Giornalisti al Cinema 294: Peter Lorre

Peter Lorre – I bauli del signor OF – Alexis Granowsky, 1931

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Bombshell: The Hedy Lamarr Story, Alexandra Dean, 2017 – [filmTv124] – 7

Prodotto da Susan Sarandon, il documentario ricostruisce la parabola di uno dei volti più incantevoli del Novecento, fonte di ispirazione per Biancaneve e Catwoman, attrice dalle qualità discutibili, ma diva all’ennesima potenza, con i suoi sei matrimoni, i trionfi e i fiaschi, e un dettaglio quantomai insolito, che ne fece, insieme al musicista George Antheil, uno dei precursori del gps, del bluetooth e del wi-fi.

Bellissima a sedici anni, bellissima a trentacinque (Sansone e Dalila), Lamarr divenne celebre per il nudo integrale di Estasi (1933). Nel documentario, compaiono Mel Brooks, Peter Bogdanovich e Diane Kruger (c’è pure Woody Allen, da un talk show in cui erano entrambi ospiti). Belle le immagini del transatlantico Normandie, su cui la viennese salì nel 1938, dopo essere fuggita dal primo matrimonio, con un ricchissimo mercante d’armi. Incisive le immagini dei sei mariti, e di alcuni amanti (forse fra loro vi fu anche JFK).

Nata a Vienna da una famiglia ebrea ricca e colta, a Hollywood preferì azzerare l’identità ebraica e cercò di sfuggire alla gabbia che Louis B. Mayer (MGM) le aveva costruito intorno. “Ogni ragazza può essere attraente, deve solo restare zitta e sembrare stupida”: la frase è tratta dalla sua discussa autobiografia (Lamarr fece causa all’editore).

A documentare un’esistenza tanto contraddittoria, i figli Anthony e Dolores, e per qualche secondo anche il figlio adottivo James. Non potevano mancare le adunate per vendere i War Bond, le obbligazioni per finanziare la guerra, a cui Lamarr prese parte con entusiasmo e risultati strepitosi: qualunque maschio adulto avrebbe comprato un biglietto della lotteria se un suo bacio fosse stato il primo premio.

Non mancano brevi scene dai film, fra cui l’assurdo trucco per farle interpretare Tondeleyo, una mulatta, lei che aveva una carnagione chiarissima. Una sfilata di copertine di riviste e di foto di altre attrici mostra quanto forte fu la sua influenza sull’estetica femminile nei primi anni Quaranta. Arrivano anche immagini disturbanti, il volto deturpato dalla chirurgia plastica.

Hedy Lamarr, la donna gatto, Edoardo Segantini, 2011

Alla fine degli anni Trenta, Hedy Lamarr fu definita la donna più bella del mondo; “diventò l’emblema della donna che guida il suo destino, che afferma autonomamente la propria sessualità, che prende in mano il volante della sua vita senza chiedere il permesso. Una femminista ante litteram. Sovente collocata – nella finzione e nella realtà – in territori ai limiti dei codici morali del suo tempo”.

Nel 1991, irriconoscibile, con i lineamenti deformati dalla chirurgia plastica, venne fermata per furto in un drugstore in Florida.

Nata a Vienna il 9 novembre 1913, Hedwig Eva Maria Kiesler era di famiglia ebrea benestante (padre direttore di banca, madre pianista); dopo un’infanzia e un’adolescenza felici, dovette assistere al crollo degli Asburgo, alla nascita della Repubblica austriaca, alla tragica diffusione dell’antisemitismo.

Recitò in una trentina di pellicole, fra cui Estasi, Sansone e Dalila, Gente allegra, Un’americana nella Casbah, Disonorata.

Morì in solitudine, il 19 gennaio 2000 ad Altamont Springs, nei pressi di Orlando, Florida: assecondandone la volontà, uno dei figli portò le ceneri in Austria per disperderle su una collina.

Per ricostruirne la parabola, tipica storia di ascesa e caduta, Segantini – che non ha mai incontrato la diva – ha largamente attinto alla sua autobiografia – L’estasi e io – pubblicata nel 1966, quando Lamarr era ormai lontana dal cinema. Lo scrittore italiano si è largamente smarcato dai contenuti pruriginosi e dal gossip che infarcisce quel testo, che Lamarr disconobbe senza riuscire a evitarne la pubblicazione.

“Hedy Lamarr è un personaggio che si fatica a racchiudere in una sola immagine. Con la sua intelligenza, i suoi misteri, la sua bellezza e la sua follia, non ha forse eguali nella storia del cinema. I critici e gli storici dello spettacolo ritengono che, pur bellissima, tra le più belle di tutti i tempi, non sia stata però una grande attrice”.

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La giungla d’asfalto, William Riley Burnett

The Asphalt Jungle arrivò nelle librerie italiane dopo il magnifico film di John Huston per la Metro-Goldwyn-Mayer, interpretato da Sterling Hayden, Louis Calhern, Jean Hagen, Sam Jaffe e, in un piccolo ruolo, la venticinquenne Marilyn Monroe.

Tradotto da Gianni Cesana, è un noir durissimo, senza un briciolo di speranza, ogni figura ha un destino inesorabile e sembra scolpita in una pietra più dura e grezza di quanto appaiano gli attori sullo schermo.

Comincia con Lou Farbstein, quarantacinque anni, il miglior cronista del World, che nutre molte speranze su Theo Hardy, il nuovo commissario di polizia; spera che riesca a ripulire l’amministrazione pubblica da tanti faccendieri e corrotti. Per difendere i suoi uomini, Hardy non nega che ci sia qualche mela marcia, ma invita i giornalisti a una specie di conferenza stampa, nel corso della quale accende la radio della polizia, che per lunghi minuti non fa che rimandare richieste di aiuto, denunce di atti di violenza, interventi sui luoghi del crimine… Hardy conclude sostenendo che “la peggior polizia del mondo è sempre meglio che nessuna polizia… Togliete per quarantotto ore la polizia dalla strada, e nessuno sarà più sicuro né sulla strada, né negli uffici, né nelle case… Come in una giungla”.

Stravolta da rumori e violenza, solitudine e cupidigia, dominata da un’oscura struggle for life, la città appare disumana. Il luogo in cui si svolgono i fatti non viene specificato: forse si tratta di Buffalo, a nord, sul lago Erie. Continua a leggere

Epitaffio su un cinematografo bolognese

Fra il 1974 e il 2004 sono stato 30 volte al cinema Embassy, Bologna, via Azzo Gardino. Il primo film fu L’esorcista (ottobre ’74), l’ultimo La forza del destino, del danese Thomas Vinterberg (maggio 2004).

Ho verificato sul file excel su cui aggiorno i film che vedo e dove. Singolare coincidenza, per quattro volte il primo film dell’anno lo vidi all’Embassy: 1994, Un mondo perfetto (Eastwood con Kevin Costner), 1996, Le nozze di Muriel (bella commedia australiana); 1997, Evita (il musical con Banderas e Madonna); 1998, L’avvocato del diavolo (Al Pacino, Keanu Reeves e Charlize Theron).

Non sapevo che un tempo (fino alla fine degli anni Sessanta) fosse il Cinema Ariosto, ma è sempre all’Embassy che nel ’92 vidi I protagonisti (Altman), nel ’95 Braveheart, nel ’97 Big Night e L.A. Confidential, nel ’99 La sottile linea rossa. Circolò la voce che dopo la chiusura, in un anno compreso fra il 2005 e il 2007, Nanni Moretti visitò la sala e valutò non fosse adatta all’apertura di un altro Sacher…

Ogni mattina, nell’andare in ufficio, passo davanti all’ex cinematografo. Stanno per finire lavori di demolizione, che avrebbero dovuto compiersi a gennaio, senza fretta, la sala è chiusa da appena diciotto anni… Nello spazio sventrato, aprirà la sede della direzione regionale dell’Agenzia del Demanio. Pare sarà un palazzo di quattro piani, dubito migliorerà l’aspetto della zona.

Butch Cassidy and The Sundance Kid [Butch Cassidy], George Roy Hill, 1969 [cine43 – 2.927] – 9

Newman e Redford: impossibile non fare il tifo per questa coppia di fuorilegge che amano la stessa donna, e riescono a passare dallo scanzonato al tragico, in miracoloso equilibrio fra commedia e western, imponendo un nuovo canone dell’amicizia.

È uno dei film che fotografano il fulgore dei momenti di grazia, con la più straordinaria coppia di attori dell’epoca, insieme a Katharine Ross, giovane attrice emersa due anni prima con Il laureato. Quattro Oscar: Sceneggiatura originale (William Goldman), Fotografia (Conrad L. Hall), Colonna sonora (Burt Bacharach) e miglior Canzone (Raindrops Keep Fallin’ on My Head, eseguita da Billy Joe Thomas).

Wyoming, fine Ottocento: Robert Leroy Parker e Harry Alonzo Longbaugh, in arte Butch Cassidy e Sundance Kid, sono a capo di una piccola banda che rapina banche e treni. Usano quel tanto di violenza che basta, ma non si mostrano particolarmente abili con gli esplosivi. Quando colpiscono per l’ennesima volta lo stesso bersaglio, costui assume i più ostinati segugi, dotandoli di mezzi illimitati, pur di farli uccidere. Ne deriva una strepitosa, affannosa, ansiogena, interminabile fuga (27 minuti). È per salvare la pelle, che Butch e Sundance decidono di rifugiarsi in Bolivia; è per amore di entrambi che la maestrina Etta James decide di accompagnarli.

Butch fa progetti, il Kid spara meglio. Anche in Bolivia ci sono banche e miniere, basta imparare qualche parola di spagnolo… Ma le autorità e i banditi locali sono spietati, ai due gringos non offrono via di scampo, e si arriva a una delle più fenomenali chiusure della storia del cinema.

Con Butch e Sundance, Etta riproduce il triangolo di Jules e Jim, finché non trova insostenibile quella vita sul filo del rasoio. Ma è proprio l’ebbrezza del rischio, l’adrenalina del pericolo, che spinge i due compari verso imprese sempre più spericolate, in una dionisiaca aspettativa di invulnerabilità. Ogni cosa, anche la morte, va affrontata con spavalderia: il privilegio di chi quella vita se l’è scelta.

Black Panther: Wakanda Forever, Ryan Coogler, 2022 [cine42 – 2.926] – 7

Piacevole intrattenimento, buon ritmo, uso moderato degli effetti speciali (l’acqua, soprattutto), retorica politicamente corretta, raffigurazione di mondi idilliaci che ricordano Avatar; potevo sperare in un po’ di ironia, ma si tratta di un film imperniato sul dolore e l’elaborazione del lutto. Anzi, i lutti saranno due…

Tutti sanno della morte di Chadwick Boseman, alias T’Challa, Black Panther. Giusta la scelta di non sostituirlo, dopo l’enorme successo del primo capitolo della saga, uscito nel 2018. Ma il reame di Wakanda, nascosto da qualche parte in Africa, ha pur sempre bisogno di una guida, e l’interregno toccherà a Ramonda (Angela Bassett), madre di T’Challa, prima che il destino sancisca che l’eredità della Pantera Nera spetta alla sorella minore, Shuri (Laetitia Wright). La trama porta alla ribalta un altro sovrano, Namor (il Sub Mariner), a capo del regno sottomarino di Talocan; lo interpreta Tenoch Huerta, i suoi lineamenti rimandano ai Maya.

Wakanda possiede un minerale tanto raro quanto prezioso, il Vibranio. Con ogni mezzo, le superpotenze cercano di impossessarsene (Stati Uniti e Francia sono i Paesi che Ramonda accusa in una riunione all’ONU). Ma non tutti gli americani sono cattivi, Wakanda ha un amico nella CIA, e compare Riri, giovanissima studentessa del MIT, che si rivelerà decisiva nel proteggere il reame. Nei panni della geniale studentessa, Dominique Thorne.

Musiche di Ludwig Göransson, Lift Me Up è cantata da Rihanna.

Oltre al femminismo, all’elegia dei neri e delle minoranze indigene, c’è spazio per un pudico lesbismo. I wakandiani e la tribù di Namor cominciano come nemici e finiscono come alleati: fuori dall’acqua, Namor si indebolisce, Shuri può approfittarne, ma la vendetta non placherà il dolore, ogni energia va convogliata nel costruire il futuro. Un futuro in cui T’Challa potrà rivivere in un bambino. Si chiama Toussaint, vive a Haiti, il suo nome rimanda a una delle rivoluzioni più edificanti e dimenticate del XIX secolo.

3987, mi ricordo

Mi ricordo di essermi fermato in mezzo alla strada per assistere, proprio come un umarell, alla demolizione del cinema Embassy, dove vidi L’Esorcista nell’ottobre del 1974.

Una lucertola con la pelle di donna, Lucio Fulci, 1971 [filmTv123] – 7

Dove l’ho già visto? Leo Genn è inglese, wikipedia mi riporta allo Starbuck di Moby Dick e al Petronio in Quo vadis; stavolta interpreta un celebre avvocato che si è candidato alle elezioni, la cui figlia è implicata in un brutale delitto.

Nei panni della figlia, Florinda Bolkan (doppiata da Rita Savagnone), il cui marito (socio del padre) è Jean Sorel (Pino Colizzi). Carol e Frank Hammond hanno una vicina di casa che conduce una vita dissoluta, come poteva esserlo nella Swinging London a fine anni Sessanta. Il fatto strano è che quella vicina (Anita Strindberg, corpo statuario ed espressione inquietante) passeggia spesso nei sogni di Carol, che va a riferirlo all’analista, la cui interpretazione suona banalissima: Carol sarebbe attratta da quella donna, ma la sua educazione le impedisce di assecondare quelle pulsioni degradanti.

Dopo una sibillina telefonata minatoria al futuro onorevole, la vicina viene trovata assassinata con innumerevoli coltellate. Fischiettando, l’ispettore Corvin (Stanley Baker, vari film con Losey, doppiato da Pino Locchi) si immerge nelle atmosfere morbose in cui è maturato il delitto. Ossessionata dalla figura della donna morta, Carol ha crisi di nervi, mentre il marito se la spassa con un’altra… Moriranno un altro paio di persone, ma l’intreccio poliziesco non è proprio esaltante.

La forza del film sta nelle costruzioni visionarie (fotografia di Luigi Kuveiller), nelle scene dai colori innaturali, sottolineate dalle musiche di Morricone. Un inseguimento di dieci minuti, senza parole, vede protagonisti Carol e un misterioso hippy, che vuole ucciderla perché teme abbia visto troppo. Una sequenza con i pipistrelli va oltre l’orrore evocato da Hitchcock… Ma la versione disponibile su Prime è priva di alcune sequenze raccapriccianti, che all’epoca costarono a Fulci un rinvio a giudizio per maltrattamento di animali: in realtà, erano creature di Carlo Rambaldi.

Jack Reacher – Punto di non ritorno [Jack Reacher: Never Go Back], Edward Zwick, 2016 [filmTv120] – 6

Sono passati quattro anni e si vedono anche sul volto e sui muscoli dell’inossidabile Cruise, che già ne aveva scavallati cinquantaquattro. La seconda avventura di Jack Reacher è tratta dal diciottesimo dei ventuno romanzi della serie scritta da Lee Child.

Capace di apparire e scomparire, facendo perdere le sue tracce, Jack scopre che il maggiore Susan Turner (la longilinea Cobie Smulders, Maria Hill nei film sugli Avengers nel Marvel Cinematic Universe) è stata arrestata con l’accusa di spionaggio. Lui non ci crede, dunque è stata incastrata; per scagionarla, deve sventare il complotto. Ma su Jack incombono anche problemi più personali: forse ha una figlia adolescente, Samantha (Danika Yarosh), un bel tipetto scontroso e decisamente incosciente. Naturale che fra i due si sviluppi una certa tenerezza, quasi ovvio che la ragazzina divenga il punto debole di Jack, rispetto a nemici quantomai spietati. I “cattivi” sono i contractors della Parasource, un’organizzazione paramilitare in grado di effettuare stragi a pagamento. Per quanto coraggiosa, Samantha non può avere ereditato le tecniche di sparizione di colui che potrebbe essere suo padre biologico.

Girato in Louisiana, fra Baton Rouge e New Orleans; dopo aver diretto Cruise ne L’ultimo samurai, stavolta Zwick gestisce una sceneggiatura di Richard Wenk, che sembra voler divaricare la parabola di Jack Reacher da quella di Ethan Hunt: mentre il protagonista di Mission: Impossible gioca immerso nella tecnologia, Jack predilige mezzi e metodi più “analogici”. Lo smartphone gioca un ruolo assai rilevante in questo film, ma le scene più potenti sono i combattimenti a corpo libero, brutali, senza troppe acrobazie.

Meno riuscito del primo episodio, carente in ironia e un cast con meno talento. Fra Susan e Jack ci sarebbe una certa chimica, condividono la stanza d’albergo, ma i loro percorsi si dividono senza nemmeno un bacio.

Jack Reacher – La prova decisiva [Jack Reacher], Christopher McQuarrie, 2012 [filmTv119] – 7

Da un romanzo di Lee Child, adattato dallo stesso McQuarrie (Oscar per la sceneggiatura de I soliti sospetti e regista di tre episodi della saga Mission: Impossible), ecco l’ennesimo personaggio che consente a Tom Cruise di esibirsi in poche scene statiche e mostrare il suo talento fisico in salsa action.

Difficile distinguere il suo Jack Reacher dal suo Ethan Hunt: entrambi sono addestrati a superare ogni prova, con un imprinting di pura sopravvivenza, che rende complicato, anzi superfluo, ogni legame emotivo. Le donne abbinate a Jack Reacher sono decorative, ma non possono ambire nemmeno a qualche languida carezza. Anzi, devono trovare il modo di aiutare l’One Man Band nella pericolosissima indagine che si è autoassegnato. E aiutarlo significa condividere il pericolo.

Ottimo l’avvio: da una sponda all’altra del fiume che attraversa Pittsburgh, Pennsylvania, cinque persone vengono uccise da un cecchino, che si dilegua. Certi indizi portano la polizia a identificare un reduce della seconda guerra del Golfo il quale, una volta catturato, si limita a fare il nome di Jack Reacher. Costui è un ex poliziotto militare, insignito di varie onorificenze, ma per motivi oscuri ha lasciato l’esercito e vive come un fantasma. Inafferrabile.

Entra in scena Helen Barr (Rosamunde Pike), avvocato e figlia del procuratore (Richard Jenkins, Emmy per Olive Kitteridge e due candidature all’Oscar). Emerge un’oscura vicenda di stupri compiuti da militari americani in Iraq, insabbiata come si conviene a chi porta la civiltà in terre che non la vogliono. Ma il vero dilemma è il movente di quei cinque omicidi, perché sulla scena del crimine ci sono prove troppo schiaccianti per essere vere.

Nella sua indagine privata, Cruise/Reacher arriva a un poligono di tiro gestito dal grande Robert Duvall. Il non meno grande Werner Herzog interpreta un terribile mafioso russo, che ha passato gran parte della vita in un gulag.

Ritmo serrato, McQuarrie mi sembra dia il meglio quando scrive dialoghi.

The Fugitive Kind [Pelle di serpente], Sidney Lumet, 1960 [cine41 – 2.925] – 7

Altro film con Joanne Woodward, ancora in Mississippi, stavolta insieme a Marlon Brando e Anna Magnani, in un bianco e nero fangoso e angosciante, catturato da Boris Kaufman, fratello minore di Dziga Vertov, fotografo prediletto di Jean Vigo e Abel Gance, prima di sbarcare a Hollywood.

D’impianto pesantemente teatrale, la pellicola di Lumet ha l’impronta di Tennessee Williams e della sua pièce Orpheus Descending. Non ho saputo cogliere i riferimenti al mito di Orfeo e Euridice, ma la rappresentazione di questo sud violento e razzista, bigotto e maschilista mi è parsa di rara intensità.

Non avevo mai visto Brando in lingua originale, è un’esperienza di sibili e suoni provenienti da bui anfratti. Prodigiosa, la sua presenza scenica: incrocia due attrici straordinarie, ma in ogni inquadratura in cui si muove Brando, l’occhio va su di lui.

Comincia con una scena inquietante, davanti a un giudice di cui sentiamo solo la voce: dopo una notte in cella, Valentine Xavier viene sottoposto a un interrogatorio, coinvolto in una rissa, si dichiara colpevole e promette di lasciare la città. Gli importano solo due cose: la chitarra che gli fu donata da Leadbelly e la sua giacca di pelle di serpente.

Di notte, sotto una pioggia scrosciante, Val arriva in una cittadina, dove è in corso una caccia all’uomo. Mentre parla con la moglie dello sceriffo (Maureen Stapleton, Oscar per Reds), si sentono colpi di fucile, laggiù la giustizia si amministra così. Ha bisogno di un lavoro.

Prima, Val incontra Carol, una giovane “irregolare”, che conduce una vita disinibita e di cui la famiglia si vergogna. Poi, Lady Torrance, quarantenne commerciante, sposata con un uomo incattivito dalla malattia. Lady racconta a Val la sua tragedia (il padre bruciato vivo nell’incendio appiccato alla sua casa da un branco di razzisti). Arriveremo a capire che fra gli assassini ci sono anche lo sceriffo e il marito di Val.

Che finirà in tragedia, è evidente già la prima volta in cui Lady e Val si baciano.

La lunga estate calda [The Long, Hot Summer], Martin Ritt, 1958 [cine40 – 2.924] – 9

Amo il melò. Amo Paul Newman e Joanne Woodward, e ogni film che hanno girato insieme. Del blacklisted Martin Ritt, apprezzo tanti film posteriori a questo, fino a Il prestanome e Norma Rae. Amo le atmosfere sudiste di Faulkner, la sensualità di Lee Remick e le interpretazioni strabordanti di Orson Welles. Perciò ho voluto rivederli al cinema.

A trentatré anni, Newman vinse il premio come miglior attore a Cannes; su questo set incontrò la futura moglie, che stava per vincere l’Oscar per La donna dai tre volti (lui, la statuetta, dovrà aspettarla altri ventisette anni). Paul e Joanne sono doppiati da Giuseppe Rinaldi e Maria Pia Di Meo.

Sceneggiatura di Irving Ravetch e Harriet Frank Jr., riadattando tre racconti di Faulkner: lo spettatore viene immerso in un Mississippi assolato e sudaticcio, sonnecchiante e impulsivo, reso ancor più incandescente dalla reputazione di Ben Quick, marchiato da piromane.

Allontanato dalla cittadina dove viveva, vagando a caso, Ben viene raccolto dalla decapottabile guidata da Clara Varner (Woodward), al cui fianco sta la sfolgorante Eula (Lee Remick), da poco sposata con il fratello Jody (Anthony Franciosa). Arrivano in una polverosa cittadina tutta nelle mani di Will Varner, padre padrone incattivito dalla vedovanza (ma già si consola con la procace Minnie: Angela Lansbury). Dapprima, Clara mostra una sorta di repulsione verso Ben; al contrario, Will annusa il vagabondo e decide di farne il suo uomo di fiducia, scavalcando il figlio (ritiene Jody un debole), incurante di attizzare nuovi odi. L’unico desiderio del patriarca, ormai un’ossessione, è avere eredi, e la prediletta Clara – frustrata dalla solitudine: magnifica la scena da zitelle, a bere limonata con una coetanea, quando arriva quel bel vagabondo – da troppo tempo amoreggia con un esangue gentiluomo.

Nota a margine: nei panni di questo impeccabile sudista di buona famiglia (le allusioni sessuali si chiariscono un po’ tardi), recita Richard Anderson, uno di quei volti che il mio cervello rimanda sempre e comunque a un’altra pellicola, Orizzonti di gloria, dove interpreta uno dei militari più odiosi e zelanti.

Finirà con un incendio catartico, dopo aver profuso sentimenti così eccessivi, che solo attori di questa levatura potevano rendere credibili.

A ciascuno il suo, Elio Petri, 1967 [filmTv101] – 8

Ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è il film che inaugura una formidabile triangolazione fra regista, sceneggiatore e attore: Elio Petri, Ugo Pirro e Gian Maria Volonté.

Un farmacista siciliano, famoso per le sue avventure galanti, riceve una lettera anonima con minacce di morte. Non è la prima volta, il farmacista mostra la lettera ad alcuni amici, le singole lettere sono state ritagliate da un giornale: uno degli amici, il professor Laurana, si accorge che si tratta di ritagli dell’Osservatore Romano. Quando il farmacista e l’amico medico verranno uccisi nel corso di una battuta di caccia, il movente più accreditato sarà il delitto d’onore.

Fotografia di Luigi Kuveiller, musica di Luis Bacalov. Fenomenale, il cast: oltre a Volonté, Gabriele Ferzetti, Irene Papas, Mario Scaccia, Luigi Pistilli, Leopoldo Trieste e Salvo Randone, che appare in una sola scena, dominandola.

Il professore avvia una sua indagine. Lo fa anche con motivazioni personali (si è invaghito di Luisa, la vedova dell’altro assassinato). Sembra trovare sostegno nell’avvocato Rosello, che accetta di difendere alcuni innocenti. Luisa e Rosello sono cugini: al professore, lei confida che lo zio arciprete aveva impedito che si sposassero e costretta al matrimonio con un uomo mai amato.

Presso il padre del medico, un vecchio luminare ormai cieco, ma lucidissimo, il professore recupera il diario nel quale sono annotate varie accuse a carico di Rosello. Purtroppo, il professore è un idealista e non si rivelerà all’altezza del complesso intrigo che vorrebbe scoprire; vive ancora con la madre, è oggetto di battute sgradevoli, arriva solo a sfiorarla, la verità.

A Petri, come a Sciascia, il giallo interessa poco, gli è utile solo per indagare nel retroterra sociale e culturale, nella mentalità mafiosa che annichilisce la Sicilia. Ne deriva una pellicola che da annoverare come un anello di congiunzione fra il neorealismo e il cinema politico degli anni Settanta.

Diabolik 2. Ginko all’attacco!, Manetti bros., 2022 [cine39 – 2.923] – 4

Il primo tentativo non mi era piaciuto, questo ancora meno, ma forse non ho capito niente e fra vent’anni la critica potrà rivalutare questa rilettura vintage del personaggio più emblematico del noir italiano. Nel frattempo, mi sento di ribadire che Luca Marinelli era inadatto e ha fatto bene a sfilarsi, che Giacomo Gianniotti è appena meno ingessato, che Mastandrea avrà qualche mutuo da pagare, che da questa saga solo Miriam Leone esce rafforzata.

A complicare ogni giudizio, è la rigidità del punto di partenza. Chi ha letto centinaia di storie di Diabolik, ha definito una sua voce, un carattere, un mood complessivo: qualsiasi altra scelta suonerà dissonante, con l’aggravante del passaggio da un medium all’altro. Ma davanti a Monica Bellucci nei panni di Altea, l’irritazione impedisce di apprezzare la valenza di certe scelte. Non che quelle dei Manetti siano banali, anzi, del fumetto cercano di trattenere qualche ingrediente (dialoghi da balloon, facce impassibili, voci monocordi), ma il risultato risulta sopraffatto dal diluvio di immagini che il cinema action ha prodotto su figure ambiguamente affascinanti (da James Bond ad Arsenio Lupin, dai tre Fantomas di André Hunebelle allo stesso Diabolik di Mario Bava).

Non sto a sottolineare le incongruenze indigeribili: prima Diabolik non esita a uccidere un anonimo poliziotto lanciandogli una lama nella schiena, poi sceglie di tramortire con il manico del coltello la giovane poliziotta occhialuta che stava per arrestarlo. Plot prevedibilissimo, ma in sé questo non sarebbe negativo: lo diventa se, nonostante il 90% del pubblico l’abbia già capito, la regia abusa del flashback per ricapitolare i sottintesi a quel 10% che, forse, si era distratto un attimo sullo smartphone (ma anche questi insopportabili scriteriati, come potranno credere che Eva possa tradire il suo grande amore?).

Non male la canzone di Diodato e in generale la colonna sonora, a metà fra i Goblin e certo progressive inglese dei primi Settanta.

I vivi e i morti [House of Usher], Roger Corman, 1960 [filmTv122] – 8

Comincio dai quattro fenomenali doppiatori: Emilio Cigoli è Roderick Usher (cioè Vincent Price), Pino Locchi è Philip Winthrop (il debuttante Mark Damon), Rosetta Calavetta è Madeline Usher (Myrna Fahey) e Amilcare Pettinelli interpreta il maggiordomo Bristol (Harry Ellerbe). Sono gli unici attori di questa tragedia, tutta concentrata su un castello maledetto, avvolto in nebbie fetide e destinato a enfatizzare paure ancestrali.

L’avvio è fulminante: a cavallo, senza curarsi dell’atmosfera spettrale dei boschi che attraversa, Philip Winthrop arriva alla dimora della famiglia Usher: intende prendere in sposa Madeline, conosciuta a Boston. Ma il fratello maggiore, Roderick, cerca di ostacolarlo, prima con oscure allusioni, poi con racconti su come la casata degli Usher sia maledetta – alcuni ritratti deformi, e poi un incubo, danno vita a questa dinastia di ladri, assassini, prostitute e pervertiti… Inutilmente, il bostoniano cercherà di introdurre un po’ di razionalità in quell’ambiente claustrofobico.

The Fall of the House of Usher è un racconto di Edgar Allan Poe pubblicato nel 1839. Narrato in prima persona, del protagonista non si specificano né il nome né l’età. Già nel 1928, Jean Epstein, con la collaborazione del giovanissimo Luis Buñuel, ne aveva ricavato una pellicola orrorifica.

Fu il primo film “gotico” che Corman ricavò dalle opere di Poe, quasi sempre affidato all’interpretazione di Price; è noto che la factory di Corman lavorava con pochi soldi, ma sapeva costruire atmosfere. Ad aiutarlo è uno sceneggiatore d’eccezione, Richard Matheson, lo scrittore di Duel, Io sono leggenda, e di episodi di Alfred Hitchcock’s Presents e Ai confini della realtà. Non meno rilevante è il contributo artistico di Floyd Crosby, con i suoi effetti visivi, e delle scenografie barocche di Daniel Haller. Fu tale il successo che Corman ne fece derivare una serie di otto pellicole, tratte da Poe e prodotte dalla American International Pictures.

Jean-Marie Straub (1933-2022)

Tanti anni fa, quando il Lumière stava in via Pietralata, vidi Non riconciliati e Cronaca di Anna Magdalena Bach.

Di Straub, Marco Giusti ha proposto un ritratto affettuoso ed esemplare.

The Old Guard, Gina Prince-Bythewood, 2020 [filmTv118] – 7

Conosco Greg Rucka, non questo fumetto che ha ispirato il film, anzi avviato una serie (sono iniziate le riprese per il secondo capitolo). Rucka è lo scrittore della storia a fumetti, Leandro Fernandez il disegnatore, Image Comics la casa editrice.

Charlize Theron, KiKi Layne, Matthias Schoenaerts, Luca Marinelli, Marwan Kenzari e Chiwetel Ejiofor gli attori principali, un gruppo di mercenari “buoni”, che scopriremo essere immortali. O quasi.

Come Wolverine, hanno il potere di guarire da qualsiasi ferita. Non invecchiano, restano all’età in cui hanno scoperto i loro superpoteri. Raddrizzano torti e sono alla ricerca di altri come loro, grazie a una connessione onirico-psichica. Il loro capo è Andy (Andromaca di Scizia) e così a quarantacinque anni, sempre bellissima e senza un grammo di troppo, Theron rinnova le esibizioni action di Mad Max Fury Road, Æon Flux, Atomica bionda. Fuggito da Diabolik, Marinelli interpreta Nicky (Niccoló di Genova), omosessuale guerriero ai tempi delle Crociate, e il manipolo sintetizza il politicamente corretto grazie a un arabo e una nera (giovane marine di stanza in Afghanistan).

Il gruppo accetta la missione suggerita da un ex agente della CIA – liberare delle bambine rapite in Sud Sudan – e scopre trattarsi di una trappola: il loro dna con potere rigenerante rappresenta una formidabile attrazione per una multinazionale farmaceutica. All’ultima arrivata, ribelle come si conviene, viene raccontato ciò che la aspetta e la tragica sorte della prima compagna di Andy, quella Quynh che venne processata come strega e gettata in mare in una bara di ferro: annega all’infinito, senza poter morire, sul fondo dell’oceano…

Dal Monolito di 2001 a Superman quando decide di restare invisibile, ecco una classica trama inseribile nella dimensione What If…, quella che riscrive la storia ufficiale immaginando attori sovrumani in grado di stimolare il progresso, mantenendo celata la propria esistenza.

Chloe. Tra seduzione e inganno [Chloe], Atom Egoyan, 2009 [filmTv117] – 6

Ho molto apprezzato Egoyan, fin dal primo film che vidi, Exotica (1994), con la splendida Mia Kirshner. Anche Il dolce domani (1997) è un film notevole, Il viaggio di Felicia (1999) e False verità (2005) sono interessanti, un po’ meno Devil’s Knot (2013).

Armeno naturalizzato canadese, Egoyan ha spesso cercato di mettere in scena l’ambiguità, ciò che l’essere umano preferisce nascondere dietro una facciata di rispettabilità. Appare chiaro come questo autore non si lasci ingannare dalla patina di eleganza e buone maniere esibita dalla borghesia – persino quella più intellettuale, come la coppia di protagonisti di Chloe, una ginecologa e un professore universitario. Dietro le apparenze, può celarsi “l’inganno”, uno dei due termini aggiunti al titolo italiano.

Quello fra Julianne Moore, Liam Neeson e Amanda Seyfried non è il classico triangolo moglie, marito, amante. Anzi, è Catherine (la moglie) a far conoscere Chloe (giovane prostituta) al marito David, per scoprire se la tradisce.

Quella fra Catherine e David sembra una coppia di quarantacinquenni felici o, meglio, appagati, nonostante i rapporti tesi con il figlio adolescente. Sentendosi respinta sul piano sessuale, Catherine immagina che David la tradisca con qualche studentessa, perciò paga Chloe affinché provi a sedurre David, misurandone la fedeltà. E così la moglie costruisce un segreto, il marito ne nasconde un altro, e Chloe sta nel mezzo. Con due complicazioni impreviste: l’attrazione che Chloe prova verso Catherine (il segreto più indicibile) e la conseguente vendetta della ragazza respinta, che decide di sedurre il figlio della coppia.

Affidata al fedelissimo Paul Sarossy, la fotografia ci immerge in una Toronto piovosa e luminosa. Finale sbrigativo, tranciante e immotivato. Forse sarebbe stato diverso, se Neeson non avesse abbandonato il set per l’improvvisa morte della vera moglie – l’attrice Natasha Richardson – in un incidente sugli sci.

3975, mi ricordo

Mi ricordo che il primo Diabolik non mi era piaciuto, ma il secondo è così brutto, che verrebbe voglia di difenderlo.

Schegge di paura [Primal Fear], Gregory Hoblit, 1996 [filmTv121] – 6

Lo vidi al cinema, mi lasciò freddo; rivisto, non ho cambiato opinione. Eppure, oggi so che vi prendono parte attori più bravi di quanto li considerassi allora. Non Richard Gere: i pochi film in cui l’ho trovato convincente erano già passati. Laura Linney l’avrei poi apprezzata nel Truman Show e in Ozark, Maura Tierney in E.R., di Frances McDormand basti citare i tre Oscar (Fargo, Tre manifesti a Ebbing, Nomadland). Esordiva Edward Norton, sembrò la versione moderna dell’Anthony Perkins di Psyco: avrei scommesso su una carriera straordinaria, lo ricordo per Hulk, Fight Club e i film di Wes Anderson.

Da un romanzo di William Diehl, è un legal thriller imperniato sulla relazione fra due personaggi: un giovane che tutti gli spettatori sperano sia innocente, e un brizzolato avvocato senza scrupoli (il cliente non ha soldi, ma il caso è così clamoroso che potrà guadagnarci comunque). L’ambiguità dell’avvocato è aggravata dal fatto che il pubblico ministero è la donna con cui ha avuto una relazione finita male. Fra i due, l’attrazione non è risolta, ma i rispettivi ruoli non aiutano.

Su un orfano balbuziente, che soffre di brevi perdite di memoria, cade l’accusa di aver ucciso l’arcivescovo di Chicago con settantotto coltellate… Si scoprirà che il giovane, insieme a un paio di coetanei, era costretto a esibirsi in filmetti porno girati dall’alto prelato, il quale, oltretutto, gestiva tanti dollari tramite una fondazione interessata a certe, lucrose speculazioni immobiliari.

L’avvocato sottopone Aaron, il colpevole designato, a sedute psichiatriche (in questo ruolo compare Frances McDormand): Aaron pare soffrire di uno sdoppiamento di personalità, all’improvviso diventa aggressivo e si fa chiamare Roy. Purtroppo, la strategia difensiva aveva escluso di avvalersi dell’infermità mentale. Serve un’idea, un colpo di teatro, pur di vincere l’avvocato farebbe qualsiasi cosa…

A cantare il motivo musicale del film (Canção do mar) è la portoghese Dulce Pontes: il nesso mi sfugge.

La fortezza nascosta [Kakushi-toride no san-akunin], Akira Kurosawa, 1956 [filmTv115] – 8

Se Sergio Leone l’ha visto, è tutto chiaro; altrimenti, risulta stupefacente l’affinità estetica, ben prima che tematica, fra uno di Roma e uno di Tokyo (e anche un californiano come George Lucas, che ammise di essere stato largamente influenzato da questa pellicola per Guerre Stellari).

Onore e disonore. Coerenza, sacrificio, dignità, oppure opportunismo, codardia e avidità: a questi temi universali, Kurosawa impone un’impronta inconfondibile, nella quale spicca l’alternanza fra scene statiche, di statuaria immobilità, e altre di stupefacente dinamismo (il combattimento sui cavalli al galoppo, l’avanzata dei ribelli contro un esercito in ritirata, il duello dei samurai con le lance).

Nel Giappone feudale, una guerra civile è appena terminata, lasciando lutti e rovine, nonché confini insormontabili fra le terre dei vari signori. Fra gli sconfitti, il generale Rokurota Makabe: il suo signore è stato ucciso, e Makabe cerca di mettere in salvo Yuki, la sedicenne principessa erede al trono, insieme al tesoro che dovrà finanziare la rivincita (quintali d’oro in sbarre, camuffati dentro fascine di legna).

Il film si apre con Tahei e Matakishi, due scalcagnati reduci, litigiosi e un po’ cialtroni, che cercano in ogni modo di tornare nella loro patria; fuggendo attraverso le montagne, incontrano un misterioso samurai, che si rivelerà essere il capo dell’esercito sconfitto; costui saprà far leva sull’avidità e l’ingenuità dei due, per ottenerne l’aiuto nel trasportare l’oro e salvare la principessa, travestita da umile contadina.

Jidai-geki (dramma storico) è la categoria in cui collocare questo film: l’epica convive con il grottesco della tradizione picaresca (il teatro kabuki), le continue oscillazioni psicologiche di Tahei e Matakishi innescano momenti comici.

Toshirō Mifune interpreta il coraggioso generale, Misa Uehara è la principessa Yuki.

Excalibur, John Boorman, 1981 [filmTv114] – 8

Da La morte di Artù, di Thomas Malory, rimaneggiato da Rospo Pallenberg, rinnova il ciclo cavalleresco arturiano. Musiche enfatiche di Trevor Jones, con inserimento dei Carmina Burana di Orff e di un po’ di Wagner, che nel fantasy non guasta mai. Fotografia luminescente di Alex Thomson (nomination all’Oscar), con dominanti in verde, oro e argento, per un Medioevo celtico che all’epoca trovai molto emozionante. Del fantasy conoscevo ben poco.

Girato in Irlanda, il film è solenne, visivamente ancora potente, persino visionario, ma dialoghi e psicologie – stavolta – mi sono parsi un po’ banali.

La grande qualità del cast, invece, emerge con il senno del poi: Helen Mirren è Morgana, Nicol Williamson è Merlino, Nigel Terry è Artù, Nicholas Clay e Cherie Lunghi sono Lancillotto e Ginevra, Ciarán Hinds è Lot, Paul Geoffrey è Parsifal, appaiono anche Liam Neeson, Patrick Stewart e Gabriel Byrne.

Malory e Pallenberg propongono una vibrante rivisitazione della leggenda di Re Artù, offrendo al soprannaturale (“la Magia del Fare”) non meno spazio che all’afflato religioso (il Santo Graal). Ipnotica la formula che Morgana strappa a Merlino: “Anal nathrakh, urth vas bethud, dokhjel djenve”.

Excalibur è la spada indistruttibile, che sancisce il diritto a dirsi re. Ma Artù, che pure è dotato di tanto coraggio, è pur sempre nato dalla lussuria e dall’inganno (il padre, Uther Pendragon, grazie a Merlino, si finse il marito della bella duchessa) e quella seduzione capziosa non potrà che incubare tranelli e vendette. Dopo il duello con Lancillotto, Artù “inventa” Camelot e la tavola rotonda, ma la pace si rivelerà un miraggio, l’amore fra Ginevra e Lancillotto si fa incontenibile, il trono si indebolisce, sarà Parsifal a completare l’estenuante ricerca e a rigenerare Artù, che dovrà battersi con il crudele Mordred, figlio di Morgana, sorellastra del re. È ad Avalon che va a chiudersi l’Era Pagana, quella degli Incantesimi e degli Eroi.