3544, mi ricordo

Mi ricordo che intitolammo “Il Popolo degli Uomini” una rassegna cinematografica di film sui pellerossa, alla festa nazionale dell’unità dell’87.

3522, mi ricordo

Mi ricordo la sporcizia di Bologna alle sette e mezzo di mattina di una domenica d’agosto.

Martin Mystère. Oltre le mura. #Bologna

Forse suggestionato da una delle frasi topiche di Carlo Lucarelli – “Bologna non è quello che sembra” – per il numero 146 della serie regolare, Alfredo Castelli portò il suo “detective dell’impossibile” nel capoluogo emiliano.

La vicenda comincia sulle colline a sud della città, dove un contadino e il suo cane assistono alla trasformazione di una quercia in un uomo alto e biondo.

Intanto, mentre sta arrivando a Bologna in treno, Mystère spiega al fido Java che gli archi del portico che conduce alla Madonna di San Luca sono 666, il numero che secondo l’Apocalisse indica l’Anticristo. Poi ricorda la strage del 2 Agosto, un mistero di tutt’altro genere… All’arrivo, viene accolto da Giusi Baldi, assistente della docente universitaria che lo ha invitato per partecipare a un convegno sulle mura di Bologna. Il convegno si svolge nell’Aula magna dell’Università, la chiesa sconsacrata di Santa Lucia: in questo continuo rimbalzo fra laicità e religione sta il nucleo di questa avventura.

Gli attuali viali di circonvallazione corrispondono alla terza cerchia muraria della città, restano 11 delle 12 porte, mentre delle mura più interne sono rimasti pochi resti, inglobati negli edifici del centro storico. Realizzata fra il XIII e il XIV secolo, la terza cerchia di mura venne costruita con la tecnica della “muratura a sacco” (ciottoli e calce fra due file parallele di mattoni). Nel Museo Civico Medievale, a palazzo Ghisilardi, sono visibili i resti della prima cerchia di mura, quella realizzata nel V secolo in selenite; fu nel 1902 che il Comune – su impulso, fra gli altri, del famoso architetto Alfonso Rubbiani – decise di abbattere le mura, salvando solo le porte. Nell’occasione – qui la finzione fumettistica prende il sopravvento sul dato storico – fu ritrovato uno scheletro, accanto una moneta sconosciuta. Nella trama affiorano anche eventi storici di cui avevo idee assai vaghe: la “peste nera” del 1348

Informato di quel ritrovamento e dell’immediata sparizione della moneta, Mystère intuisce un collegamento con l’ospedale psichiatrico “Roncati”, dove sono ricoverati pazienti affetti da una strana malattia mentale di cui non si conoscono le origini. Ma in comune hanno il ricordo di quella moneta… In poche ore, Mystère e Java ritrovano la moneta. Ma sarà  uno scorbutico fumettista bolognese, Bonvi, incontrato per caso in osteria, a mettere Mystère sulla pista giusta…

Ambientata nel centro storico bolognese, la trama alterna alcuni fra gli scorci più noti e angoli meno conosciuti, come la parte più esterna di via Sant’Isaia, l’unica radiale a cui non corrisponde una porta (la dodicesima). Nel lieto fine, per quanto enigmatico, c’è la punizione dei colpevoli e il ritorno della quercia al suo posto, sulle colline bolognesi.

Martin Mystère. Oltre le mura, di Castelli – Pagliarra e Minutolo – Coppola, Sergio Bonelli editore, 1994

Displaced. Richard Mosse, MAST Bologna, #climatechange. #migrazioni. #guerre

Al solito, una mostra di altissima qualità, impressionante, di altissimo impatto visivo, con un ingrediente diverso dal solito. Più che un grande fotografo, questo quarantenne irlandese è uno sperimentatore di linguaggi, si impadronisce di ogni tecnologia disponibile (tipo di pellicola, strumentazione, eccetera), che gli offra la possibilità di scandagliare sotto la superficie del visibile. Nato nel 1980 a Kilkenny, più che come fotoreporter, da tempo Mosse si muove al confine dell’arte contemporanea. Displaced è la prima mostra antologica a lui dedicata (il catalogo è piccolo gioiello).

Curata da Urs Stahel, l’esposizione presenta una selezione dell’opera di Mosse, con immagini che alludono al cambiamento climatico, alle migrazioni bibliche, alle guerre etniche, alla devastazione innescata da un virus: le 77 fotografie (alcune di grande formato) e le videoinstallazioni provocano un’esperienza di rara intensità, con fortissimi stimoli visivi e sonori.

Fin dal principio della sua ricerca, il fotografo si è concentrato sulla questione della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare, intendere la realtà. Il suo obiettivo è “rilanciare la fotografia documentaria”, scrive Stahel, attraverso l’uso di tecnologie spesso di derivazione militare.

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3465, mi ricordo

Mi ricordo la chiusura della nuova gelateria che stava all’angolo fra via Casarini e via Tanari.

Fino all’estremo: Paz torna a Bologna. #MostraAndreaPazienza

Una mostra su Andrea Pazienza a Bologna è comunque un appuntamento imprescindibile, ma fateci la cortesia di non eccedere con la retorica.

Chiamarla “grande mostra”, per esempio, è irritante: sono esposte un centinaio di opere, in poco più di mezz’ora si arriva alla fine, considerando la mole esorbitante di segni lasciati da Paz, siamo di fronte a meno dell’1% della sua produzione. “Grande” è Pazienza (1956-88), non questa mostra, che non regge al confronto con quella di Palazzo Re Enzo del 1997, anche se non mancano i momenti esaltanti.

Da quasi un quarto di secolo, Bologna non dedicava una mostra al più famoso dei suoi studenti fuorisede. È qui che visse il suo periodo più creativo e rivoluzionario, sperimentando ogni tecnica grafica e pittorica. Nel 1974, Pazienza si era trasferito a Bologna per studiare al Dams. Con il suo giocoso e drammatico flusso di coscienza seppe avvertire cosa stesse incubando nel marzo 77, prima che i carrarmati lo rendessero esplicito. Fu sotto le Due Torri che vennero alla luce Le straordinarie avventure di Pentothal (non era uno sprazzo, semmai un inizio). Fu qui che, quasi suo malgrado, si scoprì essere la voce della sua generazione. E fu per salvarsi da Bologna (e dalla droga), che fuggì a Montepulciano: su una parete hanno riprodotto una sua frase, un po’ risentito perché già a ventinove anni lo chiamavano “vecchio Paz”.

Fino all’estremo era il titolo della prima stesura di quello che diverrà Gli ultimi giorni di Pompeo, il suo vertice autobiografico. Oltre a Pentothal, troviamo Zanardi e Pompeo, Pertini e tavole sparse, tratte da Cannibale, Frigidaire, Il Male. C’è anche il foruncolo schiacciato, capolavoro del politicamente scorretto.

Il visitatore si imbatte in pennarelli, matite, tempere, pastelli, acrilici, ogni tipo di supporto cartaceo; l’esposizione bolognese riesce a dare l’idea della varietà stilistica di Paz. Arrivasse qualcuno da un altro pianeta e vedesse le opere appese ai muri di Palazzo Albergati, potrebbe farsi l’idea che l’autore le abbia composte in trenta o quarant’anni, non in una striminzita dozzina. Ero alla mostra il 24 maggio, il 23 Paz avrebbe compiuto 65 anni.

Queste opere provengono dagli archivi personali della moglie e di altre persone a lui vicine. Arricchito da alcune storiche immagini del fotografo Enrico Scuro, il percorso espositivo procede in senso inverso a quello cronologico. Verso la fine, si arriva davanti a una parete di specchi, con la firma “Paz” e la sagoma nera di Zanardi che impugna un bastone chiodato.

Ho chiesto a Laura di fotografarmi lì accanto, con la mascherina, simbolo di questi tempi non meno feroci.

Palazzo Albergati, Via Saragozza 28, Orari: da lunedì a venerdì 15-20; sabato e domenica 10-20.

3435, mi ricordo

Mi ricordo giornate malmostose in cui, all’ora di pranzo, arrivi a rimpiangere quel self service che un tempo ti dava la nausea.

3434, mi ricordo

Mi ricordo di aver pensato, malinconicamente, che di mostre su Pazienza come quella in corso a Bologna, se ne potrebbero allestire 100 contemporaneamente, in giro per il mondo.

3414, mi ricordo

Mi ricordo il formidabile salto di qualità nell’offerta turistica bolognese, quando cominciarono a vendere i magneti per frigorifero con la forma del tortellino.

Che da un male possa venire un bene…

È una di quelle frasi edificanti, consolatorie quanto fataliste, che ti senti rivolgere da bambino o da adolescente: ti dicono che anche da un grande male può derivare qualcosa di buono. Può darsi che qualcosa del genere torni a emergere quando un amore finisce male, le frasi edificanti agiscono quanto sei più debole…

Da quasi vent’anni abito appena dentro i viali di circonvallazione, a Bologna, nei pressi di piazza dei Martiri. Per chi non la conosce, è una grande piazza quasi circolare con una grande fontana al centro. Intitolata a Umberto I, venne realizzata nel 1889; il nome attuale le è stato attribuito nel 1945 in memoria dei caduti per la liberazione dal nazifascismo. 

Su questa piazza si affacciavano due grandi sale giochi, una dozzina di vetrine e quasi mille metri quadrati complessivi. Entrambe non sono sopravvissute al Covid. È l’effetto collaterale più positivo di cui posso portare testimonianza.

Le sale giochi sono rimaste aperte 5-6 anni. La crisi era cominciata prima della pandemia, manifestandosi con una progressiva riduzione dell’orario di apertura (nel momento di massimo fulgore, restavano aperte 18 ore al giorno). Ora dietro le vetrine sono in corso lavori, le slot machine sono state rimosse, hanno appeso cartelli di “affittasi”.

Nello stesso palazzo, per un appartamento di 100 metri quadrati alcuni studenti fuorisede pagavano 1.500 euro al mese. Facile dedurne che ognuna delle sale giochi pagasse almeno 4.000 euro al mese. Mi chiedo quale attività economica – a parte lo spaccio di cocaina – possa permettersi di spendere 50.000 euro all’anno (più le utenze) per avere una sede in piazza dei Martiri. Vi farò sapere.

Oggi è l’11 Marzo, per il secondo anno consecutivo non ci sarà quasi nessuno davanti alla lapide di via Mascarella. Ma quei cerchi di gesso non saranno dimenticati.

11 MARZO 1977

CHI NON HA MEMORIA NON HA FUTURO

QUI SI INFRANSE IL PIOMBO DEL POTERE CHE ATTRAVERSO’

FRANCESCO LORUSSO

GIOVANE COMUNISTA, IN LOTTA PER UN FUTURO MIGLIORE

SIANO QUESTI CERCHI DI GESSO STIMOLO PER UNA

RIFLESSIONE COLLETTIVA PER SEGUIRE L’ESEMPIO DI

FRANCESCO NELL’UNICO MODO POSSIBILE CONTINUANDO LA SUA CORSA VERSO LA LIBERTA’

LA SUA LOTTA CONTINUA

I COMPAGNI DI FRANCESCO

En plein air. #Monet a Bologna

Nel 1916, mentre nelle trincee morivano a migliaia per conquistare poche decine di metri, immancabilmente persi qualche giorno dopo, a Giverny, Claude Monet dipingeva en plein air ninfee, rose, glicini, laghetti e ponti giapponesi.

Ormai anziano, vicino agli ottanta, Monet portava una lunga barba bianca. Mi spaventa il pensiero (altri forse lo troveranno consolante), che fra Giverny e l’apocalisse della Somme, fra i glicini e il filo spinato, vi fossero meno di centosettanta chilometri.

Viene da chiedersi se qualche flebile eco della strage – più di un milione di morti nelle trincee – sia mai penetrata in quel pacifico, idilliaco, luminosissimo paradiso terrestre.

Ultimi giorni della mostra curata da Arthemisia a Palazzo Albergati, via Saragozza, a Bologna.

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3335, mi ricordo

Mi ricordo di aver visitato una mostra di pittura a numero chiuso, insieme ad altre 24 persone, di cui 21 donne.

Bologna Prima! Come mai tanti bolognesi non se ne accorgono?

L’annuale classifica del Sole 24 Ore ha riportato Bologna al primo posto fra le città in cui si vive meglio.

Ennesimo algoritmo, frutto di ben 90 indicatori economico-sociali, e che a dirlo sia Confindustria – che fa sprofondare la Lombardia in questa classifica – è qualcosa che fa riflettere anche sul piano politico.

Qui un’analisi accurata.

I primati che giustificano questo risultato sono nell’occupazione femminile, nel tasso di internazionalizzazione, nella copertura a banda larga di piccoli comuni e scuole. E, in effetti, questi indicatori misurano la “qualità della vita”.

Ma di questa qualità fanno parte anche i prezzi degli affitti (Bologna è 102esima), e lo “spazio abitativo medio”, i metri quadri per persona (99esima), e colpiscono il 73esimo posto per “indice di rischio climatico”, la 54esima posizione per librerie e la 67esima per le piscine (ogni 1000 abitanti), l’essere 81esimi nelle “imprese femminili” e 98esimi nell’imprenditorialità giovanile”.

La neutralità di ogni algoritmo – ce l’ha dimostrato la gestione dei “colori” delle Regioni in questa seconda ondata – è sempre sopraffatta dal peso specifico assegnato alle singole variabili.

Detto da un bolognese, se davvero la mia è la città dove si vive meglio, in questo abissale 2020, vuol dire che in generale la situazione si va rapidamente degradando. Non dubito che altrove si viva molto peggio, ma ho l’impressione che la grande maggioranza dei bolognesi non abbia la minima voglia di apprezzare questo primato.

3267, mi ricordo

Mi ricordo l’ultima volta, una piovosa domenica mattina, che sono entrato nell’appartamento di Casteldebole.

3225, mi ricordo

Mi ricordo che nelle purtroppo rare passeggiate cittadine mai come adesso prediligo le viuzze secondarie.

3213, mi ricordo

Mi ricordo le scoperte prodigiose (le pellicole respingenti e le sedie scomodissime) che potevi trovare solo in un cineclub.

Il Cinema Ritrovato 2020, cosa ho visto, cosa mi è piaciuto di più

Ieri ho finalmente esaurito le recensioni alle 25 pellicole viste nel corso dell’ultima edizione del Cinema Ritrovato; chi fosse interessato, può digitare un titolo nel motore di ricerca (in alto a destra), chi volesse accontentarsi della mia classifica, eccola:

  1. The Grapes of Wrath (Furore, John Ford, 1940)
  2. Le cercle rouge (I senza nome, 1970, Jean-Pierre Melville)
  3. The Misfits (Gli spostati, 1961, John Huston)
  4. A bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960, Jean-Luc Godard)
  5. Force of Evil (Le forze del male, 1948, Abraham Polonsky)
  6. When We Were Kings (Quando eravamo re, 1996, Leon Gast)             
  7. Accattone (1961, Pier Paolo Pasolini)
  8. High Noon (Mezzogiorno di fuoco, 1952, Fred Zinnemann)
  9. The Wrong Man (Il ladro, 1957, Alfred Hitchcock)
  10. The Playhouse – The Love Nest – The Balloonatic (1921-23, Buster Keaton)
  11. Fort Apache (Il massacro di Fort Apache, 1948, John Ford)
  12. Xiao Wu (The Pickpocket, 1997, Jia Zhang-ke)
  13. Fail-Safe (A prova d’errore, 1964, Sidney Lumet)
  14. California Split (California Poker, 1974, Robert Altman)
  15. Sedotta e abbandonata (1964, Pietro Germi)
  16. The Strange Love of Martha Ivers (1946, Lewis Milestone)
  17. This Gun for Hire (Il fuorilegge, 1942, Frank Tuttle)
  18. Young Mr. Lincoln (Alba di gloria, 1939, John Ford)
  19. I Died a Thousand Times (Tutto finì alle sei, 1955, Stuart Heisler)
  20. Hell on Frisco Bay (La Baia dell’inferno, 1955, Frank Tuttle)
  21. I’m no Angel (Non sono un angelo, 1933, Wesley Ruggles)
  22. Suspense (Orgasmo, 1946, Frank Tuttle)
  23. 4 mosche di velluto grigio (1972, Dario Argento)
  24. Among the Living (1941, Stuart Heisler)
  25. Roman Scandals (Il museo degli scandali, 1933, Frank Tuttle)

Martin Scorsese saluta il #CinemaRitrovato

Alla fine del filmato, scatta l’applauso: per le parole e per le occhiaie, per il sorriso e per la speranza.

Ha ragione lui: in questi mesi segnati dalla pandemia, ognuno si sarà pur chiesto cos’è davvero importante, nella vita, cosa sia davvero essenziale. E tanti hanno dolorosamente avvertito la mancanza del cinema. Del cinema al cinema. 

#CinemaRitrovato, oggi si ri-comincia

Un festival al tempo del Covid: non si fanno biglietti, solo accrediti nominativi e prenotazioni online.

Tornerò a sedermi in una sala cinematografica dopo oltre sei mesi.

Fra oggi e domani, con qualche corsa fra una sala e l’altra, dovrei riuscire a vedere Force of Evil (Polonsky), Accattone (Pasolini), Mezzogiorno di fuoco (Zinnemann), A prova di errore (Lumet); Il fuorilegge (Tuttle), Young Mr. Lincoln (Ford), I’m no Angel (con Mae West), A bout de souffle (Godard) e Il ladro (Hitchcock).

Quattro su nove li ho già visti, in tre c’è Henry Fonda.

2 Agosto, 10.25

#2agosto. #stragedistato. #stragefascista. Non sappiamo tutta la verità su Portella della Ginestra (1947), non potremmo sopportare quella sulla stagione delle stragi: gli artefici della strategia che usò le bombe nelle banche, nelle piazze e sui treni facevano parte dello Stato.

Pci Bologna 1989

#2agosto. #stragedistato. #stragefascista. Quella del 2 agosto è una strage che lo Stato non ha saputo impedire, ha impiegato decenni per indicare esecutori indifendibili, apparati potenti sono ancora all’opera per depistare dai veri obiettivi nascosti dietro tutto quel sangue.

L’8 Luglio di 13 anni fa

L’8 luglio 2007 cadeva di venerdì: verso le 13.00 stavo in ufficio, quando ho ricevuto una telefonata dai Carabinieri. In pieno giorno, dei ladri erano penetrati nel mio appartamento.

Venti minuti di panico, mentre correvo a casa, pensando a cosa potessero aver fatto (mia moglie era più lontana, sarebbe rientrata dopo). Sul pianerottolo, due carabinieri, la porta era stata divelta dai cardini, si poteva entrare solo mettendosi di profilo, mi hanno aiutato con un martello a far rientrare quella sbarra di ferro che pensavo fosse sufficiente a stare tranquilli. Allora come oggi, abito al quinto piano, la mia era l’ultima porta non blindata.

Più che l’entità del furto (il pc dell’ufficio, pochi orecchini, anelli e collane; non i contanti né le macchine fotografiche) mi sono spaventato non riuscendo a trovare Cholo – si era nascosto chissà dove, mentre Brujita stava placidamente sul letto, in mezzo ai vestiti tolti dai cassetti e gettati da ogni parte.

Il vero danno fu rappresentato dalla necessità di sostituire la porta; avemmo un po’ di fortuna e riuscimmo a farlo in pochi giorni, ma almeno fino alla tarda mattinata del sabato valutammo di far saltare le ferie…

A conclusione di quella esperienza, ricordo il suggerimento che mi diede il carabiniere, in caserma, dopo aver certificato la mia deposizione: “fate delle fotografie agli oggetti di valore, altrimenti diventa impossibile identificarli”.

Cholo riapparve da chissà dove, sentendo la voce di mia moglie che stava salendo le scale. Mi stavo chiedendo come glielo avrei detto…

3101, mi ricordo

Mi ricordo tifosi del Bologna ormai incapaci di indignarsi, assuefatti a ogni nefandezza arbitrale, ogni volta che il calendario li costringe ad affrontare la Juve.