Bologna 900, Giorgio Diritti, 2016

Il contesto: le celebrazioni per i 900 anni del Comune di Bologna dall’atto di emancipazione (Diploma) siglato dall’imperatore Enrico V alle idi di maggio del 1116.
Il libro riprende gran parte delle immagini che affollano il documentario (35 minuti) che Diritti ha confezionato giustapponendo rare incisioni e fotografie, mappe e pergamene, libri e pubblicità, miniature e dipinti, oltre alle riprese all’aperto. Una lunga frequentazione di archivi e biblioteche si è resa necessaria per comporre questo ricco repertorio, che riassume nove secoli di storia della città.

La Torre degli Asinelli, edificata fra il 1109 e il 1119. Del centinaio di torri innalzate fra il XII e il XIII secolo, ne rimangono solo 24, alcune integre, altre mozzate o inglobate in altri edifici.

Liber Paradisus: il memoriale della liberazione dei servi della città e del contado (5.855 servi di 379 padroni, riscattati dal comune con i denari del tesoro pubblico), approvato dal Comune nel 1257.

Lo Studium: nato come libera e laica organizzazione fra studenti nel 1088. Viene considerata l’università più antica d’Europa. Gli studenti sceglievano e pagavano i docenti, i primi studiosi chiamati a insegnare furono i giuristi, i glossatori, come Irnerio. In seguito divennero materie logica, filosofia, retorica, grammatica, aritmetica, astronomia e medicina.

La storia di Bologna è impregnata di commerci e professioni artigiane. Nel Trecento la città si afferma come uno dei maggiori centri europei per la lavorazione della seta, grazie allo sfruttamento dell’energia idraulica. Nel Seicento, vennero censiti 119 mulini mossi dall’acqua dei canali. Dopo la costruzione delle chiuse di Casalecchio e di San Ruffillo, sui fiumi Reno e Savena, una fitta rete di canali attraversava la città; si poteva arrivare in barca da Bologna al mare. Continua a leggere

Pubblicità

Il tempo dei giganti – Davide Barletti e Lorenzo Conte, 2022

“Xylella fastidiosa” è il nome attribuito a un batterio, il cui impatto fatica ancora a essere percepito nella sua gravità: eppure, da un decennio, sta devastando la Puglia, provocando la morte di milioni di alberi di ulivo. È all’origine della più grave pandemia botanica del secolo: e non è finita.

La morte di questi ulivi non è solo un disastro naturale: porta conseguenze incalcolabili su un territorio reso inabitabile, con un’enorme privazione simbolica e identitaria, se si pensa che fra le vittime vi sono alberi antichissimi, alcuni vecchi di secoli, alcuni millenari.

Prodotto da Dinamo Film, il documentario sta circolando in alcune città (a Bologna è stato programmato al cinema Galliera) con l’obiettivo di non far dimenticare questa catastrofe e trarne qualche insegnamento. Gli autori evitano ogni polemica politica – ma quanti errori, e sottovalutazioni, e irrazionalismi, nella gestione dell’epidemia: sembra un’anticipazione di ciò che è poi accaduto con il Covid – raccontando il viaggio di Giuseppe verso la terra dell’anziano padre, nella Piana degli ulivi monumentali. Un paesaggio ridotto a una tragica sequenza “di moncherini distesi verso il cielo per una preghiera che non potrà essere esaudita”.

Al disastro ha certo contribuito il cambiamento climatico e il progressivo indebolimento di un territorio segnato dalla monocoltura. Ma quando furono individuati il batterio responsabile e il suo vettore (un insetto, la “sputacchina”), si doveva agire con rapidità e fermezza, isolando e abbattendo gli alberi infettati, per creare una sorta di distanziamento, che rallentasse la diffusione dell’infezione. Non fu fatto. Anzi si è assistito alla diffusione di una sorda, ottusa sfiducia nella scienza e nelle soluzioni che andava proponendo.

Il film fa parlare Riccardo Valentini (ecologo, Nobel per la pace 2007), la divulgatrice scientifica Alessandra Viola, Marco Cattaneo (editor in chief di “National Geographic“, “Le Scienze“), il giornalista Stefano Liberti (“Internazionale“) e lo scrittore Daniele Rielli. Per ogni biglietto venduto in sala, un euro viene devoluto a Save the Olives, onlus impegnata nella salvaguardia degli ulivi monumentali e nella ricerca di nuove varietà resistenti alla Xylella.

Reno, Cavaticcio, Moline, Aposa: “Canali nascosti” a Bologna nel Novecento

Per un bolognese – o per un provinciale acquisito come me – è un appuntamento obbligatorio. Affrettatevi, restano solo tre settimane.

Negli spazi dell’ex Opificio della Grada – entrata in via Monaldo Calari, 15 – c’è una mostra fotografica sulle trasformazioni della città, rispetto alla presenza di fiumi e canali. Per secoli, la fortuna di Bologna è stata determinata dai canali scoperti e dagli opifici che utilizzavano le acque per varie attività produttive. Le attività di regolazione delle acque derivate dal fiume Reno e dal torrente Savena, mediante le chiuse di Casalecchio e di San Ruffillo, sono state fondamentali per lo sviluppo urbano. Finché, si è arrivati al Novecento, e per motivazioni igieniche i canali sono stati coperti. Dopo i bombardamenti del 1943-44, che hanno distrutto varie opere, le Giunte comunali del sindaco Dozza hanno dedicato alla tutela della salute pubblica opere ancora strabilianti, ma non c’è dubbio che la città sia stata esteticamente impoverita dalla tombatura dei corsi d’acqua. Via Riva di Reno doveva essere puzzolente e bellissima.

Confrontando i dati archivistici con le immagini conservate nei fondi della Cineteca, della Biblioteca dell’Archiginnasio, delle Collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio e di alcuni archivi privati, “Canali di Bologna” ha ricostruito le fasi più significative degli interventi di copertura dei canali nel corso del Novecento. Interessata, soprattutto l’area nord-occidentale, attraversata dal Canale di Reno, dal Canale Cavaticcio, dal Canale delle Moline e dal torrente Aposa.

In ordine cronologico, il percorso espositivo – e il bel catalogo che lo riproduce – ricompone le tappe stabilite dal Comune di Bologna per dare esecuzione al Piano Regolatore del 1889 e alle trasformazioni urbanistiche che, prima e dopo l’ultima guerra, hanno nascosto alla vista gran parte del sistema idraulico. È stato possibile ricostruire tempi e modalità degli interventi più significativi, come la copertura del Canale delle Moline e del torrente Aposa nell’area a nord della Montagnola, realizzata in due fasi, a distanza di trent’anni.

Fotografie di Bolognesi e Orsini, ditta Gambini, Gielle, Secondo Gnani, Aldo Ferrari, Walter Breveglieri, Nino Comaschi, Enrico Pasquali e autori anonimi.

Il progetto della mostra è stato curato da Maria Cecilia Ugolini e Stefano Pezzoli.

Martedì e giovedì dalle 14 alle 17; mercoledì e venerdì dalle 10 alle 13; sabato dalle 10 alle 18. prenotazioni@canalidibologna.it

Wolinski ritrovato: fino al 3 marzo alla Alliance Française di Bologna

A dieci anni dalla scomparsa di Luigi Bernardi (1953-2013), agitatore culturale, scrittore, editore, traduttore e talent scout, l’Alliance Française di Bologna dedica una mostra a Georges Wolinski (1934-2015), tragicamente scomparso durante la strage nella redazione di Charlie Hebdo; Bernardi è stato l’ultimo editore italiano del fumettista satirico francese.

La mostra riporta a un evento che ebbe luogo nei locali dell’Alliance nel 1990. In presenza di Wolinski, fu presentato Non ci sono più uomini, edito dalla Granata Press di Bernardi e vennero esposte tavole, disegni e documenti originali del fumettista francese. Rimasti negli archivi dell’Alliance Française di Bologna, tornano alla luce a distanza di 33 anni.

Fino al 3 marzo, in via De Marchi (ingresso gratuito), sono esposti una cinquantina di disegni e vignette di Wolinski sui suoi tipici temi – sesso e politica – con le implacabili frustrazioni dei suoi “porconi” e “fallocrati”. Furono pubblicati su riviste e giornali come Action, Charlie Mensuel, L’Humanité, Libération e Hara-Kiri. Il contesto è quello francese degli anni Settanta e Ottanta, dominato da figure come Giscard d’Estaing, Mitterrand, Rocard e Chirac, quando la crisi della “gauche” si stava facendo definitiva.

Wolinski ritrovato contiene, inoltre, immagini selezionate nel fondo di archivi Wolinski della BnF (Bibliothèque nationale de France); per esempio, la locandina di Couple ouvert à deux battants, spettacolo teatrale da un testo di Dario Fo e Franca Rame.

Organizzata insieme all’Associazione culturale Luigi Bernardi e all’Accademia di Belle Arti di Bologna, la mostra fa parte del ciclo di iniziative Luigi Bernardi. L’impronta del Gaijin.

4057, mi ricordo

Mi ricordo via De Marchi per le “botteghe di transizione” ma, soprattutto, per una bruciante delusione amorosa.

4052, mi ricordo

Mi ricordo gli anni in cui – da provinciale sbarcato a Bologna – amoreggiavo, passeggiando sulla Montagnola.

Sabato 4 febbraio dalle 18.30 una serata per raccontare la militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari, nel decennale della sua scomparsa. Al VAG61 di via Paolo Fabbri. Sul filo del ricordo…

Alle 18,30 aperitivo e presentazione del libro Sul filo del ricordo (Red Star Press), a cura di Agostino Giordano e Stefania De Salvador: “La militanza politica, il lavoro culturale e le passioni di Stefano Tassinari raccontati dalle compagne e dai compagni di strada”.

Intervengono: Cristiano Armati (editore Red Star Press), Agostino Giordano e Stefania De Salvador, Rudi Ghedini e altri autori che hanno preso parte a questo libro

Alle 20,30 cena di autofinanziamento con cappellaccio al forno, pasticcio alla ferrarese e lasagne alla zucca.

A seguire immagini, parole e musica dal vivo con alcune/i delle/gli autrici/ori del libro.

Ci sono figure che, con il corso della loro vita, bastano da sole a segnare i margini del tempo. Stefano Tassinari è una di queste. Perché con i suoi libri, le sue sperimentazioni, le sue riviste, le sue iniziative culturali e la sua ininterrotta militanza politica nel movimento operaio, Tassinari ha dato un contributo imprescindibile, favorendo vocazioni artistiche, conquistando spazi di autorganizzazione e costruendo bellezza e amore per la giustizia sociale. Sul filo del ricordo, scritto da chi, con Stefano Tassinari, ha percorso la strada che conduce fino al punto in cui siamo ora, non è solo un omaggio all’artista e al compagno. Ma un caleidoscopio di possibilità sempre aperte, un filo rosso teso verso la meta della fraternità e dell’uguaglianza, una ragnatela di ricordi con cui chiamare per nome la vita.

Contributi di: Vic Albani, Checchino Antonini, Marco Baliani, Matteo Belli, Paolo Bernardi, Nicola Bonazzi, Pino Cacucci, Paolo Capodacqua, Stefano Casi, Mauro Collina, Mauro Covacich, Fausto Bertinotti, Alberto Bertoni, Giulio Calella, Salvatore Cannavò, Isabella Carloni, Daniele e Angelo (“Le Bistrot” di Dozza), Stefania De Salvador, Roberto Formignani, Paolo Fresu, Luca Gavagna, Rudi Ghedini, Agostino Giordano, Massimiliano Gregorio (Casa del Vento), Claudio Lolli, Gigi Malabarba, Roberto Manuzzi, Luigi Monfredini, Alberto Ronchi, Mauro Pagani, Alfredo Pasquali, Darwin Pastorin, Andrea Satta (Têtes de Bois), Roberto Serra, Marino Severini (Gang), Michele Terra, Riccardo Tesi, Fabio Testoni, Filippo Vendemmiati, Wu Ming 1, Yo Yo Mundi.

Das Cabinet des Dr. Caligari, Robert Wiene, 1920 – 10

Balletto macabro, horror psicologico, feroce satira dell’autoritarismo prussiano che trasforma gli uomini in automi, e inconsapevole capolavoro profetico, tale da spingere alcuni studiosi a interrogarsi sulle premonizioni cinematografiche del nazismo, visto come sonnambulismo di massa.

Il linguaggio del cinema esalta questo stilizzato apologo filosofico: se un uomo può essere spinto a compiere delitti in stato di incoscienza, qualcuno potrà approfittare dello stato di dormiveglia di un intero popolo. Siegfried Kracauer vi vide “l’origine d’una corrente” che da Caligari al Dottor Mabuse di Fritz Lang portava fino a Hitler, attraverso “un corteo di mostri e di tiranni”. E il Fūhrer porrà bruscamente fine a questa “arte degenerata”.

È il giovane Franz (Friedrich Feher) a raccontare i fatti. In un baraccone da fiera, il dottor Caligari (Werner Krauss) esibisce il sonnambulo Cesare (Conrad Veidt). Si dice che il sonnambulo, svegliato dal suo sonno, possa predire il futuro… Cesare predice ad Alan – l’amico di Franz – che morirà entro l’alba del mattino seguente: la predizione si avvera.

Non è stata la prima vittima: per procurarsi la licenza, Caligari era stato in municipio dove un funzionario l’aveva trattato con arroganza: l’indomani costui viene trovato ucciso.

Poi, Caligari ordina a Cesare di rapire Jane, la giovane donna (Lil Dagover) di cui Franz è innamorato. Nel tentativo di smascherare il colpevole, Franz scopre che Caligari manipola il sonnambulo, spingendolo a compiere quegli atti. Seguendone le tracce, arriva a scoprire che Caligari è il direttore di un manicomio e lo smaschera.

Capovolgimento sublime: è Franz il pazzo rinchiuso in manicomio, il racconto è frutto di una sua ossessione.

Pare che questo finale sia stato voluto dal produttore Erich Pommer, correggendo la sceneggiatura iniziale dell’austriaco Carl Mayer con un’idea del poeta praghese Hans Janowitz.

Il film è divenuto leggendario per ragioni estetiche, grazie ai tagli di luce, ai fondali da incubo. Scenografie (di tela dipinta) e costumi furono affidati agli espressionisti del gruppo Der Sturm, i pittori Röhrig, Warm e Reimann e l’architetto Hermann Warm, che sosteneva questa tesi: “I film devono essere disegni viventi”. Meravigliose le strade a zigzag, le case cubiche, le porte trapezoidali, le prospettive deformate, ricalcate da modelli pittorici (Nolde, Kirchener)…

Vidi il film in Cineteca con l’accompagnamento al pianoforte di Marco Dalpane. La prima proiezione avvenne al Marmorhaus di Berlino il 26 febbraio 1920, e incontrò subito un clamoroso, ambiguo successo.

4009, mi ricordo

Mi ricordo che metto piede in un negozio di dischi un paio di volte all’anno, e finisco per comprare ristampe di trenta o quaranta o cinquant’anni fa (da ultimo “Live Rust” di Neil Young con i Crazy Horse e “666” degli Aphrodite’s Child).

Byways, le fotografie di Roger Deakins, Bologna, sottopasso di Piazza Re Enzo, fino al 15 gennaio 2023

Due Oscar, nel 2018 e nel 2020, per Blade Runner 2049 e per 1917.

Quindici nominations: Le ali della libertà, 1995 – Fargo, 1997 – Kundun, 1998 – Fratello, dove sei?, 2001 – L’uomo che non c’era, 2002 – L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, 2008 – Non è un paese per vecchi, 2008 – The Reader, 2009 – Il Grinta, 2011 – Skyfall, 2013 – Prisoners, 2014 – Unbroken, 2015 – Sicario, 2016.

Nato il 24 maggio 1949, a Torquay nella contea del Devon, Roger Deakins ha dato luce e colore a decine di film, a partire dal 1983, quando curò la fotografia di Another Time, Another Place, di Michael Radford. Dal ’91, con Barton Fink, ha avviato un lungo sodalizio con i fratelli Coen. Ha lavorato per Orwell 1984, Dead Man Walking, Hurricane, The Village, A Beautiful Mind, Nella valle di Elah, Revolutionary Road … fino all’ultimo di Sam Mendes, Empire of Light.

Deakins ora si propone anche come fotografo: fino al 15 gennaio 2023, nel Sottopasso di Piazza Re Enzo, è possibile visitare la mostra (ingresso gratuito) promossa dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con Fondazione MAST e la casa editrice bolognese Damiani.

Byways è il titolo dell’esposizione, che trae origine dalla prima monografia di Deakins pubblicata da Damiani nel 2021; nella mostra sono presentate 54 foto contenute nel libro, e una serie di scatti inediti.

Bisogna abbassarsi, piegarsi sulle ginocchia; oppure cercare un punto più elevato, e nel frattempo la situazione può essere mutata. Peggio, svanita. In queste foto, colpisce il gioco delle simmetrie, il taglio dell’inquadratura, la scelta dei soggetti e l’attenzione alla casualità del momento. Solo bianco e nero, perché Deakins è convinto che così si possa cogliere meglio quella che definisce “l’azione della luce”.

«Scegliere quando fare una fotografia e capire quali scatti abbiano un futuro rivela qualcosa di noi. Ciascuno vede le cose in maniera diversa. Siamo attratti da soggetti con cui siamo in sintonia e le nostre interpretazioni variano in base alla scelta dell’angolazione e della composizione».

Le immagini sono state scattate fra il 1969 e il 2022: le zone rurali del North Devon ci raccontano un’Inghilterra ormai scomparsa, fatta di fiere del bestiame, natura incontaminata e tradizioni; un’ampia sezione è dedicata al mare, grande amore di Deakins, protagonista tra i vari paesaggi fotografati in giro per il mondo.

Image Capital: la fotografia come tecnologia dell’informazione. #MAST Bologna

“Le fotografie non sono tanto uno strumento della memoria, ma una sua invenzione o sostituzione” (Susan Sontag).

Curata da Francesco Zanot e allestita negli spazi espositivi bolognesi del MAST (via Speranza), la mostra IMAGE CAPITAL è il risultato della collaborazione tra un fotografo e una storica della fotografia, Armin Linke (Milano, 1966) e Estelle Blaschke (Berlino, 1976). È un progetto che racconta “una storia della fotografia diversa: quella dei suoi innumerevoli utilizzi pratici, e della sua funzione come tecnologia dell’informazione”. Attraverso immagini inedite e d’archivio, testi, video, pubblicazioni e altri oggetti, si esplorano le forme attraverso le quali la fotografia è divenuta parte di processi di produzione, in ambito scientifico, culturale e industriale.

Pochi luoghi, come il MAST, riescono a mostrare quanto sia sottile il confine fra arte e scienza. Stavolta, l’attenzione è posta sul ruolo cruciale che la fotografia ha conquistato nella nostra società e sul suo rilevantissimo valore economico (“image capital”, appunto). Perciò, non vengono mostrare fotografie spettacolari, di rara bellezza, ma immagini che sintetizzano informazioni e conoscenze.

Continua a leggere

Epitaffio su un cinematografo bolognese

Fra il 1974 e il 2004 sono stato 30 volte al cinema Embassy, Bologna, via Azzo Gardino. Il primo film fu L’esorcista (ottobre ’74), l’ultimo La forza del destino, del danese Thomas Vinterberg (maggio 2004).

Ho verificato sul file excel su cui aggiorno i film che vedo e dove. Singolare coincidenza, per quattro volte il primo film dell’anno lo vidi all’Embassy: 1994, Un mondo perfetto (Eastwood con Kevin Costner), 1996, Le nozze di Muriel (bella commedia australiana); 1997, Evita (il musical con Banderas e Madonna); 1998, L’avvocato del diavolo (Al Pacino, Keanu Reeves e Charlize Theron).

Non sapevo che un tempo (fino alla fine degli anni Sessanta) fosse il Cinema Ariosto, ma è sempre all’Embassy che nel ’92 vidi I protagonisti (Altman), nel ’95 Braveheart, nel ’97 Big Night e L.A. Confidential, nel ’99 La sottile linea rossa. Circolò la voce che dopo la chiusura, in un anno compreso fra il 2005 e il 2007, Nanni Moretti visitò la sala e valutò non fosse adatta all’apertura di un altro Sacher…

Ogni mattina, nell’andare in ufficio, passo davanti all’ex cinematografo. Stanno per finire lavori di demolizione, che avrebbero dovuto compiersi a gennaio, senza fretta, la sala è chiusa da appena diciotto anni… Nello spazio sventrato, aprirà la sede della direzione regionale dell’Agenzia del Demanio. Pare sarà un palazzo di quattro piani, dubito migliorerà l’aspetto della zona.

3987, mi ricordo

Mi ricordo di essermi fermato in mezzo alla strada per assistere, proprio come un umarell, alla demolizione del cinema Embassy, dove vidi L’Esorcista nell’ottobre del 1974.

3975, mi ricordo

Mi ricordo che il primo Diabolik non mi era piaciuto, ma il secondo è così brutto, che verrebbe voglia di difenderlo.

La ciociara, Vittorio De Sica, 1960 – 8

Nel 1959, l’anno in cui sono nato, De Sica era alle prese con La ciociara, Antonioni indagava L’avventura, Fellini riassaporava La Dolce vita, Monicelli rievocava I Compagni, Visconti trasfigurava Rocco e i suoi fratelli, senza dimenticare Pontecorvo (Kapò) e Comencini (Tutti a casa)… Nemmeno la contestuale esplosione della Nouvelle Vague poteva mettere in discussione il primato italiano, all’epoca la nostra cinematografia era piena di opere memorabili.

Dei titoli citati, l’unico che non avevo ancora visto è quello che portò Sophia Loren all’Oscar. Eppure, non la parte non doveva essere sua, De Sica non ebbe reticenze nel segnalare che Anna Magnani era stata la prima idea per Cesira, Sophia avrebbe dovuto interpretare la figlia Rosetta. Ricavando la sceneggiatura dal romanzo (1957) di Moravia, Zavattini cambiò il finale e, innanzitutto, l’età di madre e figlia: sulla pagina, avevano quarantacinque e diciotto anni, sullo schermo ringiovanirono a ventisette e dodici. Eleonora Brown è la figlia; nel cast anche Jean-Paul Belmondo, Raf Vallone, Pupella Maggio, Renato Salvatori, Carlo Ninchi e Andrea Checchi.

Del neorealismo, De Sica non può smarrire la lezione, ma qui si presta a un neorealismo da esportazione, che fa leva persino su attori doppiati.

Prodotto da Carlo Ponti – il legame con la Loren era ancora nelle mani dei tribunali -, il film lanciò Sophia nell’olimpo del divismo, grazie all’immedesimazione con una coraggiosa popolana, vedova, che dopo aver gestito un piccolo negozio di alimentari, nella Roma del ’43, decide di sfollare nella campagna laziale, con l’assoluta priorità di salvaguardare l’unica figlia.

Uscito dalla sala – ll Cinema Ritrovato 2022 – avevo twittato: “L’Oscar di #Sophia, la sua Cesira è della famiglia di Anna Magnani. Ponti, De Sica e Zavattini riscrivono Moravia e reinventano il neorealismo, facendone un prodotto da esportazione. Reduce da Godard, il mite #Belmondo fu doppiato da Achille Millo”.

Crime and Punishment, Joseph Von Sternberg, 1935 – 7

Appena uscito dalla proiezione (Il Cinema Ritrovato, giugno 2022), ho scritto un tweet: #Raskolnikov. #PeterLorre per #VonSternberg sul senso del peccato e sugli incerti confini del crimine. Cos’è il delitto, cos’è la colpa, da dove viene il pentimento, a chi e a cosa serve la punizione…

Per portare Dostoevskij a Hollywood, serviva il regista viennese che cinque anni prima aveva inventato la Dietrich. Ma i panni di Raskolnikov erano troppo impegnativi per qualsiasi attore americano e Von Sternberg chiamò Peter Lorre. L’attore dirà che fu il ruolo cinematografico che ricorda con più piacere, e riferisce l’aneddoto secondo il quale, per convincere Harry Cohn – l’onnipotente boss della Columbia -, le 800 pagine del romanzo vennero riassunte in due , e a farlo fu una segretaria, pagata 50 dollari.

Per il regista, adattare al cinema dei grandi romanzi non era una novità: del ’31 è Una tragedia americana, da Dreiser. E ogni tanto a Cohn piaceva attingere a fonti letterarie che dessero lustro e prestigio culturale alla sua casa di produzione. Ma, come in questo caso, bisognava farlo in 88 minuti…

Edward Arnold – primo nei titoli di testa – è l’ispettore Porfiry, Marian Marsh la giovane Sonya, ma è Lorre a riempire lo schermo. Fu il suo secondo film americano (era stato “prestato” alla MGM per Amore folle, di un altro grande esule, Karl Freund), conosceva l’inglese in modo approssimativo (già meglio rispetto a L’uomo che sapeva troppo) e la sua interpretazione si esalta grazie all’impianto marcatamente teatrale scelto dal regista. Chi aveva saputo terrorizzare e commuovere in M, sapeva come intrufolarsi nello spazio ambiguo fra le prepotenze sociali e le reazioni dell’individuo. Raskolnikov era uno studente geniale, che la società aveva sempre respinto; uccide per vendicarsi di un mondo che sembra fare apposta a umiliarlo, e non confesserà per il senso di colpa, ma per lo sguardo atterrito di una giovane donna.

Der Verlorene, Peter Lorre, 1951 – 7

Forse non fu mai comunista, ma Peter Lorre fu intimo di Brecht, conosciuto a Berlino nel ’29 e frequentato nel periodo in cui il drammaturgo andò a vivere in California. Lorre fu fra i tanti che a Hollywood firmarono appelli che chiedevano di rafforzare la cooperazione fra Usa e Urss. Ma le storie che Brecht scrisse per lui non vennero realizzate, e nel maggio 1949, l’attore tornò in Europa con la seconda moglie, Kaaren Verne; da oltre vent’anni, dopo l’asportazione della cistifellea, Lorre faceva uso di oppiacei per attenuare il dolore.

All’epoca, l’esule che rientrava in Germania veniva accolto con malcelato risentimento: sia Lorre, che Fritz Lang e Douglas Sirk avvertirono come molti compatrioti non volessero fare i conti con un passato terribile, da cui si sentivano assolti. Fu in questo contesto che diresse e interpretò Der Verlorene, un film a cui teneva molto e che divise la critica (al botteghino fu un insuccesso). Nella Germania del 1951, Lorre esprime un senso di colpa insopportabile, nascosto dietro una falsa identità fuma una sigaretta dietro l’altra, lo sguardo opaco si fa improvvisamente terribile… Rimarrà il suo unico film da regista: l’ho visto al Cinema Ritrovato 2022.

Medico in un campo profughi, il dottor Rothe rivede Hösch, un ex collega, i due rievocano certi avvenimenti: durante la guerra, Rothe conduceva esperimenti biologici, la fidanzata lo tradì consegnando agli inglesi i risultati della loro ricerca, e lui l’aveva strangolata. Con l’aiuto di Hösch, il delitto era stato fatto passare per suicidio.

Ambientato nel desolante paesaggio di Amburgo, fra le macerie della guerra, Der Verlorene è stato descritto come una rara miscela di espressionismo tedesco, noir americano e neorealismo italiano. Più di trent’anni dopo, Harun Farocki scriverà che “si stenta a identificare un altro film che abbia prefigurato il fascismo con la precisione di M, e un altro film che abbia rintracciato i resti del fascismo con la precisione di Der Verlorene”.

Una volta, Wim Wenders

Trent’anni fa, costava 58.000 Lire: vidi la mostra a Villa delle Rose – magnifiche fotografie di grande formato – e a malincuore rinunciai a comprarlo. Anni dopo, l’ho preso a 18 Euro in una bancarella dell’usato.

Tradotto da Ornella Zaggia, con prefazione di Daniele Del Giudice e una lunga intervista curata da Leonetta Bentivoglio, sono 446 pagine e 336 illustrazioni (214 in b/n, 122 a colori): introdotte dalla formula “Una volta”, le sessanta brevissime storie sviluppano un racconto di viaggio, attraverso luoghi agli antipodi, inframmezzati dall’incontro con personaggi famosi (Godard, Handke, Kurosawa, Coppola, Ray, Scorsese…).

Wenders Twin City Theater

Dalla selezione delle migliaia (anzi, decine di migliaia) di foto scattate, Wenders ricava un repertorio di esperienze avvenute quasi per caso (la neve in Texas; il cinema drive-in abbandonato su cui hanno nidificato gli uccelli; le carcasse di canguri travolti dai grandi camion) e la testimonianza di esperienze pianificate (a piedi da Salisburgo a Venezia, attraversando le Alpi; sopralluoghi per cercare location per i film). “Lentamente si formò l’idea che queste storie avevano qualcosa in comune e che tutte cominciavano con la formula «una volta». Questa espressione aveva una doppia interpretazione: «c’era una volta» e «solo una volta». Entrambe sono componenti essenziali del mio concetto di fotografia”.

Ci sono personaggi famosi, ma le foto più potenti mi sembrano quelle di sconosciuti. Per esempio, la giovane donna che, seduta su un marciapiede di New York, cattura il sole con una superficie riflettente; oppure la bambina indiana ipnotizzata dalla pioggia. Del resto, è Wenders ad ammettere: “Non amo fare ritratti. E anche nei films, l’inquadratura che mi piace di meno è il primo piano di una persona”. È nota la sua predilezione per i paesaggi; qui scrive: “Ci sono paesaggi… che reclamano a gran voce una storia”.

Cosa non vedrò al Cinema Ritrovato

Oggi comincia il festival, XXXVI edizione. Mi sono posto l’obiettivo di vedere una ventina di film, da domani, nei prossimi sette giorni. Spero di farcela, ma so già che mancherò molti altri appuntamenti interessanti. Troppe suggestioni… Il primo post su questo magnifico appuntamento bolognese, lo riservo ai 10 titoli che a malincuore ho dovuto scartare. Se ho fortuna, uno o due potrei riacciuffarli; se ho sfortuna, dovrò rinunciare ad alcuni di quelli che avrei identificato.

Il titolo più corretto, dunque, sarebbe: “Cosa non riuscirò a vedere al Cinema Ritrovato”. Ecco, il Robin Hood del 1922 con Douglas Fairbanks, The Last Waltz di Scorsese, Chambre 666 di Wenders, Dans la nuit di Charles Vanel (1929), Él (Buñuel, 1953), The Godfather Coda (Coppola che risistema il terzo e conclusivo capitolo della saga), Boy Meets Girl (Carax, 1984), Deep Throat (1972, Gerard Damiano), Black Tuesday (1954) di Hugo Fregonese, Topkapi di Jules Dassin.

Ci sarebbe un undicesimo titolo, nella rassegna dedicata a Peter Lorre. È un telefilm del 1960, durata 26’, della serie Alfred Hitchcock’s Present, ha per titolo Man from the South; ambientato a Las Vegas, fra gli interpreti ci sono Neile Adams e il suo vero marito, Steve McQueen.

L’attualità di Roberto Roversi: stasera a Bologna, al Vag di via Paolo Fabbri 110

Roberto Roversi, per come l’ho conosciuto

Roversi e le sue innumerevoli riviste

Nuvolari. Frusta implacabile di velocità e furore

Anidride solforosa, Lucio Dalla, 1975

Il giorno aveva cinque teste, Lucio Dalla, RCA 1973

(Bologna) Venduta chiavi in mano, Roberto Roversi 2002 (introduzione a Bye Bye Bologna)

L’emeroteca di Roberto Roversi a VAG 61, Bologna, via Paolo Fabbri 110

Il 10 giugno, in tutta Italia, più di 400 archivi daranno vita ad Archivissima – La notte degli archivi.

Il Centro di documentazione bolognese intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani ha deciso di partecipare a questo appuntamento, facendo conoscere, soprattutto ai giovani, la figura di Roberto Roversi, intellettuale rigoroso, partigiano e poeta, scrittore e animatore di decine di iniziative editoriali, da molti riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della cultura italiana del Novecento.

#Roversi. Bologna venerdì 10 giugno, via Paolo Fabbri 110, dalle 18 alle 24: il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” e Vag61 organizzano: “Roberto Roversi, agitatore culturale”, nell’ambito di “Archivissima – La notte degli archivi”

Fino a qualche settimana fa, sulla facciata di Palazzo dei Notai, in piazza Maggiore, c’erano tre gigantografie. Una la riconoscevano tutti, era l’immagine di Lucio Dalla; al lato opposto, un’altra nota ai più, quella di Pier Paolo Pasolini; in mezzo, c’era il ritratto di un uomo anziano con il pizzo bianco, e c’è da scommettere che i più (i giovani e non solo) si domandassero chi fosse Roberto Roversi: a dieci anni dalla morte, anche nei palazzi delle istituzioni e della “cultura ufficiale” qualcuno ha preso coscienza del fatto che a Bologna ha vissuto e operato uno degli intellettuali più influenti del Novecento italiano.

Fra i tanti fondi che custodisce, il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso – Carlo Giuliani” conserva la prestigiosa raccolta di riviste politiche e letterarie di Roberto Roversi, a suo tempo donata al collettivo Bartleby. Venerdì 10 giugno, il Centro – che ha sede presso lo spazio autogestito Vag61 – ospita un’iniziativa dal titolo “Roberto Roversi, agitatore culturale”.

Il 10 giugno, in tutta Italia, più di 400 archivi daranno vita ad “Archivissima – La notte degli archivi”. Il Centro di documentazione ha deciso di partecipare a questo momento divulgativo, facendo conoscere, soprattutto ai giovani, la figura di Roberto Roversi, intellettuale rigoroso, partigiano e poeta, scrittore e animatore di decine di iniziative editoriali, da molti riconosciuto come uno dei più importanti esponenti della poesia italiana del Novecento.

Nel cortile e nelle sale di Vag61, in via Paolo Fabbri 110, a partire dalla 18.00 verrà allestita una mostra con le riviste del “Fondo Roversi” e ci saranno visite guidate agli archivi del Centro di documentazione “Lorusso – Giuliani”.

Continua a leggere

3783, mi ricordo

Mi ricordo di essermi fatto trascinare ad alzare la mano, in pubblico, e rispondere a un quiz cinematografico, per vincere un accredito a un festival.

3774, mi ricordo

Mi ricordo che nei cinema parrocchiali, anni fa, sarebbe stato impossibile vedere Léa Seydoux a seno nudo.