrare l’arrivo di un treno in una stazione, o un proiettile che spediva un uomo sulla Luna. L’arrivo del sonoro e poi del colore hanno infranto quell’incantesimo, quella potente illusione. Hazanavicius cerca di riprodurla, e in certi momenti ci riesce, ricatturando barlumi di una meraviglia che non conosciamo più.

Noi Er Pelliccia, loro le Hot Chicks

Noi Er Pelliccia, loro le Hot Chicks

Lo stesso giorno in cui bruciava Roma, Gianni Riotta firmava un articolo per “la Stampa” nel quale descriveva Zuccotti Park, Manhattan, la “piazza americana della rivolta contro Wall Street, capitale di Occupy Wall Street, movimento esiguo nei numeri, vezzeggiato da media e potenti, diffuso alla velocità del web nel mondo 2011”.

Riotta fa capire che questo movimento “esiguo” – di proporzioni tanto più modeste di quelle che hanno attraversato pacificamente le strade di Roma, sabato scorso e oggi, chiamati dalla Fiom – accampato a pochi metri dalla Borsa, gode di una singolare fortuna: “è coccolato da mezza America” (Obama compreso), e trova il sostegno di molti opinion leader (Letterman, per dirne uno, oppure il Nobel Krugman). Riprendo alcuni passaggi.

Occupy Wall Street“Puliscono il marmo di Zuccotti Park con spazzoloni, saponata e la foga di chi vuol dimostrare al mondo di sapersi comportar bene. Studentesse bionde venute dall’Alabama, mamme pacifiste che lavorano a maglia pregando, «Speriamo non ci sgombrino oggi, è il mio compleanno», militanti della vecchia sinistra Usa, per ora niente brutti ceffi”.

“A Zuccotti Park ci sono ospedale e farmacia, gestiti da un infermiere in camice nero e croce rossa sul petto, i medicinali distribuiti a chi sembra più intronato, vuoi per l’umidità dopo settimane di occupazione, vuoi per birra e spinelli. Dietro è allestita la mensa, tavolini e tovaglie bianche dove si servono fette di pizza gelata, sandwich fatti in casa con la verza, frutta, un pentolone di anelletti al ragù – nessuna stella Michelin temo. Tutto gratis, chi vuole lascia qualcosa nel salvadanaio, raccolti finora 175.000 dollari (125.000 euro): la contabilità in pubblico su una lavagna”.

“Zuccotti Park è il corto circuito delle ideologie del ‘900, Ground Zero dei fermenti del XXI secolo. Vi ammoniscono loro stessi, fanciulli con i riccioli rasta, sindacalisti duri, bloggers che twittano sotto la pioggerella, inastando su un cartello il verso del poeta profeta d’America, il Walt Whitman caro a Pavese, «Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico, perché ho dentro moltitudini…».

E oggi sul Corriere, è uscita la notizia di un blog di successo che ha fotografato e filmato le ragazze “più avvenenti” (ma “hot chicks” ha un significato più diretto) che circolano fra le tende di Zuccotti Park.
Ne è derivata una polemica sul sessismo, ma intanto “Mtv sta organizzando un reality con la partecipazione dei ribelli di Wall Street”.