Man from the South, da Alfred Hitchcock Presents, 1960 – 9. Il Cinema Ritrovato (8)

The Man Who Knew Too Much, Alfred Hitchcock, 1934 – 7. Il Cinema Ritrovato (7)

La riffa, Vittorio De Sica, 1962 (da Boccaccio ’70) – 7. Il Cinema Ritrovato (6)

Come le foglie al vento [Written on the Wind], Douglas Sirk, 1956 – 9

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Hanno perso lo stampo, di melodrammi così. Una soap di cento puntate racchiusa in meno di due ore. Oscar a Dorothy Malone come attrice non protagonista, nomination a Robert Stack, non meno meritevoli di riconoscimenti anche Lauren Bacall e Rock Hudson.

Storia di primitiva, purissima, fiammeggiante fattura: due amici, uno ricco e uno povero; il povero è più tenace e intelligente, il padre del ricco vorrebbe che fosse lui il suo erede; il figlio del ricco è complessato, ma all’improvviso trova il grande amore; il figlio del povero si innamora della stessa donna, mentre la sorella del figlio ricco è ancora follemente innamorata di lui; il figlio del ricco impazzisce di gelosia e crolla quando scopre di non poter avere figli; il povero è anche generoso e disinteressato, e si limita a confessare il suo amore alla moglie dell’amico, che lo allontana, cosciente di quali responsabilità derivino dal matrimonio; per non incrinare la propria integrità, il povero rischia il carcere, a salvarlo sarà la testimonianza della donna che lo ama, è stata respinta, l’ha ricattato per farsi sposare…

Predestinazione, simbologie smaccate, il petrolio del Texas, una pistola che prima o poi dovrà fare fuoco, una villona da Via col vento, la seduzione come arma contundente, spinte autodistruttive sovrapposte a pulsioni represse, fumi dell’alcol per dimenticare la virilità ferita, fallimenti educativi… Sirk sa come usare il technicolor (fotografia di Russell Metty) e gli specchi, le musiche (Frank Skinner) e la recitazione esasperata, dialoghi di avvincente ferocia e scenografie barocche.

Impianti petroliferi pompano oro nero in un territorio umanamente infantile, il pathos di scelte compiute per senso del dovere o puro egoismo conduce “i buoni” a una sola scelta possibile: per inseguire la felicità, dovranno andarsene.

Come le foglie al vento, Douglas Sirk, 1956 – 9. Il Cinema Ritrovato (5)

Three Strangers. Jean Negulescu, 1946 – 7. Il Cinema Ritrovato (4)

Ludwig, Luchino Visconti, 1973 – 9. Il Cinema Ritrovato (3)

Der Verlorene, Peter Lorre, 1951 – 7. Il Cinema Ritrovato (2)

Tommy, Ken Russell, 1975 – 8. Il Cinema Ritrovato (1)

Cosa non vedrò al Cinema Ritrovato

Oggi comincia il festival, XXXVI edizione. Mi sono posto l’obiettivo di vedere una ventina di film, da domani, nei prossimi sette giorni. Spero di farcela, ma so già che mancherò molti altri appuntamenti interessanti. Troppe suggestioni… Il primo post su questo magnifico appuntamento bolognese, lo riservo ai 10 titoli che a malincuore ho dovuto scartare. Se ho fortuna, uno o due potrei riacciuffarli; se ho sfortuna, dovrò rinunciare ad alcuni di quelli che avrei identificato.

Il titolo più corretto, dunque, sarebbe: “Cosa non riuscirò a vedere al Cinema Ritrovato”. Ecco, il Robin Hood del 1922 con Douglas Fairbanks, The Last Waltz di Scorsese, Chambre 666 di Wenders, Dans la nuit di Charles Vanel (1929), Él (Buñuel, 1953), The Godfather Coda (Coppola che risistema il terzo e conclusivo capitolo della saga), Boy Meets Girl (Carax, 1984), Deep Throat (1972, Gerard Damiano), Black Tuesday (1954) di Hugo Fregonese, Topkapi di Jules Dassin.

Ci sarebbe un undicesimo titolo, nella rassegna dedicata a Peter Lorre. È un telefilm del 1960, durata 26’, della serie Alfred Hitchcock’s Present, ha per titolo Man from the South; ambientato a Las Vegas, fra gli interpreti ci sono Neile Adams e il suo vero marito, Steve McQueen.

Agente #007. Quantum of Solace, Marc Forster, 2008 – 7

A Siena, a pochi passi dal Palio in Piazza del Campo, “M” e Bond interrogano il misterioso White, il superbanchiere catturato alla fine di Casino Royale: non sospettano che Quantum, l’organizzazione criminale per cui lavorava anche LeChiffre, possa infiltrarsi ovunque. Persino fra i fedelissimi di “M”.

Altre riprese sono effettuate sull’autostrada del Garda, fra Torbole e a Tremosine. Al solito, quella che appare nella saga bondiana è l’Italia vista con gli occhi dell’esotismo, quella con i costumi tipici e le atmosfere di altri tempi. Dopo un breve passaggio londinese, ritroviamo Bond a Haiti. Il primo contatto con Camille Montes (Olga Kurylenko) è conflittuale. Del resto, Bond non può sapere che lei ha scelto di diventare l’amante di Dominic Greene (Mathieu Amalric), al solo scopo di vendicarsi. Greene appare come un imprenditore illuminato, dedito alla salvezza del pianeta: in realtà, lavora per Quantum nel realizzare colpi di stato in America Latina (va rimesso sul trono il sanguinario ex dittatore, in cambio di una concessione su un vasto territorio desertico). Quantum non cerca il petrolio, ma il controllo dell’acqua (ci aveva già pensato Polanski, nel ’74, con Chinatown). La CIA osserva e approva: non si era ancora vista una rappresentazione così cinica degli inconfessabili rapporti tra l’affarismo delle corporations e l’assenza di scrupoli dei governi occidentali.

Forster riprende la trama esattamente da dove il film precedente l’aveva lasciata. Fa riapparire anche Giancarlo Giannini, che a Bond era sembrato un traditore, nella vicenda che aveva portato alla morte di Vesper Lynd. Disilluso e stanco, svuotato da troppe esperienze, René Mathis non uscirà vivo dalla Bolivia… Quello di Craig si configura come un Bond incattivito, cupo, l’ironia è ridotta ai minimi termini, la sua fisicità è più vicina alle magliette di Jason Bourne che agli smoking di Connery e Moore. Incantevole la Bond Girl di turno: modella ucraina, sinuosa e scattante, Kurylenko è elegante anche con una semplice maglietta. Minore il ruolo affidato a Gemma Arterton, la cui fine rimanda alla mitica Jill Masterton di Missione Goldfinger.

Dimenticabile title track, eseguita da Alicia Keys, fra gli sceneggiatori spicca Paul Haggis, ma troppi hanno messo le mani sul plot, il regista aveva diretto Monster’s Ball, portando all’Oscar Halle Berry. Quantum of Solace è il primo 007 in cui la “gunbarrel sequence” è assente all’inizio e arriva solo prima dei titoli di coda.

TUTTO BOND

M – Il mostro di Düsseldorf [M – Eine Stadt sucht einen Mörder], Fritz Lang, 1931 [filmTv69] – 9

Interpretava Saint-Just a teatro, László Löwenstein, in arte Peter Lorre, quando fu visto da Fritz Lang. Il regista gli chiese di rifiutare altre proposte cinematografiche per fare da protagonista del suo primo film sonoro. Essendo un esordio, appare incredibile come Lang riesca a far esplodere le potenzialità artistiche del nuovo linguaggio: sarà grazie ai rumori e ai suoni che lo spettatore potrà cogliere i passaggi fondamentali della trama. A Lorre, non disse che avrebbe interpretato un assassino di bambine; per tutta la vita, inutilmente, l’attore cercò di far dimenticare il suo terribile, patetico Hans Becker (unico paragone possibile: il Norman Bates di Anthony Perkins).

La pellicola racconta una caccia all’uomo, a Berlino. Quella di Dusseldorf fu una “trovata” italiana, che richiamava il caso di cronaca a cui si era ispirata la sceneggiatrice, Thea von Harbou, moglie di Lang. Un maniaco uccide delle bambine, la polizia non trova tracce, tutti sospettano di tutti. Con una calligrafia infantile, l’assassino scrive ai giornali; la criminalità organizzata è in agitazione, gli affari vanno male a causa delle continue retate della polizia. Con un montaggio alternato, Lang mostra due riunioni immerse nel fumo di sigaretta: in una i capi della polizia, nell’altra i capi della malavita, che decidono di procedere alla cattura del Mörder (Assassino). Dimostreranno di conoscere la città meglio di chi dovrebbe difenderla.

Individuato e braccato, Hans Becker verrà processato da un tribunale di fuorilegge. E Lorre colpirà il pubblico in modo indimenticabile.

Il palloncino impigliato fra i fili del telegrafo, la vista dall’alto del vano delle scale, l’ombra proiettata sul manifesto della taglia sull’assassino… alcune inquadrature segnano la storia del cinema. Con “M” nasce un canone che porta dritti al cinema noir. E all’arte capita di anticipare la realtà: la lettera di gesso sul cappotto di Hans presagisce la stella gialla che gli ebrei dovranno cucirsi sugli abiti.

Una sola verità [Nothing but the Truth], Rod Lurie, 2008 [filmTv66] – 5

Buon cast: oltre a Kate Beckinsale e Matt Dillon, ecco Angela Bassett (Strange Days, Tina), Alan Alda (Crimini e misfatti e almeno un altro paio di film di Woody Allen), Vera Farmiga (Tra le nuvole), David Schwimmer (Friends) e Noah Wyle (E.R.).

Rachel Armstrong fa la giornalista, e i giornalisti al cinema sono una delle mie passioni: purtroppo, i film riusciti sono molti meno di quelli deludenti.

Rachel ha tra le mani uno scoop – uno scandalo in cui sono coinvolti governo e CIA, che hanno falsificato le prove, facendo passare il governo del Venezuela come responsabile di un attentato al Presidente – ma per scriverne dovrà svelare l’identità di un agente sotto copertura. Direttore del giornale e avvocato fanno tutte le verifiche, pubblicare quell’articolo è rischioso, ma inseguono il feticcio del Pulitzer… Non immaginano che il governo prenderà la cosa come un attacco alla sicurezza nazionale, usando i codicilli delle leggi per premere su Rachel, affinché riveli chi è la sua fonte, fino a trarla in arresto. In carcere resterà un lungo anno, con le conseguenze immaginabili sul matrimonio e la relazione con il figlio di sei anni.

Le premesse di contenuto, dunque, sono apprezzabili, eppure il film non decolla. In parte, è “colpa” di Beckinsale, troppo elegante e fotogenica per questo ruolo da eroina, che sacrifica tutto alla sua integrità. In parte, perché la questione di principio viene annegata nella melassa dei sentimenti (il marito non condivide la sua scelta e comincia a frequentare un’altra; in carcere Rachel viene picchiata da un’altra detenuta; Dillon interpreta un procuratore ai confini del sadismo). La fonte? Solo il pubblico e non la legge verrà a sapere chi fosse, con uno di quei trucchetti “telefonati” tramite flashback.

Lurie si è ispirato alla vicenda di Judith Miller, che rese pubbliche le menzogne dell’amministrazione Bush a proposito della vendita di uranio da parte del Niger al regime di Saddam Hussein (vendita mai avvenuta).

Agente #007: i 10 artefici del mito

Ian Fleming aveva lavorato nella Naval Intelligence della Marina britannica, dopo la guerra, vissuto a lungo in Giamaica, in una tenuta chiamata GoldenEye… La figura di James Bond appare come una sorta di alter ego dello scrittore, fumatore e bevitore incallito, con una certa componente paranoica nel vedere nemici ovunque, ammetteva di aver sempre desiderato una vita come quella che aveva regalato al suo eroe. Fra il 1952 e il 1964 (morì nell’agosto di quell’anno, d’infarto, a soli cinquantasei anni), Fleming scrisse una dozzina di romanzi; Octopussy, il suo quattordicesimo titolo, pubblicato postumo nel 1966, è la seconda raccolta di racconti. Per chi scriveva? “Sono fatti per passionali adulti eterosessuali”, disse in un’intervista.

Dopo Fleming, vanno necessariamente ricordati i due produttori che trasformarono le pagine in pellicola: Albert “Cubby” Broccoli e Harry Saltzman.

Poi viene Sean Connery (Fleming non era d’accordo su quella scelta), e non c’è bisogno di spigare perché.

Furono fondamentali, inoltre, Ken Adam – l’inventore del look di Bond, dell’estetica pop in cui venne immerso, dei gadget, della camicia alla coreana del “cattivo… – Terence Young – il primo regista – Maurice Binder – creatore del logo di 007 e della grafica sui titoli di testa – e due musicisti, John Barry e Monty Norman – autori delle prime colonne sonore e del James Bond theme.

Ho citato solo uomini, mi sembra necessario che il decimo nome sia quello di una donna: Eunice Gayson a trentaquattro anni fu la prima Bond Girl, in Licenza di uccidere: precedendo Ursula Andress, con uno squillante abito rosso, Sylvia Trench appare al tavolo di un casinò e presto finisce nella camera da letto dell’uomo appena conosciuto, che per la prima volta aveva pronunciato la formula “Mi chiamo Bond, James Bond”. Pare che Gayson fosse stata ingaggiata per il ruolo di Miss Moneypenny, il suo è un piccolo ruolo, appare per un minuto, ma si rivelerà essenziale nella costruzione del mito.

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Agente #007. No Time to Die, Cary Fukunaga, 2021 – 7

Venticinquesimo capitolo sull’Agente 007, per la quinta e ultima volta con Daniel Craig. Mi è parso il più cupo e ambizioso della saga, il meno compatto e autoironico fra quelli con l’attore gallese.

Regia senza guizzi, sceneggiatura che scricchiola (il “cattivo” compie scelte poco motivate), di Billie Eilish il brano sui titoli di testa. Il meglio sta nel lungo, doppio prologo. Prima la bambina Madeleine (futura Léa Seydoux) assiste all’omicidio della madre da parte di colui che si rivelerà essere Lyutsifer Safin (Rami Malek), che si vendica per la strage dei suoi genitori effettuata dal padre di Madeleine, appartenente alla Spectre. Poi, a Matera, ritroviamo la sensuale Madeleine insieme a James: scena romantica, città favolosa, albergo da sogno, dopo una notte d’amore James si reca al cimitero per l’ultimo saluto a Vesper Lynd, e cade in un agguato della Spectre. Chi poteva sapere della sua presenza? Bond si convince sia stata Madeleine a tradirlo. La allontana. Sono passati 24’, ne restano 140…

Cinque anni dopo, la Spectre conduce un sanguinario, spettacolare assalto a una struttura scientifica dell’MI6, impossessandosi di una letale arma biologica. Bond dovrà neutralizzare quest’arma, sperimentata per colpire bersagli puntuali – da infettare tramite il loro stesso dna – e poi dirottata verso lo sterminio di massa. Dopo essersi ritirato dal servizio segreto britannico, Bond vive solo ai Caraibi. Scoprirà di essere stato sostituito come agente “doppio zero” da una muscolosa nera (Lashana Lynch): dopo varie punzecchiature, i due faranno coppia. Rientrato in servizio dopo vari screzi con “M”, Bond ritrova Madeleine e sarà l’inconsapevole killer del mitico Stavro Blofeld (Christopher Waltz), rinchiuso in una prigione di massima sicurezza, alla Hannibal Lecter.

Norvegia, Matera, Londra, Giamaica, Cuba e un’isoletta imprecisata fra Giappone e Russia: ecco i luoghi dell’azione. Del cast fanno parte Naomie Harris, Ralph Fiennes e Jeffrey Wright (Felix Leiter muore in una scena alla Titanic).

Per Barbara Broccoli e Michael Wilson, i produttori della saga nel XXI secolo, è parso giusto comporre un’opera definitiva, epica, passando dall’horror alla commedia, dalla tragedia allo spionaggio, in una continua oscillazione fra vendetta e sacrificio, amore e morte. Dovendo contrastare la concorrenza di Ethan Hunt e Jason Bourne, spicca la consumata abilità nel riprendere Craig in azione.

E se “Q” (Ben Whishaw) non ha mai avuto un ruolo tanto strategico, a Waltz viene offerta solo una breve scena. La recitazione ieratica di Rami Malek, sfigurato dalla diossina, è un valore aggiunto: “Mia madre era ai miei piedi mentre la guardavo morire”. Grave errore aver limitato la strepitosa Ana de Armas alla rutilante sequenza cubana (con il cocktail bevuto nel corso della sparatoria).

“James Bond Will Return”: in sottofondo le note che Louis Armstrong cantava mezzo secolo fa.

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Che prima pagina!

Boulevard des Assassins [id.], Boramy Tioulong, 1982 [filmTv67] – 6

Dal romanzo Une affaire intime, di Max Gallo, un film visto quasi quarant’anni fa al Mystfest di Cattolica e ritrovato su Netflix la sera della notizia della morte di Jean-Louis Trintignant.

Poliziesco psicologico, ben congegnato fino a due terzi della trama, quando il numero delle tragedie si fa sinceramente eccessivo.

Una donna ricca ed elegante (Francine, Stephane Audran), riceve un pacchetto: contiene due audiocassette che gli ha spedito un uomo che ha conosciuto, Daniel Salmon, scrittore che vediamo lasciare Parigi in vista del divorzio. Impaurita, anzi sconvolta, Francine ascolta quella voce con estrema circospezione.

Diretto a sud, in Provenza, Salmon vivrà nella casa lasciata libera da un artista amico del suo editore. Costui ha dipinto ripetutamente la stessa donna, il cui nome è Régine, le pareti dell’appartamento sono piene di suoi ritratti. Lo spettatore scopre che la donna che ha ricevuto le audiocassette è la moglie del sindaco Vallorba (notevole Victor Lanoux), e che quella cittadina nasconde un substrato di violenza.

Salmon si mette nei guai. Ha saputo dell’omicidio di un’anziana signora che non intendeva vendere un pezzo di terra che faceva gola a certi immobiliaristi, amici del sindaco. Ha assistito al ritrovamento del cadavere del gatto di una vicina, che a sua volta non vuole cedere un appezzamento. E Régine pare scomparsa. Avvertimenti e minacce raggiungono Salmon, che tuttavia continua la sua indagine privata, arriva a frequentare il sindaco e quello che oggi chiameremmo il suo cerchio magico. Ne fanno parte un paio di donne affascinanti, con Hélène (Marie-France Pisier) Salmon avvia una relazione, bruscamente interrotta quando lei capisce in quali pericoli la sta coinvolgendo.

Il personaggio del sindaco e il suo rapporto morboso con la moglie sono risolti con notevole intensità, mentre il personaggio di Trintignant sembra sempre sul punto di farci capire perché ci tiene tanto, alla verità che ha intuito e non può provare.

Merci monsieur Trintignant… e un altro artista se ne va

Era nato il 12 novembre 1930, sotto il mio stesso segno. E una volta ho scritto che da giovane avrei voluto assomigliargli.

La notizia della morte di Jean-Louis Trintignant mi provoca una grande tristezza. Come in altri casi, non riuscendo a superarla, la tristezza, per scrivere qualcosa di nuovo, mi rifugio nell’archivio: mi chiedo quante volte mi è già capitato di scrivere di lui e dei suoi film. Fatta la verifica, sono 15: sembrano tanti, potevano essere molti di più (per esempio, mancano in questo elenco il Rohmer di La mia notte con Maud, che starebbe in cima alla lista, e il Film Rosso di Kieslowski).

Vi propongo i link con una specie di classifica: non del valore estetico del film, ma di quanto ho apprezzato Trintignant e la sua interpretazione.

A 53 anni: Finalmente domenica! [Vivement dimanche!], François Truffaut

A 36 anni: Un uomo, una donna [Un homme et une femme], Claude Lelouch

A 32 anni: Il sorpasso, Dino Risi

A 29 anni: Estate violenta, Valerio Zurlini

A 40 anni: Il conformista, Bernardo Bertolucci

A 39 anni: Z. L’orgia del potere [Z], Costantin Costa-Gavras

A 26 anni: Piace a troppi [Et Dieu… créa la femme], Roger Vadim

A 43 anni: Noi due senza domani [Le train], Pierre Granier-Deferre

A 45 anni: La donna della domenica, Luigi Comencini

A 50 anni: La terrazza, Ettore Scola

A 45 anni: Flic Story, Jacques Deray

A 39 anni: Metti, una sera a cena, Giuseppe Patroni Griffi

A 45 anni: Appuntamento con l’assassino [L’Agression], Gérard Pirès

A 52 anni: Boulevard des Assassins, Boramy Tioulong

A 46 anni: Il deserto dei Tartari, Valerio Zurlini

A 52 anni: Il mondo nuovo [La nuit de Varennes], Ettore Scola

Agente #007. Solo per i tuoi occhi [For Your Eyes Only], John Glen, 1981 – 7

Unica sigla in cui compare chi canta: la scozzese Sheena Easton su musiche di Bill Conti (Rocky) e testo di Mike Leeson. Al dodicesimo film, prima regia di Glen, avendo già utilizzato tutti i romanzi di Fleming, si assemblarono un paio di racconti. Gratuita la scena di apertura, con Bond che porta un mazzo di fiori sulla tomba di Teresa, la moglie assassinata.

Nella stiva di un peschereccio che batte bandiera maltese, si cela una modernissima sala controllo da “nave spia”: per puro caso, una bomba la fa esplodere e affondare, al largo dell’Albania, senza che venga distrutto il cruciale trasmettitore che controlla il puntamento dei missili britannici. I sovietici (riappare il lubrico generale Gogol) incaricano un mercenario contrabbandiere, affinché recuperi quell’oggetto prezioso. Bond dovrà evitarlo.

Per quella che rimane in vetta al pantheon delle mie Bond Girl preferite – Carole Bouquet, all’epoca ventiquattrenne – non fu un buon affare amoreggiare con un imbolsito Roger Moore, di trent’anni più vecchio. La sua Melina Havelock, metà inglese e metà greca, rimane orfana trenta secondi dopo essere entrata in scena: nel mare Jonio, un idrovolante sorvola la barca dei suoi genitori (spie inglesi dietro la facciata di archeologi marini) e scarica una raffica mortale. Zoom sul primissimo piano di Melina: lunghissimi capelli scuri, pelle d’alabastro, profilo incantevole, occhi da tragedia greca.

“M” è in licenza, ci viene detto: in realtà, Bernard Lee morì poco prima dell’inizio delle riprese, e la produzione decise di non cercare, per il momento, un altro interprete.

All’MI6 sanno che a uccidere gli Havelock è stato “un killer cubano”. Mentre cerca di catturarlo, Bond viene sorpreso, ma ecco Melina, con la sua balestra, a scoccare frecce letali. “Le donne greche, come Elettra, vendicano sempre coloro che amano”.

Una traccia porta Bond a Cortina. Comincia un film nel film, che somiglia a una pubblicità degli sport invernali: assisteremo alle evoluzioni di Bibi, minorenne pattinatrice su ghiaccio che perde la testa per James, a lunghi slalom sugli sci, al biathlon, al bob, persino all’hockey e al salto dal trampolino. Stavolta è Bond a salvare la vita a Melina.

Si trasferiscono in Grecia, ormai certi che il famoso trasmettitore stia ancora sott’acqua. Al casinò – pare che un casinò, nei film di Bond, ci debba essere sempre – l’Agente 007 incrocia un’affascinante contessa austriaca (Cassandra Harris, la vera moglie di Pierce Brosnan), la seduce, e il mattino dopo la donna viene uccisa. Solo quando viene catturato, dopo quasi ottanta minuti, Bond comprende – insieme al pubblico – che il nemico è quello che sembrava il suo alleato. Seguono lunghe riprese subacquee – altro luogo topico della saga – fino al finale grottesco, con i complimenti telefonici di una sosia della Thatcher, che ha appena finito di lavare i piatti. Non può mancare la solita, assurda, cervellotica modalità per ucciderli insieme, Bond e Melina, destinata a sicuro fallimento.

TUTTO BOND

Agente #007. Il domani non muore mai [Tomorrow Never Dies], Roger Spottiswoode, 1997 – 8

Il migliore, fra i quattro Bond di Pierce Brosnan, con una prima ora di ottimo livello, in fatto di action movie. Il prologo, con il suo classico montaggio alternato, è fra i più spettacolari dell’intera saga: in una nevosa località della Russia si sta svolgendo il “supermercato del terrorismo”, chiunque può comprare armi letali; da un grande schermo, a Londra, “M” osserva e identifica i trafficanti, ma si innesca un conflitto fra MI6 (servizi segreti) e Ministero della Difesa, che ottusamente decide di bombardare quel supermercato: il missile viaggia e non può autodistruggersi, quando si scopre che fra quelle armi ci sono bombe atomiche… Dovrà pensarci Bond, che si è infiltrato fra i trafficanti.

Musiche di David Arnold, Sheryl Crow canta la canzone sui titoli di testa (creati da Daniel Kleinman), mentre K.D. Lang esegue Surrender sui titoli di coda.

Si può far scoppiare una guerra, manipolando i radar: l’effettiva posizione di una nave inglese viene alterata, la nave penetra nelle acque territoriali cinesi… Il mandante di questa strage è Elliott Carver (Jonathan Pryce), magnate dei media: la pellicola fu presentata a Bologna dall’Ordine dei Giornalisti, sotto questo titolo: “Sono i media, dunque, la nuova Spectre”? Nella nota-stampa, stava scritto che Bond avrebbe affrontato “l’enorme potere esercitato da alcuni mass media anche con la gestione dei sistemi di comunicazione e la manipolazione delle notizie”.

Convocato d’urgenza mentre fa sesso con una bionda insegnante di lingua danese (solo Moneypenny coglie il sottinteso), Bond non ignora che il tycoon ha sposato una sua antica fiamma: “Dubito che si ricorderà di me”, dice a “M”. “Le rinfreschi la memoria”, è la risposta… Novità nell’attrezzatura consegnata da un “Q” ormai senza speranze: auto tedesca, una BMW, si può guidarla senza stare al volante, ne deriverà una magnifica scena in un garage multipiano, con distruzione finale.

Ad Amburgo, mentre “l’imperatore dell’etere” presenta il suo nuovo satellite per telecomunicazioni, James rivede l’amata Paris (Teri Hatcher, già Lois e Lane, prima di entrare a far parte delle Desperate Housewives). Paris gli rifila un sonoro schiaffone. Ma nulla sfugge ai sistemi di sorveglianza di Carver, che coglie un dialogo intimo fra la moglie a quello che si è presentato come un banchiere interessato a investire nei media. Dopo l’inevitabile notte di passione (nessuna donna può dimenticare Bond), Paris torna dal marito, che ha deciso di ucciderla, lasciando il cadavere nella camera d’albergo di 007… Nel classico passaggio del testimone fra le Bond Girl, subentra Michelle Yeoh, attrice malese nei panni della spia cinese destinata a divenire la più credibile donna combattente mai scesa in campo accanto a Bond: notevole l’inseguimento tra elicottero e moto, con i due ammanettati, lungo le strade di Saigon.

Un primato va riconosciuto anche a Elliott Carver: quello del più teatrale e loquace, anzi logorroico, fra tutti i capi di arzigogolati complotti planetari: “Io adoro avere un pubblico”, ammette.

TUTTO BOND

Gemma Bovery [id.], Anne Fontaine, 2014 [filmTv64] – 6

Tratto dall’omonimo graphic novel di Posy Simmonds (1999), il film è esilissimo, ma si regge su qualche eccellenza: le musiche di Bruno Coulais, gli splendidi panorami della provincia normanna, la classe di Fabrice Luchini e la burrosa fotogenia di Gemma Arterton.

Luchini fa Martin Joubert: sette anni prima, aveva lasciato Parigi con la moglie Valérie (Isabelle Candelier) per trasferirsi nel paesino del Normandia e riaprire l’antica panetteria dei genitori. Vicino ai sessanta – simile al personaggio che Luchini aveva appena interpretato in Molière in bicicletta – Martin ha la passione per la grande letteratura, di certi classici conosce le pagine a memoria, e le parole stampate nei libri lo spingono a sognare come sarebbe stata la sua vita se…

Arterton fa Gemma, venticinquenne inglese da poco trasferita in quel bucolico paesello normanno insieme al marito, Charlie Bovery. Qualcosa di grave è successo, perché Charlie sta bruciando ogni cosa che gli ricorda Gemma; per caso, Martin riesce a mettere le mani sul diario della donna, comincia a leggerlo, e il pubblico vedrà ricostruire ciò che è accaduto negli ultimi mesi.

Bovery, guarda la coincidenza… Gemma risuona come Emma, Charlie somiglia al Charles del romanzo di Flaubert, e presto arriverà un amante (il ricco Hervé), che vive nel castello di famiglia dove la madre l’ha spedito per prepararsi a un esame universitario (Martin, ovviamente, disprezza e, soprattutto, invidia Hervé).

La vita è un romanzo, diceva Resnais: uno come Martin Joubert ne è davvero convinto. Per fare il bene di Gemma (personaggio appena abbozzato, quasi un cliché), e salvarla dall’infelicità, Martin finirà per rendersi colpevole di una stravagante disgrazia… Non passerà molto tempo prima che la casa lasciata libera dai Bovery venga affittata da un’altra coppia, che somiglia sinistramente ai Karenin di Tolstoj: c’è da giurare che Martin non avrà imparato la lezione.