Nico 1988 [id.], Susanna Nicchiarelli, 2017 [filmTv106] – 8

Pseudonimo di Christa Päffgen, nata a Colonia e con l’infanzia segnata dai bombardamenti, Nico morì a Ibiza il 18 luglio 1988, nemmeno cinquantenne: era stata modella, attrice, cantante, icona, musa e femme fatale (come cantava insieme ai Velvet Underground). Forse il suo vertice artistico fu The Marble Index, l’album solista uscito nel 1968, ma per altri vent’anni calcò le scene, incurante del numero di spettatori che venivano ad ascoltarla.

“Sono stata in cima e sono caduta in basso. Entrambi i posti sono vuoti.”

Quello della Nicchiarelli è un omaggio accorato, abrasivo, oserei dire scomodo. Si concentra sull’ultima parte della parabola dell’artista, la accompagna al suo destino, sintetizza il fragoroso, luminosissimo passato in brevi flashback, costruisce una sorta di mosaico in cui far convivere l’andirivieni dalla tossicodipendenza e i costanti dubbi sulla maternità.

Girato tra Italia, Belgio e Germania, espone attori di diversi paesi, fra cui spicca la protagonista danese, Trine Dyrholm: non mi pare somigli più di tanto a Nico, ma impone una presenza scenica di prim’ordine, enfatizzata dalla fotografia di Crystel Fournier. Ogni tanto, si incuneano sprazzi d’archivio, vecchi filmati dagli abissi degli anni Sessanta, inframmezzati da immagini estratte dal documentario Walden di Jonas Mekas.

Le canzoni di Nico scelte per la colonna sonora sono state riarrangiate da Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, ed eseguite live durante le riprese: la voce è proprio quella di Trine Dyrholm, di travolgente intensità la sua versione di My Heart Is Empty.

Del cast fanno parte John Gordon Sinclair (Richard), Anamaria Marinca (Sylvia), Sandor Funtek (il figlio Ari) e l’ottimo Thomas Trabacchi (Domenico). Grande merito della Nicchiarelli è aver abbandonato i canoni più frequentati dal genere “biografico”: dovessi trovargli una parentela, mi ha ricordato certi film del Nuovo Cinema Tedesco, esplosi quarant’anni prima.

L’enfer [id.], Danis Tanovic, 2005 [filmTv111] – 7

Momenti sublimi, appesantiti da un eccesso di gradazioni drammatiche (Medea, il padre suicida, mariti bugiardi, amanti con altri legami, sessualità inconfessabili).

Passano 87 dei 95 minuti, prima che due delle tre sorelle stiano nella stessa inquadratura; ne devono passare 89 affinché il terzetto si riunisca per recarsi alla casa di riposo dove sta l’anziana madre, lucidissima, pur senza il controllo del corpo e della voce. Pensano di portarle la verità; Je ne regrette rien, è la secca replica.

Fra dramma moderno e tragedia antica, con divagazioni biologiche (certi uccelli sacrificano parte delle uova per salvare la prole), il regista bosniaco dispone di tre generazioni del mitico charme francese – Carole Bouquet, Emmanuelle Béart, Marie Gillain – nonché di Karin Viard, dell’ex Bond Girl Maryam d’Abo, dei sempre grandi Jean Rochefort e Miki Manojlović.

Soggetto e sceneggiatura sono di Kieslowski e Piesiewicz, fu della coppia polacca l’idea di questo dramma familiare tanto potente quanto eccessivo. L’inferno in Terra è l’amore negato, rifiutato, incompreso.

Céline, Sophie e Anne (Viard, Béart e Gillain) vivono lontane, ancora segnate da un doppio trauma infantile: la più grande si è chiusa in un mondo anaffettivo, ed è l’unica che va a visitare la madre (Bouquet); la seconda ha avuto due bambini e sa che il marito la tradisce; la piccola ancora studia alla Sorbona e pare alla disperata ricerca di una figura paterna…

La pioggia arriva sempre al momento giusto, le scale a chiocciola imperversano, le lacrime non fanno in tempo ad asciugarsi. Il peccato originale del padre dovrà essere espiato da chi gli sopravvive: tutti, nessuno escluso. Ormai adulte, le tre sorelle sono immerse in un’infelicità che somiglia al destino. Quel destino, afferma il professore interpretato da Jacques Perrin, che si fa preferire alla coincidenza, portando in sé un significato più profondo.

Monella [id.], Tinto Brass, 1998 [filmTv110] – 6

Corre sulla bicicletta con la gonna svolazzante. Appena diciottenne, vivendo nelle profonde pianure venete dei profondi anni Cinquanta, Lola ha scelto di essere sfacciata e solare, provocante e maliziosa. Rispetto a “Lolita”, tralascia ogni ambiguità e rende palese il desiderio, impaziente di scoprire il sesso degli uomini, senza dover attendere il matrimonio. Non vuole arrivare al matrimonio impreparata.

Lola è cresciuta in un ambiente libertino, e il rock’n’roll sta portando una ventata libertaria; la madre Zaira è stata entraineuse, chi sia il padre non è chiaro, ma si dice sia André, l’amante di Zaira. È troppo sveglia per non comprendere che la facciata perbenista e bacchettona nasconde ben altro (per esempio, le “foto artistiche” della ricca signora, o il passato della francese che confeziona gli abiti da cerimonia), Monella è promessa sposa di Masetto, il figlio del fornaio, un ragazzo all’antica, gelosissimo e deciso a “rispettarla” fino alla data fatidica. Lola sa che Masetto va a sfogarsi al casino, e dopo l’ennesimo rifiuto, sbotta: “Tu mi vuoi vergine come una polizza di assicurazione contro i corni!”.

Commedia o, meglio, favola erotica a lieto fine, con il pranzo di nozze sull’aia, la pellicola si snoda lungo una trama esilissima, non priva di allegria. Fu l’occasione per la brevissima celebrità di Anna Ammirati, con la sua freschezza burrosa anni Cinquanta; presto se ne sono perse le tracce.

Nel cast, Patrick Mower (André), Max Parodi (Masetto) e Serena Grandi nei panni di Zaira; al regista piace apparire, qui si ritaglia il ruolo di direttore della banda di paese. La fotografia di Massimo Di Venanzo e le musiche di Pino Donaggio regalano alla pellicola un alone sognante, sole e pioggia servono al medesimo scopo: far togliere le mutande a Lola, ed esporla allo sguardo di quelli che possono solo fantasticarla.

Quando andavo a #Cannes

Nel 1994 e nel 1996 sono andato sulla Croisette.
Non avevo accrediti, facevo lunghe file per andare a vedere film che speravo sorprendenti alla Semaine de la critique o nella Quinzaine des réalisateurs. Ho imparato che i festival sono molto faticosi e che circola molta paccottiglia. Ma l’atmosfera mi piaceva moltissimo…

Nel maggio ’96, in due giorni e mezzo, vidi 9 film. Nessuno è mai uscito nelle sale italiane. Eccoli, in ordine di visione, con i miei voti da 1 a 5.

Le Mille et une recettes du cuisinier amoreux – Nana Djordjadze, Georgia – 1 h 40’
Pierre Richard, Nino Kirtadze, Micheline Presle, Jean Yves Gautier
Un cuoco francese si innamora di una ragazza georgiana, il suo “fiuto” per gli odori salva la vita del Presidente e gli consente di aprire un meraviglioso ristorante a Tbilisi. Sono tutti felici, purtroppo arrivano i comunisti, brutti, sporchi e cattivi: requisiscono tutto, cantano l’Internazionale da ubriachi, perseguitano l’arte culinaria, e alla fine lui si suicida col mercurio. Voto: 1

Parfait amourParfait amour – Catherine Breillat, Francia – 1 h 50’
Isabelle Renauld, Francis Renaud
Una splendida quarantenne (chirurgo oculista) si innamora, ricambiata, di un giovanotto perennemente arrapato. Gelosie reciproche. Lei ha una figlia dell’età del ragazzo. La tragedia procede ineluttabile (pare sia una storia vera), nella meticolosa ricostruzione dei fatti, come una malriuscita rivisitazione del Kieslowski del Quinto comandamento. Lui la violenta con un manico di metallo, lei lo irride e lui le ficca 35 pugnalate. Voto: 2 Leggi il resto dell’articolo

4 luglio 1921, all’Overlook si balla

Stephen King – Shining – 1977

Il minestrone di Francesca. #MadisonCounty

Nei film, come nella vita, spesso si mangia. Si beve, soprattutto, perché il bere è più facile da mostrare, più fotogenico, ma qualche volta la macchina da presa indugia sull’alimentazione. Se si ha la faccia di John Belushi (Animal House), si possono trangugiare grandi quantità di cibo e concludere la scorpacciata con grossolani rumori corporei. Se, invece, l’ambiente è quello della famiglia-media-americana, Kevin Spacey e Annette Bening (American Beauty), ci si può limitare a movimenti educati, infilzando pezzetti di asparagi, fino alla crisi di nervi che spinge il marito a gettare il piatto contro il muro.

Sono frequenti le occasioni, nella storia della cinematografia, in cui il cibo costituisce il fulcro della narrazione: dall’epoca delle torte in faccia alle colazioni da Tiffany, dai pranzi di natale agli indovina chi viene a cena, alle grandi abbuffate… Nella cinematografia più recente, i fornelli e le atmosfere culinarie trovano ripetute rappresentazioni.

C’è Vatel, dove Depardieu, che interpreta il famoso cuoco francese, segue ogni dettaglio dei preparativi nell’enorme cucina del suo castello, perché il Re Sole doveva ricordare quell’ospitalità e andarsene massimamente soddisfatto… C’è la memorabile preparazione delle cailles en sarcophage da parte di una donna dell’estremo nord scandinavo (Il pranzo di Babette), che vi investe tutti i risparmi accumulati in una vita da cameriera… C’è la rituale cottura del pesce a vapore nel Banchetto di nozze di Ang Lee… C’è l’apoteosi del timpano di maccheroni per il ristorante che non aprirà mai, nel Big Night di Stanley Tucci… Senza dimenticare Chocolat, Pomodori verdi fritti e altre pellicole che hanno trovato nella cucina il set ideale.

Poi ci sono le scene-madri in film di tutt’altro genere. Nell’ultimo capolavoro di Almòdovar (Tutto su mia madre), le protagoniste, colpite da una serie di disgrazie, trovano un attimo di serenità davanti a una coloratissima Insalata Barcelona… Julia Roberts, impacciata nell’abito da sera, litiga con le lumache alla bourguignonne, in Pretty Woman… Harrison Ford sta ordinando sashimi sotto la pioggia battente, quando gli ordinano di tornare a caccia di replicanti, nella livida notte di Blade Runner… Russell Crowe, nella sua parentesi da schiavo, prepara una zuppa di farro, nel Gladiatore… E gli esempi potrebbero continuare. Ma un discorso a parte lo merita Francesca, la protagonista de I ponti di Madison County.

La storia è ambientata in un territorio poco visitato dal cinema, lo Stato dello Iowa; Francesca, di origini italiane, interpretata da Meryl Streep, è sposata con il fattore di una tipica azienda agricola americana. Marito e figli partono per una fiera e Francesca, al termine della solita giornata di lavoro domestico, sta sorseggiando un thé freddo nella sua veranda, quando una nuvola di polvere annuncia lo sconvolgimento della sua vita: è un vecchio furgone guidato da un fotografo (Robert, Clint Eastwood), alla ricerca dei famosi ponti di Madison County.

Il fotografo travolgerà la pace di Francesca, la sua vita tranquilla e monotona. Nascerà un legame profondo. I pochi giorni trascorsi insieme resteranno un segreto, rivelato ai figli solo dopo la morte di Francesca, tramite il suo diario. Tenera e impacciata come può esserlo una storia d’amore dopo i quarant’anni, Francesca aveva invitato a cena Robert per cucinargli un piatto della sua infanzia: il minestrone di verdure.

I Frenetici, Giandomenico Curi

I giovani sembrano essere ovunque. Protagonisti in tutta la sfera dei consumi. Produttori e consumatori di ogni merce innovativa.

Ma di quale età si parli non è chiaro, la condizione giovanile si è dilatata, per la difficoltà a inserirsi stabilmente nella società adulta, fino a diventare una pura convenzione. Chi se lo può permettere, rimane giovane fino a cinquant’anni, e oltre. Eppure “i giovani” non sono sempre esistiti.

La “questione giovanile”, in Occidente, emerge negli anni Cinquanta. Appare all’improvviso, come una malattia, dai sintomi inequivocabili: una gioventù bruciata dal rock’n’roll. In America, giubbotti di pelle prendono a muoversi al ritmo “frenetico” (2 minuti e 11 secondi) di Bill Haley, «Rock Around the Clock». L’irruzione del rock’n’roll coincide con l’irruzione dei giovani all’interno dell’immaginario hollywoodiano: è alla metà degli anni Cinquanta che arrivano i suoni “pelvici” della nuova musica, proprio mentre Marlon Brando e James Dean interpretano una figura inedita, un “ribelle senza causa” che verrà continuamente riproposto, ancora oggi.

Musica e cinema, combinazione esplosiva, sembrano seguire una regia occulta, agiscono con una perfetta sincronia spazio-temporale. L’America torna frontiera. Elvis ne diventerà la sintesi esemplare, scandalosa e trascinante, sia sul palco dei concerti che sul grande schermo. Da quel momento, politica, cultura ed economia devono fare i conti con l’esistenza di una nuova categoria. Perciò, mi sembra azzeccato il sottotitolo di questa enciclopedia, che raccoglie cinquant’anni di cinema e rock; e il sottotitolo è: «I film che hanno inventato i giovani».

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Spider-Man: Far from Home [id.], Jon Watts, 2019 [filmTv107] – 6

Sequel di Spider-Man: Homecoming (2017), ripropone Tom Holland nel ruolo di Peter Parker, e lo fa svolazzare (solo in poche scene nel classico costume) con Jake Gyllenhaal (Mysterio), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Zendaya (MJ), Marisa Tomei (zia May), Cobie Smulders (Maria Hill), Jon Favreau (Happy Hogan), eccetera. Oltre alle musiche di Michael Giacchino, risuonano tre canzoni italiane: Stella stai di Umberto Tozzi, Amore di tabacco di Mina e Bongo Cha Cha Cha di Caterina Valente.

Sono passati otto mesi dagli eventi narrati in Avengers: Endgame, e il diciassettenne Peter Parker ha svelato all’amico Ned (Jacob Batalon) di essere innamorato della compagna di classe MJ. Stanno per partire in gita per l’Europa, può essere l’occasione giusta per dichiararle i suoi sentimenti. Ed ecco riapparire Happy Hogan, la guardia del corpo di Tony Stark, per far sapere a Peter che Nick Fury ha bisogno di lui.

Il tono vuole essere scanzonato, dopo un campione di incassi mortifero, che ha lasciato “infiniti lutti”. Peter vorrebbe solo vivere la sua vita da adolescente, ma Fury ha altri progetti.

Venezia, Praga, Berlino, Londra (in parte vere, in parte ricostruite in studio): appaiono gigantesche creature (gli Elementali), che rappresentano Terra, Aria, Acqua e Fuoco, Vengono sconfitte da Peter insieme all’ambiguo Quentin Beck, che sembra un eroe e si rivelerà una minaccia (Stark l’aveva capito, quanto fosse “mentalmente instabile”). Mysterio ci viene presentato come un maestro di illusioni, ma abbiamo già visto Inception e Tenet, non mi pare che la computer art abbia escogitato qualcosa di meglio.

Metà del film passa in combattimenti-videogame, tanto spettacolari quanto noiosi. C’è pure spazio per due love stories: tra Happy e zia May, e tra Ned e Betty Brant. Poteva essere più divertente se l’avessero detto prima e non in fondo ai titoli di coda, che gli Skrull hanno assunto le sembianze di Nick Fury e Maria Hill.

Il mondo nuovo [La nuit de Varennes], Ettore Scola, 1982 [filmTv104] – 7

Un grande regista e grandi attori, eppure si può concludere che vi sia un eccesso di ingredienti e di intellettualismo, forse anche un’incerta focalizzazione dell’essenziale.

21 giugno 1791, Parigi: lo scrittore Nicolas Restif de la Bretonne sente parlare della partenza, in piena notte, da Palazzo Reale, di una misteriosa carrozza. Sospettando che a bordo si trovino Luigi XVI e la famiglia reale in fuga, Restif cerca di seguirne le tracce. Incrocerà altri viaggiatori, fra cui spiccano l’ormai anziano Giacomo Casanova (nascosto dietro un’altra identità), l’americano Thomas Paine e una dama di compagnia vicinissima a Maria Antonietta. Nulla di più diverso in superficie, ma quella diligenza ha molte assonanze con quella di Ombre rosse.

La produzione fu curata da Renzo Rossellini, che coinvolse un apparato tecnico di primissimo ordine: Gabriella Pescucci ai costumi, Dante Ferretti alle scenografie, Armando Nannuzzi alla fotografia, Armando Trovajoli alle musiche, soggetto e sceneggiatura del regista e di Sergio Amidei, che morì prima della fine delle riprese.

Mastroianni fa Casanova, Hanna Schygulla è la contessa austriaca, Jean-Louis Barrault incarna Restif de la Bretonne, Harvey Keitel (scelta discutibile, certo dettata dal precedente de I duellanti) è Thomas Paine. In piccoli ruoli compaiono Jean-Claude Brialy, Didi Perego, Enzo Jannacci, Andréa Ferréol e Laura Betti; non annunciato nei titoli di testa, a Varennes fa la sua comparsa anche Jean-Louis Trintignant.

Siamo davanti alla fine di un’epoca, e ci viene mostrata l’impreparazione degli uomini di fronte al passaggio al “mondo nuovo”. Se la cavano meglio gli edonisti scettici come Casanova e Restif, consapevoli di aver già assaporato il meglio. Quanto al finale, grazie a un geniale, ascensionale movimento di macchina, quel comunista di Ettore Scola sembra dirci che la natura umana non si lascia mutare da qualche rivoluzione.

Il marchio di Dracula [Scars of Dracula], Roy Ward Baker, 1970 [filmTv108] – 6

Hammer Film – fra i marchi fondamentali nella storia dell’horror – si caratterizzò per le produzioni a basso costo, spruzzate di sangue e di sensualità, favole gotiche con un Male archetipico, sconfitto solo dopo aver devastato la comunità.

Questa pellicola inglese è truculenta, al limite del macabro: gole squarciate, spade roventi, corpi appesi a uncini, volti sfregiati… Nelle mani di Moray Grant, il Technicolor viene enfatizzato come se il mondo si dividesse in due colori: il rosso e tutti gli altri. È un rosso squillante, sta nel sangue, nei drappeggi, nelle lenzuola, nelle candele, negli occhi iniettati del Conte Dracula, nelle fiamme che distruggono e purificano. Ci sarà un lieto fine, ma non potrà annullare una vera e propria strage: della carneficina in chiesa, si dice che Friedkin ne abbia tratto ispirazione per L’esorcista.

Ogni tanto, come se perdesse il controllo, il film sembra deragliare verso la commedia sexy. Immancabili donne, nonostante tutto, insistono a passeggiare di notte nei boschi della Transilvania. Tutte appariscenti, indossano abiti lunghi fino ai piedi, con corpetti che strizzano seni prosperosi. In quel solco, la croce che può salvare dal morso fatale; ognuna sembra desiderosa di superare qualche proibizione, la figlia del borgomastro ci viene mostrata nuda, la locandiera è assai maliziosa, la prima amante di Dracula lancia sguardi morbosi.

Passano 31 dei 95 minuti prima che il grande Christopher Lee pronunci le prime frasi. Ne passano 70 prima che qualcuno osi sussurrare la parola “vampiro”. Nessuna traccia del fantastico romanzo di Stoker. Degli attori, meglio non parlare: citerò soltanto Patrick Troughton (il servo del Conte, una specie di Quasimodo) e Jenny Harley (Sarah) l’eroina salvata all’ultimo respiro, grazie a un provvidenziale fulmine che le permetterà di coronare il suo sogno d’amore. Sposerà il fratello maggiore, quello scapestrato del minore ha fatto una bruttissima fine.

I Tre Moschettieri, Alexandre Dumas (padre) – 2 di 2

La vocazione al comando di d’Artagnan si palesa presto, insieme all’intuito che gli consente di giudicare quando la prudenza si faccia preferire al coraggio. È lui a proporre agli amici il motto “Tutti per uno, uno per tutti”. L’atmosfera è giocosa ed effervescente, anche le morti sono descritte con leggerezza. Il tono epico è riservato a rari momenti, per esempio quando d’Artagnan sarà ricevuto da Richelieu che gli proporrà di entrare nelle sue Guardie.

Per la prima volta d’Artagnan si innamora: gli accade nei confronti di una donna più vecchia di 4-5 anni, Costanza Bonacieux, fedele guardarobiera della regina, sposata con un uomo che ha il doppio dei suoi anni. Costanza è un personaggio edificante quanto scialbo, a paragone con Milady.

Per quanto sia una favola, è inverosimile che una semplice guardarobiera fosse incaricata di organizzare gli appuntamenti segreti della regina, Anna d’Austria, con Milord, il duca di Buckingham, ministro del re d’Inghilterra Carlo I°. Il loro è un amore folle, che non può essere apertamente ricambiato. Dice Anna a Milord: “Ho voluto vedervi anche per dirvi che tutto ci separa. Il mare, l’inimicizia dei nostri regni e la santità dei giuramenti. Non si può lottare contro tante cose, ecco perché vi prego di non farvi più vedere”. Della regina, Dumas scrive che era “trascurata dal marito, perseguitata dal cardinale, aveva visto cadere attorno a sé i servitori più devoti, i confidenti più intimi”.

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Qualcosa di me, Isabella Rossellini

Nel giorno del sessantanovesimo compleanno, riprendo gli appunti sull’autobiografia di Isabella Rossellini – Qualcosa di me – uscita una ventina di anni fa per Mondadori, poco dopo la clamorosa rottura del contratto con la Lancôme, che la definì troppo vecchia per il loro target. Eppure aveva cominciato 14 anni prima, a 28 anni, “quando generalmente le modelle vanno in pensione”.

Roberto Rossellini era decisamente grasso, e stava più che poteva a letto.

Ingrid Bergman amava mettere tutto in ordine.

Il padre non credeva che il talento in sé meritasse di essere tanto celebrato; le scelte morali, in lui, prevalevano sulle scelte estetiche; spesso non ha rispettato le scelte cinematografiche della madre.

Ad Amalfi, Isabella vide Anna Magnani rovesciare un piatto di spaghetti in testa a Rossellini, solo in seguito capì che si trattava di gelosia.

“Mamma amava le tradizioni perché offrono soluzioni già pronte, semplificano la vita”. Sapeva che sarebbe diventata famosa: “lo scrisse nel suo diario quando aveva 14 anni”.

In casa si parlava inglese, francese e italiano.

Ingrid teneva le foto dei morti vicino a una finestra e le foto dei vivi vicino ad un’altra, e le spostava quando morivano.

Isabella abbandonò gli studi prima di finire il liceo; per due anni si sottopose a cure dolorose contro la scoliosi.

Va seguito un preciso ordine nel fare le pulizie dopo aver cenato: 1) sgombrare i cibi che puzzano (cicche e vino); 2) lavare pentole e tegami; 3) lavare i piatti e le posate; 4) infine i bicchieri, in acqua bollente.

Isabella non ha mai preso la patente.

“Servono sicurezza in se stessi, un incredibile ottimismo e probabilmente anche una certa arroganza per iniziare una qualsiasi impresa. Tutte caratteristiche che io non possiedo”.

Dopo aver interpretato la protagonista ne «Il prato», diretto dai fratelli Taviani nel 1979, Isabella arrivò a questa conclusione: “decidi di non recitare mai più, rifiutando di mettere nei guai qualche altro regista che ammiravo”. Invece, tornò a farlo per David Lynch: Dorothy Valens in «Velluto blu» e Perdita Durango in «Cuore selvaggio».

“È mia abitudine abbellire e colorare gli eventi tanto da non ricordare più cos’è realmente avvenuto… Sono bugiarda. Dico bugie, le ho sempre dette”.

L’uomo dalla pistola d’oro, Ian Fleming, 1965

Tredicesimo e ultimo romanzo di Fleming, l’ultima avventura concepita per James Bond, The Man with the Golden Gun uscì pochi mesi dopo la morte dell’autore, presto anche in Italia per Garzanti, nella traduzione di Mariapaola Ricci Dèttore. Fa parte delle storie scritte da Fleming quando si era già manifestato il trionfo cinematografico delle pellicole con Sean Connery (nelle sale erano usciti Licenza di uccidere e Dalla Russia con amore).

Giornalista, prima all’Agenzia Reuters poi al Sunday Times, Fleming fu a lungo un collaboratore dei servizi segreti britannici. La sua visione del mondo è nitida, schiettamente reazionaria: i malvagi tendono ad allearsi fra loro (in questo caso, Mafia, narcotrafficanti e Kgb) e il “mondo libero” non può fare affidamento sugli americani, strapotenti ma poco intuitivi. Per questo, c’è bisogno di uomini come l’Agente 007. Quanto alla psicologia del suo eroe, Fleming ne fa un edonista con gusti sofisticati, nonché un irresistibile sciupafemmine: la Bond Girl di questo romanzo gli piace molto, Bond deciderà di passare con lei una lunga convalescenza, ma “al tempo stesso sapeva, intimamente, che l’amore di Mary Goodnight o di qualsiasi altra donna, non gli era sufficiente”; anzi, “si sarebbe annoiato di godere sempre del medesimo panorama”.

Credo di averli visti tutti, i film su Bond, senz’altro più di venti, mentre questo è il primo romanzo che ho letto: la differenza è notevole, e stavolta è la pagina scritta ad apparirmi di qualità inferiore. In Fleming manca l’ironia, non c’è il retrogusto da commedia sofisticata che ha fatto la fortuna di 007 sul grande schermo.

La nuova missione dell’Agente 007 può rivelarsi suicida: il bersaglio è un killer, Francisco Scaramanga, mercenario spesso al servizio del KGB. Cubano, lo chiamano “l’Uomo dalla pistola d’oro” perché usa una Colt 45 placcata in oro, a canna lunga. Passaporto diplomatico, ha fama di essere un tiratore velocissimo e micidiale; dal dossier che M sta rileggendo, si deduce abbia già assassinato cinque agenti del servizio segreto britannico. Sta scritto, anche, che risulta essere “un donnaiolo insaziabile ma indiscriminato, che invariabilmente ha rapporti sessuali prima di uccidere, convinto che questo migliori il suo occhio”. Del rapporto top secret, fa parte una nota nella quale si ipotizza che Scaramanga nasconda profonde turbe sessuali.

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Ogro [Operación Ogro], Gillo Pontecorvo, 1979 [filmTv101] – 8

Dei pochissimi film diretti da Pontecorvo, andrebbero recuperati Giovanna e La grande strada azzurra: mi piacquero moltissimo, tanti anni fa, in un festival sulla riviera romagnola. Poche regie, dunque, ma ogni volta con un’esplicita intenzione politica: qui viene meticolosamente ricostruito l’attentato del 20 dicembre 1973 compiuto a Madrid dall’ETA, l’esercito separatista basco, all’ammiraglio Luis Carrero Blanco, primo ministro e candidato naturale alla successione a Francisco Franco.

Nemmeno due anni prima, l’Italia aveva vissuto il Caso Moro, si era in pieno clima di solidarietà nazionale, altri si sarebbero chiesti se fosse il film giusto al momento giusto, non Pontecorvo, tantomeno Gian Maria Volontè… In realtà, Ogro avrebbe dovuto uscire tre anni prima, e il produttore, Franco Cristaldi, l’avrebbe tenuto nel cassetto, quando l’autore chiese il via libera.

Ci viene mostrata la formazione politica di quattro componenti dell’ETA, i loro legami fraterni; Ezarra (il capo), Txabi, Iker e Luken si dimostrano disposti a una vita di rinunce, di assoluta dedizione alla causa, ma nella lunga fase di preparazione dell’attentato emergono forti differenze sui metodi per raggiungere l’obiettivo storico: la separazione dei Paesi Baschi dalla Spagna franchista.

Il tema della violenza politica – e della sua giustificazione storica – è dibattuto con acutezza, sia all’interno del gruppo, che attraverso la figura di un muratore sindacalista; solo Ken Loach in Terra e libertà è arrivato a proporre scene di analoga potenza.

Soprannominato Ogro (l’Orco), Carrero Blanco saltò in aria: la scena è impressionante, l’auto fu sbalzata da terra di oltre sei piani e finì nel cortile di un monastero attiguo. Ma è l’unica concessione allo spettacolo. Il resto della pellicola è claustrofobico, come la costruzione del lungo tunnel sotterraneo che si rese necessaria quando il piano originale (rapire l’ammiraglio e scambiarlo con cento detenuti politici) venne forzatamente abbandonato.

Parkland [id.], Peter Landesman, 2013 [filmTv105] – 6

Immagino che l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, insieme alla strage del Settimo Cavalleggeri a Little Big Horn, alll’11 Settembre e al D-Day, sia l’episodio più rappresentato nella storia del cinema a stelle e strisce. Dire qualcosa di nuovo è difficile; Landesman (ex corrispondente di guerra, dal Kosovo al Ruanda) ci prova, riuscendoci solo in parte.

Dallas 22, 23 e 24 novembre 1963: l’idea è far combaciare frammenti sparsi, avendo al centro Abraham Zapruder (il sarto ebreo che filmò quei terribili 26 secondi con la sua Super8 amatoriale), gli uomini della scorta di JFK e Jackie, e la famiglia di Lee Harvey Oswald. Parkland è il nome dell’ospedale dove vennero ricoverati – in fin di vita o forse già morti – sia il Presidente colpito da un fucile telescopico che il suo assassino ufficiale, raggiunto due giorni dopo dai proiettili di Jack Ruby nella sede della polizia di Dallas, in diretta televisiva. Ai medici del Parkland Memorial Hospital non restò che decretare le due morti, con le loro sinistre similitudini.

Tutto diverso, invece, quando si trattò di seppellire i morti. Ad Arlington fu imbastita una cerimonia fortemente emotiva, mentre nessuno voleva accogliere il cadavere dell’assassino, madre, moglie e fratello dovettero farsi aiutare dai fotografi per deporre la salma.

Paul Giamatti è Zapruder, Billy Bob Thornton è Sorrels (responsabile della sicurezza del Presidente), Ron Livingston è Hosty (agente Fbi, non diede valore a una lettera di minacce scritta da Oswald poco prima dell’attentato), Zac Efron interpreta il chirurgo Jim Carrico, Marcia Gay Harden fa l’infermiera Nelson, James Badge Dale è il devastato fratello di Oswald.

Del filmato di Zapruder, si mostrano pochi fotogrammi. La cinepresa era appena stata messa in commercio, si rischiò di distruggere la pellicola in fase di sviluppo. Quei 26 secondi vennero venduti a Life Magazine per cinquantamila dollari e poi al governo federale per 16 milioni. Effetti collaterali della mitologia americana.

L’intelligenza erotica, Esther Perel, Ponte alle Grazie, 2006 (2, fine)

“Fino a tempi recenti, le fantasie sessuali hanno avuto una cattiva fama” (il cristianesimo e il senso del peccato, la psicanalisi che interpreta le fantasie come sintomi di nevrosi o immaturità). C’è riluttanza a rivelarle, persino alla persona amata: aprendoci agli altri, “ci esponiamo al rischio della derisione e del giudizio”. In realtà, la fantasia sessuale esprime una potente verità su noi stessi, dando forma alle attività mentali che mettono in moto il desiderio.

L’immaginazione erotica è spesso indicibile, nutrendosi di pulsioni che consideriamo sconvenienti, indecorose, indegne: dalla bramosia alla lascivia, dall’egoismo all’aggressività, fino all’umiliazione e alla pornografia… Tuttavia, alcune coppie sanno trarre carica erotica dalla condivisione, verbale e fattuale, delle rispettive fantasie. Recitando ruoli, creano “molteplicità nella monogamia”.

“Nel momento in cui si forma una coppia, si comincia a trattare sui limiti: cosa stia dentro e cosa stia fuori”, cosa si è liberi di fare da soli, cosa è necessario condividere. Su tanti aspetti la trattativa può avere esiti mutevoli, solo su un punto – la fedeltà sessuale – non sono ammesse deroghe. Il senso comune è molto tollerante verso il divorzio – nonostante sia un collasso totale del legame matrimoniale, con effetti dolorosi sull’intera famiglia – mentre non c’è alcuna tolleranza verso l’infedeltà sessuale: “preferiamo distruggere una relazione che mettere in discussione la sua struttura”.

Malgrado cresca la percentuale di divorzi, si viene illusi che là fuori ci sia la “persona giusta”, con la quale tutto è possibile, se solo riuscissimo a trovarla. Si dimentica la fondamentale intuizione di Erich Fromm: “Crediamo che sia facile amare, ma difficile trovare la persona giusta”.

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La Cosa da un altro mondo [The Thing from Another World], Christian Nyby, 1951 [filmTv102] – 8

«Prima di narrarvi i particolari della battaglia, lancio a voi un monito. Tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo; dovunque, scrutate il cielo»… A dirlo, lanciando l’allarme radiofonico, è il giornalista interpretato da Douglas Spencer; nel film recitano anche Margaret Sheridan, Kenneth Tobey, Robert Cornthwaite e James Arness (la Cosa).

Una spedizione scientifica chiede aiuto ai militari, avendo individuato un disco volante sotto i ghiacci del Polo Nord; dentro il veicolo, una specie di umanoide/vegetale, ibernato in un blocco di ghiaccio (come Capitan America, quando Stan Lee e Jack Kirby lo faranno rivivere negli anni Sessanta). La creatura viene trasportata alla base, ma quando riprende coscienza, mostrerà di apprezzare il sangue…

Chiamatela fantascienza, se volete, ma innanzitutto va riconosciuto a certi b-movies di saper penetrare nelle paure più profonde dell’umanità. E di non avere bisogno di enormi risorse finanziarie per dar loro forma. Possono bastare il buio, il gelo, il controluce, il sangue, il fuoco purificatore.

Hawks è accreditato solo come produttore, ma tutte le storie del cinema lo associano alla regia di questa pellicola, prodotta insieme a Edward Lasker e distribuita dalla RKO Pictures, a partire da un racconto del 1938 (Who Goes There?), scritto da John W. Campbell con lo pseudonimo di Don A. Stuart.

Rivisto durante la pandemia, il film acquista un’invidiabile modernità, se si pensa a quanto grida lo scienziato (Carrington) ai militari che vorrebbero solo disfarsi della mortifera “Cosa”: «La scienza non conosce nemici, ma soltanto fenomeni. Noi ne stiamo studiando uno… Il sapere è più importante della vita. Abbiamo un solo motivo di esistere: cercare, trovare, imparare». Riecheggia il “progressismo” del barone di Frankenstein. E lo scienziato coltiverà una piccola piantagione di baccelli extraterrestri, nutrendoli di sangue umano.

L’intelligenza erotica, Esther Perel, Ponte alle Grazie, 2006

Come far convivere il bisogno di sicurezza, che ci spinge verso relazioni stabili, con il bisogno di avventura ed eccitazione: è questo il nucleo della ventennale esperienza da psicoterapeuta che l’autrice riassume nel libro. Lo fa senza moralismi, alla ricerca di “una nuova arte di amare per la coppia del ventunesimo secolo”, nella convinzione che una relazione monogama non porti inevitabilmente al crollo del desiderio.

Mai come in quest’epoca – nel ricco Occidente – uomini e donne investono nell’amore: il sistema sociale spinge a consolidare le relazioni nel matrimonio, “finché morte non vi separi”, nonostante tutti sappiano che i divorzi sono in crescita esponenziale. I motivi del fallimento sono assai vari, nel lavoro da terapeuta, “vedo persone che sono così amiche da non poter sopportare di essere amanti. Vedo amanti così tenacemente aggrappati all’idea che il sesso debba essere spontaneo da non farlo mai. Vedo coppie che considerano la seduzione come troppa fatica, qualcosa che non sono più tenute a fare ora che sono sposate. Ne vedo altre convinte che l’intimità voglia dire conoscere tutto dell’altro”.

Nelle coppie sposate risulta sempre più frequente l’assenza di “vitalità erotica”, e ciò produce ansia, demoralizzazione, a volte furia. In molte storie d’amore, la conquista della stabilità avviene sacrificando la passione. Chiunque ricorda come l’eccitazione dei primi tempi fosse dovuta non solo alla scoperta, ma all’insicurezza, al fatto di non sapere cosa provasse l’altro. Nel consolidarsi di un rapporto si creano vari “meccanismi di conforto”: abitudini, rituali, soprannomi… tutto converge sull’agognata sicurezza. Secondo l’autrice, “la passione in un rapporto è commisurata alla quantità di incertezza che si riesce a tollerare”.

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Nomadland [id.], Chloé Zhao, 2020 [cine1] – 9

Stremato. Da film come questo, Nebraska o Into the Wild, esco emotivamente e fisicamente stremato, la rappresentazione del dolore mi arriva con una sincerità insostenibile.

Scritto, diretto, coprodotto e montato da Chloé Zhao, ha vinto tre Oscar (miglior film, miglior regia, migliore attrice protagonista), riprendendo un’inchiesta della giornalista Jessica Bruder. Nata a Pechino, naturalizzata statunitense, al suo terzo lungometraggio, Zhao è la seconda donna a sollevare la statuetta più ambita; il suo compagno, Joshua James Richards, ha curato la fotografia di questo film, reso ancora più lirico dalle musiche di Ludovico Einaudi.

Tramite Frances McDormand, che con Fern aggiunge l’ennesimo personaggio magistrale della sua carriera, lo spettatore italiano incontra un’America mai vista prima: per gli strepitosi paesaggi visivi e per gli stridenti paesaggi dell’anima di individui alla deriva, rottami che cercano di sopravvivere nel paese più ricco del mondo, la culla del capitalismo.

Ormai sessantenne, rimasta vedova, Fern è costretta a lasciare la sua casetta prefabbricata nella cittadina industriale di Empire, Nevada: la chiusura dello stabilimento di calcestruzzo ha innescato una migrazione biblica (quando fa ritorno a Empire, Fern sembra entrare a Chernobyl). La donna comincia a vivere sul suo furgone, accuratamente riadattato. Nell’attraversare Arizona, Nebraska, Nevada, California e South Dakota, inseguendo lavori stagionali, incrocia persone che hanno scelto o sono state costrette a una vita nomade. Non homeless, ma houseless… Del cast fa parte un ottimo attore come David Strathairn, ma Linda May e Swankie, Bob Wells e molti altri non fanno che interpretare loro stessi: averne catturato la spontaneità, mi pare l’ingrediente fondamentale del risultato finale.

Alla prima mezz’ora straziante, segue un respiro di speranza: questi nomadi, questi moderni miserabili, paiono ritrovare una coscienza sociale, si aiutano, si ascoltano, da individui si riscoprono comunità.

3444, mi ricordo

Mi ricordo che erano passati 269 giorni dall’ultima volta che avevo visto un film al cinema, e, per quanto mi sforzi, non mi pare fosse mai accaduto in mezzo secolo.

Il Divin Codino [id.], Letizia Lamartire, 2021 [filmTv103] – 7

Ben oltre la stupefacente somiglianza, Andrea Arcangeli si immedesima in Roberto Baggio, Valentina Bellè interpreta Andreina, Andrea Pennacchi è il padre Florindo, Anna Ferruzzo la madre Matilde, Antonio Zavatteri insegue la paranoica genialità di Arrigo Sacchi e Thomas Trabacchi (il migliore di tutti) si propone come l’amico e procuratore Vittorio Petrone. Pieno di difetti e povero di soldi, è un film minimalista, che proverei a difendere.

Chi si aspetta Baggio in nerazzurro o con la maglia di Juve, Milan o Bologna, resterà deluso. Di calcio giocato ce n’è poco, manca persino l’apoteosi del Pallone d’Oro, i due sceneggiatori, Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, hanno scelto di enucleare i passaggi cruciali di una parabola calcistica inimitabile. Luminosissima e malinconica: Baggio ha giocato con tante maglie, ma non è stato di nessuno, se non del Vicenza e del Brescia, dove ha iniziato e dove è resuscitato. Ma è stato il simbolo più amato degli Azzurri negli anni Novanta.

Certo, la ricerca dei momenti fatali risponde alla logica del risparmio: ridotto al minimo l’uso dei filmati di repertorio, abbiamo il gravissimo infortunio da diciottenne subito prima del passaggio alla Fiorentina, l’ascesa e la caduta ai Mondiali americani, il miracoloso recupero nella speranza (delusa dal Trap) di giocare il quarto Mondiale, in estremo Oriente.

La biografia di Baggio non concede nulla al gossip, la fidanzatina è diventata la moglie, i rapporti con la famiglia sono normalissimi (mamma comprensiva, padre burbero, la caccia come terreno di contatto), viene trattata con misura la questione della fede buddista, resta poco spazio per lo spogliatoio o per la devozione dei tifosi (ma la scena all’autogrill non lascerà indifferenti).

Prima del più fatale dei momenti – il calcio di rigore contro il Brasile – si immagina un “duello” solitario, in palestra, dove Baggio si ribella a Sacchi: non gli farà capire se è guarito dall’infortunio rimediato con la Bulgaria.

Vi sconsiglio 10 film

Nei primi cinque mesi dell’anno, zero film al cinema e cento in tv (tre quarti li ho scelti io, un quarto mia moglie).

Spero di fare cosa gradita, sconsigliandovene una decina, in rigoroso ordine alfabetico.

AddictedAquamanCate McCall Indiana Jones e il Teschio di cristalloL’addio al nubilatoOggi sposi, sentite condoglianze Ricatto finaleTerrore sul Mar NeroTrespassVanilla Sky

Terrore sul Mar Nero [Journey Into Fear], Norman Foster, 1943 [filmTv99] – 5

Mezzo cast di Citizen Kane (Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Everett Sloane), con l’aggiunta di Dolores del Río e Ruth Warrick e la partecipazione straordinaria di Orson Welles, che investe il suo carisma nei panni, nel colbacco e nella barba di un colonnello turco, molto più vecchio dei suoi ventott’anni.

Dal romanzo Viaggio nella paura di Eric Ambler, su RaiPlay ho visto l’edizione colorizzata negli anni Novanta, attratto da Welles e dalla pessima reputazione di certi film a cui prese parte. Un mattatore come lui, reduce dal flop de L’orgoglio degli Amberson, ambiva a lasciare un’impronta su qualsiasi pellicola: stavolta, pare abbia girato qualche sequenza e disegnato i bozzetti preparatori. Alla sceneggiatura parteciparono nomi come Richard Collins e Ben Hecht, non accreditati, ma i rapporti di Welles con la RKO erano ormai compromessi, e la produzione intervenne pesantemente in fase di montaggio, tagliò e ricucì, di certo abbreviò. Del mediocre risultato finale, non si sa chi incolpare.

Spy story con retrogusto esotico: nel corso della Seconda guerra mondiale, fingendosi ingegnere, un agente segreto americano viaggia insieme alla moglie, all’arrivo a Istanbul ha la certezza di essere stato individuato dalla Gestapo. Viene tratto in salvo dal mefistofelico colonnello Haki, ma i pericoli non sono finiti; sul Mar Nero, ogni occasione può essere propizia per assassinare questo allampanato americano, la cui personalità appare contradditoria: in certe situazioni pare in balia degli eventi, in altre risulta coraggioso e determinato.

Il killer nazista è facilmente identificabile, ma nessuno è chi sostiene di essere… Nel finale, una scena sul cornicione di un albergo sotto la pioggia, allo spettatore moderno potrà ricordare Blade Runner, ma nelle storie del cinema è citata per la morte di una controfigura.