#Messico, cuore e anima del cinema contemporaneo

Harry Lime (cioè Orson Welles) diceva a Joseph Cotten:
“Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.

Quella frase mi è tornata in mente quando ho visto questa foto. Ritrae Guillermo Del Toro, Alejandrp Iñárritu, Alfonso Cuarón ed Emmanuel Lubezki, tre registi e un direttore della fotografia, tutti messicani, nati in un breve intervallo di tempo: appena tre anni.

  • Guillermo del Toro Gómez (Guadalajara, 9 ottobre 1964).
  • Alejandro González Iñárritu (Città del Messico, 15 agosto 1963)
  • Alfonso Cuarón Orozco (Città del Messico, 28 novembre 1961)
  • Emmanuel Lubezki Morgenstern (Città del Messico, 30 novembre 1964).

Mi piace pensare che anche il Subcomandante Marcos sia nato in questo intervallo di tempo.

E mi risuona nella mente un’altra frase, che non so a chi attribuire: “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”…

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Zitti al cinema, di Marquant, Unwired media, 2006

Ideale – come linguaggio, contenuto e formato – per una lettura frammentaria, da autobus; autore, un trentottenne milanese che si nascondeva, chissà perché, dietro uno pseudonimo.

Più riuscita è la prima parte, dove si descrivono alcune fra le più frequenti situazioni di disturbo che gli appassionati del cinematografo – per esempio, chi va spesso al cinema da solo – sono costretti a subire: pretendere silenzio, in un’era dominata dalla maleducazione e dal consumo televisivo, costringe a fare i conti con vari generi di molestatori, dagli “entusiasti molesti” alle “amiche delle otto”, da “sua saccenza, l’annoiato” ai “popcornivori”, da chi scarta caramelle a chi tiene acceso il cellulare, da chi accompagna i bambini a vedere Alla ricerca di Nemo e ride più forte di loro, a chi anticipa al vicino tutti i passaggi fondamentali del film che ha già visto.

È divertente la descrizione delle situazioni sperimentate nelle proiezioni estive, all’aperto, fra zanzare, piogge improvvise, poltrone scomodissime e generi di conforto: sigarette, gelati, bottigliette d’acqua da mezzo litro “il cui prezzo segue le quotazioni del greggio”.

Con la sua reputazione da cinefilo, nella stretta cerchia di amici e conoscenti, l’autore sa che da lui ci si aspetta giudizi rapidi e incisivi, per spingere a vedere un certo film, oppure per evitarlo; “carino” è aggettivo abusato e svuotato di senso; “bello!” va riservato agli inevitabili candidati all’Oscar; “delizioso” è ancora meglio, ma non tutti potranno cogliere certe sfumature; “straordinario” viene in soccorso quando la qualità della fotografia o delle musiche deve far dimenticare una breve crisi di sonno; “lento” è già una stroncatura, che cresce allungando la “o” finale; “pesante”, strascicando la “a”, è il peggior giudizio che si possa esprimere. Leggi il resto dell’articolo

Sull’attualità di Leonard Zelig

Uscito nel 1983, Zelig si impone come pietra miliare del mockumentary, quel genere di fiction che stravolge i linguaggi del documentario. In 80 minuti, Allen costruisce un brillante apologo sulla malattia dell’uomo occidentale: farsi accettare, assomigliare alle persone con cui viene a contatto, diventare come loro. Lo fa, rinnovando il genere comico con una pellicola che incrocia meravigliosamente forma e contenuto.

Alterna interviste (a colori) a filmati fatti passare per materiale di repertorio, a veri documentari d’epoca, in un bianco e nero sgranato e pellicole fintamente deteriorate, cucendo il tutto con una voce fuori campo. Il depistaggio si compie anche tramite la manipolazione di foto autentiche, indistinguibili da quelle scattate per l’occasione, un falso film degli anni Trenta che raccontava la storia romanzata di Zelig e persino falsi oggetti (canzoni, balli, gadgets, indumenti, eccetera). Vengono miscelati tutti i possibili materiali visivi e sonori, anche il montaggio serve a confondere lo spettatore. E per conferire verosimiglianza alla storia, Allen ottiene la complicità di intellettuali come Susan Sontag, Irving Howe, Saul Bellow e Bruno Bettelheim.

Fotografia di Gordon Willis, costumi di Santo Loquasto, musiche di Dick Hyman, che ha composto un certo numero di brani ispirati al fenomeno Zelig, tra cui Chameleon Days, interpretato da Mae Questel, la voce di Betty Boop: il mockumentary viene esaltato nel suo intrinseco iperrealismo, nel suo essere, al tempo stesso, perfettamente plausibile e più vero del vero. Così facendo, Allen aggiorna la doppia lezione di Orson Welles, quella che cominciò alla radio descrivendo un’invasione marziana e proseguì al cinema con la vita di Charles Foster Kane.

Nato a Brooklyn intorno al 1900, Leonard Zelig è un ebreo americano povero, figlio di seconde nozze di un mediocre attore yiddish, Morris Zelig (non mi pare che il nome della madre venga mai pronunciato). Pare che i genitori non lo difendano mai, anzi gli addossino “la colpa di tutto”. Spesso, per punizione, “lo rinchiudono in uno stanzino buio. Quando poi sono proprio arrabbiati, si rinchiudono in quello stanzino insieme a lui”. Infanzia e adolescenza sono segnati dalle turbolenze familiari, “tanto che, sebbene gli Zelig abitassero sopra un bowling, erano i clienti del bowling a lamentarsi continuamente del baccano”. Leggi il resto dell’articolo

2577, mi ricordo

Mi ricordo Saul Bellow spiegarci che la malattia di Leonard Zelig è perfettamente logica.

Marlene Dietrich & Betty Boop

È il catalogo pubblicato dagli Editori del Grifo in occasione della mostra «Cinema e fumetto» nell’ambito del Festival internazionale del Film di Locarno (1985). Copertina di Sesar, in quarta bozzetti di Guido Crepax, appare anche Andrea Pazienza, con una tavola a colori («Dresda»): i testi sono di Vincenzo Mollica, Gerda Huber (amica della Dietrich), a cui si aggiungono un paio di poesie di Vito Riviello.

Fra i fumetti, spiccano: Vittorio Giardino in un fulminante noir dove compaiono Bogart, Von Stroheim e Peter Lorre; Pablo Echaurren con tre tavole nello stile pittorico Der Blaue Angel; Crepax che mette allo specchio la sua Valentina con Betty prima e Marlene poi; Ivo Milazzo, che riprende la Marlene entraineuse già apparsa in Ken Parker, e vi aggiunge un intenso primo piano di profilo; Giorgio Trevisan, che portò Lola e il succube professor Emil in un saloon di Springville; e Hugo Pratt, che inserì Marlene nella trama in cui Corto Maltese sta sulla frontiera fra Siberia e Manciuria.

Vi sono, inoltre, gli omaggi grafici di Marcello Jori, Silvio Cadelo, Monica Meyer, Micheli, Marina Comandini, Patrizia Zanotti, Cinzia Leone, Magnus, Bondroit, Attilio Micheluzzi, Guido Hugues, Jesus Liceras, Milo Manara, Sergio Staino e José Munoz.

Femmes fatales dalle traiettorie assai diverse, Marlene Dietrich e Betty Boop sono accomunate dallo spirito di un’epoca: gli anni Trenta. La loro sensualità si sprigiona a partire da due focalizzazioni visive: gli occhi e le gambe. Più notturno e perverso lo scandalo evocato da Lola Lola e altre creature partorite dalla mente di Joseph Von Sternberg, più solare e allegra la malizia emanata da Betty, scandalosa signorina di carta, creata dal disegnatore Miron “Grim” Natwick e da Bud Counihan, ma esplosa grazie ai cortometraggi animati dei fratelli Fleischer (qui sotto il capolavoro con Cab Calloway, 1932). Marlene continuerà a diffondere fascino fino agli anni Sessanta, mentre Betty scomparirà nel 1939, a causa dei bacchettoni moralisti che spinsero la censura americana a vietarne le proiezioni.

Max Fleischer si ispirò alla diva Clara Bow per delineare il volto di Betty Boop, il cui corpo sinuoso riprende anche Jean Harlow, le diede la voce dell’attrice Mae Questel, e le fece portare la minigonna in grande anticipo sui tempi. In anni più recenti, a questa eroina di carta si sono ispirate Marilyn e altre attrici, catalogate come “oche giulive”.

Cold War [Zimna Wojna], Pawel Pawlikowski, 2018 [cine54] – 9

Adoro le storie di amore folle, amour fou suona ancora meglio. Sono quegli amori autodistruttivi che travolgono ogni altro istinto, sopravvivenza compresa, e a cui tutto va sacrificato. Salvo scoprire che vivere insieme è impossibile come lasciarsi.

Scritto e diretto dal regista premiato con l’Oscar per Ida, è uno di quei film che vengono esaltati dal bianco e nero, e con una coppia di attori che sembra aver vissuto le stesse gioie e gli stessi dolori dei personaggi.

Polonia, fra il 1949 e il 1964: la Guerra Fredda si gioca su qualunque tavolo, persino quello della riscoperta delle radici folkloriche. In un furgone, tre personaggi girano per le campagne a raccogliere brandelli di tradizioni popolari: musiche, canti, danze. È così che si incontrano Victor (Tomasz Kot), pianista e compositore musicale, e Zula (Joanna Kulig), giovane contadina bionda, la cui presenza alle audizioni deriva da una violentissima spinta all’emancipazione: “Mio padre una notte mi prese per mia madre, il mio coltello gli fece capire la differenza”.

Si trovano, si amano, meditano di fuggire in Occidente, ma all’ultimo momento, a Berlino Est, Zula non segue Victor. Si ritrovano a Parigi, poi nella Jugoslavia di Tito, ma la vita da esuli li indebolisce, privandoli della loro identità. Pur di tornare con lei, Victor si espone al pericolo del rientro in patria, dove Zula è diventata una star (le tradizioni popolari sono state piegate alla propaganda comunista). Cosa sia stato lo stalinismo viene mostrato tramite l’ipocrisia e le verità sottaciute: presenza che ritorna, quella dell’astuto funzionario di partito che girava per le campagne insieme a Victor e gli ha sempre invidiato Zula.

Girato in 16 mm nel formato 1:1:33 (quasi quadrato), Cold War è un’esperienza visiva di rara intensità, la dedica ai genitori fa capire quanto dolore sia stato rielaborato in questa forma cinematografica.

È l’ultimo film che ho visto al cinema nel 2018.

Santiago, Italia [id.], Nanni Moretti, 2018 [cine52] – 8

Fra i generi cinematografici, il documentario si sta rivelando il più vitale e capace di rinnovarsi, anche attraverso prospettive d’autore. Michael Moore ha spalancato una strada, che Moretti percorre con uno stile personale, non “imparziale”, ricostruendo il percorso umano di alcuni cileni che trovarono rifugio in Italia, dopo il golpe dell’11 settembre 1973. È un ritorno sui passi di Aprile e La Cosa, la conferma di una diversa possibilità di utilizzo della macchina da presa (spero che Moretti la mostrerà ancora).

Mi è venuto in mente Ken Loach e il suo episodio in 11’09″01, il film collettivo che uscì nel 2002: gli episodi erano 11, ma solo il regista inglese scelse di trattare l’11 settembre cileno, anziché quello delle Torri Gemelle. Espediente: Pablo, profugo cileno a Londra, scrive una lettera ai familiari delle vittime degli attentati del 2001, ricordando la sua storia rimossa – Allende, il golpe, le migliaia di morti, le torture, l’esilio – auspicando che tanti americani si uniscano a lui nel ricordare anche le vittime dell’11 settembre 1973.

Attraverso materiali di repertorio e interviste ai superstiti (pochi nomi noti, tutti rimandano all’entusiasmo scaturito dall’esperienza di governo di Unidad Popular), dopo un’accurata ricostruzione dei fatti fino al bombardamento del Palacio de la Moneda, Moretti focalizza l’attenzione sull’ambasciata italiana a Santiago, dove trovarono rifugio centinaia di perseguitati dalla dittatura militare, circa 250 dei quali scelsero di raggiungere l’Italia (alcuni vi hanno vissuto per trent’anni). Si salvarono grazie all’azione di funzionari dell’ambasciata, e dell’arcivescovo Raúl Silva Henriquez (incontenibile, la commozione da uno degli intervistati, ateo dichiarato).

In 80 minuti, Moretti si concede solo due brevi inquadrature. Parlando del Cile di 45 anni fa, spinge a pensare all’Italia di allora e a quella di oggi. Il paragone può deprimere, ma il film lascia una traccia potente.

Visti al Cinema, il meglio e il peggio del mio 2018

Se vai al cinema 54 volte, non puoi dare un giudizio sulla “stagione cinematografica”. Puoi solo limitarti a mettere in fila i film che ti sono piaciuti di più, distinguendo fra le nuove uscite e le visioni (o re-visioni) di film di qualche tempo fa. Infine, le 3 bocciature.

Giornalisti al Cinema 260: Courteney Cox

Courteney Cox – Scream, Wes Craven, 1996.

E con questa puntata numero 260, la rubrichetta arriva alla fine. Cioè, non ho più esempi di giornalisti rappresentati sul grande e sul piccolo schermo. Ma se qualcuno avesse qualche suggerimento…

Giornalisti al Cinema 259: Christine Everhart

Christine Everhart – Iron Man, Jon Favreau, 2008.

Giornalisti al Cinema 258: Paige Turco

Paige Turco – Teenage Mutant Ninja Turtles 2 – Dave Green, 2016.

Il migliore, Bernard Malamud. #RoyHobbs

Ambiguo e implacabile, il destino avvolge Roy Hobbs fin dalla prima pagina. The Natural – il titolo originale – sta a identificare un uomo semplice, un talento naturale capace di fare cose che gli altri possono solo sforzarsi di imparare: è un romanzo profondamente americano, intorno al mito della “seconda opportunità” che tutti vorrebbero avere. Nel caso di Hobbs, si tratta di ricominciare con il baseball, dopo che la sua prima occasione di giocare nel campionato professionistico sfumò a causa di una donna.

Descrivendo l’ascesa e la caduta di un ragazzo di campagna, intrappolato nel suo passato e ossessionato dal desiderio di lasciare un segno nella storia del suo sport, Malamud compone una tragedia moderna, una favola fra salvezza e dannazione, polvere e gloria. L’eroe deve trovare la forza per rispondere ai colpi che gli riserva la sorte. Intorno a lui si muovono donne fatali, che attentano alla sua purezza e lo allontanano dal perseguimento dell’ideale. Qualche critico ha visto in Roy Hobbs una specie di Parsifal e in Wonderboy, la sua mazza, una versione di Excalibur.

Avendo visto il film, l’immagine scintillante di Robert Redford non mi ha mai abbandonato. Harriet (Barbara Hershey) si presenta con “la chioma sparsa in una schiuma di riccioli scuri… il viso era notevole, un po’ teso e pallido, e quando montò sul treno le sue gambe inguainate dal nylon diedero a Roy un attimo di batticuore”. Memo, con il suo “corpo da Miss America”, è Kim Basinger, Iris è Glenn Close. Girato nel 1986 da Barry Levinson, il film si concede un lieto fine che contraddice l’amara conclusione del romanzo.

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Giornalisti al Cinema 257: Margot Kidder

Margot Kidder – Superman – Richard Donner, 1978.