2795, mi ricordo

Mi ricordo che arrivai a concludere di essere innamorato fra la visione di Ludwig e quella di Vestito per uccidere.

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2786, mi ricordo

Mi ricordo quando sul grande schermo di Piazza Maggiore hanno cominciato a palesarsi gli imbecilli, con le loro lucine fosforescenti contro gli occhi dei protagonisti.

2764, mi ricordo

Mi ricordo che di tutti i negozi di via Zanardi sul lato dei numeri pari, fra Porta Lame e il primo semaforo, in questi trent’anni è rimasta al suo posto solo la Macelleria. 

2763, mi ricordo

Mi ricordo che pensieri di morte possono assalirti nei luoghi più impensati, per esempio sulla sedia del barbiere di Piazza Cavour.

2762, mi ricordo

Mi ricordo di non essere mai entrato, ma di avere sbirciato spesso all’interno dell’ombrosa Corameria di Collegio di Spagna.

2760, mi ricordo

Mi ricordo che al posto del fioraio hanno aperto uno Skin Laser.

2759, mi ricordo

Mi ricordo che quando chiuse Nouvelle Frontières, all’angolo fra Zanardi e Parmeggiani, aprì un’agenzia immobiliare.

2755, mi ricordo

Mi ricordo che dove stava la Parrucchiera ora sta un Compro Oro.

2754, mi ricordo

Mi ricordo che dove c’era il negozio di Frutta e Verdura ora vendono Cartucce e Stampanti.

#CinemaRitrovato17. #Cassavetes. #Falk. #Gazzara. #Mariti

Husbands (Mariti), John Cassavetes, 1970 – 8

Posso fare quello che voglio, come voglio, per tutto il tempo che voglio: penso che John Cassavetes si sia sentito così mentre girava questo film, 142 minuti sfrenati, spremuti da una libertà assoluta, con primissimi piani incastonati dentro interminabili piani-sequenza, facendo leva su una modalità di recitazione che oltrepassa ogni “scuola” e afferma i valori della naturalezza, dell’improvvisazione, dell’affiatamento sul set.

Identificare tre attori più affiatati di Cassavetes, Ben Gazzara e Peter Falk sarebbe esercizio inutile: sembra non ci sia finzione, i tre paiono vivere e respirare, urlare e giocare, ridere e litigare (ubriacarsi e vomitare) sul serio, senza filtri. Il punto di partenza è un lutto, l’improvvisa morte di un quarto amico. Sotto shock, i tre sopravvissuti reagiscono come possono, bevono fino a stordirsi, cercando di sfuggire a ogni responsabilità familiare, oscillano fra vitalismo e depressione. A sua volta, la commedia sullo schermo oscilla fra irrimediabile angoscia e ricerca di senso.

Archie (Falk), Gus (Cassavetes) e Harry (Gazzara) hanno poco più di quarant’anni. Sono maschi borghesi ben inseriti nella società. Elaborare quel lutto sembra possibile solo regredendo a uno stato infantile. Dopo una bevuta da sfiancarsi, Harry rientra a casa, litiga con la moglie, prende il passaporto e decide di andarsene a Londra. I due amici lo accompagnano, hanno lo stesso, disperato bisogno di divertirsi e si procurano tre donne in un casinò, le portano in albergo, cercando di sedurle, non è chiaro cosa ne ricavino… Gus e Archie rientrano a New York, Harry si trattiene a Londra: la vita continua, forse tutto tornerà come prima, ma ognuno può ricavare una propria morale.

Ispirato dalla scomparsa del fratello maggiore di Cassavetes, Nick, morto a trent’anni nel 1957, il film esaspera lo spettatore, lo sfianca, lo trascina ai limiti dello sfinimento e dell’empatia.

#CinemaRitrovato16. #ZingariFelici. #BekimFehmiu. #Petrovic

Skupljaci perja (Ho incontrato anche zingari felici), Aleksandar Petrović, 1967 – 7

Vai a vedere un film come questo perché ti capita di incrociarlo in un festival, perché il suo titolo anticipa il capolavoro di Claudio Lolli, perché l’attore principale è quel Bekim Fehmiu che ricordi nei panni di Ulisse nell’Odissea in prima serata RAI (1968, regia di Franco Rossi). Forse pensi anche a Kusturica, a Bregovic, alla confusione fra matrimoni e funerali, all’ultima furibonda stagione del cinema jugoslavo. Insomma, vai a vedere un film come questo per qualche coincidenza di orario e di curiosità. Poi scopri che all’epoca fu molto apprezzato, finendo fra le nominations per il miglior film straniero e vincendo il Gran Premio della giuria a Cannes, fatti non certo frequenti per la cinematografia jugoslava.

Una tribù di zingari è insediata nella Voivodina, al nord della Serbia, una delle loro occupazioni è commerciare in piume d’oca. Vivono da secoli allo stesso modo, ai margini della società “civilizzata”: famiglie patriarcali, molti figli, donne sottomesse, vecchi e vecchie che fumano lunghe pipe, scoppi di violenza, bevute colossali, danze e canti sfrenati, case immerse nel fango (mai visto tanto fango e tante piume).

Visivamente diverso da qualsiasi altro cinema, il film segue la storia di Bora: ha cinque figli e una moglie anziana, decide di procurarsene una giovane, Tissa, ma deve superare l’ostilità del patrigno Mirta, che a sua volta la concupisce. Bora e Mirta sono a volte soci e a volte concorrenti in affari. In un duello al coltello, fra le piume, Bora uccide Mirta. La polizia cercherà invano l’autore del delitto: l’omertà della tribù protegge il colpevole, è pur sempre uno di loro. Sempre povero, per Bora il denaro non è un fine, ma solo un mezzo per fare baldoria con gli amici…

Di questi zingari, Petrovic ha scritto che la loro vita “è maestosa e terrificante, dolce e amara, seducente e vendicativa, libera e inebriante come il film vuole mostrarla”.

#CinemaRitrovato11. #Gabin. #Simenon. #La Marie du port

La Marie du port (La vergine scaltra), Marcel Carné, 1949 – 7

A 46 anni, per la prima volta, Gabin si accosta a Simenon: lo farà 10 volte (3 Maigret e 7 romans dur, fra cui questo). Il romanzo era stato pubblicato da Gallimard nel 1938. Non accreditato, Jacques Prévert collaborò ai dialoghi, la sceneggiatura è firmata Georges Ribemont-Dessaignes. Prodotto da Sacha Gordine, la fotografia è di Henri Alekan (uno dei prediletti di Wenders), le scene di Alexandre Trauner. le musiche di Joseph Kosma. Le riprese in esterni furono fatte a Cherbourg.

Accanto a Gabin, si alternano le due sorelle Le Flem: Blanchette Brunoy interpreta Odile, la maggiore, quella con cui il protagonista, Henri Chatelard, intrattiene una stanca relazione, mentre Nicole Courcel è la giovanissima Marie.

Ricco borghese con vari interessi, Chatelard è proprietario di una birreria e di un cinema (proiettano L’idiota di Georges Lampin e Tabù di Murnau). Accompagna Odile al funerale del padre, in una cittadina normanna; la loro relazione, un tempo scandalosa, si sta trascinando, Chatelard vuole evitare di incontrare i familiari dell’amante e si dirige verso il porto, entra in un caffè, viene a sapere che un battello da pesca è in vendita, d’impulso lo compra. Per strada, è colpito da una ragazza mai vista: scoprirà essere Marie, la sorella minore di Odile (Nicole Courcel aveva diciannove anni, all’uscita del film).

A Chatelard non sfugge la differenza di età, teme di rendersi ridicolo, ma inventa continui motivi per rivedere Marie. La ragazza è “scaltra”, il fidanzamento con un coetaneo viene presto interrotto, fa capire a Chatelard che con lei non potrà avere una relazione. Se la vuole, dovrà sposarla. L’uomo se ne va, deciso a troncare.

Nel lasciare la cittadina, investe con l’auto l’ex fidanzato di Marie; lo porta a casa sua per farlo curare, Odile si affeziona a quel ragazzo. Qualche tempo dopo, Marie si presenta a Cherbourg…

#CinemaRitrovato12. #Buñuel. #L’Age d’Or. #AmourFou

L’Âge d’Or (L’età dell’oro), Luis Buñuel, 1930 – 9

A un film come questo, ci si accosta da poveri ignoranti che hanno smarrito le istruzioni, ma sanno che certe opere d’arte non si lasciano decodificare dalla superficie. La trama esplosiva non funziona senza il detonatore delle immagini. Certi shock visivi, derivati dai processi psicologici dell’autore, restano ambigui come il sorriso della Gioconda. Vale ripetere che per i surrealisti il cinema era il mezzo espressivo ideale, il linguaggio più potente a disposizione.

Buñuel aveva trent’anni e aveva girato solo un cortometraggio. Poté contare sul mecenatismo del visconte Charles de Noailles, che gli garantì la massima libertà creativa. Costruì il film insieme a Salvador Dalì e Max Ernst (che appare nei panni del capo dei banditi). La sequenza iniziale venne girata sulle frastagliate coste di Cadaqués, in Spagna, tutto il resto a Parigi.

Estraneo a ogni genere e convenzione, il film procede per associazioni di idee: un documentario sugli scorpioni; vescovi in preghiera sugli scogli; banditi esausti cadono uno ad uno; un corteo di barche approda a riva, scendono dignitari in alta uniforme che vanno a posare una prima pietra; una veduta dall’alto dell’Antica Roma; incuranti della folla, un uomo e una donna (Gaston Modot e Lya Lys) si accoppiano, finché vengono divisi a forza; i due si ritrovano in una lussuosa villa romana e fremono di desiderio; un’orchestrina suona Wagner; i corpi degli amanti sono continuamente avvinghiati, lei succhia le dita di una statua; un bambino viene assassinato con un colpo di fucile alle spalle; “Oh, che gioia, che gioia aver assassinato i nostri figli”; da una finestra precipitano un albero in fiamme, un aratro, una giraffa… E il finale riserva la più dura provocazione: dopo una didascalia che rimanda alle più turpi e sadiche perversione sessuali, dal portone del castello esce il dissoluto duca di Blangis, e la sua figura ha le sembianze di Gesù.

Venne proiettato per sei giorni allo Studio 28 di Parigi. Contro il film si scagliarono i fascisti di Action Francaise, che – senza capirlo – riuscirono a impedirne la visione: la censura venne imposta per ragioni di ordine pubblico.

Solo l’amore, anzi solo l’impulso irresistibile dell’amour fou, l’ardente desiderio erotico rappresenta una rivolta efficace a famiglia, esercito, chiesa, al potere nelle sue innumerevoli forme.

Era un cinema che dava scandalo. Rivoluzionario come non sa più esserlo.