2360, mi ricordo

Mi ricordo l’eco dei passi sull’acciottolato del ghetto di Bologna, e gli immancabili turisti che intrufolandosi nelle stradine, le scoprono spesso scivolose.

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Tosti e giusti, Valerio Monteventi, Pendragon 2018

Una decina di racconti, con varie ramificazioni, incroci e riprese, “di coraggio, antifascismo e resistenza”: protagonisti, innanzitutto, dei ragazzi costretti a diventare adulti troppo in fretta, combattendo i nazifascisti, con una deliberata “scelta di campo”.

Spiega l’autore che fra tante storie della Resistenza nel bolognese, ha scelto quelle sentite raccontare “a casa mia quand’ero piccolo o che mi sono state raccontate da uomini e donne che negli anni Quaranta erano ancora bambini” (il babbo di Valerio è del 1922, il mio è del gennaio 1926…). Ad alcuni di questi protagonisti sono state intitolate strade, in particolare nella Cirenaica, una porzione di quartiere San Donato. Alcune sono storie minori, non sempre ricordate negli anniversari e nelle manifestazioni ufficiali.

Ne può scaturire una nuova pianta di Bologna. Sarebbe importante che tutti sapessero da dove vengono certi nomi, troppo spesso sono ridotti a puri suoni. Alla denominazione di vie, piazze, edifici, eccetera, corrispondono episodi della nostra storia tanto emozionanti quanto poco conosciuti.

Ma perché raccontarle oggi, queste storie? Perché “il virus del fascismo è di nuovo in libera uscita” e c’è chi raccoglie largo consenso “facendo leva sulle peggiori pulsioni della popolazione”. È un afflato pedagogico, quello che spinge Monteventi a scrivere, la sua introduzione si chiude sulla famosa invettiva di Antonio Gramsci, nel 1917, quella in cui sostiene che vivere vuol dire non limitarsi a guardare, ma prendere posizione: “perciò odio chi non pareggia, odio gli indifferenti”.

La Resistenza è stata fatta anche di centinaia di azioni di guerriglia e di sabotaggio: il taglio dei fili del telegrafo, i chiodi sparsi sulle strade per rallentare gli automezzi, eccetera.
Il primo marzo 1944 è il giorno del grande sciopero alla Ducati di Borgo Panigale, e fu fu reso possibile dal coraggio di alcune donne. Leggi il resto dell’articolo

Pittsburgh. Ritratto di una città industriale, William Eugene Smith, al MAST di Bologna

Steelers, così si chiama la squadra di football americano che sta di casa a Pittsburgh, Pennsylvania. I colori sociali sono nero, oro e bianco. Non ci sono grandi squadre di baseball o di basket, a Pittsburgh, ce n’è una (i Penguins), che di recente ha scalato la vetta dell’hockey, ma quella di football americano è la più vincente dell’intera NFL, l’unica franchigia ad aver vinto il Super Bowl sei volte, gli Steelers condividono il record per il maggior numero di apparizioni in finale (8) con i Cowboys di Dallas, i New England Patriots e i Denver Broncos.
Steelers viene da Steel, che vuol dire acciaio.

Pittsburgh venne insediata all’incrocio di due fiumi, Allegheny e Monongahela, che confluiscono a formare il fiume Ohio; dopo l’originario insediamento francese di Fort Duquesne, per mezzo secolo, nella seconda metà del Settecento, francesi, inglesi e coloni americani si disputarono il dominio di quel luogo strategico, e intanto sterminavano i nativi. Sui fiumi, scendevano barconi carichi di carbone, ferro, arenaria; negli anni Sessanta dell’Ottocento, arrivò l’acciaio. Pittsburgh è anche la città in cui si insediò George Westinghouse, che diede vita alla seconda azienda elettrica degli Stati Uniti.

Dal 1870, arrivarono ondate di emigrati da Dublino, Manchester, dalla Germania, e poi polacchi, ungheresi, slovacchi, russi, italiani. In seguito, salirono a nord migliaia di profughi neri in fuga dal sud razzista. Scrive il fotografo: “In comune avevano solo le fornaci, gli incidenti, i salari da fame e gli scioperi. L’inglese rimase per loro una lingua estranea”.

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Mediterraneo, la splendida graphic novel di Sergio Nazzaro e Luca Ferrara, dalle 18 alla libreria Ubik di via Irnerio: ne parlerò anch’io…

Una sigaretta quasi intera cade a terra mentre infuria la pioggia, la mano che l’ha gettata imbraccia un fucile mitragliatore e fa parte di un corpo coperto da una mimetica: ecco la prima tavola.
Poco più avanti, la stessa immagine televisiva fa da sfondo ai mezzibusti di nove reti televisive (Bbc, Cnn, Fox, Tg1, eccetera), mostra un’esplosione avvenuta sotto quella pioggia: è una doppia tavola.
Dal caos di un’imprecisata catastrofe, emerge una bambina dai lunghi capelli neri, ogni tanto raccolti con una matita. Con ogni evidenza è rimasta orfana… Qualche giorno fa ne ho scritto qui.

Sotto il selciato c’è la spiaggia, sotto la terrazza una bocca di leone

Oltre che una foto “artistica”, questa sarebbe una metafora, o forse un’allegoria, una figura retorica che non saprei definire.

Va interpretata dalle 14.30 di domenica 6 maggio.

Vivian Maier, appunti sul film, il libro, la mostra

“Un documentario ripercorre la storia incredibile della babysitter che passò la vita a fare foto magnifiche senza mostrarle a nessuno”: a scriverlo è stato Fabio Ferzetti sul «Messaggero» del 17 aprile 2014, e trovo sia una sintesi mirabile.

Il ventinovenne John Maloof, per puro caso, entra in possesso di una scatola di suoi negativi, battuti all’asta a Chicago, nel 2007. Solo due anni dopo comincerà a stampare le foto. Cercando notizie su Internet, scoprì che Vivian Dorothea Maier era morta pochi giorni prima (il 21 aprile 2009), a 83 anni, sola e in povertà.
Imbattersi in un archivio così favoloso, è come trovare la cassa del tesoro nascosta sulla famosa isola. Maloof scopre che di negativi ce ne sono oltre 150.000, e con una minima spesa li recupera tutti. Comincia una classica storia all’americana, la ricerca/inseguimento di un’ombra e dei suoi segreti, John Maloof si mette sulle tracce di Vivian Maier.
Perché scattò tante foto? E perché non fece nulla per farle vedere e condividerle?

Faceva la bambinaia, la governante, la “tata”, una specie di Mary Poppins. Non si lasciava fotografare da altri, ma si è concessa centinaia di autoritratti, utilizzando specchi o vetrine.
La macchina fotografica era una Rolleiflex. Stava appesa al collo e Vivian Maier poteva scattare dal basso, a volte senza farsi notare. La fotocamera biottica “impone al fotografo di chinare il capo per fotografare”, dunque consente di non rivolgere lo sguardo verso la persona o l’oggetto che si sta fotografando.
Trovo vi sia qualcosa in comune con il cinema di Ozu, per la particolare altezza da cui scatta le fotografie: non quella degli occhi, ma del diaframma.

Autodidatta, le prime fotografie identificate risalgono al 1951. Sono quadrate, in bianco e nero. Non diede mai titoli alle sue foto; le indicazioni su date e luoghi non sono sempre certe.
Pare fosse di origini francesi, lo fa supporre il suo accento, invece si scopre che era nata a New York City l’1 febbraio 1926 e che solo la madre era francese. Leggi il resto dell’articolo

2300, mi ricordo

Mi ricordo che di una famosa gelateria bolognese, aperta non più di sei mesi all’anno, si discuteva già negli anni Settanta se fosse migliore la crema o lo zabaione.

2296, mi ricordo

Mi ricordo l’apprensione irrazionale per la caduta dallo spazio di qualche rottame cinese, subito sostituita da quella per il disinnesco di una bomba di settant’anni fa.

2286, mi ricordo

Mi ricordo l’eccessiva luminosità delle lucine blu d’emergenza sul pavimento del cinema Bellinzona.

Vorrei capire il senso del primo slogan azzeccato dal Pd: nel dire “gli elettori ci hanno detto di stare all’opposizione” si riferiscono al 18,7% o a chi non li ha più votati?

L’Ipsos di Pagnoncelli fotografa le preferenze degli elettori rispetto alle soluzioni di governo.

Limitandosi agli elettori del Pd, e depurando il dato dal 30% che risponde “non sa”, l’esito vede quasi la metà (34 su 70) dire sì al sostegno al governo M5stelle, e 14 su 70 preferire l’appoggio a un governo di Centrodestra.

Più modestamente, ecco le preferenze dei 101 frequentatori di questo sito – certo, non tutti elettori Pd – che hanno votato il mio sondaggio.

Trovo sensato che il “reggente” Martina anticipi l’intenzione di consultare gli iscritti prima di assumere una posizione definitiva su un tema così delicato. Come cambiamento di stile, rispetto alle decisioni assunte dal Giglio Magico e imposte a colpi di maggioranza, mi sembra degno di nota. E il paragone con la gestione della crisi da parte della Spd tedesca fa capire che è finita la stagione dell’uomo solo al comando.

Ovviamente, fa differenza il modo in cui si porrà la domanda, ma ci sarà tempo per approfondire. Intanto, ripensando alle posizioni assunte dal Pd in due referendum assai simbolici – contro i finanziamenti alla scuola privata e contro le trivelle – mi viene da dire che se avesse consultato il suo popolo, non avrebbe preso la strada sbagliata.

Un nemico comune, l’aspirapolvere, una comune strategia di sopravvivenza…

2235, mi ricordo

Mi ricordo il 1999, quando gli stessi che oggi invitano a votare Casini preannunciavano i fascisti a Palazzo d’Accursio se vinceva Guazzaloca, e ora istituiscono il Premio Guazzaloca.

2227, mi ricordo

Mi ricordo la commemorazione di Tom, al microfono un amico ha detto che più della verità lo attirava la ricerca della verità.