3064, mi ricordo

Mi ricordo percorsi pedonali che non avevo più frequentato da una trentina d’anni.

21 e 25 Aprile

L’emergenza epidemiologica renderà impossibile, per la prima volta nella storia repubblicana, celebrare nelle piazze e negli spazi pubblici il 75° anniversario della Festa della Liberazione.

La foto qui sopra è presa dall’archivio IBACN.

Il link che segue è dedicato al mio paese, San Giorgio di Piano.

2990, mi ricordo

Mi ricordo l’inebriante zaffata alcolica del disinfettante per le mani.

Uniform. Into the work/Out of the work. MAST Bologna

Curata da Urs Stahel, questa mostra fotografica pone al centro la funzione unificante, uniformante e protettiva dell’abbigliamento da lavoro.

Nate per distinguere chi le indossa, “uniforme” e “divisa”, nella nostra lingua, veicolano valori ambivalenti (inclusione ed esclusione). Le uniformi segnalano l’appartenenza a una comunità, ma dentro questa appartenenza è possibile “tracciare linee divisorie, rendere visibili o addirittura intensificare i conflitti sociali”.

A volte, le uniformi ci arrivano tremendamente serie, in altri casi ci sembrano confinare con le maschere di carnevale o con il circo. Ci sono le tute spaziali, le divise studentesche, i camici ospedalieri, le tute dei Vigili del Fuoco; sono uniformi anche quelle delle confessioni religiose.

Nella mostra, c’è spazio per un particolare tipo di fotografia, quello di gruppo: tutte le maestranze vengono portate davanti all’obiettivo, al fine di stimolare il senso di appartenenza.

Ci sono le autocelebrazioni delle élites, come il “Ritratto di gruppo dirigente di una multinazionale” (1980, Clegg&Guttman): sono volti che fuoriescono dal nero, come fossero dipinti da un pittore fiammingo del XVII secolo; ancora, Erich Lessing ha composto il ritratto dei vertici del Gruppo Krupp. Sempre e solo uomini…

Con 15 scatti a colori, Barbara Davidz ci fa cogliere l’uniformità imposta dalla globalizzazione: l’abbigliamento “casual” è ormai massificato, pressoché identico in Svizzera e Indonesia, Brasile e Turchia.

La mostra contiene opere di 44 fotografi, fra cui alcune “grandi firme”: Paola Agosti e Helga Paris; Irving Penn, “Pescivendolo”, Londra, 1950; Graciela Iturbide, “Mercato”, Città del Messico, 1978; Walker Evans, “Addetti al molo del carbone”, Havana, Cuba, 1933.

Di Sebastião Salgado, “Operaio della Safety Boss Company durante una pausa”: fa parte di una serie di fotografie scattate in Kuwait, durante le operazioni di spegnimento dei pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni nel 1991 durante la Guerra del Golfo.

Curiosa la serie di 9 ritratti di Angela Merkel (1991/2008), scattati da Herlinde Koelbl, tramite ai quali assistiamo a due fenomeni: lei rimane sempre se stessa (taglio di capelli, sguardo, abbigliamento), nonostante sia evidente il cambiamento fra i 37 e i 54 anni.

Potentissimi i grandi ritratti di “Olivier”, un giovane della “Legione straniera francese”; a colori, in varie uniformi, Olivier viene catturato da Rineke Dijkstra in un limitato intervallo di tempo, fra il 2000 e il 2003, eppure appare evidente che non siamo più davanti alla stessa persona.

Fino al 3 maggio 2020, ingresso libero, 10-19, dal martedì alla domenica.

Gabriele Basilico, la fotografia fa capire il mondo, a volte può persino migliorarlo

Gabriele_Basilico_a_Padova

Ho controllato: era la fine di giugno del 1994 quando vidi una mostra di Gabriele Basilico alla GAM (Galleria d’Arte Moderna) di Bologna.
Una mostra folgorante: quei bianchi e neri rivelavano come il paesaggio industriale pulsasse di vita, quelle geometrie illuminavano una razionalità che, dopo aver segnato un paio di secoli, mostra l’usura del tempo. E del senso.

Saper mostrare la sostanza e lo sfinimento di questo paesaggio è stato il merito di un grande intellettuale italiano, non a caso più conosciuto e apprezzato all’estero.

Gabriele Basilico_Mestre

2975, mi ricordo

Mi ricordo il sorrisetto sadico di Erich von Stroheim in Foolish Wives.

2974, mi ricordo

Mi ricordo la ripida discesa da San Luca a Casalecchio, umida nonostante non piova da mesi, lungo il sentiero 112a.

2968, mi ricordo

Mi ricordo di essermi casualmente sottoposto al taglio dei capelli da parte di un non più giovane barbiere in prova.

L’insostenibile leggerezza delle Sardine

Fosse vero che la mobilitazione delle Sardine è stata decisiva alle Regionali dell’Emilia-Romagna (in Calabria pare non se ne siano accorti), Bonaccini e Zingaretti dovrebbero rallegrarsi del fatto che i quattro fondatori del movimento abbiano aspettato il dopovoto per il loro pellegrinaggio a Casa Benetton.

Quella fotografia, comunque, non mancherà di produrre effetti.

Troppo insensata, se fosse una leggerezza. Assurdo farla passare per un’ingenuità, da parte di chi ha mostrato di comprendere alla perfezione le regole della comunicazione politica, tenendo la scena elettorale dal 14 novembre con un’accorta alternanza di apparizioni e sparizioni mediatiche.

Per la cronaca, riprendo quanto scritto da Fanpage: “I fondatori delle Sardine – Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa – si sono recati in visita alla fondazione Fabrica di Treviso, uno spazio creato da Luciano Benetton e diretto da Oliviero Toscani. Gli attivisti hanno incontrato i giovani che collaborano al centro culturale e poi hanno scattato una foto in cui si vedono anche il fotografo vicino al Partito democratico e l’imprenditore veneto”.

Com’è noto, il gruppo Benetton è il fulcro di Atlantia, la società che gestisce la più grande concessione autostradale: sulla cui revoca, dopo la tragedia del Ponte Morandi, si discute da mesi. E qualcuno ricorderà i Mapuches latinamericani e gli spietati latifondi per fornire la lana agli United Colors.

Ecco l’involuta autodifesa dei 4: “Una foto non fa primavera. Ieri siamo andati a visitare Fabrica. Si tratta di un centro di formazione per giovani comunicatori creato da Oliviero Toscani e Luciano Benetton, che ospita ragazzi e ragazze da tutto il mondo mettendo a disposizione borse di studio e lavoro… Alla fine dell’incontro è passato Luciano Benetton per salutare e ascoltare parte del dibattito. Quando i ragazzi ci hanno chiesto di fare una foto di gruppo ci è sembrata una richiesta legittima. Non abbiamo pensato che quella foto sarebbe stata strumentalizzata per associare le sardine ai poteri forti, alle concessioni autostradali, alle tematiche sociali e ambientali legate alla produzione industriale di abbigliamento nel mondo… Ci dispiace per tutte le sardine che in queste ore si sono dovute giustificare per la nostra ingenuità”.

Già il fatto di doversi spiegare, anzi difendere, fa capire che l’errore è stato grande. E se sono scontate le accuse della Meloni e di altri del centro-destra, e ai M5stelle non par vero di poter replicare dopo mesi disastrosi, il vero danno alle Sardine lo stanno facendo quei dirigenti del Pd che intervengono per difenderli. Eccesso di zelo: farà danni pure quello.

Oltre alla foto con i ragazzi di Fabrica, sul prato, ne circola un’altra, e questi sorrisi in posa non verranno perdonati da qualcuno che aveva visto nelle Sardine “spontaneità” e alterità ai “poteri forti”.

La fotografia ha una potenza mnemonica che nessun testo può eguagliare: non dimenticheremo Salvini farsi un selfie con il figlio di un boss dell’area vesuviana, né Giorgia Meloni a Ostia con uno del clan Spada.

Erano “ingenui” Salvini e Meloni? Quel che vale per l’avversario politico non deve valere anche per chi consideriamo dalla nostra parte?

Ci penseranno altre Sardine a far pesare quel che è successo a Treviso; anzi, hanno già cominciato a farlo. In quel movimento si agitano pulsioni contraddittorie, che solo il pericolo-Salvini poteva coagulare. È sperabile comincino a discutere su quale sia il modo migliore per uscire da questo continuo ricatto emotivo.

Infine, ci sono o ci fanno? Cioè, i quattro “fondatori” del movimento vanno considerati in malafede?

La mia opinione è che si tratti di dilettanti allo sbaraglio, “grillini che hanno fatto l’Erasmus” – la perfida etichetta che si sta diffondendo. A voler credere alla leggendaria genesi, una sera si sono trovati a chiacchierare in salotto e hanno deciso di lanciare un appello alla mobilitazione. Si sono imbarcati in un’azione dall’esito impronosticabile, convinti di poter “fare politica” senza conoscerne le regole e senza farsi strumentalizzare. “Uno vale uno”, ci siamo sentiti raccontare negli anni scorsi, da un MoVimento che doveva vivere di democrazia diretta e ha finito per non sapere nemmeno se presentarsi alle elezioni. La giusta critica ai “professionisti della politica” ha partorito l’assenza di senso del limite, la convinzione che basti la buona volontà per improvvisare progetti politici.

Non è così. Servono tante altre cose: un metodo democratico per discutere e decidere, un minimo di organizzazione per stabilire come prendere le decisioni, regole per scegliersi i rappresentanti, un’analisi della situazione che regga più della durata di un talk show, qualche ipotesi di riforma per cui battersi. Servirebbe anche una coerente visione del mondo, che distingua fra amici e nemici, individui possibili alleati e ingiustizie intollerabili, ma pretenderla dalle Sardine mi espone al ridicolo.

Le #sardine alla corte di Benetton, un’immagine emblematica, immagino fosse una tappa verso il Ponte Morandi, resta solo da capire se questa sia una foto o una lapide.

Elezioni Regionali: saper vincere è un’arte che si sta disperdendo

Oggi niente parole, solo due infografiche: ognuno ne tragga le conclusioni che crede. Convincere le rispettive tifoserie è un compito per cui non mi sento all’altezza.

Primi numeri emiliano-romagnoli

Prima di imbarcarmi in qualche commento, ecco qualche numero che ritengo significativo.

Stefano Bonaccini avrà una maggioranza di 29 consiglieri su 50: oltre a lui, ci saranno 22 del Pd, 3 della Lista Bonaccini, 2 dei Coraggiosi, uno dei Verdi.

All’opposizione, Lucia Borgonzoni sarà accompagnata da 14 consiglieri della Lega, da 3 di Fratelli d’Italia e da uno di Forza Italia (totale 19).

Infine, il Movimento 5 stelle elegge 2 consiglieri.

In Aula non c’è più un’opposizione di sinistra.

Ha votato il 67,7% degli aventi diritto, molti più del 2014, ma meno di quanti votarono nel 2010; a Bologna si è sfiorato il 71%, a Piacenza si è superato il 62%.

L’enfasi sulla partecipazione al voto nasconde un dato rilevante: il Pd è la prima lista per numero di consensi con 749.976 voti, la Lega si ferma a 690.864, ma il vero primo partito è l’astensione con 1.182.682 individui che sono rimasti a guardare questa specie di battagkia di Stalingrado in sedicesimo.

I voti raccolti da Bonaccini (1.195.742) quasi coincidono con quelli ricevuti da Vasco Errani nel 2010 (1.197.789).

Il centro-destra ha spinto Borgonzoni a 1.014.672 voti, molti più di quelli che nel 2010 raccolse Anna Maria Bernini.

Fra chi ha votato solo il Presidente e chi ha votato le liste c’è uno scarto di 163.281 voti. Bonaccini ha un segno più di 155.260 voti, ma anche Borgonzoni ha un più di 32.885. In questa sorta di implicito “ballottaggio”, hanno perso voti il candidato M5stelle (meno 21.772) e i candidati di Potere al Popolo (meno 1.021) e l’Altra Emilia-Romagna (meno 1.847).

Hanno fatto voto disgiunto – immagino a favore di Bonaccini – il 21% dei votanti M5stelle e il 24% degli elettori dell’Altra Emilia Romagna.

Ultimo esercizio di reticenza, sto andando al seggio

Sono una persona di sinistra che, senza accorgersene, si è ritrovata a essere di estrema sinistra. Colpa mia. Colpa nostra, di quelli che non hanno saputo costruire niente di buono, dopo la Svolta della Bolognina. Ho perso il conto delle nuove sigle scomparse dopo una tornata elettorale, con una coazione a ripetere gli stessi errori – senza mai discuterli – che mette a dura prova il paragone con i cani di Pavlov. Continuo a frequentare le stesse persone, sparpagliate in mille rivoli, esibendo sentimenti come paura, rabbia, rancore, profonda disistima verso le “nostre” classi dirigenti.

Conosco persone che oggi voteranno in almeno sei modi diversi (qualcuno non voterà affatto). Nella mia ristretta cerchia, prevarrà, di poco, il voto a Bonaccini presidente, “compensato” da varie espressioni di voto che solo questo sistema elettorale finge di non trovare schizofreniche. Leggi il resto dell’articolo

Elezioni meno 1: penultimo esercizio di reticenza

Giovedì, venerdì, sabato e domani: quattro post per motivare le ragioni per cui non faccio una dichiarazione di voto – né a una lista né a un presidente – e userò il voto disgiunto. Andare al seggio è una conquista politica che non posso offendere con l’astensione, ma diffido dei proclami roboanti, vedo molte più somiglianze che differenze fra chi si disputa la vittoria finale, e trovo sintomatica la doppia rimozione sintetizzata su Twitter da Francesca Fornario (@Fornario): “Emilia, sfida alla pari. Tra un partito che nasconde la sua candidata e un candidato che nasconde il suo partito”.

Confesso una certa stanchezza. Questo voto non mi appassiona, vedo sventolare drappi rossi davanti alle rispettive tifoserie per farle infuriare (“arrivano i barbari”, oppure “liberiamo l’Emilia-Romagna”) e sostenere argomenti ai confini dell’irrazionalità. Diffido da chiunque se la senta di proclamare una propria superiorità morale, tale per cui sarebbe legittimo che solo i VIP che sostengono il Bene possano farlo, mentre chi sostiene il Male faceva meglio a starsene zitto.

Bene e Male sono categorie che poco hanno a che fare con il conflitto politico. Faccio notare che c’era chi prevedeva catastrofi per la sconfitta della sinistra a Bologna nel ’99, poi ha fatto il confronto fra Guazzaloca e Cofferati e si è trovato in forte imbarazzo. Non credo sia un caso che un pezzo di chi sostenne Guazzaloca oggi stia con Bonaccini. Mi fermo qui: so che ricordare certe cose oggi può apparire urticante. Ma voglio segnalare un altro paio di sciocchezze sparse a piene mani, su entrambi i fronti, al solo scopo di allargare e aizzare le rispettive tifoserie. Leggi il resto dell’articolo

Elezioni meno 2: secondo esercizio di reticenza

Come ho già scritto, non dirò per chi voto. Mi limiterò a motivare le ragioni che mi spingono al voto disgiunto: per una lista e per un diverso candidato alla presidenza. Nessuna offerta politica, infatti, mi pare adeguata al passaggio storico, e ricopio la frase che fotografa lo scontro in atto, postata su Twitter da Francesca Fornario (@Fornario); alle 0:36 PM di giovedì 16 gennaio: “Emilia, sfida alla pari. Tra un partito che nasconde la sua candidata e un candidato che nasconde il suo partito”.

Da una parte, la Regione locomotiva, quella del buongoverno riformista. Dall’altra, la Regione da liberare dal dominio secolare dei comunisti e loro epigoni… Retoriche speculari, utili a semplificare la posta in palio, ad azzerare il confronto sui programmi, spingendo ai margini le questioni davvero dirimenti: cos’è il regionalismo differenziato, quali infrastrutture prioritarie (quante strade e autostrade ci aspettano), come affrontare il cambiamento climatico e l’invecchiamento della popolazione, su che tipo di turismo investire, come offrire servizi pubblici essenziali alle parti marginali del territorio (collina e bassa pianura), che tipo di sfibrata democrazia vivremo nei prossimi cinque anni.

Per esempio, l’enfasi sul “duello” non aiuta a capire quanto siano simili i programmi di Bonaccini rispetto ai governatori leghisti, con cui ha sviluppato il progetto dell’autonomia differenziata. Resta ai margini del dibattito pubblico – voluto e imposto da Salvini e Sardine, convergenti nel dare al voto una valenza nazionale – l’idea di democrazia di chi si candida a governare. Leggi il resto dell’articolo

Elezioni meno 3: primo esercizio di reticenza

Confermare Stefano Bonaccini o “provare” Lucia Borgonzoni? Nell’era della personalizzazione della politica, la rappresentazione dei media si limita a questo, ad allestire il ring per il duello fra i candidati delle due coalizioni.

L’analisi più convincente l’ho trovata su Twitter, a firma Francesca Fornario (@Fornario); alle 0:36 PM di giovedì 16 gennaio, ha scritto: “Emilia, sfida alla pari. Tra un partito che nasconde la sua candidata e un candidato che nasconde il suo partito”.

Da parte mia, ho deciso due cose: non farò una “dichiarazione di voto” e sceglierò la strada del voto disgiunto, non trovando una sola proposta politica convincente; posto per l’ennesima volta davanti al meno peggio, dimezzerò il disagio con due scelte diverse, una per la lista e una per il presidente.

Qualche dato, intanto, e qualche accenno di pronostico.

In E-R, sono chiamati al voto 3 milioni e 508mila persone (1.704.295 uomini e1.804.037 donne), che potranno votare in una delle 4.520 sezioni elettorali dei 328 Comuni. Nelle ultime elezioni, votò meno del 38%, un terrificante record negativo subito rimosso dal dibattito. Stavolta, i sondaggisti prevedono un netto rialzo della partecipazione. Votassero i due terzi degli aventi diritto, sarebbero da conteggiare 2.315.280 schede; qualcuno ipotizza un 70% di partecipazione (non ci credo), ma nessuno azzarda a dire chi ne trarrebbe vantaggio.

A consigliere regionale si sono candidati in 788, considerando le pluricandidature si scende a 739 persone fisiche. L’età media è di 46,9 anni. Il 58,6% dei candidati non ha avuto nessuna esperienza politica precedente. Ma ci sono anche professionisti della politica: un Parlamentare europeo, 8 fra deputati ed ex deputati, 9 Sindaci in carica (35 compresi gli ex Sindaci). Fra gli uscenti, si ricandidano 5 assessori e 38 consiglieri regionali.

I candidati alla presidenza sono 7. Di questi, 5 hanno alle spalle solo una lista, mentre Borgonzoni e Bonaccini guidano pattuglie di 6 componenti (compresa la Lista che porta il loro nome: usanza ormai data per scontata, nonostante sia Bonaccini che Borgonzoni siamo dirigenti di un partito che pure presenta il suo simbolo).

Quanti voti serviranno per diventare presidente dell’Emilia-Romagna?

Vado a spanne, ma sono convinto di avvicinarmi al risultato con una certa esattezza. Se faccio la somma dei 5 candidati che non possono vincere, arrivo circa al 10% dei voti validi. Dunque, con il 66% di votanti, sarebbero 231.528. Sottraggo questa cifra ai 2.315.280, e arrivo alla conclusione che per vincere, con un voto in più dell’avversario, possano bastare 1.050.000 voti.

A una settimana dal voto in Emilia-Romagna e Calabria

La fotografia della situazione mi arriva sfuocata.
Da tempo, penso che una larga parte della società resta rabbiosamente invisibile, i media tradizionali non hanno mai saputo raccontarla, i social ne offrono solo lo specchio deformante.

Diffido da qualunque pronostico fondato sui sondaggi: i sondaggi si fanno su campioni statistici, e costruire affidabili campioni statistici è diventato quasi impossibile, se si pensa alla volatilità di una buona metà dell’elettorato. Ci sono persone che in due anni sono passate dal votare Pd al votare M5stelle e infine la Lega… E se in Emilia-Romagna voteranno 2,5 milioni di persone, gli esperti ci dicono che almeno mezzo milione non ha ancora deciso dove lasciare il segno sulla scheda.

Del resto, la classe politica non appare meno confusa, se è vero – come scrive Luca Sofri – che viviamo in un Paese in cui la decisione di processare un politico è indesiderata dai suoi avversari, perché potrebbe favorire lui.

Affido il mio stato d’animo a Vauro, Altan e Banksy, nella certezza di assistere a uno spettacolo in cui sono fuorigioco.

2932, mi ricordo

Mi ricordo la rapida moltiplicazione delle vetrine che hanno a che fare col cibo, nel centro di Bologna.

2926, mi ricordo

Mi ricordo fare la spesa per la cena dell’ultimo dell’anno la mattina del 30 in due supermercati, e trovarli entrambi quasi vuoti.

35 anni dopo sappiamo che la domanda era ben posta

The Last Hurrah! Skoda Felicia appena rottamata, dopo lunga e onorata carriera: 22 anni e 275.558 chilometri

Momix – Alice

Alice è il titolo della più recente opera dei Momix, il gruppo diretto da Moses Pendleton, che così lo presenta: «è un’opportunità per scoprire fin dove arriva la nostra fantasia. Con questo spettacolo voglio raggiungere sentieri ancora inesplorati nella fusione di danza, luci, musica, costumi e proiezioni». Come in tutti gli spettacoli dei Momix, la danza e l’elasticità dei corpi sono gli ingredienti fondamentali; stavolta gli “effetti speciali” lasciano spazio alle fisionomie dei ballerini.

Ispirato ad Alice in Wonderland (1865) di Lewis Carroll, oscuro professore di matematica dell’epoca vittoriana, lo spettacolo porta sul palco il Bianconiglio, il Cappellaio matto, lo Stregatto e la Regina di Cuori. In questo gioco di specchi, si agitano molte Alice, non una sola. Entra ed esce da mondi psichedelici, popolati da creature strane e stravaganti, che prendono facendo interagire i corpi di sette ballerini con i costumi e i giochi di luce. Il pubblico viene trasportato in un viaggio magico e misterioso, fra creature bizzarre e inquietanti, dove Alice si perde e si ritrova.

Ideato e diretto da Moses Pendleton, con la co-direzione artistica di Cinthya Quinn, lo spettacolo si sviluppa in due atti, presentando 18 coreografie. In scena vanno Heather Conn, Gregory De Armond, Seah Hagan, Hannah Klinkman, Sean Langford, Jade Primicias, Colton Wall. Il video design è di Woodrow F. Dick, il design luci di Michael Korsch, i costumi sono di Phoebe Katzin, design e realizzazione del ragno sono di Michael Curry.

Il collage musicale è molto ritmico e a me quasi sconosciuto; Perpetuum Mobile della Penguin Café Orchestra fa da accompagnamento prima che si spengano le luci e per gli applausi finali. Fra le musiche più coinvolgenti, The Cheshire Cat (di Danny Elfman per il film di Tim Burton), The Lobster Quadrille (Franz Ferdinand) e Smoke and Mirrors (Gotye e Wouter De Backer). L’ultima coreografia viaggia sulle note di White Rabbit, la canzone dei Jefferson Airplane, trascinata dalla voce di Grace Slick.

2911, mi ricordo

Mi ricordo un’incomprensibile, lunga fila, che poi si è rivelata per il suo vero significato: acquistare mortadelle.