2608, mi ricordo

Mi ricordo che un sentimento di pura gratitudine può meritarselo quell’autista del “20” che ti aspetta alla fermata, vedendoti correre.

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2607, mi ricordo

Mi ricordo che dagli antri dell’ospedale Maggiore puoi sbucare davanti a una delle sue ampie vetrate.

Tutto bene, tutto benee, tutto tutto beneee

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2605, mi ricordo

Mi ricordo di aver incontrato una persona (anzi, due: lei e suo fratello) che non vedevo da vent’anni nel posto dove meno me la sarei aspettata.

2596, mi ricordo

Mi ricordo lo studio degli orari e la scoperta degli arzigogolati percorsi di autobus mai presi prima.

Il prezzo del mondo. Canzoniere delle Lame (I Dischi dello Zodiaco, 1975) – 7

LA PUNTINA SUL VINILE 442.

Ecco un autentico, programmatico concept album, con un discorso politico-satirico sul “caro-vita” (l’inflazione a due cifre che impoveriva operai e pensionati, e faceva sembrare colpevoli i bottegai) elaborato da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia e tanto altro) e un discorso musicale – la canzone popolare – che questo Canzoniere bolognese poteva affrontare con giustificata ambizione, dopo otto anni e centinaia di concerti.

Fondato il Primo Maggio 1967 dai ventitreenni Janna Carioli e Gianfranco Ginestri, giovani comunisti con un particolare senso della militanza, il Canzoniere delle Lame ha attraversato un ventennio di straordinaria vitalità. Ho perso il conto di quanti album hanno inciso, forse nemmeno loro sanno quante volte hanno suonato fra il 1967 e l’87, un pezzo di storia che oggi ai più appare incomprensibile.

Come sala prove avevano il salone di una Casa del Popolo, in via Zanardi 184, fuori Porta Lame. Hanno suonato a Berlino Est e Berlino Ovest, all’Avana e a Parigi, Lisbona, Praga, Budapest, Sofia, Vienna, a Roma e nei capoluoghi di tutte le regioni italiane. Del Canzoniere delle Lame, ha fatto parte una cinquantina di persone, tra musicisti, cantanti e tecnici.

In questo album – che dal vivo evolveva a spettacolo audiovisivo di quasi due ore – figurano Sebastiano Giuffrida (direzione musicale), Paola Contavalli, Frida Forlani, Chiara Stanghellini, Pasquale Greco, Ivano Mengoli, Gian Paolo Paio, Gian Paolo Foresti, Luciano Neri e gli immancabili Ginestri e Carioli.

2571, mi ricordo

Mi ricordo la vecchia mendicante che faceva gli auguri di buon anno, seduta per terra in mezzo ai cartoni, all’inizio della salitella per il Pronto Soccorso Oculistico.

2553, mi ricordo

Mi ricordo che da certi ristoranti, non di primissima fascia, esci con un odore riconoscibile anche a chi non c’era.

Il genere umano

Mia moglie mi racconta una scena di ordinario razzismo di cui è stata testimone su un autobus, a Bologna. Ordinario razzismo e ordinaria stupidità, le due cose si confondono.

Non mi dilungo sul fatto in sé, quello che mi interessa è la reazione. O la mancata reazione.

Lei mi dice che in certi casi non si può far finta di niente, restarsene zitti. Non si illude di poter convincere i più stupidi, ma immagina sia confortante che altri silenziosi si sentano meno soli nel vedere qualcuno che risponde a tono.

Credo sia giusto, sempre, rispondere a tono. Non darla vinta ai più beceri, ai più ottusi, ai più penosi individui che incrociano la nostra strada. In questo caso, tre signore della paciosa e sovrappeso borghesia bolognese, irritate da 4 carrozzine con bambini portati da giovani donne immigrate.

Credo sia giusto, ripeto. Ma io sono il primo a voltarmi dall’altra parte.

Eppure, per un quarto di secolo ho “militato”, ho impegnato migliaia di ore in riunioni, dibattiti, volantini, articoli, comizi, interviste, scrittura di striscioni, lettere e “lettere aperte”, colloqui e discussioni, interventi in assemblee elettive e in organi ristretti.

In quel quarto di secolo, ho cercato di esprimere il mio pensiero, la mia opinione, il mio punto di vista. E ho imparato un po’ di cose su di me.

A motivarmi non era solo la convinzione sulla giustezza delle mie idee. Altrettanto importante era la voglia di “vincere” sul piano dialettico. Prevalere, raccogliere applausi. Oserei dire che in quel mondo si faceva politica anche per amare e venire amati (andatevi a rivedere La terrazza di Scola).

Cos’è cambiato, oggi? Due cose. La prima è che non ho più idee chiare, se non su certi “fondamentali”, ogni volta che vedo un’ingiustizia, per esempio. Ma questo sarebbe gestibile, non farebbe la differenza con quel famoso quarto di secolo. La differenza la fa il contesto, il genere umano: per essere chiaro “gli altri”.

L’indignazione mi soccorre raramente. Le disprezzo, ma non trovo ragioni nel litigare con tre signore della paciosa e sovrappeso borghesia bolognese. E degli altri che stanno in silenzio, non so dire se siano più simili a me o a quelle tre. In generale, mi interessa sempre meno convincere gli altri. La voglia di vincere sul piano dialettico, l’ho smarrita perché gli altri mi interessano sempre meno. Non valgono il mio tempo, le mie energie. Lo vedete: di politica scrivo pochissimo anche su questo blog, sentendomi orfano di una comunità che si è dissolta e non accenna a rinascere.

E se vi sembrano pensieri tristi, poco natalizi, avete ragione.

2543, mi ricordo

Mi ricordo il boato per l’esplosione di uno pneumatico sull’autobus sul quale ero appena salito.

Jack Kirby. Mostri, uomini, dei, Hamelin, 2018

Quali sono i miei personaggi preferiti fra quelli disegnati – e spesso inventati – da Jack Kirby?

Capitan America, certo. Ma sullo stesso piano stanno anche Thor e la Cosa, Freccia Nera e Pantera Nera (fra i “nemici”, Galactus e il Dottor Destino).

The King è stato insuperabile quando si trattava di esprimere maestosità e dinamismo, prospettive estreme, barocco cosmico. Nei primi anni Sessanta, Kirby ha imposto un canone. Altri l’hanno valorizzato: per esempio, Kirby è anche l’artefice della forma grafica di Silver Surfer, ma gli preferisco la versione di John Buscema.

Le chine sono importanti – Joe Sinnott: il migliore; Vince Colletta, Chic Stone, Dick Ayers, fino a Myke Royer e John Verpoorten – ma il colore ha spesso il torto di conferire realismo a composizioni che viaggiano su una diversa, irraggiungibile lunghezza d’onda.

Jacob Kurtzberg è morto nel 1994, a 76 anni; Stan Lee pochi giorni fa, a 95.

Nel 1976, dopo una separazione avvenuta nel 1970 in seguito a controversie contrattuali, Kirby fece ritorno alla Marvel. Creò due serie, di cui era autore anche dei testi: Gli Eterni e 2001. Ma come era accaduto alla DC Comics con le serie del Quarto Mondo (I Nuovi Dei, Mister Miracle, Forever People), il ritorno (The Demon, Kamandi) fu un insuccesso.

Una spiegazione prova a darla Jonathan Lethem, in un articolo uscito nel 2004. Gli insuccessi di questo genio (“il più grande innovatore della storia del fumetto”) deriverebbero dall’incapacità di immedesimazione del lettore in quelle serie. Leggi il resto dell’articolo

2535, mi ricordo

Mi ricordo la varietà di motivi che mi portarono, per un paio di decenni, a cercare parcheggio in via San Carlo.

Pendulum al MAST di Bologna fino al 13 gennaio

Cinque anni fa veniva aperto lo spazio espositivo della Fondazione MAST, la cui identità si è presto precisata rispetto ai vari linguaggi della fotografia industriale. Fino al 13 gennaio è possibile vedere una selezione di opere – curata da Urs Stahel – estratta dalla propria, smisurata collezione: si tratta di circa 250 fotografie storiche e contemporanee, realizzate da 65 fotografi. Fra gli altri, Robert Doisneau, Mario De Biasi, Helen Levitt, Lewis Hine, Robert Frank, Gabriele Basilico, Ulrich Gebert, Ugo Mulas, Mimmo Jodice, Don McMullin e Dorothea Lange.

Il filo conduttore è labile o, meglio, imprendibile: il movimento di persone, merci e dati. Pendulum – questo il titolo della mostra – spinge a riflettere sull’insensata velocità che segna la società contemporanea, il bisogno patologico di essere, o almeno sentirsi “connessi”, che stride con gli ostacoli, le barriere, i muri che bloccano i migranti, tragica contraddizione al mito della mobilità globale.

La mostra ripercorre l’evoluzione dei mezzi di trasporto e delle infrastrutture necessarie al movimento. Ritrae un’esistenza quotidiana piena di oggetti e prodotti “delocalizzati”, che ci arrivano dai quattro angoli del pianeta, aumentando il proprio “valore” di mille volte dal momento in cui sono stati prodotti. Il pendolo sintetizza l’oscillazione continua tra innovazione e distruzione, e al tempo stesso evoca la condizione dei milioni di pendolari che ogni giorno lasciano molte ore della propria vita nel tragitto fra casa e lavoro.

Nel testo che accompagna la mostra, con un afflato umanistico ormai inconfondibile, Stahel afferma: «In epoca moderna, il tempo naturale è stato sostituito dal tempo umano e poi dal tempo della macchina… Aumentiamo le pretese, i desideri, i bisogni, vogliamo arrivare prima degli altri, persino prima di noi stessi… Il solo fenomeno che ci spinge a rallentare il passo, a cercare persino di fermare tutto, è quello delle migrazioni. Le uniche barriere realmente insormontabili sono quelle che frenano i perdenti locali e globali della modernità… Il pendolo simboleggia il passare del tempo. Il suo oscillare è anche sinonimo di cambiamenti improvvisi d’opinione, di convinzioni che si ribaltano nel loro esatto contrario».

L’olandese Jacqueline Hassink ha avuto l’idea di realizzare 7 grandi installazioni video che raffigurano pendolari in varie parti del mondo (Tokyo, Mosca, Parigi, Londra, Seul, Shangai, Barcellona), immersi nella realtà virtuale dei loro dispositivi elettronici.

Skaramaghas di Richard Mosse, è un’immagine di 7 metri ottenuta da una termocamera che ci restituisce la visione del porto del Pireo e delle sue centinaia di container, usati sia per il trasporto di merci che come abitazione per migranti.

Altra opera eccentrica, quella di Annica Karlsson Rixon: un grande mosaico di cabine di camion, composto da 736 piccole fotografie a colori, scattate affiancando la corsa di questi veicoli.

Nel 1956, Dorothea Lange catturò la costruzione di un tratto di autostrada, in California: in lontananza, un camion trasporta quattro auto nuove, in primo piano una serie di rottami ammaccati e arrugginiti.

Meno inquietanti, anzi intrise dal mito del progresso, appaiono le scintillanti fotografie che Ugo Mulas dedicò alle slanciate auto da corsa e Robert Doisneau alla produzione della Renault.