2130, mi ricordo

Mi ricordo che, a svezzamento ultimato, dodici anni fa, era impossibile arrivare a una data esatta, ma mi piaceva pensare che Cholo e Brujita fossero dello Scorpione.

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2126, mi ricordo

Mi ricordo il chiosco di gelati che stava davanti all’ingresso del mercatino della Cirenaica.

2116, mi ricordo

Mi ricordo il referendum sul nucleare anche perché fu l’occasione per conoscere “Tom”, ed era bello stare dalla stessa parte.

 

Lost in the Supermarket

Vari analisti convergono nel prevedere che circa 400 dei circa 1.100 centri commerciali aperti negli Stati Uniti chiuderanno nei prossimi anni. Un centinaio ha già chiuso nell’ultimo triennio.

Anche in Italia, gli affari dei cosiddetti «grandi mall» vanno a rotoli, e i problemi legati a questo uso dissennato del territorio vengono al pettine: la Provincia di Trento ha appena deciso di bandirli definitivamente per la salvaguardia del suo territorio: è stato approvato lo stop alle nuove superfici di vendita sopra i 10.000 metri quadrati.

Insensatamente, la città di Bologna, un tempo (lontano) all’avanguardia nella pianificazione territoriale, vorrebbe andare nella direzione opposta. “Il conto in città dei maxi store alimentari, in costruzione o già inaugurati, nel 2017 sale a quota nove”… Per fortuna, molti cittadini stanno chiedendo conto dell’assurdità di certe scelte.

CorriereZero in condottaRigerenerazione/SpeculazioneRepubblica Bologna

 

Squadra molle, prevedibile, senza cambio di passo: pessimi segnali da Bologna

Non vedrò molte partite dal vivo, dunque so già che quel che mi è rimasto negli occhi ieri sera al Dall’Ara rischia di influenzarmi più del giusto: ma questa Inter, giocando con il4-2-3-1 non va da nessuna parte. O Spalletti se ne rende conto, o pregheremo affinché il mercato di gennaio ci porti 3 nuovi titolari.
Affido le sensazioni di ieri sera alle pagelle.

Spalletti: 5. Mette in campo una formazione amorfa, che in tutto il primo tempo non fa toccare il pallone a Mirante. Tutti si aspettano che ne cambi un paio, invece insiste con gli stessi 11, salvo sostituire Joao Mario al quarto minuto (mai visto niente di simile). Fa scaldare Brozovic per tre quarti d’ora, non sembra aver spiegato ai suoi come giocano Verdi e Di Francesco, gli unici che andavano marcati con attenzione. L’insistenza sulla coppia D’Ambrosio-Candreva è incomprensibile.
Handanovic: 6. Fra i pali, impeccabile. Ma alcuni rinvii con i piedi sono da museo degli orrori, anche perché i centrocampisti e gli attaccanti dell’Inter, di testa non ne prendono una.
D’Ambrosio: 4,5. Nell’uno contro uno, Verdi lo fa fuori almeno 5 volte, ammonito prima della mezzora ha almeno l’acume di non farsi cacciare. Non si ricorda una sola sovrapposizione sulla fascia, ieri sera sembrava avere quarant’anni.
Skriniar: 6. Non esce su Verdi, in occasione del gol, sbaglia 3-4 passaggi elementari, ma gioca un’infinità di palloni in impostazione (brutto segno). È il più lucido in una difesa affannosa, ma l’intesa con Miranda mi sembra difficile, nessuno dei due è rapido e il brasiliano non supera mai la metà campo.


Miranda: 5. Il capitano del Brasile? Ora capisco perché il Brasile non vince niente. Indisponente per lo scarso agonismo, fa il suo compitino passandola sempre all’uomo più vicino, e soffre Petkovic come fosse Ibrahimovic, non riuscendo mai ad anticiparlo e contribuendo ai 6 calci di punizione dal limite (a zero) che il Bologna riesce a conquistarsi. Allungargli il contratto? Meglio cercare altro. Leggi il resto dell’articolo

Al Dall’Ara l’erba è verde e scorrevole e non ci saranno 30 gradi

Dell’Enzo Scida di Crotone, ho letto che non sarebbe un campo da Serie A, e che temperatura, umidità e gibbosità del terreno spiegherebbero almeno in parte la brutta partita dell’Inter. L’erba del Dall’Ara è notoriamente la migliore d’Italia, sta piovendo, stasera parrà d’essere a Wembley.

Da bolognese, Bologna-Inter è una partita che non mi ha mai lasciato tranquillo. Stasera andrò allo stadio, sperando non piova. Consapevole del modo inverosimile, molto più che fortunoso, con cui l’Inter è uscita con i 3 punti le ultime due volte: un gol di Icardi su passaggio di Ljajic dopo un “buco” colossale di Ferrari (e paratona di Handanovic al 90esimo), e un gol di Gabigol nei minuti di recupero. Voglio dire, se fortuna e sfortuna tendono a equilibrarsi, stasera perdiamo 4-0.

Questo campionato sarà segnato da un’infinità di record. Facile farli: ci sono 4-5 squadre da media classifica in Serie B. Assistiamo a troppe triplette, vittorie tennistiche, partite scontate prima del fischio d’inizio. Ci vorrebbe una Serie A di 16 squadre con 2 retrocessioni. Mi riconosco in quanto ha scritto Stefano Agresti, direttore di Calciomercato punto com.
A parte l’avverbio “lodevolmente” associato a Tavecchio, condivido tutto. La miopia e l’egoismo delle società di Serie A, del resto, ha partorito la doppia elezione di Tavecchio. Aspettarsi riforme incisive che ridiano equilibrio competitivo a un campionato che dal 2000 non esce dal trittico Juve-Milan-Inter, mi sembra impossibile.

Non riesco a esaltarmi per un torneo in cui riesco a prevedere, di regola, otto risultati su nove. Su nove, perché la partita dell’Inter sfugge alla mia razionalità, la prima metà del secondo tempo contro Fiorentina, Roma, Spal e Crotone è stata sempre brutta. O molto brutta. Fin da stasera, mi aspetto da Spalletti un colpo d’ala, qualche cambio di modulo e di interpreti. A fine campionato, la differenza tecnica con il Bologna si misurerà in 25-30 punti, ma Verdi e Di Francesco sono veloci e hanno tiro, e Rodrigo Palacio desta già qualche rimpianto.

Astrid Kirchherr with the Beatles

Senza Astrid Kirchherr – e Stuart Sutcliffe, Brian Epstein, Pete Best, Richard Lester, Patty Boyd, Klaus Voorman – non ci sarebbero stati i Beatles, così come li conosciamo.

Coincidenza, sto leggendo «Fuoriclasse», il libro con cui Malcolm Gladwell cerca di spiegare l’origine del successo dei Fab Four, il sociologo americano conferma indirettamente quanto ho appena scritto: non ci sarebbero stati i Beatles senza la durissima esperienza ad Amburgo, fra il 1960 e il 1962, quando varie band inglesi venivano messe sotto contratto per suonare, ogni sera, 7-8 ore di fila.

Fotografa tedesca, Astrid Kirchherr conobbe i Beatles ad Amburgo, quando erano cinque: oltre a John Lennon, Paul McCartney e George Harrison, c’erano Pete Best alla batteria e Stuart Sutcliffe al basso (Paul suonava ancora alla chitarra). All’epoca, Astrid frequentava il Politecnico e faceva da assistente al fotografo Reinhard Wolf.

Il primo incontro pare sia avvenuto nel 1960 al Kiserkeller, uno dei locali sulla Reeperbahn in cui si suonava rock’n’roll tutta la notte, per intrattenere le migliaia di soldati nordamericani. A fare da tramite con i cinque di Liverpool fu il fidanzato di Astrid, Klaus Voormann (nel ’67 disegnerà la copertina di «Revolver»).

Astrid e Stuart Sutcliffe si innamorano, lui lascia la band per restare con lei e avviare un’attività da pittore. Muore nel 1962, a soli vent’anni, per un’emorragia cerebrale. Quel lutto cambiò le vite di tutti; dice Astrid: “Si può immaginare che perdere il migliore amico sia qualcosa di estremamente doloroso. Per John fu insostenibile, ricordo che rideva e piangeva allo stesso tempo. Non è stato facile, eravamo così giovani”.

È per i suggerimenti di Astrid Kirchherr che i ragazzi di Liverpool cambiano aspetto, stile, look: via le giacche di pelle e il ciuffo rockabilly; capelli a caschetto con la frangia, camicia bianca, giacca e cravatta scuri.

La fotografa condivide con George e Paul (John stava in Spagna con il manager Brian Epstein) una vacanza a Tenerife, a fine 1962; quelle foto sono a colori. È sempre Astrid a realizzare il primo vero servizio “in posa” della band ed è l’unica fotografa ammessa sul set del film di Richard Lester «A Hard Day’s Night» (1964).

Una settantina di fotografie (accompagnate da ventina di testi nell’audioguida) sono esposte a Bologna, Palazzo Fava, fino al 9 ottobre.

2086, mi ricordo

Mi ricordo una signora sempre vissuta in centro a Bologna, che a 75 anni non sapeva distinguere San Pietro in Casale da San Giorgio di Piano.

2062, mi ricordo

Mi ricordo passeggiare lungo le stradine del centro storico la mattina di ferragosto.

2056, mi ricordo

Mi ricordo di averla percorsa raramente, via Pompeo Scipione Dolfi, ma la chiesa l’ho sempre trovata chiusa.

Bologna 900, di Giorgio Diritti

Il contesto: le celebrazioni per i 900 anni del Comune di Bologna dall’atto di emancipazione (Diploma) siglato dall’imperatore Enrico V alle idi di maggio del 1116.
Il libro riprende gran parte delle immagini che affollano il documentario (35 minuti) che Diritti ha confezionato giustapponendo rare incisioni e fotografie, mappe e pergamene, libri e pubblicità, miniature e dipinti, oltre alle riprese all’aperto. Una lunga frequentazione di archivi e biblioteche si è resa necessaria per comporre questo ricco repertorio, che riassume nove secoli di storia della città.

La Torre degli Asinelli, edificata fra il 1109 e il 1119. Del centinaio di torri innalzate fra il XII e il XIII secolo, ne rimangono solo 24, alcune integre, altre mozzate o inglobate in altri edifici.

Liber Paradisus: il memoriale della liberazione dei servi della città e del contado (5.855 servi di 379 padroni, riscattati dal comune con i denari del tesoro pubblico), approvato dal Comune nel 1257.

Lo Studium: nato come libera e laica organizzazione fra studenti nel 1088. Viene considerata l’università più antica d’Europa. Gli studenti sceglievano e pagavano i docenti, i primi studiosi chiamati a insegnare furono i giuristi, i glossatori, come Irnerio. In seguito divennero materie logica, filosofia, retorica, grammatica, aritmetica, astronomia e medicina.

La storia di Bologna è impregnata di commerci e professioni artigiane. Nel Trecento la città si afferma come uno dei maggiori centri europei per la lavorazione della seta, grazie allo sfruttamento dell’energia idraulica. Nel Seicento, vennero censiti 119 mulini mossi dall’acqua dei canali. Dopo la costruzione delle chiuse di Casalecchio e di San Ruffillo, sui fiumi Reno e Savena, una fitta rete di canali attraversava la città; si poteva arrivare in barca da Bologna al mare. Leggi il resto dell’articolo

13 visioni dal Cinema Ritrovato

Erano anni che non mi capitava di fare un po’ di vita da festival.
Quest’anno, sono riuscito a prendere un paio di giorni di ferie e nel complesso ho visto 13 film (6 li avevo già visti, ma non al cinema).

Ho costruito una piccola classifica, di quelle che mi piace fare: non esprime il mio giudizio sul valore del film, quanto l’intensità del mio apprezzamento per la visione di quel film in quel momento.
Voglio dire, che se non sei abituato (o hai perso l’abitudine) alla vita da festival, accanto a te qualcuno dormirà durante Blow Up o nel pieno di una rapina in banca; se è il quarto o il quinto film, se stai passando al buio la settima, ottava o nona ora, non puoi dare la stessa valutazione che daresti se il film fosse uno e tu fossi andato al cinema per quello.

E comunque chi si addormenta mentre è in scena Robert Mitchum non merita la minima compassione.

La corazzata Potemkin [Bronenosec Potëmkin] – Sergej Ejsenstein, 1925 [cine25] – 10

Ho visto un film che avevo già visto, ma mai così, in mezzo a duemila persone, sul grande schermo di Piazza Maggiore, con un’orchestra che eseguiva la partitura composta nel 1926 dal tedesco Edmund Meisel (la Filarmonica del Teatro Comunale diretta da Helmut Imig).

Questo è uno di quei film che non si prestano a discussioni. La sua grandezza è così enorme, la sua potenza espressiva così stupefacente, che nemmeno cento battute di Paolo Villaggio possono scalfirlo. Nel presentarlo, lo storico del cinema russo Naum Klejman, ha fatto notare come nemmeno chi commissionò la pellicola per celebrare il ventennale della rivoluzione del 1905 era in grado di comprenderne la smisurata potenza.

Più che un film, è un manifesto poetico, politico e retorico, un gigantesco passo in avanti nell’arte di comporre storie con immagini. È un segnale che ci viene da un altro mondo e da un’epoca lontanissima: Potemkin ci appare distante Anni Luce, rifulge del riverbero di una stella morta, non siamo nemmeno più in grado di cogliere il clima politico da cui erompe, la vitalità di un’ideologia che abbiamo conosciuto mentre marciva e non mentre splendeva.

È un film “comunista”? Possibile, ammesso fosse quella l’intenzione di Ejsenstein. Senza dubbio, il suo linguaggio è intriso di un umanesimo irriducibile, non fa mistero dell’eredità della Rivoluzione Francese, calcando l’accendo sul meno considerato dei suoi ingredienti, la Fraternità.

Il primo atto – la vita a bordo, le odiose gerarchie, la ribellione che cova, la dignità dei marinai che prendono coscienza – mette subito in chiaro che l’occhio è assoluto: nessun movimento di macchina, l’inquadratura perfetta (Edouard Tissé), un montaggio battente.
Il secondo atto – la ribellione a bordo, il dispotismo che pretende di elargire carne coi vermi, il telone bianco steso sulle vittime della fucilazione, i fucili che non obbediscono, l’assassinio di Vakulinčuk – suscita un’indignazione come non fossimo mai stati al cinema.
Il terzo atto – l’omaggio a Vakulinčuk sul molo di Odessa, gli individui che diventano folla, la folla che diventa popolo, il popolo che diventa rivoluzione – è un’elegia composta da immagini della natura e primi piani incendiari.
Il quarto atto – la scalinata di Odessa – è la pietra miliare di una nuova arte.
Il quinto e ultimo atto – la corazzata circondata, che prepara le armi, sventola la bandiera rossa, fa partire il grido “Fratelli!” e passa in mezzo alle navi che dovrebbero distruggerla – è talmente commovente da lasciare tramortiti.

Bologna, lunedì 26 giugno 2017: chi c’era, non lo dimenticherà.