The Square [id.], Ruben Östlund [cine4] – 7

Vent’anni fa, gli avrei dato 9, ma vent’anni fa avrei vissuto volentieri in Svezia o in Norvegia, mentre oggi i paesi nordici non mi sembrano affascinanti.
Che c’entra? Si chiederà qualcuno. C’entra, perché non puoi avvicinarti a un film come questo, come se fosse un film qualunque. Palma d’oro al Festival di Cannes, possibile Oscar nella categoria del Miglior film in lingua straniera, «The Square» è un prodotto raffinatissimo e cervellotico, che ti rimanda continuamente alla risposta che il protagonista (Claes Bang) – direttore del museo di arte contemporanea – offre alla donna che lo sta intervistando: basta prendere un oggetto qualunque, per esempio la borsetta della giornalista, ed esibirla in un museo per farla diventare arte?

Vedete bene: non è una risposta. È una domanda retorica. E il film è pieno di scarti di senso, chiavi di lettura ambigue, collassi fra cause ed effetti, “trovate” geniali che finiscono per divenire stranianti (o procurano indigestione).

L’ex Palazzo Reale di Stoccolma, divenuto museo, sta per ospitare un’installazione “concettuale”, semplicissima e luminosa, i cui confini sono tracciati per terra, tra i sampietrini dell’acciottolato.

Il Quadrato va a collocarsi dove prima stava il monumento equestre a qualche regnante. Il messaggio? Quello sarebbe un “santuario”, all’interno del quale tutti godono di uguali diritti e doveri. Ma “l’evento” va pubblicizzato, due giovani creativi suggeriscono di dare scandalo… Leggi il resto dell’articolo

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Come un gatto in tangenziale [id.], Riccardo Milani [cine3] – 7

Sarei contento di vedere un altro paio di film italiani altrettanto divertenti, quest’anno. Divertenti e intelligenti, con un’equilibrata coscienza di sé. Milani non spara troppo in alto, mostra accortezza nel costruire una commedia che irride i luoghi comuni e si affida alla coppia di protagonisti, Albanese e Cortellesi, la cui bravura si esalta in un’intesa davvero notevole.

Roma, oggi. Giovanni guida un think tank di studiosi radical chic che lavorano a progetti per l’inclusione sociale finanziati dall’Unione Europea, Monica è una coatta di periferia, che sbarca il lunario facendo la cameriera. Lui è il classico intellettuale che va al mare a Capalbio, lei è di quelli che fanno la coda per pochi centimetri di spiaggia sporca e sovraffollata. Come si incrociano? I rispettivi figli, tredicenni, hanno cominciato a uscire insieme.

Entrambi separati – Giovanni da una sofisticatissima Sonia Bergamasco, che ora coltiva piante aromatiche e distilla essenze; Monica da Claudio Amendola, parrucchiere supertatuato, in galera per aver asportato la milza di un nemico – i due sono costretti a frequentarsi per controllare i figli, nella certezza che lo sforzo sarà breve: troppo diversi gli ambienti di provenienza.

Per almeno un’ora, questa doppia frequentazione fra borghesi e borgatari – la parola chiave è “contaminazione” – si alimenta di buone situazioni comiche (su tutte, la visione del film armeno). Il finale fatica a essere all’altezza, perché occorre sciogliere troppi nodi… Ma Milani riesce a sfuggire alla trappola dello sketch televisivo, lascia parlare le immagini e i volti dei protagonisti.

Facile decantare i valori della contaminazione se si vive in una bella casa a Trastevere, più complicato crederci se abiti in un casermone di Bastogi, infarcito dagli odori di varie cucine etniche e reso cacofonico da una quantità di lingue e dialetti. Al pubblico la risposta: quanto può durare una contaminazione amorosa che parte da simili presupposti?

La La Land [id.] – Damien Chazelle, 2017 [inTv5] – 9

Quintessenza dell’artificiale, agli antipodi del realismo, il musical rinasce vicino alla favola, in prossimità della magia e del romanticismo, esaltandosi nel Technicolor e nel Cinemascope: Visto tre volte al cinema – QUI e QUI – risulta evidente lo scarto con la visione domestica, soprattutto per la qualità dell’audio. Ma resta la sensazione di trovarsi di fronte a un capolavoro, che ha rivitalizzato un genere che sembrava condannato all’inedia.

Damien Chazelle e Justin Hurwitz avevano in mente questo film già nel 2010, ben prima di «Whiplash», anzi «Whiplash» venne fatto (2014) perché due venticinquenni appena usciti da Harvard, non potevano sperare nei dollari necessari per un musical così ambizioso.

Vidi il film prima della Notte degli Oscar, quando ne raccolse 6, da 14 Nominations: miglior Regista, migliore Attrice protagonista, migliore Fotografia (Linus Sandgren), migliore scenografia (David Wasco), migliore Colonna sonora e migliore Canzone originale («City of Stars»). E poi, 7 Golden Globe su 7 candidature.

Per dare forma a questa “La La” (Los Angeles idealizzata), rifugio di tanti anonimi inseguitori di un sogno, servono le coreografie di Mandy Moore (quattro mesi di prove per i ballerini, “formati” anche sulla visione serale di grandi musical) e la fotografia curata dallo svedese Linus Sandgren. Le scenografie sono curate da David Wasco e dalla moglie Sandy Reynolds, la costumista è Mary Zophres, che ha scelto colori primari e sfavillanti (ennesimo omaggio alla vecchia Hollywood in Technicolor). Alla quarta visione, la scena più sorprendente è quella che si snoda all’interno del party hollywoodiano, con un inaspettato cambiamento di ritmo.

La fluidità delle scene è meravigliosa, vertiginosi l’uso della gru e della steadycam: già con la scena iniziale sulla highway losangelina (la rampa sopraelevata tra le Interstate 105 e 110), «La La Land» propone alcuni dei piani sequenza più sbalorditivi dell’ultimo quarto di secolo. Nello stile, Chazelle si è ispirato a Minnelli e Donen, a Fred Astaire e Ginger Rogers, Norman Taurog e Gene Kelly, aggiungendoci decine di esplicitazioni citazioni, ma nella dozzina di extra del dvd, parla diffusamente di Jacques Demy («Les parapluies de Cherbourg» e «Les demoiselles de Rochefort»: mai visti e difficili da intercettare).

Emma Stone e Ryan Gosling sono al terzo film insieme. La loro chimica scenica si è affinata in due film che non ho visto: «Crazy, Stupid Love» (Glenn Ficarra, 2011) e «Gangster Squad» (Ruben Fleischer, 2013).

Sulle musiche composte da Justin Hurwitz, i testi scritti da Benj Pasek e Justin Paul offrono ulteriore enfasi e malinconia a una storia d’amore senza lieto fine, ma con uno scambio di sguardi che va persino oltre. Uno dei meriti meno appariscenti che attribuisco a Chazelle è aver gestito con equilibrio i passaggi critici su cui spesso il musical collassa: le transizioni tra la recitazione e l’arrivo del canto e del ballo. Hanno studiato a lungo, Stone e Gosling, Mia e Sebastian, ma non saranno mai Astaire e Rogers, le loro danze aggraziate non possiedono la sublime levità di quei modelli. Semmai, stupisce la loro abilità come cantanti (e Gosling ha imparato a suonare il piano senza saper leggere la musica).

Aggrappati a Checco Zalone

Ieri ho riportato alcuni dati sul tracollo dei cinematografi italiani: il 2017 risulta essere il secondo peggior anno della storia (dopo il 2014), con un netto segno meno sia nei biglietti venduti (12%) che negli incassi (11,6%).
Poi sono usciti i dati sulla quota di mercato del cinema italiano. E qui si spalanca una voragine ancor più rovinosa, con oltre il 40% in meno, rispetto al 2016, sia di spettatori che di incassi. Ma nel 2016, ci dicono, il dato era “gonfiato” dal film di Checco Zalone, e così scopriamo che oltre il 10% dell’intero fatturato del cinema italiano dipende dal comico barese.

A me pare che i commenti al post di ieri esprimano visioni e sensibilità contraddittorie, come se non fossero in dubbio le possibili soluzioni, ma persino la realtà effettuale.

La questione del prezzo del biglietto, per esempio, a me non convince. Capisco chi scrive che una famiglia di 4 persone non può spendere 40 euro per vedere un film che pochi mesi dopo passerà in tv. Ma abito a Bologna e non conosco cinematografi che facciano pagare più di 8 euro e 50. E quello è il prezzo al sabato e alla domenica, perché tutte le sale fanno sconti legati a varie “tessere”, tali per cui il prezzo effettivo del biglietto, nel mio caso, scende quasi sempre sotto i 5 euro…

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Assassinio sull’Orient Express [Murder on the Orient Express], Kenneth Branagh [cine2] – 6

Forse è ingiusto, ma nessuno obbliga a produrre remake, con inevitabili paragoni ai predecessori. Qui, il risultato emotivo è lontano anni luce da quello ottenuto nel 1974 da Sydney Lumet, con Albert Finney nel ruolo di Hercule Poirot, e un cast di cui facevano parte Ingrid Bergman, Sean Connery e Lauren Bacall.

Il romanzo di Agatha Christie fu pubblicato a puntate dal settimanale statunitense «The Saturday Evening Post» (quello con le copertine di Norman Rockwell) nell’estate del 1933. La versione di Branagh è fredda e verbosa, oserei dire artificiosa. Gli va riconosciuto un senso del barocco che non faceva parte del film di Lumet. Molte scene sono girate con virtuosismo, varie inquadrature – soprattutto in esterni – strappano ooohhh di meraviglia, il prologo ambientato nei pressi del Muro del Pianto, a Gerusalemme, è un autentico pezzo di bravura. Poi, i personaggi salgono sul treno…

Finché si tratta di presentarli, con tutte le loro ambiguità, Branagh se la cava. Non disprezzabile nemmeno la sua interpretazione di Poirot (con la sua tragicomica ricerca della perfezione, il disgusto per le uova cotte oltre 4’ e le cravatte storte). Il film non decolla con l’inizio della fase investigativa. Semplicemente, mancano le psicologie e il metodo deduttivo somiglia a quello di uno sciamano. Lo spreco attoriale è palese: Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz e Willem Defoe sono figurine inconsistenti.

Il percorso del Simplon Orient Express va da Istanbul a Trieste, per finire a Calais. Un ricco americano viene trovato morto nella sua carrozza, a pochi metri da quella di Poirot, i cui sospetti cominciano a dilatarsi su molti viaggiatori di prima classe. L’omicidio è avvenuto con dodici pugnalate. La verità si farà strada attraverso il movente, che rimanda a un altro delitto, avvenuto molto lontano da lì: il rapimento e l’omicidio di una bambina (episodio ispirato alla famiglia di Charles Lindbergh).

2212, mi ricordo

Mi ricordo che, all’improvviso, molti si sono dovuti cospargere il capo di cenere per ammettere che il cinema italiano è sostanzialmente morto, non fosse per Checco Zalone.

2210, mi ricordo

Mi ricordo che la razza umana, illuminata dalla fiaccola del progresso, può arrivare a trovare piacevole l’odore del napalm di mattina.

Tutti i soldi del mondo [All the Money in the World], Ridley Scott [cine1] – 6

Rapiscono il nipote (uno dei 14 nipoti, ma il prediletto) dell’uomo più ricco del mondo. Non del tempo presente, di tutti i tempi… Chiedono un riscatto. Il nonno – avaro e anaffettivo già con il figlio – non intende pagare, la madre non ha i soldi, viene messo in azione un negoziatore che ha lavorato nella CIA.
È il 1973, ho ricordi abbastanza precisi del sequestro, a Roma, del sedicenne John Paul Getty III, delle settimane che seguirono, dell’orecchio tagliato per dare una prova di ciò che i rapitori potevano fargli. E nel 1995 ho visitato Villa Getty a Malibu, identica alla Villa dei Papiri di Ercolano e stracolma di opere d’arte, accumulate dal magnate del petrolio in un paio di decenni.

Ovviamente, tutti vanno al cinema sapendo che c’era Kevin Spacey nel ruolo riassegnato a Christopher Plummer. E Plummer mi è parso fenomenale. Tutto, fuorché un ripiego: in certi frangenti, ricorda il Charles Foster Kane rimasto solo nell’immensa Xanadu. Molto meno convincenti mi sono parse le interpretazioni della madre del rapito, una Michelle Williams che pure è candidata a vari premi, e del negoziatore, Mark Wahlberg (non manca di spessore l’avvocato plenipotenziario dell’Impero Getty, un Timothy Hutton mai così cinico).

Dariusz Wolski dirige la fotografia e trattandosi di Ridley Scott – sia pure ottantenne – è ovvio che le ricostruzioni sono minuziose e perfette; ma il film suona piatto, il pathos è minimo, con situazioni (il nonno che regala al nipotino “l’inestimabile” statuetta del Minotauro) così metaforiche da apparire irritanti. L’enfatico tono da tragedia greca è banalizzato dall’incomprensibile atteggiamento del malavitoso calabrese che simpatizza per il ragazzino miliardario, arrivando a mettere in pericolo la propria vita.

Un consiglio alla produzione: quando uscirà il dvd, abbia il coraggio di inserire negli extra le scene girate con Kevin Spacey.

Il meglio visto al cinema nel 2017

Chi volesse leggere cosa ne avevo scritto, digiti il titolo nel “motorino di ricerca” in alto a destra.

La ruota delle meraviglie [Wonder Wheel], Woody Allen [cine50] – 8

Scelto il registro melodrammatico, Allen lo sviluppa con una sapienza rara. Non ha bisogno di spari, sangue, cadaveri, ma solo dell’impareggiabile capacità – maturata in 82 anni e 48 regie – di orchestrare una trama imperniata sugli attori, a partire da una Kate Winslet ormai capace di tutto, e sulla fiammeggiante fotografia di Storaro, che omaggia Norman Rockwell e il Technicolor anni Cinquanta.

Kate Winslet è Ginny: acconciatura, abiti e ambientazione, fanno ricordare le atmosfere di «Mildred Pierce», una delle migliori miniserie tv mai realizzate (dal romanzo di Cain). Stavolta siamo nell’immediato, secondo dopoguerra a Coney Island, l’angolo più pittoresco di New York City dove sorge il grande luna park, e Ginny si sente a credito con la vita, cerca un po’ di felicità. Anzi, un risarcimento.

I suoi quarant’anni sono stati faticosi, logoranti, pochissime le giornate luminose. Voleva fare l’attrice e lavora come cameriera, ha un figlio problematico – dà fuoco a tutto: e gli piace il cinema… – e si è accompagnata a un uomo manesco (Jim Belushi), che uscito da un lutto terribile e dall’alcolismo, le si è aggrappato come all’unica ragione di vita. Ginny, invece, si innamora di un giovane bagnino (Justin Timberlake) e quell’estate scivola via con un’inedita voglia di vivere. Ma dal passato del marito ritorna l’unica figlia (Juno Temple), in fuga da un famigerato gangster.

Quella giovane donna ha un buon cuore, ma tende a parlare troppo e sente di avere diritto a una nuova vita. Che, guarda un po’, prende le forme dello stesso, aitante bagnino… Fra Eugene O’Neil, Arthur Miller e Tennessee Williams, lo scioglimento dell’apologo morale arriva quando Ginny deve decidere in un attimo se sacrificare sé stessa o restarsene a guardare, senza muovere un dito.
La “ricerca della felicità” non è fra i diritti fondamentali di chi vive in America?

La febbre del sabato sera [Saturday Night Fever], John Badham, 1977 [cine49] – 9

Quando Tony Manero si impossessa della pista e tutti gli altri ragazzi fermano a guardare, sulle note di «You Should Be Dancing», riaffiora l’inimitabile magia del musical. Un genere rilanciato da «La La Land», dopo anni di ostracismo, come se quel linguaggio avesse esaurito ogni potenzialità espressiva. Non è così, a quarant’anni di distanza – restaurato nel Technicolor con 5 minuti aggiuntivi – il film di Badham conserva, anzi esalta, tutti i suoi pregi e riesce quasi a sollevarsi dai vistosi difetti (il kitsch, psicologie elementari, un dramma finale troppo prevedibile).

Quarant’anni fa, stupidamente – anzi, ideologicamente – non andai a vederlo. Noi non andavamo in discoteca. Noi non amavamo le luci stroboscopiche, Bee Gees, Tavares, Trammps e compagnia cantante. Noi trovavamo orrendi certi modi di vestire e non capivamo come ci si potesse immedesimare in Tony Manero (che a sua volta si immedesima in Rocky Balboa e in Frank Serpico, i poster appesi nella stanza). Noi eravamo un’altra tribù, e ci sentivamo migliori di questi.

Diciannovenne commesso in un negozio di vernici, John Travolta (a 23 anni) non sa essere dolce e scontroso, inquieto e dolente; appena alfabetizzato, riesce a esprimere le emozioni solo su una pista da ballo. Joey, Gus, Double J. e Bobby C. sbiadiscono al confronto, la “questione giovanile” si riduce a puro decoro; nemmeno la povera Annette e l’ambiziosa Stephanie (pur più sfaccettate dalla sceneggiatura) arrivano a sfiorare la luccicanza di Tony.

È la terza volta che vedo il film, eppure avevo dimenticato momenti essenziali (come se ne va il fratello che si è spretato, come reagisce Tony alla vittoria nella gara di ballo, in coppia con Karen Lynn Gorney lungo «More Than a Woman»). Il ritratto di questi giovani è assai poco speranzoso: si parla di spedizioni punitive (italo-americani contro portoricani, senza aver visto «West Side Story»), droghe, razzismo, lavori malpagati, sessualità ignorante, atti impulsivi, ambizioni di andarsene da Brooklyn. Sì, perché appena aldilà dei ponti c’è lo skyline di Manhattan, un altro mondo, anelato, sognato, mitizzato.

Sarà subito chiaro che si tratta di un film sui riti di passaggio, la dolorosa perdita dell’innocenza necessaria a diventare adulto. Ma vanno accantonati i preconcetti, per cogliere come il ballo sia lo spazio magico in cui i Tony Manero lasciano emergere la loro identità e cercano un riscatto. Sanno che appena la musica finisce, la vita tornerà molto più squallida.

2188, mi ricordo

Mi ricordo che quarant’anni fa non avrei fatto i salti mortali per poter assistere alla febbre di John Travolta.

2180, mi ricordo

Mi ricordo che, per certi film, hanno cominciato a interessarmi più gli extra che il film stesso.