Asfalto e cemento

Come è cambiata la mia terra?
Ricevo una semplice immagine, catturata da uno smartphone nel corso di una “lezione”.
Non vedo motivi per commentarla, tanto è evidente il segno di quello che un tempo chiamavamo “modello di sviluppo”.

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2220, mi ricordo

Mi ricordo che al ritorno da un cinema, un tardo pomeriggio, davanti al nostro grande condominio trovammo un auto con il lunotto posteriore sfondato e centinaia di frammenti di vetro.

Spuntino pomeridiano

2217, mi ricordo

Mi ricordo l’accurata pulizia dei residui d’inchiostro dal rullo del ciclostile, una volta buttata la matrice, a volantino stampato.

2215, mi ricordo

Mi ricordo la disposizione delle panchine, e quelle che preferivo, nel giardinetto che sta tuttora sotto la facoltà di Ingegneria.

2214, mi ricordo

Mi ricordo che da qualche anno, se devo attraversare il centro storico di Bologna, scelgo sempre le vie secondarie, più strette e più buie.

2213, mi ricordo

Mi ricordo il cortile interno con le grate alle finestre, da cui si accedeva al minuscolo appartamento su via Frassinago.

Aggrappati a Checco Zalone

Ieri ho riportato alcuni dati sul tracollo dei cinematografi italiani: il 2017 risulta essere il secondo peggior anno della storia (dopo il 2014), con un netto segno meno sia nei biglietti venduti (12%) che negli incassi (11,6%).
Poi sono usciti i dati sulla quota di mercato del cinema italiano. E qui si spalanca una voragine ancor più rovinosa, con oltre il 40% in meno, rispetto al 2016, sia di spettatori che di incassi. Ma nel 2016, ci dicono, il dato era “gonfiato” dal film di Checco Zalone, e così scopriamo che oltre il 10% dell’intero fatturato del cinema italiano dipende dal comico barese.

A me pare che i commenti al post di ieri esprimano visioni e sensibilità contraddittorie, come se non fossero in dubbio le possibili soluzioni, ma persino la realtà effettuale.

La questione del prezzo del biglietto, per esempio, a me non convince. Capisco chi scrive che una famiglia di 4 persone non può spendere 40 euro per vedere un film che pochi mesi dopo passerà in tv. Ma abito a Bologna e non conosco cinematografi che facciano pagare più di 8 euro e 50. E quello è il prezzo al sabato e alla domenica, perché tutte le sale fanno sconti legati a varie “tessere”, tali per cui il prezzo effettivo del biglietto, nel mio caso, scende quasi sempre sotto i 5 euro…

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Bologna Fotografata, catalogo a cura di Gian Luca Farinelli e Michele Smargiassi, Cineteca di Bologna 2017

Dallo Stato Pontificio al sindaco socialista; dal fascismo alla Liberazione; la rinascita; Fanti, Zangheri, il 2 agosto; Verso il presente. Sono le cinque sezioni in cui si sviluppa la grande mostra fotografica allestita dalla Cineteca di Bologna nel sottopassaggio di via Rizzoli, aperta da giugno 2017 ai primi di febbraio 2018.

“Tre secoli di sguardi” è il titolo, perché sono esposte oltre 600 fotografie dell’Ottocento, del Novecento e del Ventunesimo secolo. Seppiata, l’immagine più antica risale al 1857 e coglie l’esterno del Lanificio Manservisi, nei pressi di via di Capo di Lucca: il fotografo si chiama Dioneo Tadolini.

Ho visto la mostra e la rivedrò, prima che chiuda. E ho trovato utile non disperdere questa esperienza con il catalogo messo in vendita a distanza di mesi dall’inaugurazione (segno di un successo andato oltre le previsioni). Curata da Farinelli in collaborazione con Rosaria Gioia e Antonio Bigini, è una mostra, innanzitutto, sui mutamenti della città. Poi, sui mutamenti di chi la città l’ha attraversata. Le trasformazioni urbanistiche risultano più impressionanti di quelle antropologiche. E già il percorso sotterraneo in cui si sviluppa la mostra – un sottopassaggio ripetutamente aperto e chiuso, un tempo sede di bar, uffici, rivendite e negozi – nei bolognesi suscita un’emozione spaesante (ne parla Eugenio Riccòmini, introducendo il catalogo, dove sono riprodotte foto del cantiere, fra il 1957 e il ’60).

Trovo incisiva l’espressione “la fotografia come macchina del tempo”, soprattutto quando la tecnologia veicola la “magia” come nel caso di Willie Osterman, che nel 1999 fotografò con la stessa, precisa, identica, esattissima angolazione di tanti anni prima, consentendoci di fare confronti fra ciò che c’era e che c’è. Leggi il resto dell’articolo

2203, mi ricordo

Mi ricordo che conobbi i Led Zeppelin, Whole Lotta Love per la precisione, entrando nel negozietto di dischi che stava nel sottopassaggio all’angolo fra Indipendenza e Rizzoli.

Fatti miei 28, neve a Casteldebole 1985

Fatti miei 27, Casteldebole 1985

Robert Wyatt, Robert Wyatt, Rough Trade 1981 – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 146.

Uno dei più bei dipinti realizzati dalla moglie, Alfreda Benge, racchiude questa raccolta di quattro 45 giri, pubblicata da Wyatt in una delle fasi più oscure ed esplicitamente militanti della sua luminosissima carriera.

In quel periodo era particolarmente attivo nel piccolo Partito Comunista inglese: «Caimanera è una versione di Guantanamera, che è praticamente l’inno nazionale cubano. Ho deciso di inciderla perché i giornali hanno parlato talmente tanto delle migliaia di cubani espatriati che mi è venuta voglia di cantare una canzone per i milioni che sono invece rimasti».

È un album di transizione, vale la pena perché anche il Wyatt minore riserva momenti di fulgida ispirazione. Per esempio, la versione accorata di At Last I’m Free (dal repertorio degli Chic) o la dolente Strange Fruit (Billie Holiday), e non sono affatto male le incursioni latinamericane di Arauco (Violeta Parra) e Caimanera (Carlos Puebla).

Gli strumentisti sono quanto mai eterogenei: da Bill MacCormick, bassista canterburiano, a Frank Roberts (tastiere), Harry Beckett (corno), Mogutsi Mothle (basso), fino a Kadir Durvesh, Esmail Shek, Mogutsi Mothle, percussionisti venuti dal Bangladesh.

La mia copia è stata prodotta a meno di un chilometro da dove abito, presso la Base Records di via Castiglione 109.