3783, mi ricordo

Mi ricordo di essermi fatto trascinare ad alzare la mano, in pubblico, e rispondere a un quiz cinematografico, per vincere un accredito a un festival.

3774, mi ricordo

Mi ricordo che nei cinema parrocchiali, anni fa, sarebbe stato impossibile vedere Léa Seydoux a seno nudo.

Hanno rubato un tram , Aldo Fabrizi, 1954 [filmTv41] – 7

Mario Bava (fotografia), Flavio Mogherini (scene), Carlo Rustichelli (musiche) e Sergio Leone (aiuto regista): questi nomi costituiscono la spiegazione che mi sono dato al fatto che mai Bologna, al cinema, fosse stata mostrata così bella.

A settant’anni di distanza, questa pellicola in bianco e nero resta una pietra miliare nell’immaginario sul nostro centro storico, con il suo catalogo di scorci caratteristici: dalle chiese (San Francesco, Santa Maria dei Servi) alle Piazze (Mercanzia, Porta Ravegnana, Galvani, Malpighi, Minghetti, Roosevelt), dalla Scalinata del Pincio al parco della Montagnola, dallo stadio Comunale alla Stazione Centrale, dai giardini Margherita alle vie con i loro portici (Broccaindosso, Castiglione, Indipendenza, Farini, Rizzoli, Santo Stefano, Saragozza, Ugo Bassi e Zamboni).

Il soggetto di Luciano Vincenzoni, sceneggiato da Mario Bonnard, Fabrizi e Ruggero Maccari, imbastisce l’esile filo di una bonaria commedia all’italiana, fatta di equivoci e buoni sentimenti, tensioni e riappacificazioni, con immancabile lieto fine.

Orgoglioso conducente di tram, Cesare Mancini (Fabrizi) è nato a Roma e si è trasferito a Bologna per amore, ma ancora vive in casa di una suocera convinta che sua figlia meritasse di meglio. Cesare ha la passione delle bocce, gioca in coppia con il suo bigliettaio (Carlo Campanini) ma, proprio per le continue umiliazioni a bocce, il suo capo (il corpulento spagnolo Juan de Landa, già apparso in Ossessione), sembra averlo preso di mira. I Mancini hanno una figlia in età da marito (Lucia Banti) e si avvicina la serata in cui l’Azienda tranviaria premierà la sua “reginetta”: le concorrenti dovranno mostrare di saper cucire, stirare e fare le tagliatelle.

È l’orgoglio a far sì che Cesare nasconda alla famiglia il suo declassamento a bigliettaio, frutto di un provvedimento disciplinare. Sul tram “rubato”, l’atmosfera mi ha fatto pensare a Miracolo a Milano.

3732, mi ricordo

Mi ricordo, senza averlo visto, l’incidente su via Don Minzoni fra un’auto che con noncuranza cercava parcheggio e una moto che non immaginava fosse possibile tanta noncuranza ed è andata a sbattere.

Hugo Pratt, su queste pagine… A partire dalla mostra di Bologna del 2017

Milton Caniff (“Terry e i pirati”) e le copertine di “Asso di picche” e “A Suivre”… i suoi gabbiani e le sue barche… Burt Lancaster ne “Il trono nero” e John Ford (“Un uomo tranquillo”)… Piccardia e Brocéliande… Stonehenge e l’isola di Pasqua… Roberto Artl (“I sette folli”) e Octavio Paz (“Labirinto della solitudine”)… il bel documentario in francese di Thierry Thomas… la grande parete dedicata alle 164 tavole originali de “La ballata del mare salato”… le 12 meravigliose serigrafie di “Tango”… i pellerossa “che esprimono con una sola parola una frase intera”, “avventura e viaggio possono coincidere”… oltre 400 opere tra disegni, tavole e acquerelli… stima e dissapori con Oesterheld… Pandora e Bocca Dorata… la mano su cui si incise la linea della fortuna… i tagli delle inquadrature, l’animazione dello spazio, le sottili linee sul volto di Corto…

A Bologna, il tributo a Pratt, nel cinquantesimo anniversario della prima apparizione di Corto Maltese, offre un paio d’ore di suggestioni, dalle quali si può uscire pensando che la vita di Corto non è stata più avventurosa e gioiosa di quella del suo artefice. Che invecchiava, mentre l’eroe ringiovaniva.

La grandezza del personaggio sta nel distacco “alla Kipling” (la poesia “If”, del 1895) con cui vive vittorie e sconfitte. La sua integrità non verrà mai corrotta dall’ambizione o dalla depressione. Un paio di versi di Kipling ne colgono l’umanità e l’essenza: “Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune / E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce / E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio / senza mai far parola della tua perdita…”. O ancora, “Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina / e trattare allo stesso modo questi due impostori…”.

Più che l’esito delle avventure, restano negli occhi i preludi, le attese, gli appuntamenti mancati, gli addii, gli amori rimpianti, il disincanto, la curiosità a cui Corto non sa e non vuole resistere.

Ne ho scritto qui: L’Uomo dei Caraibi Tango Una ballata del mare salatoCato Zulù e Baldwin 622 – Un uomo, un’avventura – Periplo incantato – Periplo segreto  –  Periplo immaginario Jesuit Joe – Il viaggio immaginario di Hugo Pratt In un cielo lontano + Un pallido sole primaverile – Morgan– Il  Sandokan di PrattCorte Sconta detta Arcana – L’Ombra – Le CelticheLa giovinezza Favola di Venezia Hugo Pratt e Corto Maltese. 50 anni El Gaucho (con Manara) – Le Elvetiche – Tutto ricominciò con un’estate indiana (con Manara)

3715, mi ricordo

Mi ricordo – ma mi ci è voluta una mezza giornata per riesumarlo – che in viale XII Giugno, ci stava il cinema Rappini, ribattezzato Nuovo Rappini, poi Fellini, infine de-evoluto in Sala Bingo.

3700, mi ricordo

Mi ricordo una via del centro percorsa innumerevoli volte, da est a ovest e viceversa, senza sapere che anche un certo tratto, dopo una curva, porta lo stesso nome.

Mascherine Forever and Ever

Vi sembra normale che nove città dell’Emilia-Romagna compaiono tra le prime cento nella classifica dei Comuni europei in cui si registrano i più alti numeri di morti premature da smog?

Università di Utrecht e Global Health Institute di Barcellona sanciscono quanto respiriamo male. Peggio di tutte, Piacenza, al 25esimo posto, seguita da Ferrara (26), Carpi (33), Parma (38), Modena (50), Sassuolo (60), Bologna (73), Forlì (82) e Ravenna (89).

Il distretto della ceramica si conferma mefitico: Modena, Carpi e Sassuolo stanno nei primi 60 posti della classifica (su 859 città europee dei 31 Paesi presi in esame).

Ci viene detto – non da oggi, ma da almeno vent’anni – che gli effetti degli alti livelli di polveri sottili e diossido di azoto presenti nell’aria, provocano morti evitabili (circa 1559 morti in più ogni anno). Nelle città europee si verificano almeno 52.000 morti premature all’anno. Morti che potrebbero essere evitate, se venissero rispettati i limiti indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle polveri sottili e sul diossido di azoto.

La Pianura Padana resta uno dei luoghi in cui la situazione è più critica E nel mese di gennaio 2022, i parametri relativi allo smog sono rimasti fissi sul “bollino rosso”, segnale del costante sforamento del limite giornaliero delle Pm10 richiesto dall’UE.

Vi sembra normale che il governo sia “impegnato a trovare risorse per nuovi incentivi all’industria dell’automobile”, che a gennaio ha segnato un meno 22 per cento?

Vi sembra normale che tutti gli amministratori pubblici, di qualunque colore politico, continuino a finanziare strade e autostrade?

Vi sembra normale che le autorità pubbliche – come i negazionisti del cambiamento climatico – neghino ogni correlazione fra le morti da Covid (in gran parte derivate da difficoltà respiratorie) e l’inquinamento dell’aria in cui siamo immersi?

Jakob Tuggener. Fabrik + Nuits de bal

Jacob Tuggener

Fra il 27 gennaio e il 17 aprile 2016, il MAST di Bologna ospitò una mostra su Jakob Tuggener (1904-1988), fotografo svizzero, che fu anche pittore e regista. Una prima volta per l’Italia, dove il nome di Tuggener è assai poco conosciuto, nonostante fosse molto apprezzato da maestri come Edward Steichen, che nel 1953 scelse dieci sue foto per la mostra Post-War European Photography al Museum of Modern Art di New York. E il suo stile ha fatto scuola, nel secondo dopoguerra, tra fotografi come Robert Frank.

Tuggener aveva studiato grafica, design, fotografia e regia alla Reichmann Schule di Berlino, tra il 1930 e 1931, restando colpito dal cinema Espressionista degli anni Venti. Rientrato in Svizzera, lavorò come fotografo freelance; la collaborazione con Maschinenfabrik Oerlikon (MFO), fabbrica di costruzioni meccaniche, fu determinante per la sua carriera, grazie all’incarico di realizzare immagini della fabbrica per la rivista aziendale.

Pubblicato nel 1943, Fabrik (“epopea illustrata delle tecnica”) resta una pietra miliare nella storia del libro fotografico. I segni della fatica e della stanchezza, il rapporto tra l’uomo e la macchina, si alternano in queste 150 stampe originali. In una delle immagini del 1937, intitolata Nell’ufficio della fonderia, l’occhio della segretaria si specchia in un piattino smaltato accanto alla macchina da scrivere su cui sta lavorando. L’anno di produzione di Fabrik è emblematico: l’industria bellica della neutrale Svizzera stava funzionando a pieno regime…

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Emil Otto Hoppé. Il segreto svelato

Fra il 21 gennaio e il 3 maggio 2015, il MAST di Bologna espose 190 immagini scattate tra il 1912 e il 1937 nelle realtà industriali di vari Paesi, da Emile Otto Hoppé (1878-1972). Un volumetto accompagnava la mostra, con brevi testi di Urs Stahel e Graham Howe e 25 riproduzioni in bianco e nero.

Emil Otto Hoppé, Shipbuilding, Clydeside, Scotland, 1934

Nato a Monaco di Baviera nel 1878, Hoppé morì in Inghilterra nel 1972. Fra gli anni Dieci e gli anni Quaranta del XX secolo è stato uno dei fotografi più famosi al mondo. Poi, per motivi non semplici da definire, il suo nome è pressoché scomparso, rimosso dalle storie della fotografia: di Hoppé, pochi conoscono addirittura l’esistenza. Questa mostra contribuì a “svelarne il segreto”.

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3685, mi ricordo

Mi ricordo l’inattesa, improvvisa chiusura della “scuola di spettacolo” – cioè di ballo – che stava a cinquanta metri da dove lavoro.

Lo studio di Giorgio Morandi, Gianni Berengo Gardin, 1993

Realizzato in occasione dell’apertura del Museo Morandi a Bologna, il 4 ottobre 1993 in Palazzo d’Accursio, quando il Comune assecondò le ultime disposizioni delle sorelle dell’artista. Oltre all’intensa introduzione di Marilena Pasquali, il volume propone circa 60 fotografie in bianco e nero.

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, nel 1993, Berengo Gardin effettuò un servizio fotografico nella casa in via Fondazza 36 a Bologna, dove Giorgio Morandi (1890-1964) aveva lungamente vissuto con le sorelle e dipinto fino alla morte. Grazie alla disponibilità di Maria Teresa, l’ultima sorella rimasta in vita, Berengo Gardin poté fotografare le tracce lasciate da Morandi. Nella sua stanza, il pittore passava lunghe ore, alternando il lavoro al riposo; era rimasta spoglia, con il materasso coperto solo da un telo ruvido, un cappello in feltro posato su una sedia. Restavano le impronte sui muri e sulla carta dopo il trasloco dello “studiolo” nel museo allestito a Palazzo d’Accursio.

Più che celebrare il mito dell’artista, Berengo Gardin cerca di evocarne la vita quotidiana, divisa tra relazioni famigliari e pittura. Il fotografo allarga e stringe il campo, alternando vedute d’insieme a immagini che sembrano riecheggiare le opere create dal pittore. Ci sono i pennelli, le bottiglie e i vasi di ogni forma e dimensione accatastati un po’ ovunque, e quelli scelti e posti sul ripiano dove sarebbero stati dipinti.

Nello studio di via Fondazza, Morandi accumulò una grande quantità di memorie. Diceva: “Ho molto rispetto per gli oggetti che ho usato almeno una volta”. Pasquali sottolinea come conservasse di tutto: non solo bottiglie, vasetti, conchiglie e fiori secchi, ma anche “biglietti ferroviari e di mostre, fiammiferi consumati,, noci e frutti dell’ippocastano, sassi a cromie raffinatissime sulla scala dei grigi, santini improbabili e appunti frettolosi agli angoli di frammenti di carta ingialliti”.

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3645, mi ricordo

Mi ricordo che non si può andare al cinema in prima visione – oltretutto, a vedere un film sul lusso pacchiano – per morirci di freddo.

Diabolik [id.], Manetti Bros., 2020 [cine2.882] – 5

Tanto mi erano piaciuti Lo chiamavano Jeeg Robot e quella interpretazione di Luca Marinelli, tanto ho trovato deludente questo film: appena rivista la versione 1968 di Mario Bava, non c’è paragone.

Molti ne hanno criticato la “lentezza”, e troppo lungo, questo film, lo è senz’altro, seppure certi tempi veicolino una scelta estetica: riportarci in una sorta di sognanti anni Sessanta, dai ritmi vintage. Derivando da un fumetto, si è scelto di giocare all’azzeramento delle psicologie, al grado zero della disumanità, ma così ogni atto e ogni gesto diventano gratuiti: Diabolik che lancia il suo coltello nella schiena di un cameriere e uccide dei semplici poliziotti; Walter Dorian che intrattiene una relazione sentimentale con la più insipida trentenne dai capelli cotonati; l’ispettore Ginko che sospetta sempre con un attimo di ritardo; Eva Kant che, ancora prima di vederlo, muore dalla voglia di incontrare quel fuoriclasse del crimine.

Con un Natale di ritardo a casa della pandemia, il film si fa apprezzare per le scenografie e i costumi, la costruzione di Clerville e Ghenf all’incrocio di Bologna e Milano, Courmayeur e Trieste, la fotografia di Francesca Amitrano. Capisco i fans sperticati di Miriam Leone, ma non mi adeguo: come femme fatale, che sappia uscire dal cliché della mogliettina ansiosa che aspetta a casa, ci sarebbe voluta Kim Novak, e continuo a preferirle Marisa Mell. Legnoso e impacciato, privo di autoironia (come tutto il film, del resto), Valerio Mastandrea non c’entra nulla con Ginko, ma ognuno ha in mente un “suo” Ginko e nulla è più opinabile.

Penso che il fumetto “nero”, almeno nelle sue espressioni migliori, abbia sempre qualcosa di eccitante e di trasgressivo, che costringa a fare i conti con le proprie frustrazioni. A sancire qualche grado di empatia con il criminale, sarebbe servito qualcuno più losco e negativo di lui, e invece abbiamo solo un insipido, mediocrissimo viceministro ricattatore, privo di qualunque grandezza.

3619, mi ricordo

Mi ricordo un sindaco appena eletto emettere minacciose quanto insensate “Ordinanze!” e affrettarsi a spiegare che non sarebbero seguiti i fatti (le multe).

Food. Foto/Industria a Bologna

Quinta edizione, le prime quattro sono state notevoli.

Viene voglia di non parlarne, di non farlo sapere in giro: che a Bologna esiste il MAST, che a Bologna ogni due anni il MAST organizza Foto / Industria… Se non lo sapete, non vi viene voglia di venire a vedere, e i pochi (non più pochissimi) privilegiati non devono vedersela con file e, adesso, limiti di capienza per pandemia.

Food è il titolo e il fulcro delle 11 mostre di quest’anno: le visiterò nei giorni feriali e proverò a scriverne. QUI tutte le informazioni utili.

Intanto, rimetto in circolazione ciò che ho scritto in occasione delle quattro edizioni precedenti (e altro).

Foto / Industria 2013 Foto / Industria 2015 Foto / Industria 2017Foto / Industria 2019

PendulumRichard MosseThomas Struth UniformUSA 68: disordini e sogniPittsburgh. William Eugene SmithAntologica 2017David Lynch fotografoCapitale umano nell’industriaLa forza delle immaginiLavoro in movimento – Emil Otto Hoppé – Jacob Tuggener Fabrik / Nuits de bal –

3544, mi ricordo

Mi ricordo che intitolammo “Il Popolo degli Uomini” una rassegna cinematografica di film sui pellerossa, alla festa nazionale dell’unità dell’87.

3522, mi ricordo

Mi ricordo la sporcizia di Bologna alle sette e mezzo di mattina di una domenica d’agosto.

Martin Mystère. Oltre le mura. #Bologna

Forse suggestionato da una delle frasi topiche di Carlo Lucarelli – “Bologna non è quello che sembra” – per il numero 146 della serie regolare, Alfredo Castelli portò il suo “detective dell’impossibile” nel capoluogo emiliano.

La vicenda comincia sulle colline a sud della città, dove un contadino e il suo cane assistono alla trasformazione di una quercia in un uomo alto e biondo.

Intanto, mentre sta arrivando a Bologna in treno, Mystère spiega al fido Java che gli archi del portico che conduce alla Madonna di San Luca sono 666, il numero che secondo l’Apocalisse indica l’Anticristo. Poi ricorda la strage del 2 Agosto, un mistero di tutt’altro genere… All’arrivo, viene accolto da Giusi Baldi, assistente della docente universitaria che lo ha invitato per partecipare a un convegno sulle mura di Bologna. Il convegno si svolge nell’Aula magna dell’Università, la chiesa sconsacrata di Santa Lucia: in questo continuo rimbalzo fra laicità e religione sta il nucleo di questa avventura.

Gli attuali viali di circonvallazione corrispondono alla terza cerchia muraria della città, restano 11 delle 12 porte, mentre delle mura più interne sono rimasti pochi resti, inglobati negli edifici del centro storico. Realizzata fra il XIII e il XIV secolo, la terza cerchia di mura venne costruita con la tecnica della “muratura a sacco” (ciottoli e calce fra due file parallele di mattoni). Nel Museo Civico Medievale, a palazzo Ghisilardi, sono visibili i resti della prima cerchia di mura, quella realizzata nel V secolo in selenite; fu nel 1902 che il Comune – su impulso, fra gli altri, del famoso architetto Alfonso Rubbiani – decise di abbattere le mura, salvando solo le porte. Nell’occasione – qui la finzione fumettistica prende il sopravvento sul dato storico – fu ritrovato uno scheletro, accanto una moneta sconosciuta. Nella trama affiorano anche eventi storici di cui avevo idee assai vaghe: la “peste nera” del 1348

Informato di quel ritrovamento e dell’immediata sparizione della moneta, Mystère intuisce un collegamento con l’ospedale psichiatrico “Roncati”, dove sono ricoverati pazienti affetti da una strana malattia mentale di cui non si conoscono le origini. Ma in comune hanno il ricordo di quella moneta… In poche ore, Mystère e Java ritrovano la moneta. Ma sarà  uno scorbutico fumettista bolognese, Bonvi, incontrato per caso in osteria, a mettere Mystère sulla pista giusta…

Ambientata nel centro storico bolognese, la trama alterna alcuni fra gli scorci più noti e angoli meno conosciuti, come la parte più esterna di via Sant’Isaia, l’unica radiale a cui non corrisponde una porta (la dodicesima). Nel lieto fine, per quanto enigmatico, c’è la punizione dei colpevoli e il ritorno della quercia al suo posto, sulle colline bolognesi.

Martin Mystère. Oltre le mura, di Castelli – Pagliarra e Minutolo – Coppola, Sergio Bonelli editore, 1994

Displaced. Richard Mosse, MAST Bologna, #climatechange. #migrazioni. #guerre

Al solito, una mostra di altissima qualità, impressionante, di altissimo impatto visivo, con un ingrediente diverso dal solito. Più che un grande fotografo, questo quarantenne irlandese è uno sperimentatore di linguaggi, si impadronisce di ogni tecnologia disponibile (tipo di pellicola, strumentazione, eccetera), che gli offra la possibilità di scandagliare sotto la superficie del visibile. Nato nel 1980 a Kilkenny, più che come fotoreporter, da tempo Mosse si muove al confine dell’arte contemporanea. Displaced è la prima mostra antologica a lui dedicata (il catalogo è piccolo gioiello).

Curata da Urs Stahel, l’esposizione presenta una selezione dell’opera di Mosse, con immagini che alludono al cambiamento climatico, alle migrazioni bibliche, alle guerre etniche, alla devastazione innescata da un virus: le 77 fotografie (alcune di grande formato) e le videoinstallazioni provocano un’esperienza di rara intensità, con fortissimi stimoli visivi e sonori.

Fin dal principio della sua ricerca, il fotografo si è concentrato sulla questione della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare, intendere la realtà. Il suo obiettivo è “rilanciare la fotografia documentaria”, scrive Stahel, attraverso l’uso di tecnologie spesso di derivazione militare.

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3465, mi ricordo

Mi ricordo la chiusura della nuova gelateria che stava all’angolo fra via Casarini e via Tanari.

Fino all’estremo: Paz torna a Bologna. #MostraAndreaPazienza

Una mostra su Andrea Pazienza a Bologna è comunque un appuntamento imprescindibile, ma fateci la cortesia di non eccedere con la retorica.

Chiamarla “grande mostra”, per esempio, è irritante: sono esposte un centinaio di opere, in poco più di mezz’ora si arriva alla fine, considerando la mole esorbitante di segni lasciati da Paz, siamo di fronte a meno dell’1% della sua produzione. “Grande” è Pazienza (1956-88), non questa mostra, che non regge al confronto con quella di Palazzo Re Enzo del 1997, anche se non mancano i momenti esaltanti.

Da quasi un quarto di secolo, Bologna non dedicava una mostra al più famoso dei suoi studenti fuorisede. È qui che visse il suo periodo più creativo e rivoluzionario, sperimentando ogni tecnica grafica e pittorica. Nel 1974, Pazienza si era trasferito a Bologna per studiare al Dams. Con il suo giocoso e drammatico flusso di coscienza seppe avvertire cosa stesse incubando nel marzo 77, prima che i carrarmati lo rendessero esplicito. Fu sotto le Due Torri che vennero alla luce Le straordinarie avventure di Pentothal (non era uno sprazzo, semmai un inizio). Fu qui che, quasi suo malgrado, si scoprì essere la voce della sua generazione. E fu per salvarsi da Bologna (e dalla droga), che fuggì a Montepulciano: su una parete hanno riprodotto una sua frase, un po’ risentito perché già a ventinove anni lo chiamavano “vecchio Paz”.

Fino all’estremo era il titolo della prima stesura di quello che diverrà Gli ultimi giorni di Pompeo, il suo vertice autobiografico. Oltre a Pentothal, troviamo Zanardi e Pompeo, Pertini e tavole sparse, tratte da Cannibale, Frigidaire, Il Male. C’è anche il foruncolo schiacciato, capolavoro del politicamente scorretto.

Il visitatore si imbatte in pennarelli, matite, tempere, pastelli, acrilici, ogni tipo di supporto cartaceo; l’esposizione bolognese riesce a dare l’idea della varietà stilistica di Paz. Arrivasse qualcuno da un altro pianeta e vedesse le opere appese ai muri di Palazzo Albergati, potrebbe farsi l’idea che l’autore le abbia composte in trenta o quarant’anni, non in una striminzita dozzina. Ero alla mostra il 24 maggio, il 23 Paz avrebbe compiuto 65 anni.

Queste opere provengono dagli archivi personali della moglie e di altre persone a lui vicine. Arricchito da alcune storiche immagini del fotografo Enrico Scuro, il percorso espositivo procede in senso inverso a quello cronologico. Verso la fine, si arriva davanti a una parete di specchi, con la firma “Paz” e la sagoma nera di Zanardi che impugna un bastone chiodato.

Ho chiesto a Laura di fotografarmi lì accanto, con la mascherina, simbolo di questi tempi non meno feroci.

Palazzo Albergati, Via Saragozza 28, Orari: da lunedì a venerdì 15-20; sabato e domenica 10-20.

3435, mi ricordo

Mi ricordo giornate malmostose in cui, all’ora di pranzo, arrivi a rimpiangere quel self service che un tempo ti dava la nausea.