Georges Simenon, In caso di disgrazia (Adelphi, 1957)

“Non posso sorvegliarla giorno e notte, e neanche pretendere che passi il suo tempo ad aspettarmi. D’altronde, so bene di non bastarle, e perciò sono costretto a lasciarle cercare altrove quello che io non le do. Se poi ne soffro, tanto peggio per me”.

Lucien Gobillot, brillante avvocato parigino ormai prossimo ai cinquant’anni, sposato con l’affascinante Viviane, decide di aprire un fascicolo su se stesso: intende scrivere di ciò che lo tormenta, cosa gli sta succedendo da quando è comparsa Yvette.
Gobillot ne è diventato l’amante, la mantiene, le paga un appartamento. Viviane è a conoscenza di tutto.

Un anno prima, Yvette si era presentata da Gobillot con “un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo”, un misto di ingenuità e astuzia, di innocenza e di vizio. Era una diciannovenne abituata ad arrangiarsi, una prostituta ricercata per rapina, che aveva subito ammesso di essere colpevole; la parcella voleva pagarla offrendo il suo corpo (sotto la gonna non portava mutandine).
Gobillot aveva la fama di fare assolvere i colpevoli. Fama confermata al processo, dove nessuno ha dubbi sulla colpevolezza delle due imputate, ma l’avvocato difensore riesce a tirarle fuori dai guai. Per la sua spregiudicatezza processuale, Gobillot era ammirato e temuto, ma non sarebbe mai diventato ministro (il cruccio di Viviane).

Il fascicolo autobiografico si riempie di ricordi: non solo quelli riferiti a Yvette, ma anche altri, risalenti all’epoca in cui conobbe Viviane, moglie del grande avvocato presso il quale Lucien faceva pratica. Donna bellissima, “creatura inaccessibile”, che tuttavia Gobillot riuscì a strappare al marito. Di sé, l’avvocato afferma di essere brutto, ma di emanare una “impressione di potenza, o meglio di intensa vitalità”.

Da parte sua, non crede all’amore: non ha mai amato Viviane, ne è stato profondamente turbato; e verso Yvette è spinto da “una fame di sesso puro”, che prescinde da ogni considerazione sentimentale. La ragazza incarna ai suoi occhi la “femmina”, con le sue debolezze, le sue vigliaccherie, “e anche con il suo istinto di aggrapparsi al maschio e diventarne la schiava”.
“Dopo la tensione nervosa di un’arringa importante, dopo l’ansia dell’attesa del verdetto, provo quasi sempre il bisogno di un brusco scarico di tensione. Per anni, appena finito tutto, mi precipitavo in una casa d’appuntamento di rue Duphot”.

Yvette frequenta anche un giovane operaio, Léonard Mazetti, che viene a sapere dell’avvocato e arriva presto a non tollerare la situazione: pretende che Yvette sia tutta per lui, le chiede di sposarlo. Yvette rifiuta, poi confida a Gobillot i suoi timori per qualche gesto impulsivo del giovane.

Non è il migliore fra i Simenon che ho letto, ma è certo il mélo con la più forte carica erotica. Nel ’58, Claude Autant-Lara ne ricavò un film («La ragazza del peccato»), affidando i ruoli principali a Jean Gabin e Brigitte Bardot.

In copertina, un dipinto di Edward Hopper: Scala al 48 di rue de Lille – 1906.

I figli del deserto [Sons of the Desert] – William A. Seiter, 1933 [cine24] – 10

Immaginate un migliaio di persone sedute davanti a un grande schermo in piazza Maggiore a Bologna, tutti lì per vedere un film in versione originale (con sottotitoli) che chiunque abbia più di vent’anni ha già visto. E rivisto. E rivisto… Nel mio caso, sarà la quinta, forse la sesta volta.
E poi chiedetevi come si fa a ridere delle stesse situazioni, delle stesse smorfie, degli stessi “camera look”, scoprendosi a canticchiare «Honolulu Baby» nei giorni successivi. Il dato di fatto è semplice: questo quarto lungometraggio di Laurel e Hardy resterà divertente nei secoli, pietra angolare della comicità pura nella Settima Arte.

A duetti esplosivi e irresistibili contribuiscono Charley Chase, Dorothy Christy e Mae Busch (moglie di Ollio in quattro film).

“I figli del deserto” sono una loggia massonica che si prende molto sul serio (rituali, giuramenti, inni, luci soffuse), ma che sembrano più che altro dediti a organizzare feste e scherzi. Alla riunione della sezione di Los Angeles si prepara l’annuale congresso che si terrà a Chicago, una settimana dopo. Stanlio e Ollio arrivano in ritardo, distruggono l’atmosfera seriosa della sala e prestano il giuramento, pur non avendo avuto l’autorizzazione ad andare a Chicago dalle rispettive mogli.

Ollio è “il re del castello”: e infatti la moglie gli nega il permesso, gli rompe in testa un bel po’ di stoviglie e pretende di portarlo con sé in montagna; Stanlio è succube della moglie, che tuttavia gli concede quella specie di supplemento di carnevale. Per andare insieme al congresso, va inventata una scusa: una grave malattia certificata da un veterinario…

La soggezione dei mariti rispetto alle mogli è solo uno degli inneschi su cui veleggia la comicità: l’unica alternativa al totale cedimento è l’inganno. Ovviamente Ollio si considera il leader della coppia maschile, colui che detta la linea, stabilisce l’esatta pronuncia delle parole, e finisce nei guai come merita; altrettanto ovvio il fatto che Stanlio sparga distruzione con il sorriso sulle labbra, restandone appena sfiorato.
Ma in questo tripudio di infantilismo anarchico, tutto può essere divertente: come tenere i segreti, negare l’evidenza, approfittare di un naufragio per essere riaccolti a braccia aperte, regalare ananas e ghirlande di fiori, suonare l’ukulele…

2001, mi ricordo

Mi ricordo l’occhio del genio scandire l’evoluzione dall’osso all’arma, all’astronave.

Wonder Woman [id.] – Patty Jenkins [cine23] – 8

Fra i kolossal di supereroi, è uno dei più eccentrici. Parte dalla mitologia e si insinua nel fantasy, mostra uno spiccato afflato femminista, si sviluppa come un “film in costume”, nel doppio senso del termine, svolgendosi in larga parte cent’anni fa, nel pieno della Grande Guerra.

La regista è quella di «Monster», il film per cui Charlize Theron vinse l’Oscar. La protagonista, Gal Gadot, è perfetta, bellissima ma non troppo giovane né inutilmente siliconata, ha 32 anni, due figli e si era vista in qualche «Fast and Furious» e in «Codice 999». Appaiono anche due icone sexy degli anni Novanta, Robin Wright e Connie Nielsen, mentre i “cattivi” sono Danny Huston e David Thewlis (da Harry Potter e tanto altro). Meno convincente la scelta dell’eroe, Chris Pine, bellezza convenzionale ed espressività ai minimi termini.

Si coglie subito la vista prospettica: Wonder Woman apparirà in tante altre occasioni, qui la si presenta mostrandone le origini e la prima frequentazione degli umani; ma uno degli autori è Zack Snyder («Watchmen», «Batman vs Superman»), e sta già lavorando alla saga corale della Justice League.

La principessa Diana è una delle Amazzoni. Vivono nella paradisiaca Themyscira, un’isola di sole donne, creata da Zeus e irraggiungibile dagli uomini (la computer graphic fa miracoli: le stupefacenti scene sull’isola sono state girate in Italia, fra Matera, Puglia e Campania). Diana bambina è coraggiosa e intrepida, insiste finché non la addestrano a diventare la migliore guerriera. Intuisce che la sua missione prima o poi arriverà: dovrà sconfiggere Ares, figlio di Zeus e Dio della guerra. Non può immaginare che ciò accadrà sul fronte francese nella Prima guerra mondiale. In questo ambito, il film ricorda le origini di Capitan America (i tedeschi sono un po’ nazificati).

Alcune scene d’azione sono strepitose, la corsa in mezzo al fango delle trincee è pura epica. Ma anche la scrittura del film è spesso abile: Wonder Woman in borghese, nella Londra vittoriana, riesce a essere sorridente e divertente. Quando inforca gli occhiali, poi, è davvero divina.

Sulla via Lattea [On the Milky Road] – Emir Kusturica [cine22] – 7

Bisogna amarlo, Emir Kusturica, e solo dopo concedersi le perplessità.
Bisogna amarne la faccia e le rughe, il realismo magico, la follia visionaria, il talento visivo, la cosmologia balcanica da cui estrae favole e leggende, storie terribili e amori travolgenti, musiche per matrimoni e funerali in cui è impossibile capire perché si fa festa.

A otto anni dal «Maradona», questo undicesimo film del regista di Sarajevo appare stracolmo di idee e imperfezioni. Mette a dura prova chi come me non sopporta i serpenti e le mine, il sangue e le paludi, ma il primo quarto d’ora e gli ultimi dieci minuti sono di una bellezza stordente. Può trovarsi a disagio anche chi si intestardisca su certe sfumature o metafore, e non si lasci travolgere dal flusso sconnesso degli eventi.

Nella Jugoslavia devastata dalla guerra civile, Kosta (lo stesso Kusturica) sfida le bombe e i proiettili, proteggendosi con un ombrello. Porta il latte a cavallo di un asino, accompagnato da un falco con cui vive in simbiosi. Reso insensibile dall’orrore, ha così sofferto da non temere la morte. Quanto alla vita, sa di attrarre Milena (la travolgente Sloboda Mićalović) e scopre di suscitare l’interesse di una donna italiana (Monica Bellucci), che sembra aver sofferto altrettanto e non ha nemmeno un nome: viene chiamata “la Sposa”.
“L’unica cosa che abbia un senso è amare qualcuno, come si può”, dirà la Sposa a Kosta, mentre una pattuglia di soldati sanguinari cerca di catturarli…

Ex campionessa di ginnastica, Milena ha deciso di organizzare un doppio matrimonio: lei con Kosta, la donna italiana con il fratello (il feticcio Miki Manojlović), sfregiato eroe di guerra. Intanto, oche sguazzano nel sangue di maiali sgozzati, galline si guardano allo specchio, mucche vengono munte, pecore nascono e muoiono, comparirà persino un orso. In un paesaggio devastato e meraviglioso, si staglia un enorme orologio che non segna l’ora, ma ferisce chiunque si avvicini.

L’ultimo tocco di Lubitsch, Samson Raphaelson (Adelphi, 1981)

Chi scrive ha collaborato alla scrittura di 9 film di Ernst Lubitsch, fra il 1931 («L’allegro tenente») e il conclusivo «La signora in ermellino» (1947), “eppure non ho mai avuto l’impressione di conoscerlo, né che lui conoscesse me”. Sono di Raphaelson i dialoghi di «Mancia competente», «Angelo», «Scrivimi fermo posta», «Il paradiso può attendere»; nel ’41 ha collaborato con Hitchcock per «Il sospetto» e intorno alla metà degli anni Venti aveva scritto la commedia «The Jazz Singer», da cui venne tratto il primo film sonoro.

Raphaelson non parla dei film, ma del suo rapporto con Lubitsch. Dell’amicizia pudica, dell’affetto implicito, dell’osmosi creativa. Non descrive “il tocco di Lubitsch”, la raffinatezza che rende inconfondibili le sue commedie, la scelta di suggerire invece che mostrare, ma ne fa percepire l’origine.

Si erano conosciuti alla Paramount, quando lui aveva 34 anni e il regista 38; all’epoca, lui era un oscuro commediografo, mentre il nome di Lubitsch era già famoso per alcuni capolavori del muto. La loro collaborazione era metodica: 6 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, nella stessa stanza, a parlare, mentre una segretaria prendeva appunti. “Lubitsch non era quello che uno scrittore definirebbe scrittore, e nemmeno perdeva tempo a cercare di diventarlo. Dubito che abbia mai cercato di ideare autonomamente una storia, un film, o anche una singola scena.

Su se stesso non nutriva né vanità né illusioni; era abbastanza scaltro da tenersi buoni gli scrittori… valutava una scena, un film o un’interpretazione con l’occhio del genio. Un dono simile è molto più raro del semplice talento”. Nei 17 anni di collaborazione, lo scrittore si recò sul set non più di 5-6 volte, e sempre perché Lubitsch voleva cambiare una battuta del dialogo.

Segue un racconto pubblicato nell’80 su «The Atlantic Monthly». I nomi dei protagonisti sono di fantasia, ma è facile ritrovare il tono scanzonato e leggiadro, le atmosfere di certi film di Lubitsch. Descrive un sottobosco hollywoodiano che vive di espedienti, in attesa di un momento magico che forse non verrà mai.
Tradotto da Davide Tortorella, con una nota di Enrico Ghezzi, che afferma: “La smagliante lucentezza concettuale e l’eleganza lubitschiana dei due pezzi bastano a capire perché Lubitsch avesse scelto proprio Raphaelson come collaboratore”.

Gli amori di una bionda [Lásky jedné plavovlásky] – Miloš Forman, 1965 [cine20] – 8

L’ho visto nell’inverno 1980, subito dopo «Hair», e corteggiavo una ragazza bionda. Ora che è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna, mi è venuto spontaneo confrontare i vaghi ricordi con la visione di un film che mi è arrivato quasi nuovo.

Forman veicolava la stessa ironia che traspare dalle pagine di connazionali come Kundera e Hasek. Un tono da commedia triste, rivolto innanzitutto verso se stessi. Quasi non si capacita della forza di sopportazione di un popolo che ne ha viste tante (e appena tre anni dopo avrebbe conosciuto i carrarmati russi e il sacrificio di Jan Palach).

Alla catena di montaggio di una fabbrica di scarpe sono impiegate 2000 donne di sedici, venti, trent’anni. Mancano gli uomini, il direttore della fabbrica cerca di portare lì una guarnigione di soldati, ma il ministero è subdolo… Andula (Jana Brejchová) è una giovane operaia che insegue l’amore o almeno un po’ di sogni, dovendo fare i conti con un grigiore desolante. Non è affatto stupida, ma le viene naturale credere alle promesse di Milda (Vladimír Pucholt), un ragazzo più grande e intraprendente, non fosse altro perché fa il musicista e vive a Praga, e non in un oscuro villaggio industriale. Milda dice a Andula che il suo corpo nudo gli ricorda una chitarra, ma una di quelle di Picasso, e chissà se è un complimento. Lei prende alla lettera l’invito ad andare a trovarlo, e la dimensione comica si amareggia nel breve rapporto della ragazzina con la gelosissima madre di Milda.

Certe atmosfere rimandano al cinema di Ermanno Olmi: penso a «Il posto», all’ingenuo corteggiamento di un ragazzo di campagna a una ragazza appena conosciuta. Esitazioni, timidezze, scoperta dell’altro (e di sé): la tragedia può essere subito dietro l’angolo, Andula sa sopportare le delusioni, ma i tagli sui polsi rivelano qualche pensiero suicida.

Nominato agli Oscar come miglior film straniero, grazie anche alla Fotografia di Miroslav Ondrícek, «Gli amori di una bionda» chiude la prima fase della carriera di Forman, avviandolo verso il successo planetario.

Manhattan [id.] – Woody Allen, 1979 [cine21] – 10

Non tutti hanno la fortuna di vederlo a vent’anni, e di rivederlo più volte, fino a oggi, restaurato dalla Cineteca di Bologna, supervisione di Grover Crisp che, come leggo nelle note, “si è mosso nel senso di una minuziosa fedeltà al meraviglioso lavoro di Gordon Willis”, restituendoci “la morbidezza e la pienezza fotografica di Manhattan, l’incanto dei suoi grigi”.

Serviva il bianco e nero per edificare il mito di una città che ogni ventenne nel ’79 avrebbe voluto percorrere a piedi, fra il Radio City Music Hall e il Guggenheim, Times Square e Braodway, passeggiando – non importa se piove, se attraversi Central Park – insieme a Mariel Hemigway o a Diane Keaton (non meno affascinante Anne Byrne, all’epoca moglie di Dustin Hoffman), per poi sedersi su una panchina davanti al Queensboro Bridge a osservare l’Hudson, lo skyline più famoso del mondo. “Amava New York… era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”. Quanta dolcezza del vivere… Solo Scott Fitzgerald era riuscito a proporne altrettanta.

In questo che è uno dei 3-4 capolavori di Woody, ritrovo momenti di perfezione assoluta, rido e mi commuovo, mi esalto davanti alla sinfonia postmoderna che si inerpica sulle musiche di George Gershwin, la «Rapsodia in blu» eseguita nel 1954 e che pare composta per questo film. Mi piace ricordare alcuni nomi rimasti in secondo piano: Marshall Brickman ha collaborato a soggetto e sceneggiatura, Mel Bourne firma le scenografie, Meryl Streep sembra recitare allo specchio di «Kramer vs. Kramer» (anche quel film è del ’79).

Alcune delle battute che attraversano i dialoghi, Woody le aveva recitate dal vivo e scritte nei libri già una dozzina di anni prima.
Ike: “Sei così bella che stento a tenere gli occhi sul tassametro”.
Ike: “Ebbene io sono all’antica, non credo nei rapporti extra-coniugali. Credo che le persone dovrebbero accoppiarsi a vita, come i piccioni, o i cattolici”.
“Mary: Oh, ti prego non psicanalizzarmi. Io pago un dottore per questo.
Isaac: Ehi, tu chiami quel tizio con cui chiacchieri “un dottore”? No, dico, non ti insospettisce quando il tuo analista ti chiama alle tre del mattino e scoppia in singhiozzi al telefono?
Mary: Va bene, non sarà ortodosso. Ma è un dottore altamente qualificato.
Isaac: Ah! Ha fatto un gran lavoro con te. Hai una stima di te che è solo di una tacca sotto Kafka”.

«Manhattan» parla d’amore, sentimenti inafferrabili, contraddittori, che suscitano sensi di colpa, felicità inseguita e smarrita, affinità elettive e intellettualismi, aspirazioni ed egoismi, nevrosi e appagamento, alienazione metropolitana, opportunismi e magia, immaturità e vecchiaia, passione e perdita… Unica soluzione, assecondare le spinte del cuore, anziché dare ascolto ai ragionamenti del cervello, “l’organo più sopravvalutato”.

Fra Groucho Marx e Bergman, Chaplin e Fellini, i pedinamenti frontali e le carrellate laterali, qui Allen era davvero toccato dalla grazia.

22.11.63, Jackie, Bobby e JFK

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1944, mi ricordo

Mi ricordo l’improvviso quanto tardivo innamoramento cinematografico per il musical.

Il padre d’Italia [id.] – Fabio Mollo, 2017 [cine17] – 6

Mi è stato difficile dare un voto a questo film, ma mi sento di consigliarlo nonostante i difetti. In fondo, il “6” è la classica media fra aspetti positivi – magnifica interpretazione di Luca Marinelli, un po’ sopra le righe ma efficace anche Isabella Ragonese – e aspetti negativi – uno stile “stiloso”, troppo compiaciuto nell’esibire ralenty, sfocature, inquadrature sghembe, punti di vista eccentrici, luci stroboscopiche…

La storia è potente, l’intenzione politica condivisibile, peccato vengano inghiottite da linguaggi sovraccarichi. La situazione non è nuova: due anime alla deriva si incrociano per caso e riescono a procurarsi un po’ di voglia di vivere. La struttura della trama è abusata: un lungo viaggio verso sud, fin dove la penisola finisce, ma senza la grazia dell’Amelio del «Ladro di bambini». I protagonisti sono Paolo, torinese, trentenne e omosessuale, appena uscito da una lunga relazione, e Mia (o Mimma), calabrese, più o meno coetanea, incinta al sesto-settimo mese, senza che le importi più di tanto chi sia il padre.

Per puro senso del dovere, Paolo cerca di aiutare Mia, ma si lascia travolgere da questa ennesima versione della Melanie Griffith inventata trent’anni fa da Demme. La ragazza, però, riesce a sottrarre Paolo dall’autolesionismo in cui sta compiacendosi, gli offre un obiettivo, un senso. Ed entrambi amano le vecchie canzoni di Loredana Berté… Paolo sogna la madre che lo lasciò in orfanotrofio, e ha talmente “fame” di famiglia da immaginarsela insieme a Mia e alla bambina, Italia. Non arriva a cogliere l’irresistibile pulsione a fuggire della ragazza madre, ma ne accetta l’ultimo regalo.

La bravura di Marinelli è impressionante: dopo «Tutti i santi giorni» e «Jeeg Robot» si conferma come l’interprete più versatile e ombroso della sua generazione.

I crimini contro l’umanità si arricchiscono di una nuova efferatezza: applicare photoshop a Claudia Cardinale

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Dawson City [Dawson City. Frozen Time] – Bill Morrison 2016 [cine16] – 9

Atto d’amore verso il cinema e documento inedito su un pezzo fondamentale della storia americana: Dawson City non è niente di meno.

È un documentario come non ne avevo mai visti. E già questa classificazione mi sembra restrittiva, perché è un film che scava negli strati più profondi di una memoria dimenticata, rievoca opere di cui non conoscevo l’esistenza e mostra la storia di un luogo topico del Sogno Americano e della sua epica: il Klondike della Gold Rush (brandelli di Chaplin conferiscono alla trama il potere di apparire più vera del vero).

Nel 1978, a Dawson City, Alaska, avviene una casuale, fenomenale scoperta. Scavando sotto un edificio, le ruspe trovano centinaia di film dell’epoca del muto, conservate nel ghiaccio. Sono pellicole in nitrato, bruciano come niente, e sono le ultime sopravvissute di migliaia di bobine arrivate a Dawson City dai primi anni Dieci per essere proiettate nelle due sale della cittadina (il DAAA Theater e l’Orpheum Theater) all’estremo confine nord del mondo, vicino al Circolo Polare Artico. Per i distributori, infatti, era troppo costoso rientrare in possesso delle bobine, e la loro “corsa” finiva lì: nella gran parte dei casi distrutte, gettate nello Yukon come i rifiuti.

Ma Dawson City è anche un pezzo di storia dai risvolti sorprendenti. Una cittadina di poche decine di abitanti arriva a quarantamila fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e due terzi dei cercatori d’oro dovettero fare marcia indietro (molti morirono). Da lì, in un decennio, passarono i romanzieri Jack London e Robert Service, Fred Trump, Sid Grauman, Tex Rickard, Klondike Kate, Alexander Pantages, Fatty Arbuckle, I fratelli Daniel e Solomon Guggenheim, William Desmond Taylor, il grande fotografo Eric Hegg. Scopriamo che il nonno dell’attuale presidente degli Stati Uniti pose le basi delle fortune di famiglia allestendo un bordello destinato ai cercatori d’oro. La “corsa” fu rapida e violenta, finì di colpo e Dawson City tornò a essere una città fantasma.

La scoperta dell’oro a Dawson City avviene nel 1898, pressoché contemporanea alla diffusione del cinematografo. È da questo parallelo pionieristico che il film ricava la sua grazia, esaltata dal silenzio (niente voce off) e dalle musiche di Alex Somers, legato alla band islandese dei Sigùr Ros.