Quasi tutto Nick Hornby, sulla pagina e al cinema (17 + 6)

Di nessuno scrittore contemporaneo, ho letto altrettanto. Avevo bisogno di “sistemare” un po’ di post sparsi su Nick Hornby, romanziere da me molto amato, sempre più impegnato in ambito cinematografico.

Perciò ho ripreso appunti su libri letti anni fa; fino all’ultimo, cioè il primo che pubblicò, quel romanzo sul calcio che mi fece appassionare alla scrittura di Hornby, con quel genere di ironia e di riferimenti pop, che credo congeniale ai nati verso la fine degli anni Cinquanta (lui è dell’aprile del ’57).

  1. Febbre a 90°
  2. Alta fedeltà
  3. Un ragazzo
  4. Come diventare buoni
  5. 31 canzoni
  6. Il mio anno preferito
  7. Non buttiamoci giù
  8. È nata una star?
  9. Una vita da lettore
  10. Tutto per una ragazza
  11. An Education
  12. Shakespeare scriveva per soldi
  13. Tutta un’altra musica
  14. Sono tutte storie
  15. Tutti mi danno del bastardo
  16. Funny Girl
  17. Lo stato dell’unione. Scene da un matrimonio

Al Cinema

  1. Febbre a 90°, di David Evans
  2. Alta fedeltà, di Stephen Frears
  3. About a Boy, di Paul e Chris Weitz
  4. An Education, di Lone Scherfigy
  5. Brooklyn, di Jim Crowley
  6. Juliet, Naked, di Jesse Peretz

Bruno Bozzetto a Cremona

La notizia è che è stata prorogata fino al 9 febbraio a Cremona, la doppia mostra allestita nel Centro culturale Santa Maria della Pietà: la prima mostra ha per titolo “Super”, ed è la XV edizione della Mostra internazionale di illustratori, organizzata dall’Associazione Tapirulan; la seconda è dedicata all’opera del più straordinario cineasta d’animazione italiano, Bruno Bozzetto.

In questa edizione, il concorso internazionale ha coinvolto 804 partecipanti, invitati a declinare il tema “Super”, in ogni possibile accezione; in mostra ci sono le 48 opere selezionate; da una dozzina è stato ricavato il calendario 2020.

Mi sono segnato 7 nomi: Lavinia Fagiuoli (Super Albero); Xin Xie (Super Smile); Claudio Rossi (Amico di penna); Inna Burshtein (Bilanciarsi nel suprematismo); Daniela Pareschi (Supereroi); Valerio Sigismondi (Il funambolo); e il vincitore Francesco Fidani (Supermassimi).

La grande attrazione, ovviamente, risponde al nome di Bruno Bozzetto. Titolo: “La linea intorno all’idea”; parafrasi di una ormai famosa battura dell’artista: “Che cos’è il disegno? Un’idea con intorno una linea”.

Nato a Milano il 3 marzo 1938, Bozzetto ha segnato la storia dell’animazione italiana e internazionale, il percorso espositivo lo testimonia attraverso rari filmati, rodovetri, cimeli, foto di scena, manifesti, schizzi, storyboard, scenografie originali.

Dai primi cortometraggi, alla fine degli anni Cinquanta (del ’58, a vent’anni, è Tapum, la storia delle armi), alla comparsa del Signor Rossi (3 lungometraggi, decine di corti, centinaia di apparizioni sul Corriere della sera), dalla divulgazione scientifica con Piero Angela (più di 100 corti trasmessi dalla Rai), ai tre favolosi lungometraggi: West & Soda (1965, prima di Sergio Leone e degli “spaghetti”), Vip: mio fratello superuomo (1968, parodia dei supereroi) e Allegro non troppo (1976, la risposta italiana a Fantasia di Disney).

Nel 1960 fondò la Bruno Bozzetto Film, rimasta attiva fino al 2000; vi hanno partecipato artisti come Guido Manuli, Giuseppe Laganà, Giovanni Mulazzani, Walter Cavazzuti, Giancarlo Cereda e Maurizio Nichetti. Di Bozzetto e della sua factory vengono esposte oltre 250 opere, tra cui tavole di Cavallette, candidato all’Oscar nel 1991, e di Mister Tao, che gli portò l’Orso d’oro di Berlino.

Un’ampia sezione è dedicata alle vignette, con ciò che venne pubblicato sul Giornale dei Ragazzi e sul Corriere dei Piccoli, fra cui spicca Le avventure di Ventun Din fotoamatore (1972), nel quale Bozzetto prende di mira le manie tecniciste di certi fotografi; fino all’ultimo volume, Il mistero del via vai (Bao Publishing), insieme a Grégory Panaccione.

Sostiene Bozzetto che “fumetti e disegni animati sono cose completamente diverse. Nel fumetto acquista un’importanza decisiva la linea, il punto, lo spazio che dai a un disegno, tutte cose che nei cartoni animati vengono prese dal sonoro, dal rumore, dal tempo, dal montaggio e dalle luci. Questi espedienti nel fumetto non ci sono, allora devi curare la singola riga e dopo un po’ che ci lavori ti appassioni. Insomma, penso che il rapporto tra fumetto e disegno animato sia paragonabile a quello fra fotografia e film”.

Sociologo, anzi entomologo del comportamento umano, Bruno Bozzetto sa piegare le abbondanti dosi di umorismo alle sfumature dell’amarezza.

Il meglio di Clint

Esce un nuovo film di Clint Eastwood, e in poche ore mi imbatto in un paio di classifiche e vengo chiamato a esprimere la mia opinione su quali siano i suoi film più riusciti.

Come sapete, mi piace fare classifiche, e leggerò volentieri le vostre valutazioni divergenti. Di Clint dietro la macchina da presa, penso che se anche avesse diretto solo un terzo dei titoli qui sotto, e non necessariamente i migliori, sarebbe da considerarsi un regista eccezionale.

  1. Gli spietati
  2. Mystic River
  3. Million Dollar Baby
  4. Gran Torino
  5. I ponti di Madison County
  6. Hereafter
  7. Un mondo perfetto
  8. Mezzanotte nel giardino del bene e del male
  9. Il cavaliere pallido
  10. Bird
  11. J. Edgar
  12. Potere assoluto
  13. Il corriere (The Mule)
  14. Changeling
  15. Debito di sangue
  16. Sully
  17. Jersey Boys
  18. Invictus
  19. Gunny
  20. Space Cowboys

Saoirse Ronan al quarto tentativo

Origini irlandesi, ma nata nel Bronx il 12 aprile 1994, Saoirse Ronan esplose con un piccolo ruolo in Espiazione (di Joe Wright, dall’omonimo romanzo di Ian McEwan): era il 2007, ed ecco la prima nomination all’Oscar, categoria attrice non protagonista.

Sempre nel 2007 recita in Houdini. L’ultimo mago; nel 2009, Peter Jackson, reduce dai trionfi con la saga da Tolkien, la coinvolge in Amabili resti, dal romanzo di Alice Sebold.

Dopo alcuni titoli che non ho visto, eccola in The Grand Budapest Hotel (di Wes Anderson, 2014). L’anno dopo la ritroviamo in un piccolo gioiello, Brooklyn, di John Crowley, perfetta nel ruolo di immigrata irlandese nella New York degli anni Cinquanta: arriva la seconda nomination agli Oscar, stavolta come attrice protagonista.

Nel 2017, la regista Greta Gerwig fa uscire Lady Bird, e Saoirse riceve la terza candidatura agli Oscar (la seconda come protagonista). Di nuovo, Greta Gerwig la coinvolge nell’ennesima trasposizione di Little Women, dal celeberrimo romanzo di Louisa May Alcott: interpreta Jo March, e l’Academy l’ha appena nominata per la quarta volta.

A 25 anni e 9 mesi, Saoirse Ronan diventa la seconda attrice più giovane ad aver ottenuto questo risultato: Jennifer Lawrence la precede di quattro mesi.

Hammamet [id.], Gianni Amelio, 2020 [cine4] – 6

Di un film, sarebbe sempre utile distinguere vari aspetti, e il giudizio dovrebbe scaturire dalla loro sintesi: stavolta, mi limito a dire che sono uscito di cattivo umore, mi dispiace (ho un’immensa stima per Amelio), ma non so che farci.

Anch’io, come tutti, sento il dovere di sottolineare la prova di Pierfrancesco Favino: i panni di Bettino Craxi, la sua voce e i suoi gesti, ricordano quelli del vecchio Charles Foster Kane, alla fine del capolavoro di Welles, e mi è tornato in mente Charles Boyer, il Napoleone esiliato all’Elba, quando incontra Greta Garbo per l’ultima volta. Raramente ho assistito a una caduta dalle stelle alle stalle, con la profondità che gli ha saputo dare Favino.

È fiction, la realtà viene programmaticamente trasfigurata (la parola Craxi non è mai pronunciata), ma chiamare esilio la latitanza non aiuta e ben disporre l’animo in chi ha politicamente combattuto Bettino Craxi, senza tuttavia lanciargli monetine di scherno. Nel calpestare gli ex idoli, il popolo italiano mostra il peggio di sé.

Quanto al prologo – il congresso del Psi del 1989, il kitsch grondante dalla piramide di Panseca – immaginare che oltre ai cortigiani plaudenti (ai nani e alle ballerine, si diceva), ci fosse anche la Cassandra che metteva il leader sull’avviso, mi è sembrata una trovata da senno del poi. A fronte di una pagina di storia tanto densa di insegnamenti e recriminazioni, a me pare che il film fallisca nell’andare oltre la comprensione del “caso umano”. Eccezion fatta per Cederna, nessun attore mi è parso adeguato al compito: soprattutto i due figli del protagonista e quello del tesoriere suicida.

Il film è stato girato nella vera villa di Craxi in Tunisia, concessa dalla famiglia. L’episodio di Sigonella viene rievocato dal nipotino che gioca con i soldatini sulla sabbia. Vorrei aver capito perché sulla tv sempre accesa passano pellicole epocali come Là dove scende il fiume (Anthony Mann), Secondo amore (Douglas Sirk) e Le catene della colpa (Jacques Tourneur).

Ritratto della giovane in fiamme [Portrait de la jeune fille en feu], Céline Sciamma, 2019 [cine3] – 7

Non è una colpa, piacere alla critica più che al pubblico. Semmai, una vocazione. Il cinema di Céline Sciamma è sofisticato, misurato al millimetro, costruito per sottrazione: al netto di una certa, programmata lentezza, di attese un po’ snervanti, di sogni troppo trasparenti, di un linguaggio verbale ridotto all’osso, è un cinema che riesce a emozionare.

Noémie Merlant e Adèle Haenel sono Marianne e Héloïse. La prima non l’avevo mai vista, la seconda è emersa con i Dardenne (La ragazza senza nome) e confermata da Robin Campillo (120 battiti al minuto): da quelle trame di dolorosa attualità, Haenel atterra in un film in costume, ambientato alla fine del Settecento. Altre due donne completano il cast: Valeria Golino, la contessa decaduta, e Luàna Bajrami, Sophie, l’ultima cameriera rimasta.

Prologo: a Parigi, nel corso di una lezione di pittura, una giovane allieva di un’ancor giovane insegnante (Marianne) pone una domanda a proposito di un quadro. Comincia il flashback.

Qualche anno prima, Marianne venne chiamata da una nobile decaduta a dipingere il ritratto di sua figlia Héloïse. Obiettivo: farla sposare a un ricco milanese. Héloïse era una seconda scelta, cresciuta in convento era stata richiamata in seguito al suicidio della predestinata, la sorella maggiore.

Consapevole dello scopo del ritratto, Héloïse vi si sottrae, ma fra lei e Marianne comincia a stringersi un legame sempre più intimo e intenso. Un primo dipinto, realizzato in segreto, non ottiene il gradimento del soggetto, ma la stessa Marianne aveva intuito di non essere riuscita a catturarne l’anima. A margine, la cameriera Sophie rivela di essere incinta, Héloïse  e Marianne la aiutano a procurarsi un aborto; durante una sagra paesana, il vestito di Héloïse prende fuoco.

Fra il mito di Orfeo ed Euridice e una formidabile esecuzione dell’Estate di Vivaldi, il film arriva a un destino inesorabile, a un amore impossibile. Vorrei sapere di quale isola bretone sono quelle spiagge…

Il mistero Henri Pick [Le Mystère Henri Pick], Rémi Bezançon, 2019 [cine2] – 7

Adattamento del best seller di David Foenkinos, possiede la grazia tipica di certo cinema francese, enfatizzata dalle scene girate nella penisola di Crozon, all’estremo ovest della Bretagna (se rinasco, voglio vivere lassù, nel Finistère, lungo la più ventosa e limpida delle coste europee).

Fabrice Luchini è Jean Michel Rouche, critico letterario ormai imbolsito, conduce un programma televisivo di successo, ma di colpo perde tutto (moglie compresa), avendo lasciato che il suo ego inacidito offenda la vedova di un autentico outsider scovato da una giovane editor: tale Henri Pick, morto due anni prima, ex pizzaiolo che nessuno riteneva capace di scrivere. Il caso letterario risulta fragoroso anche perché il romanzo è stato scoperto per caso in una piccola biblioteca bretone, fondata per celebrare i manoscritti rifiutati dagli editori.

Sottotrama: va in crisi la relazione fra Daphné e Fred (Alice Isaaz e Bastien Bouillon), la giovane editor e il fidanzato reduce da un fallimentare esordio letterario. Da ricordare anche un altro nome del cast, Hanna Schygulla, musa di Fassbinder e Von Trotta, omaggiata con un’unica scena.

La tesi del critico è che quel pizzaiolo di provincia non può aver scritto un romanzo di così alto spessore. Simpatico quanto snob, per Rouche diventa punto d’orgoglio arrivare alla verità. Mentre l’ex pizzeria di Pick è divenuto luogo di pellegrinaggio, nella sua indagine privata, il critico inciampa ripetutamente, ma ritrova uno spirito vitale. E approfondisce la conoscenza di Joséphine, la figlia di Pick, una Camille Cottin il cui fascino aumenta da una scena all’altra.

Peccato per il finale: era preferibile non svelarlo, il mistero, se l’esito è così banale. Più che un giallo, una commedia brillante, un’intelligente riflessione sulla sensibilità artistica, le dinamiche editoriali, le mode culturali, l’ispirazione creativa. E il potere della parola scritta.

La dolce vita [id.], Federico Fellini, 1960 [cine1] – 9

Prima volta al cinema nel 2020, la Cineteca programma La dolce vita – dieci anni dopo averlo restaurato – e ancora mi chiedo se l’avessi mai visto tutto intero, o solo qualche pezzo usato dalla Rai a mo’ di documento storico per illustrare il boom economico abbinato allo sfacelo morale, l’incontenibile pulsione erotica di Anita, la magistrale indolenza di Marcello, la marcetta circense di Nino Rota, la sublime fluidità dello sguardo di Federico… Di quali altri film, si usa il titolo come fosse un modo di dire?

Ma che posso dire io di un film così “epocale”, eterno, vertiginoso e stordente, che fa pensare alla quantità di epigoni che vi hanno attinto a mani basse?

Mi limito a poche suggestioni sparse, egoriferite. Intanto, chi non vorrebbe fare il giornalista come lo fa Marcello? Disprezza quel lavoro, la compagnia dei paparazzi, ma niente potrebbe farlo sentire più libero, senza orario e senza bandiera. E non conosco attori che abbiano interpretato giornalisti più spesso (almeno 6 volte). Marcello è un fantasma onnipresente, vede e non capisce, nella scena finale sulla spiaggia non riesce nemmeno a sentire la giovanissima Valeria Ciangottini, e alza le braccia rassegnato. Troppo rumore di fondo…

Verso Fellini nutro un rapporto complicato, come verso Picasso: non sempre il loro genio riesce a fornirmi le coordinate per raggiungerli (per questo il “9” anziché il “10”). Ma la percezione felliniana della realtà è incantevole, pare incredibile che già sessant’anni fa qualcuno avesse colto la confusione fra realtà e spettacolo, la realtà che tende prepotentemente a farsi spettacolo: i bambini che hanno visto la Madonna, il ventiduenne Celentano che improvvisa un rock’n’roll per la Diva, Anouk Aimée che trova eccitante fare l’amore sul letto di una poveraccia, i paparazzi che aspettano l’alba per vedere la scazzottata fra l’ex Tarzan e Marcello, il Cristo trasportato in elicottero. Forse fu questo a far scrivere “la sconcia vita!” a Oscar Luigi Scalfaro sull’Osservatore Romano: non aveva capito niente.

2931, mi ricordo

Mi ricordo di essermi chiesto se l’avessi mai visto per intero, o solo a pezzi, “La dolce vita”.

An Education, Lone Scherfig, 2009 – 7

Volevo vedere il film perché la sceneggiatura è di Nick Hornby, e ho scoperto trattarsi dell’adattamento di un autobiografico “memoir” di Lynn Barber, sedicenne all’inizio degli anni Sessanta, e in seguito famosa giornalista.

Strana coincidenza, l’ultimo McEwan (Chesil Beach) e questa riduzione per il cinema di Hornby ruotano intorno alla stessa epoca storica: quella immediatamente precedente all’esplosione Beat, con annesse rivoluzioni del costume e irruzione dei giovani sulla scena politica.

È il 1961, periferia di Londra, quartiere di Twickenham: Jenny è figlia unica, tutte le energie sue e della famiglia sono orientate a conquistare l’accesso a Oxford. Intelligente, sensibile, piena di passioni, naturalmente seducente, la ragazzina attira l’attenzione di un trentenne, David, che vive con un certo sfarzo e certo nasconde qualcosa.

Lo spettatore è sballottato dai sospetti, comprende cosa David possa rappresentare per Jenny, che trova così poco interessanti i coetanei, sogna Parigi e Juliette Gréco, ha deciso di perdere la verginità allo scoccare dei diciassette anni, e comincia a chiedersi se valga la pena studiare, faticare, affondare nei libri, per diventare come l’amata professoressa di Lettere. Acconciature, musica, vestiti… la regista danese rende bene l’ambientazione storica, la coppia di protagonisti – la ventiduenne Carey Mulligan (già apparsa in Orgoglio e pregiudizio) e l’ambiguo Peter Sarsgaard – ha la chimica giusta; compaiono anche Alfred Molina, Emma Thompson e Rosamund Pike (splendida oca giuliva). Si respira un senso di ambiguità morale, che invischia anche i genitori di Jenny.

Alcuni dialoghi spumeggianti – soprattutto certe battute messe in bocca a Jenny – sembrano ripresi dai romanzi di Hornby, e il film scorre verso la sconfitta finale, la dolorosa delusione che riorienterà la vita della ragazza, mentre le motivazioni di David restano evanescenti. Ne deriva un film freddo, pulito, direi quasi asettico. Come se nel 1961 una liceale londinese vivesse davvero sotto vetro.

2019, il mio meglio dei film visti in tv

Nell’anno appena passato, ho visto 141 film in tv; un terzo li ho rivisti per la seconda o terza volta. Fra le visioni nuove, ecco i 10 titoli che ho preferito (di un paio non ho ancora scritto):

  1. Il bruto e la bella, Vincente Minnelli, 1952
  2. Storia di un matrimonio, Noah Baumbach, 2019
  3. The Irishman, Martin Scorsese, 2019
  4. Estate violenta, Valerio Zurlini, 1959
  5. Green Book, Peter Farrelly, 2018
  6. L’Illusionista, Sylvain Chomet, 2010
  7. Sicario, Denis Villeneuve, 2015
  8. Forza maggiore [Turist], Ruben Östlund, 2014
  9. La ballata di Buster Scruggs, Coen, 2018
  10. Le nostre anime di notte, Ritesh Batra, 2017

Ma c’è un aspetto che destabilizza l’organizzazione di queste classifiche: da quando mi sono abbonato a Netflix (+ Amazon Prime), vedo in tv dei film che avrei potuto vedere al cinema (sempre che la proiezione al cinema sia ancora contemplata dai nuovi meccanismi distributivi).

In appena un paio di mesi: Le nostre anime di notte, Panama Papers, La ballata di Buster Scruggs, El Camino, The Report, The Irishman, Storia di un matrimonio, Downsizing.

Considerato il fatto che ormai al cinema la metà dei film che vedo sono restaurati e fanno parte di festival e rassegne, scommetto che nel 2020 saranno più numerosi i film nuovi che vedrò in tv di quelli visti in una sala cinematografica.

Al cinema nel 2019

2019: il mio meglio dei film visti al cinema

Nell’anno appena passato, al cinema ho visto 55 film. Ma solo 26 sono film “nuovi”, ben 29 li ho visti in festival o perché restaurati e rimessi in circolazione (fra questi, molti autentici capolavori). Ecco i 10 film più potenti del 2019:

  1. Dolor y gloria, Pedro Almodovar
  2. Joker, Todd Phillips
  3. C’era una volta a Hollywood, Quentin Tarantino
  4. La verità, Kore-eda Hirozaki
  5. La favorita, Yorgos Lanthimos
  6. Stanlio e Ollio, Jon Baird
  7. Bohemian Rhapsody, Bryan Singer
  8. Il corriere, Clint Eastwood
  9. L’ufficiale e la spia, Roman Polanski
  10. Le invisibili, Louis-Julien Petit

Al cinema nel 2019

Un giorno di pioggia a New York [A Rainy Day in New York], Woody Allen, 2019 [cine54] – 4

Un film può non piacere per tanti motivi, e questo non mi è piaciuto per tanti motivi. Dovessi indicarne solo uno, direi che non ricordo protagonisti così privi di interesse, così “falsi” da non riuscire a credere che possano esistere. Attenzione: non inverosimili o eccessivi, semplicemente irritanti come il peggior stereotipo. Lui è Timothée Chalamet, lei Elle Fanning.

L’innesco della trama richiama Il giovane Holden (una capatina a New York senza che i genitori lo sappiano), e il personaggio maschile si chiama Gatsby… La sospensione dell’incredulità è una gran bella cosa, ma arriverà il momento in cui questo ventenne si metterà al pianoforte a cantare Chet Baker, nel ricchissimo appartamento di Shannon (Selena Gomez), la sorella minore di un’ex fiamma, che gli dava “4” quando baciava. Non basta? Gatsby è tanto demodé da vincere a poker anche da distratto, e lascerà Ashleigh (bionda figlia di banchieri dell’Arizona) perché gli “serve il monossido per respirare”…

La commediola si snoda in ambienti idilliaci, le stanze meno sfarzose sono quelle del Metropolitan (il museo, intendo). Gatsby e Ashleigh pensano di amarsi, ma basta un giorno a Manhattan per capire che sono inconciliabili. Indagando sui loro sentimenti, Allen sfiora il melodramma, ma il genere è troppo denso per psicologie così elementari.

L’impressione è che questo amatissimo ottantenne abbia troppe idee e non disponga più del magico criterio per selezionarle e dar loro un ordine. Difficile capire la necessità di richiamare Rebecca Hall, per farle fare una sola scena di profilo, per strada, dopo che il marito Jude Law ha scoperto che lei lo tradisce. E a che serve la digressione sul divo playboy? Imbarazzante, la scena in cui l’algida madre di Gatsby (ennesima madre-incubo nei film di Woody) spiega al figlio l’origine della sua irrequietezza, dopo aver riconosciuto la vera professione della sfolgorante accompagnatrice (Kelly Rohrbach, professione top model).

Cena con delitto [Knives Out], Rian Johnson, 2019 [cine55] – 7

La notte successiva alla festa per l’ottantacinquesimo compleanno, nella sua villa isolata nella campagna del Massachusetts, un celebre scrittore di gialli, Harlan Thrombey, viene trovato morto nella propria camera. Che si tratti di suicidio, sembra evidente, ma qualcosa non torna: per esempio, un anonimo ha ingaggiato il prestigioso investigatore privato Benoit Blanc, che va sul luogo del delitto e comincia a fare domande.

Marta Cabrera, l’infermiera personale del morto, soffre di uno strano disturbo: non può mentire senza vomitare. Ma ci sono tanti modi per non dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. E le cose non sono mai come sembrano, persino un evidente suicidio può celare verità inconfessabili, moventi meschini, personalità criminali e senza scrupoli. Tutti familiari di Harlan Thrombey avevano motivo di sperare che morisse al più presto.

Film gradevole, lo definirei un “congegno” d’altri tempi, quando l’intrattenimento, al cinema, pescava a piene mani nell’intrigo e nello spirito deduttivo, chiedendo allo spettatore di emulare Hercule Poirot e Sherlock Holmes: Invito a cena con delitto (1976), e Gosford Park (2001), mi sembrano i riferimenti essenziali.

Al centro del cast la coppia formata dal geniale detective – Daniel Craig – e dall’ingenua custode del segreto – Ana de Armas (Blade Runner 2049). Intorno si muove un cast stracolmo di cinema: da Christopher Plummer a Chris Evans, passando per Jamie Lee Curtis e Toni Collette, Don Johnson e Michael Shannon.

La sfida allo spettatore regge per un’ora, poi la regia perde ogni ritegno nell’uso del flashback, confonde le acque, apre nuovi labirinti, suggerisce una soluzione, poi un’altra e un’altra ancora. Il “congegno” si inceppa, lo sguardo della nonna centenaria sembra contenere l’ultima e definitiva verità, nel frattempo la famiglia esplode alla lettura del testamento, e la dolce e non così ingenua infermiera prende le misure della vita che la aspetta.

Ben Hecht e Marylin

Due volte Oscar per il miglior soggetto, Ben Hecht è l’uomo che ha scritto Scarface e Notorious, Partita a quattro, Ventesimo secolo, Viva Villa!, Le notti di Chicago, lo strepitoso La signora del venerdì.

Erano gli anni in cui Hollywood attirava Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Dorothy Parker, Christopher Isherwood (e anche Bertolt Brecht e Thomas Mann). Era lo Studio System: gli scrittori lavoravano alla catena di montaggio, obbligati a confezionare un certo numero di pagine a settimana.

«La solitudine della creazione letteraria ha molto poco a che vedere con il lavoro che si fa per il cinema», scrisse Ben Hecht. «Di solito scrivi con il telefono che suona come un disperato, con il tuo capo che entra e esce dalla stanza dove tenti di lavorare, con il regista che inveisce e grugnisce nella sedia accanto a te. E poi ci sono le riunioni che interrompono il lavoro, gli agenti che arrivano con idee più o meno geniali, per non parlare degli amici che ti sottopongono storie senza senso. Il disastro incombe sulla tua scrittura. La star per cui stai scrivendo si ammala. Lo studio per cui stai lavorando cambia di mano e tutto cambia, per cui la scena che stavi descrivendo a Brooklyn, ora la devi spostare a Pechino».

La velocità di scrittura di Hecht era leggendaria. Scrisse Scarface in sette giorni, Viva Villa! in quindici. Non gli interessava più di tanto vedere la sua firma nei titoli di coda di un film: se aveva dei dubbi sul successo di una pellicola, preferiva restare anonimo, se invece il film diventava un successo (come Via col vento, su cui Hecht intervenne pesantemente, in sette giorni, rimaneggiando una sceneggiatura nata male: e David Selznick lo ricompensò con un assegno di quindicimila dollari), allora faceva in modo di far sapere in giro che era anche merito suo.

Quella di Hecht è una vita avventurosa: ha lavorato con le parole in tante forme: reporter, romanziere, commediografo (The Front Page nasce a Broadway), propagandista politico, autore radiofonico, conduttore televisivo, regista e produttore cinematografico indipendente.

Nel 1954, Norma Jean Baker decise di scrivere un’autobiografia. Il suo agente, Charles Feldman, contattò Ben Hecht perché le facesse da ghost writer.
Per alcune settimane, Hecht ascoltò Marylin Monroe raccontare nei dettagli la sua infanzia e la sua vita da star. Ma qualcosa andò storto: al momento di pubblicare il testo, né Marilyn né Hecht erano soddisfatti del risultato.
La mia storia rimase nei cassetti fino al 1974, e solo nel 2000 è uscita con la firma del suo vero autore.

2924, mi ricordo

Mi ricordo quella volta che siamo usciti tristi da un cinema, sperando che quello non fosse l’ultimo film di Woody Allen.

La giungla d’asfalto, William Riley Burnett, Mondadori, 1949 (1951)

The Asphalt Jungle arrivò nelle librerie italiane dopo il film di John Huston per la Metro-Goldwyn-Mayer, interpretato da Sterling Hayden, Louis Calhern, Jean Hagen, John McIntire, Sam Jaffe, e dove apparve in un piccolo ruolo la venticinquenne Marilyn Monroe.

Tradotto da Gianni Cesana, è un noir durissimo, senza un briciolo di speranza, ogni figura ha un destino inesorabile e sembra scolpita in una pietra più dura e grezza di quanto appaiano gli attori sullo schermo.

Comincia con Lou Farbstein, 45 anni, il miglior cronista del World, che nutre molte speranze su Theo Hardy, il nuovo commissario di polizia; spera che riesca a ripulire l’amministrazione pubblica da tanti faccendieri e corrotti. Per difendere i suoi uomini, Hardy non nega che ci sia qualche mela marcia, ma invita i giornalisti a una specie di conferenza stampa, nella quale parla brevemente e poi accende la radio della polizia, che per lunghi minuti non fa che rimandare richieste di aiuto, denunce di atti di violenza, interventi sui luoghi del crimine; Hardy conclude sostenendo che “la peggior polizia del mondo è sempre meglio che nessuna polizia… Togliete per quarantotto ore la polizia dalla strada, e nessuno sarà più sicuro né sulla strada, né begli uffici, né nelle case… Come in una giungla”.

La città appare disumana, claustrofobica, stravolta da rumori e violenza, solitudine e cupidigia, dominata da un’oscura struggle for life. Il luogo in cui si svolgono i fatti non è indicato: ho dedotto trattarsi di Buffalo, a nord, sul lago Erie. Leggi il resto dell’articolo