2062, mi ricordo

Mi ricordo passeggiare lungo le stradine del centro storico la mattina di ferragosto.

2056, mi ricordo

Mi ricordo di averla percorsa raramente, via Pompeo Scipione Dolfi, ma la chiesa l’ho sempre trovata chiusa.

Bologna 900, di Giorgio Diritti

Il contesto: le celebrazioni per i 900 anni del Comune di Bologna dall’atto di emancipazione (Diploma) siglato dall’imperatore Enrico V alle idi di maggio del 1116.
Il libro riprende gran parte delle immagini che affollano il documentario (35 minuti) che Diritti ha confezionato giustapponendo rare incisioni e fotografie, mappe e pergamene, libri e pubblicità, miniature e dipinti, oltre alle riprese all’aperto. Una lunga frequentazione di archivi e biblioteche si è resa necessaria per comporre questo ricco repertorio, che riassume nove secoli di storia della città.

La Torre degli Asinelli, edificata fra il 1109 e il 1119. Del centinaio di torri innalzate fra il XII e il XIII secolo, ne rimangono solo 24, alcune integre, altre mozzate o inglobate in altri edifici.

Liber Paradisus: il memoriale della liberazione dei servi della città e del contado (5.855 servi di 379 padroni, riscattati dal comune con i denari del tesoro pubblico), approvato dal Comune nel 1257.

Lo Studium: nato come libera e laica organizzazione fra studenti nel 1088. Viene considerata l’università più antica d’Europa. Gli studenti sceglievano e pagavano i docenti, i primi studiosi chiamati a insegnare furono i giuristi, i glossatori, come Irnerio. In seguito divennero materie logica, filosofia, retorica, grammatica, aritmetica, astronomia e medicina.

La storia di Bologna è impregnata di commerci e professioni artigiane. Nel Trecento la città si afferma come uno dei maggiori centri europei per la lavorazione della seta, grazie allo sfruttamento dell’energia idraulica. Nel Seicento, vennero censiti 119 mulini mossi dall’acqua dei canali. Dopo la costruzione delle chiuse di Casalecchio e di San Ruffillo, sui fiumi Reno e Savena, una fitta rete di canali attraversava la città; si poteva arrivare in barca da Bologna al mare. Leggi il resto dell’articolo

13 visioni dal Cinema Ritrovato

Erano anni che non mi capitava di fare un po’ di vita da festival.
Quest’anno, sono riuscito a prendere un paio di giorni di ferie e nel complesso ho visto 13 film (6 li avevo già visti, ma non al cinema).

Ho costruito una piccola classifica, di quelle che mi piace fare: non esprime il mio giudizio sul valore del film, quanto l’intensità del mio apprezzamento per la visione di quel film in quel momento.
Voglio dire, che se non sei abituato (o hai perso l’abitudine) alla vita da festival, accanto a te qualcuno dormirà durante Blow Up o nel pieno di una rapina in banca; se è il quarto o il quinto film, se stai passando al buio la settima, ottava o nona ora, non puoi dare la stessa valutazione che daresti se il film fosse uno e tu fossi andato al cinema per quello.

E comunque chi si addormenta mentre è in scena Robert Mitchum non merita la minima compassione.

La corazzata Potemkin [Bronenosec Potëmkin] – Sergej Ejsenstein, 1925 [cine25] – 10

Ho visto un film che avevo già visto, ma mai così, in mezzo a duemila persone, sul grande schermo di Piazza Maggiore, con un’orchestra che eseguiva la partitura composta nel 1926 dal tedesco Edmund Meisel (la Filarmonica del Teatro Comunale diretta da Helmut Imig).

Questo è uno di quei film che non si prestano a discussioni. La sua grandezza è così enorme, la sua potenza espressiva così stupefacente, che nemmeno cento battute di Paolo Villaggio possono scalfirlo. Nel presentarlo, lo storico del cinema russo Naum Klejman, ha fatto notare come nemmeno chi commissionò la pellicola per celebrare il ventennale della rivoluzione del 1905 era in grado di comprenderne la smisurata potenza.

Più che un film, è un manifesto poetico, politico e retorico, un gigantesco passo in avanti nell’arte di comporre storie con immagini. È un segnale che ci viene da un altro mondo e da un’epoca lontanissima: Potemkin ci appare distante Anni Luce, rifulge del riverbero di una stella morta, non siamo nemmeno più in grado di cogliere il clima politico da cui erompe, la vitalità di un’ideologia che abbiamo conosciuto mentre marciva e non mentre splendeva.

È un film “comunista”? Possibile, ammesso fosse quella l’intenzione di Ejsenstein. Senza dubbio, il suo linguaggio è intriso di un umanesimo irriducibile, non fa mistero dell’eredità della Rivoluzione Francese, calcando l’accendo sul meno considerato dei suoi ingredienti, la Fraternità.

Il primo atto – la vita a bordo, le odiose gerarchie, la ribellione che cova, la dignità dei marinai che prendono coscienza – mette subito in chiaro che l’occhio è assoluto: nessun movimento di macchina, l’inquadratura perfetta (Edouard Tissé), un montaggio battente.
Il secondo atto – la ribellione a bordo, il dispotismo che pretende di elargire carne coi vermi, il telone bianco steso sulle vittime della fucilazione, i fucili che non obbediscono, l’assassinio di Vakulinčuk – suscita un’indignazione come non fossimo mai stati al cinema.
Il terzo atto – l’omaggio a Vakulinčuk sul molo di Odessa, gli individui che diventano folla, la folla che diventa popolo, il popolo che diventa rivoluzione – è un’elegia composta da immagini della natura e primi piani incendiari.
Il quarto atto – la scalinata di Odessa – è la pietra miliare di una nuova arte.
Il quinto e ultimo atto – la corazzata circondata, che prepara le armi, sventola la bandiera rossa, fa partire il grido “Fratelli!” e passa in mezzo alle navi che dovrebbero distruggerla – è talmente commovente da lasciare tramortiti.

Bologna, lunedì 26 giugno 2017: chi c’era, non lo dimenticherà.

I figli del deserto [Sons of the Desert] – William A. Seiter, 1933 [cine24] – 10

Immaginate un migliaio di persone sedute davanti a un grande schermo in piazza Maggiore a Bologna, tutti lì per vedere un film in versione originale (con sottotitoli) che chiunque abbia più di vent’anni ha già visto. E rivisto. E rivisto… Nel mio caso, sarà la quinta, forse la sesta volta.
E poi chiedetevi come si fa a ridere delle stesse situazioni, delle stesse smorfie, degli stessi “camera look”, scoprendosi a canticchiare «Honolulu Baby» nei giorni successivi. Il dato di fatto è semplice: questo quarto lungometraggio di Laurel e Hardy resterà divertente nei secoli, pietra angolare della comicità pura nella Settima Arte.

A duetti esplosivi e irresistibili contribuiscono Charley Chase, Dorothy Christy e Mae Busch (moglie di Ollio in quattro film).

“I figli del deserto” sono una loggia massonica che si prende molto sul serio (rituali, giuramenti, inni, luci soffuse), ma che sembrano più che altro dediti a organizzare feste e scherzi. Alla riunione della sezione di Los Angeles si prepara l’annuale congresso che si terrà a Chicago, una settimana dopo. Stanlio e Ollio arrivano in ritardo, distruggono l’atmosfera seriosa della sala e prestano il giuramento, pur non avendo avuto l’autorizzazione ad andare a Chicago dalle rispettive mogli.

Ollio è “il re del castello”: e infatti la moglie gli nega il permesso, gli rompe in testa un bel po’ di stoviglie e pretende di portarlo con sé in montagna; Stanlio è succube della moglie, che tuttavia gli concede quella specie di supplemento di carnevale. Per andare insieme al congresso, va inventata una scusa: una grave malattia certificata da un veterinario…

La soggezione dei mariti rispetto alle mogli è solo uno degli inneschi su cui veleggia la comicità: l’unica alternativa al totale cedimento è l’inganno. Ovviamente Ollio si considera il leader della coppia maschile, colui che detta la linea, stabilisce l’esatta pronuncia delle parole, e finisce nei guai come merita; altrettanto ovvio il fatto che Stanlio sparga distruzione con il sorriso sulle labbra, restandone appena sfiorato.
Ma in questo tripudio di infantilismo anarchico, tutto può essere divertente: come tenere i segreti, negare l’evidenza, approfittare di un naufragio per essere riaccolti a braccia aperte, regalare ananas e ghirlande di fiori, suonare l’ukulele…

1990, mi ricordo

Mi ricordo l’ultimo spettacolo al Jolly, a vedere Wonder Woman, mentre in tv si sviluppava la settima finale persa dalla Juventus.

1985, mi ricordo

Mi ricordo il 1985 per John Rambo e la quantità di persone interessanti conosciute per organizzarne il processo.

La Forza delle Immagini al MAST di Bologna

In via Speranza, a Bologna, c’è un luogo che non sembra bolognese e nemmeno italiano: è la sede della Fondazione MAST, che da qualche giorno e fino al 24 settembre presenta una mostra realizzata con una minima parte del suo straordinario archivio di fotografia industriale. In attesa della terza Biennale di Foto Industria, prevista a ottobre, questa mostra – come sempre gratuita – fino al 24 settembre offre l’opportunità di scoprire autori sconosciuti e imbattersi in scatti celeberrimi (un solo esempio: Salgado e la Serra Pelada).

Della Collezione MAST ho letto fanno parte oltre tremila fotografie di mille autori diversi; ne sono esposte un centinaio, di sessantasette fotografi (sei italiani), con un’introduzione di Urs Stahel che punta a far riflettere sul “potere degli archivi” una volta che vengono portati alla luce e cominciano a raccontare, “riportando il loro potenziale nel presente”. Dal semplice accostamento di immagini può scaturire un nuovo livello di interpretazione, le fotografie sembrano dialogare implicitamente, fra parallelismi e incroci, associazioni di idee, diversi punti di vista e diversissime ambientazioni.

Le fotografie possiedono, innanzitutto, un valore documentario; alla Collezione MAST interessa documentare il lavoro industriale, la fabbrica, la meccanica, gli utensili, l’evoluzione tecnologica. È precisa la coscienza di come questo mondo attraversi una gigantesca crisi di senso, appaia o venga fatto apparire come anacronistico, vecchio, superato; soprattutto quando a essere rappresentata è la metallurgia, con i suoi capannoni, la sua pesantezza, i suoi neri, i suoi fumi, la sua fatica.

In certe foto, le macchine e i loro ingranaggi sembrano creature viventi, animali ingranditi al microscopio o risaliti dagli abissi marini. In altre immagini, si scopre quanto il nostro immaginario sia ormai segnato dai simboli: i cancelli di una fabbrica e i binari del treno che li attraversano riportano ai campi di concentramento. E poi ci sono le figure umane, immerse nel contesto del lavoro industriale, sia quello “pesante” del passato, che quello liquido e non meno alienato dell’era digitale. Molte delle foto che preferisco – e che mi ero segnato nel corso della visita – hanno al centro una figura umana. Un’identità costruita sul lavoro.

1. Germaine Krull, Metallo; 64 collotipie, 1927-28
2. Richard Avedon, Bill Mudd camionista, Alto, Texas, 7 maggio 1981
3. Federico Patellani, Contadino, 1970
4. Sebastiao Salgado, Serra Pelada. Schiene, 1986
5. Nino Migliori, Zona industriale, 1955
6. Edward Steichen, Ciminiere, 1925
7. Lewis W. Hine, Guardafreni. New York Central Lines, 1921
8. Kiyoshi Niyama, Saldatore, 1950-60
9. Jim Goldberg, Mezzogiorno di fuoco. Discarica di Dhaka, Bangladesh, 2007
10. Dorothea Lange, Banchina di San Francisco. Lo sciopero generale, 1934
11. Otto Steinert, Alta tensione II, 1953

Poi, tre splendide fotografie di Margaret Bourke-White:
• Saldatore nero, 1931
• U.S.S. Akron. Il dirigibile più grande del mondo, 1931
Lame di aratro. Oliver Chilled Plow Company, 1930

1974, mi ricordo

Mi ricordo che nel 1974 cominciai ad andare al cinema da solo, anche a Bologna.

“La democrazia è qui”: grottesca apologia dei gazebo

Non mi appassiona il dibattito su quanti siano stati i votanti, se siano più o meno la metà di quelli della penultima volta e un milione in meno dell’ultima, e quanti abbiano davvero votato Renzi, se il 73, il 70 o il 68 per cento, e se un po’ di Destra ha votato per Emiliano in Puglia, e un altro pezzo ha spinto Renzi in Campania, o che i votanti di Salerno superino quelli di Napoli o Bologna. Fatti loro.

Fatti nostri, invece, sentirci dire “La democrazia è qui” – per propagandare queste primarie.
Questo è proprio uno slogan infelice. Peggio, un’arrogante, lampante idiozia.

Ricordo male o il Pd è il partito che ha invitato a disertare le urne in occasione del referendum popolare sulle trivelle?
Ricordo male p il Pd è il partito che nella mia città, Bologna, ci spiegò che il referendum sulle scuole private non avrebbe avuto alcun seguito, perché mancava il quorum (eppure votarono il 40% degli aventi diritto, quel 40% che ha seguito Renzi mentre andava a sbattere, il 4 dicembre scorso).

No, la democrazia è tante cose e sta da molte altre parti. Nessuno ne ha l’esclusiva. A me pare che non se la passi bene nemmeno sotto i gazebo, se si valuta come il Pd ha scelto i candidati-sindaco per il voto di giugno, usando le primarie in un caso su 10.
Lo scriveva Milan Kundera, “la vita è altrove”.

Fra Bolognini e Beccantini

Alla fine, ieri pomeriggio, ho dovuto fare il “bravo presentatore”.

Ma per chi non conosce “La squadra spezzata”, il libro di Luigi Bolognini, riproduco quanto ne avevo scritto, l’ottobre scorso.

Uscito nel 2007 per Limina, questo romanzo merita la riedizione accurata che gli offre un editore romano, capace di confezionare “oggetti” librari ormai inconfondibili, grazie alle copertine di Guido Scarabottolo e al progetto grafico di Silvana Amato.

Ho letto il romanzo quando uscì, mi è capitato di presentarlo in pubblico, Luigi è un amico e mi ha chiesto di rileggerlo mentre stava procedendo alla revisione del testo, dunque non può essere la trama a colpirmi. Ho la sensazione che i minimi interventi sul testo originario puntino a un obiettivo implicito: avvicinarsi ancora di più alla forma “romanzo”, senza disperdere nulla del contesto politico e dell’ancor più rilevante sfondo ambientale: il calcio, la Grande Ungheria, l’Aranycsapat di Puskas e Hidegkuti, Bozsik e Kocsis, una delle squadre che hanno reinventato il calcio e resteranno nei libri di storia pur senza aver vinto una Coppa del Mondo, per la sbalorditiva qualità estetica che riuscivano a esprimere. “Una squadra che faceva nascere il gusto per il bello”, un motivo di orgoglio popolare, una delle poche realizzazioni degli ideali del socialismo.

Un record storico, tuttavia, quella squadra se l’è conquistato e nessuno potrà cancellarlo: il 25 novembre 1953, un mercoledì, ha infranto l’inviolabilità casalinga degli inventori del gioco, un leggendario 3-6 a Wembley confermato con un umiliante 7-1 al Népstadion di Budapest, qualche mese dopo. Una doppia, crudele lezione alla storica supponenza inglese. Non so quali immagini avesse visto, ma mio babbo è sempre rimasto convinto che nessuna squadra (non il Brasile del ’58, non l’Olanda dei primi Settanta) abbia giocato così bene come quell’Ungheria.

Mio babbo era comunista. Come gran parte dei personaggi reali o immaginari che Bolognini fa rivivere nelle strade di Budapest, nel periodo compreso fra l’edificazione del Népstadion e la sanguinosa fine della Rivoluzione del 1956.
Gábor è il Nemecsek della via Pál. Il padre Lajos lavora in un’acciaieria. A nove anni, porta il figlio a partecipare alle domeniche di lavoro volontario per costruire il Népstadion, quando le macerie della guerra ancora ingombrano le strade. Di quattro anni più grande, Sándor è il figlio del custode dello stadio della Honvéd, la squadra che si chiamava Kispest come il quartiere dove si trova lo stadio.
Gábor è fra i raccattapalle del 7-1 agli inglesi al Népstadion, il 23 maggio 1954. Il suo compleanno cade il 3 luglio, la mamma Ilona gli regala una maglia rossa con il 10 sullo schiena, come Puskás… il 4 è il giorno della finale della Coppa del Mondo 1954. A Budapest c’è il sole, a Berna piove. Il 4 luglio 1954 si concretizza la più grande delusione nella storia dell’Ungheria, il “miracolo di Berna” nella versione tedesco-occidentale (senza dimenticare le amfetamine e i tacchetti svitabili dell’Adidas, su cui poterono contare i vincitori).

Sándor ha l’età per confezionare un ragionamento politico, che Gábor ascolta attonito. L’amico è contento che si sia perso, “serviva perdere la Rimet per ribellarsi. Per la dittatura non protesta nessuno”.

In memoria di Giorgio Guazzaloca, al posto giusto al momento giusto nel far cadere “il Muro di Bologna”: ci sono stati sindaci peggiori.

Come la Sinistra ha perduto Bologna*
* questo articolo è uscito in tutte le edizioni di «Le Monde diplomatique» del settembre 2000

D’Alema si dimette. Il suo partito passa da una sconfitta all’altra. La coalizione di centro-sinistra annaspa, e pare sempre più un guscio vuoto… Se tutti indicano la caduta del governo Prodi come origine di questo precipizio, “il crollo del Muro di Bologna” ha rappresentato il segnale d’allarme più vistoso, un “ricambio che finisce sui giornali in Nuova Zelanda” (1). Il 27 giugno 1999, dopo 54 anni di governo ininterrotto, la sinistra ha perduto una delle sue capitali politiche e simboliche, e Giorgio Guazzaloca, al ballottaggio, è diventato sindaco di Bologna col 50,69% dei voti…

QUI

COMMENT LA GAUCHE A PERDU BOLOGNE
Le 27 juin 1999, après avoir été gouvernée sans interruption par la gauche pendant cinquante-quatre années, Bologne a porté M. Giorgio Guazzaloca (centre-droit) à la mairie. Plus qu’un symbole, ce changement a anticipé l’écroulement structurel de la gauche dans les régions les plus riches de l’Italie et constitué le symptôme le plus frappant du catastrophique tournant à droite du pays…

THE DECLINE OF ITALY’S RED CITY
In June last year a centre-right mayor, Giorgio Guazzaloca, was elected in Bologna, capital of red Emilia-Romagna where the left had held sway for 54 years. This seismic change heralded the comprehensive collapse of the left in Italy’s rich industrial heartland, a disastrous country-wide lurch to the right and the triumph of Silvio Berlusconi…

COMO A ESQUERDA PERDEU BOLONHA
Em 27 de junho de 1999, depois de ter sido governada sem interrupção pela esquerda durante cinqüenta e quatro anos, Bolonha elegeu um prefeito de centro-direita. Mais que um símbolo, essa derrota é um sintoma de uma guinada do país…

DE CÒMO LA IZQUIERDA ITALIANA PERDIÒ BOLOGNA
El 27-6-1999, luego de cuarenta y cinco años de gobierno ininterrumpido de la izquierda, los ciudadanos de Bolonia llevaron a Giorgio Guazzaloca (centroderecha) a la alcaldía. Más que un símbolo, este cambio anticipó el desmoronamiento estructural de la izquierda en las regiones más ricas de Italia y constituyó el síntoma más impresionante del catástrofico viraje a la derecha del país…

EINDE VAN EEN RODE ITALIAANSE STAD. DE VAL VAN BOLOGNA
In juni van het afgelopen jaar werd de centrum-rechtse Giorgio Guazzaloca gekozen als burgemeester van Bologna, de stad die 54 jaar lang in de handen van links was geweest. Deze aardverschuiving was de voorbode van de ineenstorting van links in het geïndustrialiseerde hart van Italië en een ruk naar rechts in de rest van het land…