22.11.63, Jackie, Bobby e JFK

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1944, mi ricordo

Mi ricordo l’improvviso quanto tardivo innamoramento cinematografico per il musical.

Il padre d’Italia [id.] – Fabio Mollo, 2017 [cine17] – 6

Mi è stato difficile dare un voto a questo film, ma mi sento di consigliarlo nonostante i difetti. In fondo, il “6” è la classica media fra aspetti positivi – magnifica interpretazione di Luca Marinelli, un po’ sopra le righe ma efficace anche Isabella Ragonese – e aspetti negativi – uno stile “stiloso”, troppo compiaciuto nell’esibire ralenty, sfocature, inquadrature sghembe, punti di vista eccentrici, luci stroboscopiche…

La storia è potente, l’intenzione politica condivisibile, peccato vengano inghiottite da linguaggi sovraccarichi. La situazione non è nuova: due anime alla deriva si incrociano per caso e riescono a procurarsi un po’ di voglia di vivere. La struttura della trama è abusata: un lungo viaggio verso sud, fin dove la penisola finisce, ma senza la grazia dell’Amelio del «Ladro di bambini». I protagonisti sono Paolo, torinese, trentenne e omosessuale, appena uscito da una lunga relazione, e Mia (o Mimma), calabrese, più o meno coetanea, incinta al sesto-settimo mese, senza che le importi più di tanto chi sia il padre.

Per puro senso del dovere, Paolo cerca di aiutare Mia, ma si lascia travolgere da questa ennesima versione della Melanie Griffith inventata trent’anni fa da Demme. La ragazza, però, riesce a sottrarre Paolo dall’autolesionismo in cui sta compiacendosi, gli offre un obiettivo, un senso. Ed entrambi amano le vecchie canzoni di Loredana Berté… Paolo sogna la madre che lo lasciò in orfanotrofio, e ha talmente “fame” di famiglia da immaginarsela insieme a Mia e alla bambina, Italia. Non arriva a cogliere l’irresistibile pulsione a fuggire della ragazza madre, ma ne accetta l’ultimo regalo.

La bravura di Marinelli è impressionante: dopo «Tutti i santi giorni» e «Jeeg Robot» si conferma come l’interprete più versatile e ombroso della sua generazione.

I crimini contro l’umanità si arricchiscono di una nuova efferatezza: applicare photoshop a Claudia Cardinale

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Dawson City [Dawson City. Frozen Time] – Bill Morrison 2016 [cine16] – 9

Atto d’amore verso il cinema e documento inedito su un pezzo fondamentale della storia americana: Dawson City non è niente di meno.

È un documentario come non ne avevo mai visti. E già questa classificazione mi sembra restrittiva, perché è un film che scava negli strati più profondi di una memoria dimenticata, rievoca opere di cui non conoscevo l’esistenza e mostra la storia di un luogo topico del Sogno Americano e della sua epica: il Klondike della Gold Rush (brandelli di Chaplin conferiscono alla trama il potere di apparire più vera del vero).

Nel 1978, a Dawson City, Alaska, avviene una casuale, fenomenale scoperta. Scavando sotto un edificio, le ruspe trovano centinaia di film dell’epoca del muto, conservate nel ghiaccio. Sono pellicole in nitrato, bruciano come niente, e sono le ultime sopravvissute di migliaia di bobine arrivate a Dawson City dai primi anni Dieci per essere proiettate nelle due sale della cittadina (il DAAA Theater e l’Orpheum Theater) all’estremo confine nord del mondo, vicino al Circolo Polare Artico. Per i distributori, infatti, era troppo costoso rientrare in possesso delle bobine, e la loro “corsa” finiva lì: nella gran parte dei casi distrutte, gettate nello Yukon come i rifiuti.

Ma Dawson City è anche un pezzo di storia dai risvolti sorprendenti. Una cittadina di poche decine di abitanti arriva a quarantamila fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e due terzi dei cercatori d’oro dovettero fare marcia indietro (molti morirono). Da lì, in un decennio, passarono i romanzieri Jack London e Robert Service, Fred Trump, Sid Grauman, Tex Rickard, Klondike Kate, Alexander Pantages, Fatty Arbuckle, I fratelli Daniel e Solomon Guggenheim, William Desmond Taylor, il grande fotografo Eric Hegg. Scopriamo che il nonno dell’attuale presidente degli Stati Uniti pose le basi delle fortune di famiglia allestendo un bordello destinato ai cercatori d’oro. La “corsa” fu rapida e violenta, finì di colpo e Dawson City tornò a essere una città fantasma.

La scoperta dell’oro a Dawson City avviene nel 1898, pressoché contemporanea alla diffusione del cinematografo. È da questo parallelo pionieristico che il film ricava la sua grazia, esaltata dal silenzio (niente voce off) e dalle musiche di Alex Somers, legato alla band islandese dei Sigùr Ros.

Non solo baci (a cura di Robert Marich)

Con un titolo così, mi aspettavo altro: di baci ce ne sono pochi, pochissimi. Ci sono sguardi, sorrisi, gesti d’affetto e di corteggiamento.
Il volume propone una selezione di 55 film, temporalmente collocati fra il 1932 di fra Luci della città (l’unico muto) e il 2009 di Avatar. E se i testi non offrono particolari spunti, è il buon repertorio fotografico a giustificare i 10 euro spesi su una bancarella dei remainders.

Ci sono 7 film di animazione: Cenerentola, Lilli e il Vagabondo, La bella addormentata nel bosco, La bella e la bestia, Aladdin, Pocahontas, Shrek.
Ci sono 6 film oggettivamente dimenticabili: Coco avant Chanel, King Kong (Peter Jackson), Una lunga domenica di passioni, 50 volte il primo bacio, Tutto può succedere, Il mio grosso grasso matrimonio greco.
Ci sono 8 blockbuster di qualità discutibile, imperniati su sex symbol: Vento di passioni, Twilight, Insonnia d’amore, Pretty Woman, Ufficiale e gentiluomo, Ghost, Il paziente inglese, Shakespeare in Love.

Ci sono una dozzina di titoli imprescindibili se si parla di romanticismo: Via col vento, Casablanca, Vacanze romane, L’amore è una cosa meravigliosa, Un amore splendido, Il dottor Zivago, A piedi nudi nel parco, Love Story, Un uomo una donna, La mia Africa, I ponti di Madison County, Titanic.
Ci sono 10 capolavori della commedia sofisticata: Accadde una notte, Ninotchka, La regina d’Africa, Un uomo tranquillo, Sabrina, Ieri oggi e domani (De Sica), Romeo e Giulietta (Zeffirelli), Camera con vista, Io e Annie, Come eravamo.

E poi ci sono 10 titoli scelti in base a chissà quale criterio: Anna Karenina (anziché Il bacio – da cui è preso il fotogramma), Alta società (anziché Caccia al ladro), My Fair Lady (anziché Robin e Marian), Gangster Story, Sul lago dorato, Ladyhawke, Stregata dalla Luna, Mamma mia!, Harry ti presento Sally, Fermata d’autobus (anziché Niagara).

Per motivi insondabili, il volume contiene anche grandi foto in bianco e nero tratte da Sangue e arena (Valentino nel 1922) e La donna dell’anno (Hepburn e Tracy nel 1942).
Oltre ai due titoli italiani, ce ne sono 3 inglesi (Lean, Ivory e Lloyd) e 3 francesi (Lelouch, Jeunet e Fontaine).
Le donne regista sono appena 5: Nora Ephron, Nancy Meyers, Phyllida lloyd, Catherine Hardwicke e Anne Fontaine.
Gli attori più presenti, con 3 interpretazioni, sono Bogey e Audrey, Redford e Streep.

Il diritto di contare [Hidden Figures] – Theodore Melfi 2016 [cine14] – 8

Gli americani sanno ancora come farli, i film edificanti. E gli italiani sanno ancora come storpiare i titoli originali.
Siamo nei primi anni Sessanta, nell’oscurantista Virginia che si oppone alle leggi federali contro la segregazione razziale. E siamo negli anni della corsa allo spazio, quando i sovietici – prima lo Sputnik, poi la cagnetta Laika, infine Yuri Gagarin – infliggono durissime sconfitte simboliche alla NASA. L’aria è carica di anticomunismo, anche i bianchi razzisti possono tollerare il fatto che donne afroamericane collaborino al programma spaziale, purché questo serva a battere “i rossi”.

Il film racconta la storia di una geniale matematica afroamericana, Katherine Johnson, che scalò le gerarchie maschiliste e razziste all’interno della NASA, e si rivelò fondamentale per tracciare le traiettorie per il Programma Mercury e il volo orbitale di John Glen. Accanto a lei – nel film Taraji P. Henson – altre due donne nere – Octavia Spencer, Janelle Monáe – altrettanto fenomenali (gli americani adorano il successo); nel lato wasp del cast spiccano Kevin Costner, Kirsten Dunst, Glen Powell e Jim Parsons.
Con incarichi diversi, le tre afroamericane lavorano nel campus aereospaziale della NASA a Langley, Virginia, e il film postula che siano state le loro capacità, abbinate a un incomprimibile desiderio di riscatto, a risultare determinanti nel recuperare il ritardo e a sorpassare l’Urss nella corsa allo spazio. Persino nella programmazione dei primi, giganteschi computer IBM, queste donne si rivelano determinanti.

Essendo un film edificante, l’oppressione razziale e le sanguinose battaglie per il riconoscimento dei diritti civili restano sullo sfondo (in tv) o sono risolte in situazioni quasi comiche (il lungo percorso per andare al bagno, il bricco del caffè distinto da quello dei bianchi, l’impossibilità di seguire le lezioni universitarie diurne), ma siamo all’interno di un contesto eccezionale, fatto di plurilaureati con il massimo dei voti. Anche fra loro, tuttavia, il pregiudizio è una seconda pelle, e lo testimoniano le ottime interpretazioni di Parsons e Dunst, costretti loro malgrado a riconoscere una parità intellettuale (o peggio) a donne fino ad allora maltrattate.

Resta il fascino ineffabile del calcolo matematico, visualizzato tramite il gessetto bianco che svolazza sulla grande lavagna. Sono scene già viste e riviste («Will Hunting», «A Beautiful Mind», «The Imitation Game», «La teoria del tutto») eppure sprigionano una sconcertante meraviglia.

Beata ignoranza [id.] – Massimiliano Bruno, 2017 [cine12] – 5

Cosa funziona? Dopo «Tutta colpa di Freud» e «Se Dio vuole», la coppia formata da Marco Giallini e Alessandro Gassmann ha ormai acquisto tempi comici semiautomatici.
Cosa non funziona? Lo spunto di partenza viene spremuto in mezzora, il resto del film si trascina in situazioni di scarso interesse o sproporzionatamente drammatiche.

Ernesto e Filippo si trovano a insegnare nello stesso liceo. Sono diversi, come solo le macchiette sanno esserlo. Ma in passato hanno amato la stessa donna (Carolina Crescentini), lei ha sposato il primo ma l’ha tradito con il secondo, ed è nata una bambina, Nina (Teresa Romagnoli), che adesso ha venticinque anni, è incinta e torna a bussare alla porta dei due “padri”.
Ernesto è il classico insegnante all’antica, che legge libri ad alta voce, Filippo è il classico seduttore seriale, che impazzisce nei social. La figlia pretende di realizzare un film invertendo queste polarità: Ernesto dovrà entrare nel web, Filippo dovrà farne a meno. Ovviamente, Ernesto e Filippo si disprezzano, dopo essere stati amici fraterni. E ovviamente dovranno fare i conti con una responsabilità di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

Dalla nuova esperienza scaturiscono un po’ di spunti comici – si può confondere Beckett con Becker? – , sia Ernesto che Filippo scopriranno qualcosa di sé, il primo comincerà a corteggiare una giovane e disinibita collega (Valeria Bilello), per poi scoprire che ha già avuto una breve relazione con l’altro. E anche su chi sia il vero padre del bambino che Nina porta in pancia, si capisce che c’è qualcosa che non torna… Spesso si assapora la sensazione del già visto, l’ambiente scolastico è descritto con approssimazione (preside e bidello, una classe di sempliciotti), e quando Giallini va a parlare con la tomba della moglie sembra di precipitare nei sogni di Rocco Schiavone.

Revolution [Revolution. New Art for a New World] – Margy Kinmonth, 2016 [cine13] – 5

In meno di novanta minuti, questo documentario “evento” – nei cinema solo ieri e oggi – aspira a descrivere il rapporto fra le avanguardie artistiche e la Rivoluzione d’Ottobre, “la Nuova Arte per un Mondo Nuovo”. Al di là di ogni valutazione politica, a me pare un tentativo deludente.

Margy Kinmonth lavora alla BBC e in passato ha realizzato un apprezzato documentario sull’Ermitage. Deve godere di ottime relazioni con le autorità istituzionali che gestiscono l’arte nella Russia di Putin, perché le vengono aperte porte e archivi, e ciò le consente di mostrare opere pressoché sconosciute in Occidente. Intervista nipoti di artisti degli anni Dieci e Venti, narra le vicende biografiche, spesso tragiche, di Malevic, Ejsenstejn, Chagall, Kandinskij, Klutsis, Vertov, Mejerhold, Rodcenko, Konchalovskji… inserisce immagini di repertorio su Lenin e Stalin, abusa della voce fuori campo, dimentica Majakovskji, Esenin, El Lissitskij, Dovzenko, Tatlin, i musicisti e tanti altri.
Soprattutto, il film non riesce a spiegare perché una generazione irripetibile di artisti – in gran parte appena ventenni – che si esprimevano in tanti linguaggi diversi, si gettò a corpo morto nel processo rivoluzionario, pienamente consapevole di essere “strumentalizzata”, ma desiderosa di impegnare l’arte nella la distruzione del passato e nell’edificazione dell’uomo nuovo. Altrove, costoro avrebbero solo cercato di fare montagne di dollari e comprarsi ville sulle colline di Hollywood. Fu un periodo sconvolgente, che si riverberò sull’arte di tutto il mondo. Poi, certo, vennero le deportazioni e i suicidi, la brutale chiusura di una stagione magica, la repressione in nome del “realismo socialista”.

Alla regista va riconosciuto il merito di proporre una spettacolare lezione di storia dell’arte, soffermandosi, in particolare, sulla pittura e sui passaggi dal Costruttivismo al Suprematismo, all’Astrattismo. Fra le tante cose che non conoscevo, certe foto di Rodcenko e l’opera di Gustav Klutsis, lettone, creatore dei primi fotomontaggi.

Western, il meglio per gli americani. E per voi?

Sono stato esattamente sul punto in cui stanno i due a cavallo: era l’estate del 1995, e non potevo evitare di girare una lenta, epica panoramica con la videocamera… Undici anni dopo, l’American Film Institute ha raccolto le segnalazioni sui 100 migliori western nella storia del cinema.

I film americani non coincidono con il meglio di questo genere, basti pensare a Sergio Leone, ma qui sotto vedete i primi 10 secondo i votanti dell’AFI. Si può discutere l’ordine, ma penso che tutti e 10 meritino di stare fra i primi 20.
A chi commenta, chiedo di indicare i suoi 3 western preferiti.

1. Sentieri selvaggi (The Searchers), John Ford (1956)
2. Mezzogiorno di fuoco (High Noon), Fred Zinnemann (1952)
3. Il cavaliere della valle solitaria (Shane), George Stevens (1953)
4. Gli spietati (Unforgiven), Clint Eastwood (1992)
5. Il fiume rosso (Red River), Howard Hawks (1948)
6. Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch), Sam Peckinpah (1969)
7. Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid), George Roy Hill (1969)
8. I compari (McCabe and Mrs. Miller), Robert Altman (1971)
9. Ombre rosse (Stagecoach), John Ford (1939)
10. Cat Ballou, Elliot Silverstein (1965)

La legge della notte [Live by Night] – Ben Affleck, 2016 [cine11] – 5

Scritto, diretto, prodotto e interpretato da Ben Affleck, adattando l’omonimo romanzo di Dennis Lehane («Mystic River», «Shutter Island»), coinvolto come produttore esecutivo, insieme a Leo DiCaprio.

È un film di clichées, nel genere gangster-movie li rispetta tutti, senza un solo guizzo di originalità; ne deriva uno spettacolo frenetico eppure noioso, pieno di sparatorie e ammazzamenti, appiattito da una voce fuori campo (quella del protagonista), che prende per mano il pubblico e scommette sul fatto che tutti abbiano, più o meno, otto anni.

Ambientato negli anni del Proibizionismo, il film segue le tracce di Joe Coughlin, reduce dal fronte francese nella Prima guerra mondiale, e deciso a non ubbidire mai più a un ordine. Figlio di un capitano di polizia di Boston, Joe prende la strada del fuorilegge (ma non è un gangster, o almeno così se la racconta). Per rendere la vita più pericolosa, si innamora della bionda amante (Sienna Miller) del boss più sanguinario. Finisce in galera, se la cava a buon mercato, e all’uscita, riprende da dove aveva lasciato, divenendo il plenipotenziario del tipico mafioso italiano (Remo Girone). In Florida, si innamora di Zoe Saldana e fa soldi a palate trafficando rhum. Joe sa che il Proibizionismo finirà, e ben prima di Bugsy Siegel (Beatty) e Michael Corleone (Pacino) intuisce che il futuro è nel gioco d’azzardo.

Nausea da eccesso di sapori: la guerra fra mafia irlandese e italiane, il Ku Klux Klan, l’ossessione religiosa, l’onore e la vendetta, il dolore e la redenzione… Giustamente stroncato dalla critica, il film mi conferma che fu un’ubriacatura patriottica ad assegnare tanti Oscar a «Argo».
Patinate dalla mano di Robert Richardson (tre Oscar: «JFK», «The Aviator», «Hugo Cabret»), tante, belle immagini si srotolano verso il finale più prevedibile. Vi affogano ottimi attori come Chris Cooper, Elle Fanning e Brendan Gleeson. Quanto a lui, il factotum Affleck, fa ripensare alle due espressioni che un tempo vennero attribuite a Clint: con o senza il cappello.

Film di sport, in risposta ai 48 commenti

Premessa: l’AFI ha chiesto di scegliere solo fra i film americani, dunque assenze come Momenti di gloria (Hugh Hudson), Il maledetto United (Tom Hooper), Best (Mary MacGuckian) e Senna (Asif Kapadia) vanno perdonate. Altre no.

Dei 10 titoli scelti dagli americani, ne confermerei appena 4: Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980), L’idolo delle folle (Sam Wood, 1942), All American Boys (Peter Yates, 1979), Rocky (John G. Avildsen, 1976).

Anche se ho giocato a biliardo fino a sei ore al giorno e mi sono immedesimato in Eddie Felson, trovo assurdo l’inserimento dello Spaccone di Rossen, seppure certe partite interminabili abbiano qualcosa della performance sportiva. Di Rossen, merita di stare nei 10 Anima e corpo (1947: John Garfield e Lana Turner, e il sottobosco criminale della boxe). Quanto a Newman, il film sportivo che meglio lo rappresenta è quello in cui interpreta Rocky Graziano (Lassù qualcuno mi ama, Robert Wise, 1956). E nei miei 10 non può mancare almeno uno di questi due film di John Huston (Città amara, 1972, e Fuga per la vittoria, 1981). Completerei la mia decina con Otto uomini fuori (John Sayles, 1988), Il colosso d’argilla (Mark Robson, 1956) e Quella sporca ultima meta (Robert Aldrich, 1974).

Della classifica ufficiale di AFI, trovo meritevoli di segnalazione Jerry Maguire (forse il miglior Tom Cruise) e Colpo vincente (David Anspaugh, 1986, sul basket universitario negli anni Cinquanta), mentre non trovo giustificazioni alla presenza di Palla da golf (Harold Ramis, 1980), il melensissimo Gran Premio (Clarence Brown, 1944) e la commediola fintamente pruriginosa di Bull Durham. Un gioco a tre mani (Ron Shelton, 1988).

Dopo il 2008 – anno del sondaggio AFI – sono usciti ottimi film come The Fighter (David O. Russell dirige Christian Bale e Mark Wahlberg), L’arte di vincere (Bennett Miller, con Brad Pitt), Invictus (Clint Eastwood, con Matt Damon), Di nuovo in gioco (Robert Lorenz, con Clint solo attore), Rush (Ron Howard), Zona d’ombra (Peter Landesman), mentre trovo siano occasioni perse i due film sulle massime leggende sportive afroamericane, “42” (Brian Helgeland su Jackie Robinson, e Race (Stephen Hopkins su Jesse Owens). Andò così, cioè male, anche sessant’anni fa quando il regista di Casablanca (Michael Curtiz) coinvolse Burt Lancaster nell’epopea dell’immenso Jim Thorpe, e partorì il mediocre Pelle di rame.

Almeno un’altra dozzina di titoli statunitensi mi sembrano di alto livello: Ragazze vincenti (Penny Marshall), Cinderella Man (Ron Howard), He Hot Game (Spike Lee), L’uomo dei sogni (Phil Alden Robinson), Glory Road (James Gartner), Colpo secco (George Roy Hill), Rollerball (Norman Jewinson), Tin Cup (Ron Shelton), Space Jam (Joe Pytka, con M.J. e i cartoni animati), Il sapore della vittoria (Boaz Yakin), Alì (Michael Mann), Stasera ho vinto anch’io (Robert Wise), Un attimo, una vita (Sydney Pollack dirige Al Pacino e Marthe Keller nel mondo dell’automobilismo), Il sentiero della gloria (Raoul Walsh con Errol Flynn, su “Gentleman Jim” Corbett).

Con tutta evidenza, baseball e boxe sono gli sport più cinematografici. L’eccezione di Huston non cambia l’essenziale: gli americani non sanno mostrare il calcio, al cinema. Molto meglio gli inglesi e persino gli italiani. Tre amare commedie si staccano dal resto: Il presidente del Borgorosso Football Club (Luigi Filippo D’Amico), Ultimo minuto (Pupi Avati) e L’uomo in più (Paolo Sorrentino).

Film di sport, è questo il meglio?

Nel 2008, l’American Film Institute (AFI) ha compiuto un sondaggio fra gli addetti ai lavori per individuare i dieci migliori film statunitensi in vari generi, fra cui lo sport.

1. Toro scatenato (Raging Bull), Martin Scorsese (1980)
2. Rocky, John G. Avildsen (1976)
3. L’idolo delle folle (The Pride of the Yankees), Sam Wood (1942)
4. Colpo vincente (Hoosiers), David Anspaugh (1986)
5. Bull Durham. Un gioco a tre mani (Bull Durham), Ron Shelton (1988)
6. Lo spaccone (The Hustler), Robert Rossen (1961)
7. Palla da golf (Caddyshack), Harold Ramis (1980)
8. All American Boys (Breaking Away), Peter Yates (1979)
9. Gran Premio (National Velvet), Clarence Brown (1944)
10. Jerry Maguire, Cameron Crowe (1996)

Ci sono alcune assenze che gridano vendetta… A chi commenta, chiedo di indicare uno o più titoli che non fanno parte di questo elenco.