2662, mi ricordo

Mi ricordo quando prendi tutta la pioggia per strada, portando pesi, negli unici 5 minuti in cui sta piovendo.

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Nature & Politics. Thomas Struth al MAST.

Negli spazi espositivi del MAST. (lo splendido centro polifunzionale di Manifattura, Arti, Sperimentazione e Tecnologia), sono esposte 25 grandi immagini fotografiche a colori, realizzate da Thomas Struth in siti industriali e centri di ricerca di varie parti del mondo. È una specie di corso accelerato di spaesamento, quello che si spalanca davanti all’iperrealismo tecnologico.

Scrive Urs Stahel nell’introduzione: “Il nostro sguardo si perde in un groviglio di cavi, sbarre, giunzioni, coperture metalliche, rivestimenti plastici e dispenser di nastro adesivo. Per chi non è del mestiere, trovare un senso a questa accozzaglia di oggetti appare praticamente impossibile”. Le didascalie sono minimaliste, quasi beffarde. A confondere le idee, contribuiscono due immagini “naturali”: un paesaggio marino e le fondamenta del Museo dell’Acropoli di Atene.

Nato in Germania nel 1954, dal 2007 Struth ha deciso di cogliere l’astratto nelle concrete realtà di sale operatorie, impianti energetici, hangar, officine, poli industriali, laboratori di ricerca spaziale, impianti per il packaging, piattaforme di perforazione, e altri luoghi solitamente inaccessibili al pubblico… La mostra ci sottopone macchine gelide, destabilizzanti, dai colori spettrali; meccanismi nitidissimi eppure illeggibili, con migliaia di dettagli perfettamente a fuoco, dove tuttavia è impossibile capire le effettive dimensioni degli oggetti ritratti. Volutamente manca la presenza umana, che ne restituirebbe le proporzioni e, forse, persino il significato.

Nature & Politics, MAST. via Speranza 42, Bologna; 10-19, fino al 22 aprile, ingresso gratuito, lunedì chiuso

Venerdì 15 marzo sciopero globale per il clima, sono passati inutilmente quasi 11 anni dalla manifestazione di Milano

Zingaretti pretende la TAV, Landini parla di lavoro purchessia, le istituzioni emiliano-romagnole vogliono tante nuove strade e una delle 5 stelle si sta spegnendo.

Dopo l’inverno più secco, con la pianura padana sempre immersa nell’aria più fetida, già incombe l’estate più invivibile da quando si dispone di dati…

2620, mi ricordo

Mi ricordo l’energia frenetica che mi avvolgeva nel periodo in cui andai a vedere 38 appartamenti in vendita.

2608, mi ricordo

Mi ricordo che un sentimento di pura gratitudine può meritarselo quell’autista del “20” che ti aspetta alla fermata, vedendoti correre.

2607, mi ricordo

Mi ricordo che dagli antri dell’ospedale Maggiore puoi sbucare davanti a una delle sue ampie vetrate.

Tutto bene, tutto benee, tutto tutto beneee

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2605, mi ricordo

Mi ricordo di aver incontrato una persona (anzi, due: lei e suo fratello) che non vedevo da vent’anni nel posto dove meno me la sarei aspettata.

2596, mi ricordo

Mi ricordo lo studio degli orari e la scoperta degli arzigogolati percorsi di autobus mai presi prima.

Il prezzo del mondo. Canzoniere delle Lame (I Dischi dello Zodiaco, 1975) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 442.

Ecco un autentico, programmatico concept album, con un discorso politico-satirico sul “caro-vita” (l’inflazione a due cifre che impoveriva operai e pensionati, e faceva sembrare colpevoli i bottegai) elaborato da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia e tanto altro) e un discorso musicale – la canzone popolare – che questo Canzoniere bolognese poteva affrontare con giustificata ambizione, dopo otto anni e centinaia di concerti.

Fondato il Primo Maggio 1967 dai ventitreenni Janna Carioli e Gianfranco Ginestri, giovani comunisti con un particolare senso della militanza, il Canzoniere delle Lame ha attraversato un ventennio di straordinaria vitalità. Ho perso il conto di quanti album hanno inciso, forse nemmeno loro sanno quante volte hanno suonato fra il 1967 e l’87, un pezzo di storia che oggi ai più appare incomprensibile.

Come sala prove avevano il salone di una Casa del Popolo, in via Zanardi 184, fuori Porta Lame. Hanno suonato a Berlino Est e Berlino Ovest, all’Avana e a Parigi, Lisbona, Praga, Budapest, Sofia, Vienna, a Roma e nei capoluoghi di tutte le regioni italiane. Del Canzoniere delle Lame, ha fatto parte una cinquantina di persone, tra musicisti, cantanti e tecnici.

In questo album – che dal vivo evolveva a spettacolo audiovisivo di quasi due ore – figurano Sebastiano Giuffrida (direzione musicale), Paola Contavalli, Frida Forlani, Chiara Stanghellini, Pasquale Greco, Ivano Mengoli, Gian Paolo Paio, Gian Paolo Foresti, Luciano Neri e gli immancabili Ginestri e Carioli.

2571, mi ricordo

Mi ricordo la vecchia mendicante che faceva gli auguri di buon anno, seduta per terra in mezzo ai cartoni, all’inizio della salitella per il Pronto Soccorso Oculistico.

2553, mi ricordo

Mi ricordo che da certi ristoranti, non di primissima fascia, esci con un odore riconoscibile anche a chi non c’era.

Il genere umano

Mia moglie mi racconta una scena di ordinario razzismo di cui è stata testimone su un autobus, a Bologna. Ordinario razzismo e ordinaria stupidità, le due cose si confondono.

Non mi dilungo sul fatto in sé, quello che mi interessa è la reazione. O la mancata reazione.

Lei mi dice che in certi casi non si può far finta di niente, restarsene zitti. Non si illude di poter convincere i più stupidi, ma immagina sia confortante che altri silenziosi si sentano meno soli nel vedere qualcuno che risponde a tono.

Credo sia giusto, sempre, rispondere a tono. Non darla vinta ai più beceri, ai più ottusi, ai più penosi individui che incrociano la nostra strada. In questo caso, tre signore della paciosa e sovrappeso borghesia bolognese, irritate da 4 carrozzine con bambini portati da giovani donne immigrate.

Credo sia giusto, ripeto. Ma io sono il primo a voltarmi dall’altra parte.

Eppure, per un quarto di secolo ho “militato”, ho impegnato migliaia di ore in riunioni, dibattiti, volantini, articoli, comizi, interviste, scrittura di striscioni, lettere e “lettere aperte”, colloqui e discussioni, interventi in assemblee elettive e in organi ristretti.

In quel quarto di secolo, ho cercato di esprimere il mio pensiero, la mia opinione, il mio punto di vista. E ho imparato un po’ di cose su di me.

A motivarmi non era solo la convinzione sulla giustezza delle mie idee. Altrettanto importante era la voglia di “vincere” sul piano dialettico. Prevalere, raccogliere applausi. Oserei dire che in quel mondo si faceva politica anche per amare e venire amati (andatevi a rivedere La terrazza di Scola).

Cos’è cambiato, oggi? Due cose. La prima è che non ho più idee chiare, se non su certi “fondamentali”, ogni volta che vedo un’ingiustizia, per esempio. Ma questo sarebbe gestibile, non farebbe la differenza con quel famoso quarto di secolo. La differenza la fa il contesto, il genere umano: per essere chiaro “gli altri”.

L’indignazione mi soccorre raramente. Le disprezzo, ma non trovo ragioni nel litigare con tre signore della paciosa e sovrappeso borghesia bolognese. E degli altri che stanno in silenzio, non so dire se siano più simili a me o a quelle tre. In generale, mi interessa sempre meno convincere gli altri. La voglia di vincere sul piano dialettico, l’ho smarrita perché gli altri mi interessano sempre meno. Non valgono il mio tempo, le mie energie. Lo vedete: di politica scrivo pochissimo anche su questo blog, sentendomi orfano di una comunità che si è dissolta e non accenna a rinascere.

E se vi sembrano pensieri tristi, poco natalizi, avete ragione.