American Psycho, Mary Harron, 2000 [filmTv09] – 6

Lessi il romanzo, un quarto di secolo fa, e non ricordo lettura più agghiacciante e orrorifica. Varie volte dovetti chiudere il libro, non riuscendo a proseguire. Anni dopo, ho evitato di andare al cinema per verificare come avessero messo in scena quelle pagine. Cosa mi ha convinto a vederlo? 1) il fascino della paura. 2) il telecomando. 3) un cast strepitoso, anche se Oscar e Nominations sono venuti dopo: Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Reese Witherspoon, Chloe Sevigny e Justin Theroux.

Non conosco personaggi più efferati di Patrick Bateman. Nemmeno Hannibal Lecter arriva a tanto, perché Bateman è la quintessenza della depravazione e non ha il minimo motivo per essere depravato. Giovane, ricco, affascinante, con bella fidanzata e bella amante, nessun vizio gli è precluso. Bret Easton Ellis lo volle immaginare come uno yuppie nell’America di Reagan. Allo scrittore vanno riconosciute intuizioni geniali: l’ossessione per i biglietti da visita, la spasmodica cura del corpo, un ambiente in cui tutti somigliano a tutti, il banale nozionismo associato alla muzak (Bateman ama Phil Collins e i Genesis più scialbi, Huey Lewis e Whitney Houston).

Bale era già un grande attore: riesce a dare spessore al malefico narcisismo di Bateman, ma la mole di situazioni ammucchiate nel romanzo non trova adeguato svolgimento nel film. L’indagine di polizia resta un’occasione perduta, l’odio verso il genere umano è reso con un po’ di sarcasmo. La deflagrante perdita di controllo arriva come se l’Alex di Arancia meccanica avesse esagerato con il Latte Più.

L’ascia, l’accetta, il set di affilatissimi coltelli, la pistola sparachiodi, la motosega, le teste mozzate nel frigorifero e gli esperimenti di cannibalismo si susseguono senza sfiorare il puro orrore della pagina. Forse la versione di Netflix è stata sforbiciata in più punti.

Di questa regista canadese, ho visto L’Altra Grace, miniserie con la splendida Sarah Gadon, e vorrei recuperare La scandalosa vita di Betty Page.

La petite marchande d’allumettes, Jean Renoir e Jean Tedesco, 1928 [filmTv10] – 9

Le sorprese di Netflix… Non sapevo dell’esistenza di questo mediometraggio ispirato a La piccola fiammiferaia, di Hans Christian Andersen. Leggo che è firmato “Jean Renoir”, e comincio a vederlo.

Muto, bianco e nero, quattro attori, la piccola fiammiferaia è interpretata da Catherine Hessling, nome d’arte di Andrée Madeleine Heuschling, all’epoca ventottenne sposata con il regista, dopo aver fatto da modella a Pierre-Auguste, il padre pittore (Le bagnanti è il dipinto che la immortala). La sorpresa raddoppia a metà film: gli autori, che avevano cominciato con un’impronta realistica e melodrammatica, virano bruscamente verso una parentesi onirica, a metà fra il cartoon e le invenzioni fantastiche “alla-Meliès”. Mi piace pensare che alla Pixar ne abbiano ricavato qualche ispirazione per i Toys.

Notte di Capodanno: Karen, bionda ed esile fiammiferaia, esce dalla sua baracca e vaga nella tormenta, confidando di vendere qualche scatola di fiammiferi, ma va a sbattere contro l’indifferenza delle persone che le passano accanto. Affamata, stremata dal freddo, cerca riparo sotto un’impalcatura, le forze la abbandonano e sprofonda in uno stato d’incoscienza: il pubblico osserva le visioni della piccola fiammiferaia subito prima di morire assiderata.

Le riprese avvennero fra l’agosto 1927 e il gennaio 1928; prima proiezione pubblica il 31 marzo 1928 a Ginevra. Il mitico Georges Sadoul scrisse che la pellicola “risente di molte influenze espressioniste e surrealiste”, e Renoir ha descritto vari espedienti – oggi li chiameremmo effetti speciali – per ottenere quel particolare tipo di illuminazione (“impiego di lampadine elettriche leggermente survoltate”) e quelle scenografie (”ci facevamo da soli anche gli scenari, i modellini, i costumi”). Giusto citare l’operatore alla fotografia, Jean Bachelet, che contribuì in modo decisivo a questo piccolo capolavoro.

Effetti collaterali [Side Effects], Steven Soderbergh 2013 [filmTv11] – 7

Effetti collaterali - 2013 - Steven Soderbergh

L’avevo visto sei anni fa, ne ho avuto il sospetto in vari momenti, poi è arrivata la scena che mi ha tolto ogni dubbio. La sensazione è triste…

Al detective che gli chiede la ragione del suo trasferimento oltre-oceano, lo psicanalista offre la risposta perfetta: “Quando in Inghilterra si va dallo psichiatra e si prendono pillole è perché si sta male, negli Stati Uniti invece è per stare meglio”.

Psicofarmaci, malattia mentale, sedute di terapia, cura della depressione o almeno dei suoi sintomi più dolorosi: Soderbergh si muove in un ambiente di somma ambiguità, collocandovi due analisti – Jude Law e Catherine Zeta-Jones – e una coppia – Rooney Mara e Channing Tatum – che non riesce a ritrovarsi dopo l’uscita dal carcere di lui, un broker che aveva cercato una scorciatoia per la ricchezza.

Ora la giovane moglie sembra incapace di sfuggire alla depressione: piange, non ha voglia di sesso, piede sull’acceleratore va a sbattere contro un muro (ma si era allacciata la cintura di sicurezza). Accetta di andare in cura da un analista sulla cresta dell’onda, che si presta, lautamente pagato, a prescriverle un nuovo farmaco di cui sono ancora sconosciuti gli effetti collaterali. Insonnia, dissociazione emotiva, perdita di appetito e di memoria, sonnambulismo… dal cocktail micidiale, deriva un cadavere.

Il film entra nella logica del thriller: la polizia non può riaprire le indagini su chi è già stato considerato innocente, il siero della verità non assicura alcuna verità, il segreto professionale è strumentalizzato per costruire una trappola, la prospettiva di un elettroshock fa saltare i nervi.

La prima ora è notevole, la critica al consumismo farmaceutico va a segno, ma si accumulano troppi ingredienti e il ritrarsi nei canoni del genere – ascesa e caduta, colpo di scena e lieto fine – risulta forzato. Fra manipolatori e vittime, pare luciferina la capacità di fingere assegnata al personaggio di Rooney Mara, una sorta di Audrey Hepburn corrotta dal peccato originale.

Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto, Riccardo Milani, 2021 [filmTv4] – 6

Era giusto farlo il sequel (2017), per un paio di motivi: la chimica che si sprigiona fra Paola Cortellesi e Antonio Albanese, e le potenzialità comiche derivanti dalle abissali distanze antropologiche fra Monica e Giovanni.

A quattro anni di distanza, li ritroviamo separati: si erano piaciuti, ci avevano provato, ma non aveva funzionato, troppo grandi le differenze e le rispettive esperienze, troppo impacciati loro nell’affrontarle. Ma, ecco il primo messaggio edificante, i loro figli stanno per riprovarci, dopo che, per puro caso, si sono rivisti a Londra (Erasmus lei, lavoro lui).

Monica deve pagare il prezzo di un furto eseguito dalle gemelle cleptomani (Valentina e Alessandra Giudicessa, in arte Pamela e Sue Ellen); per evitare il carcere, chiede aiuto a Giovanni, che ora vive insieme a Camilla (Sarah Felberbaum), con la quale sta ultimando il progetto di un ambizioso centro culturale nella sperduta periferia romana. Sono gli agganci politici di Giovanni che consentono a Monica di cavarsela con un po’ di servizi socialmente utili: dovrà scontarli presso una comunità di suore, che, guarda caso, si trova proprio accanto al nuovo centro culturale.

Oltre al ritorno delle gemelle, nel sequel riappaiono gli ex coniugi di Monica e Giovanni (Claudio Amendola  e Sonia Bergamasco), e viene introdotta la figura di un parroco molto attraente (Luca Argentero). È inevitabile che fra i due protagonisti tornino certi pensieri, anche perché Camilla viene ritratta in modo odioso e il prete non può che rimanere un sogno. Ma gli autori si pongono obiettivi più ardui: rinnovare la coscienza sociale di Giovanni e innescare in Monica un barlume di idea sul valore emancipatorio della cultura.

L’ambizione resta sulla carta. Troppi personaggi restano macchiette. Dopo La grande bellezza, non c’è film che non proponga qualche scorcio fantastico di Roma: stavolta, l’interno della Fontana di Trevi. Finirà con uno zuccheroso volemose bene, sulla spiaggia di Coccia di Morto.

The Truman Show [id.], Peter Weir 1998 [filmTv1] – 10

L’ho visto l’altra sera per la quinta volta, le prime due a distanza di poche ore, ai primi di ottobre del ’98; all’epoca, scrissi per “Zero in condotta”, un periodico bolognese, l’articolo che segue, intitolato “Vivere in un telefilm”.

The Truman Show - 1998 - Peter Weir

Truman Burbank è un eroe del mondo irreale, quello fatto di cinema, musica, fumetti e letteratura, di personaggi inventati eppure veri. Truman Burbank è in rapporti di stretta parentela con Akakii Akakievic, a cui Gogol fece rubare il Cappotto, con Bartleby, lo scrivano di Melville. Impiegati, tutti e tre. Vittime, anche. E infine, piccoli eroi, capaci di sfuggire a un destino precostituito, rompere la gabbia, rotelle dispettose che fanno saltare l’ingranaggio, granelli di sabbia, più o meno consapevoli, che rovinano l’ordine precostituito.
Truman Burbank è parente prossimo di Roy Baty, il replicante di Blade Runner: ad entrambi accade di dialogare con il proprio artefice, il geniale regista televisivo Christof, o il manager della Tyrrel Corporation. Né Christof né Tyrrel comprendono le loro creature, le loro domande di senso. Hanno organizzato tutto. Hanno costruito scatole di felicità, riparate dagli imprevisti. Non capiscono perché la verità per le loro creature sia così dolorosa, perché sia così doloroso scoprire di essere stati manipolati. Perciò non prevedono, non possono prevedere, che Truman e Roy, come Akakii e Bartleby, si ribellino.

La ribellione di Truman Burbank dal Truman Show ha per oggetto la televisione, l’elettrodomestico più diffuso, simbolo della passività e della sorveglianza totale. Cinquemila telecamere nascoste che riprendono ogni istante della vita di Truman, il primo bambino nato in diretta (forse pianificato in provetta). E ci sono milioni di spettatori sintonizzati sulla vita di Truman, persino quando dorme. Da trent’anni va avanti così.
Peter Weir, Jim Carrey e Andrew Niccol ci portano dalle parti del capolavoro; sarà una pietra di paragone, in futuro, per la sua capacità di alterare i piani della finzione. Magnifico film sull’alienazione, e sulla presa di coscienza. Ci siamo noi, spettatori in sala; poi ci sono gli spettatori dello show, sempre mostrati dalla stessa inquadratura; poi il regista e i suoi collaboratori, che osservano dall’alto e producono gli eventi della vita di Truman, dalla finta pioggia alla finta morte del padre; poi gli attori dello show, professionisti della fiction e complici della beffa, tranne la ragazza che stava per rivelare tutto al protagonista, perturbante e perciò allontanata dalla produzione; e infine c’è Truman, a cui un giorno accade di scoprire quanto sia artificiale la sua vita. Artificiale e insopportabile. Telecomandata.
“Resta Truman, la tua vita dà felicità a tanta gente, fuori ritroveresti le stesse cose che hai qui, la stessa ipocrisia”: l’ultimo appello di Christof non è una minaccia, semmai lo svelamento definitivo della comodità della finzione. Ma Truman fugge. E non sapremo mai cosa avevano previsto per lui: un figlio, forse, o una nuova amante; oppure la morte, come in Quinto potere, se fosse sceso l’indice di gradimento.

 

The French Dispatch, Wes Anderson, 2021 [cine1-2.884] – 7

Wes Anderson continua a proporre un cinema dalla dimensione visiva abbagliante, a fronte di racconti e psicologie dimenticabili. Ha affinato un’estetica, si è circondato da grandi attori disposti ad assecondarlo in qualsiasi progetto. Dopo I Tenenbaum, Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel, viene qui accatastato un cast (mi piace la cacofonia) che comprende Frances McDormand, Benicio del Toro, Tilda Swinton, Adrien Brody, Edward Norton, Christoph Waltz, Timothée Chalamet, Saoirse Ronan, Léa Seydoux, Losi Smith, Owen Wilson, Mathieu Amalric, Bill Murray, Elisabeth Moss, Liev Schreiber, Griffin Dunne, Jason Schwartzman, Lyna Khoudri e Willem Dafoe (nonché Anjelica Houston, se vedete il fil in versione originale). E pazienza se alla fine della proiezione, ho perso il conto degli Oscar e mi sono chiesto dove fosse l’amata Saoirse: dal web ricavo che era truccata da bionda showgirl.

Trama esilissima, così riassumibile: il direttore e fondatore di The French Dispatch – supplemento dell’Evening Sun, quotidiano di Liberty, Kansas – muore improvvisamente; assecondando quanto scritto nel testamento, nel numero d’addio vengono ripresi i migliori articoli delle passate edizioni (vacanze, arte, cultura, politica, gastronomia, ecc.). Seguono una manciata di storie, alcune brevissime, raffigurate con uno stile ormai inconfondibile, quanto mai astratto, spaziando dal colore al bianco e nero, da interni claustrofobici ad ariose riprese in esterna, fino all’animazione.

Il direttore era un americano innamorato della cultura francese, persino nei suoi stereotipi. Stucchevole ai limiti del noioso, l’episodio “sessantottino”. Più convincente, quello di ambiente carcerario, dove genio e follia, sangue e sesso diventano indissolubili, e l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica sfugge al controllo dei mercanti.

Film per cinefili, da festival, per collezionisti e catalogatori di citazioni.

Un eroe [Qahremān], Asghar Farhadi, 2021 [cine2-2.885] – 8

Giustizia e apparenza, verità e falsità, reputazione e risarcimento; chi è nel giusto, fra il creditore e il debitore, cosa ci muove alla compassione verso chi ha sbagliato… Gran Premio della Giuria al 74° Festival di Cannes.

Amir Jadidi interpreta Rahim, in carcere per un debito non pagato. Ottiene un breve permesso per buona condotta, vorrebbe convincere il creditore a ritirare la denuncia, versandogli parte del debito. Può contare sull’amore di Farkhondeh (Sahar Goldoost), che ha trovato una borsa piena di monete d’oro. Ma la valutazione dell’oro è oscillante, la cifra recuperabile è inferiore a quanto Rahim aveva promesso al creditore, forse qualcosa si agita nella sua coscienza… Decide di restituire la borsa al legittimo proprietario. È una buona azione e, come spesso accade, non resterà impunita.

Rahim verrà celebrato come un eroe. Poi verrà abbattuto e umiliato come un impostore. Chi l’aveva aiutato si sente tradito: sia la direzione del carcere che l’organizzazione umanitaria avevano esaltato se stessi, esaltando Rahim. Ma anche le parole del creditore hanno un fondo di verità. E quel figlio che balbetta, è giusto esporlo per intenerire il pubblico?

Siamo in Iran, ma la potenza dei social media non è inferiore a quella che si manifesta in Occidente. L’integrità di Rahim non è meno ambigua di quella del creditore o del direttore del carcere, o di chi dirige l’organizzazione umanitaria. Qualcuno si è fatto pubblicità, contribuendo a diffondere una storia edificante, ma per altri la storia è falsa… Basta diffondere il dubbio: ognuno ha un’immagine da preservare, quella della vittima è la più debole, la più compromessa. Ma qualcuno è davvero “puro” o tutti agiscono secondo calcoli di convenienza?

Farhadi compone una spirale di eventi destinata a disorientare lo spettatore, a indebolirne le facili certezze. Amarissima e scarna, la scena finale è un piccolo capolavoro.

3661, mi ricordo

Mi ricordo Bogdanovich confessare che era stato Orson Welles a suggerirgli di girarlo in bianco e nero, L’Ultimo Spettacolo.

Giornalisti al Cinema 290: Léa Seydoux

Léa Seydoux, France, Bruno Dumont, 2021

In ricordo di Peter Bogdanovich… Paper Moon – Luna di carta [Paper Moon], 1973 – 9

Paper Moon

Capolavoro della fotografia cinematografica in bianco e nero – László Kovács – ambientato in un Kansas degli anni Trenta che sembra fuoriuscire dalle fotografie di Walker Evans o dalle tavole di Edward Hopper e Norman Rockwell, il film segue la trama del romanzo “Addie Pray”, di Joe David Brown, sceneggiato da Alvin Sargent. Pare sia stato Orson Welles a consigliare all’amico regista di mettere un filtro rosso agli obiettivi per rendere più intensi i contrasti.

Protagonisti Ryan O’Neal e sua figlia Tatum, padre e figlia anche nella finzione. Resta il record di Tatum, qui al suo esordio e in seguito moglie di John McEnroe: vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista, e tuttora rimane la più giovane vincitrice nella storia di questa categoria. Ma Tatum compare in quasi tutte le scene del film, e fu ipocrita da parte dei votanti non inserirla nella categoria dei protagonisti.

La Grande Depressione e l’arte di arrangiarsi: Moses è un piccolo truffatore, che vende bibbie alle donne da poco vedove, fingendo sia stato il marito a ordinarle. Controvoglia, si vede affidare Addie, una bambina di nove anni che ha appena perso la madre, prostituta (i rapporti di Moses con la donna sono intuibili, ma mai chiariti). Insieme a Addie, gli affari vanno a gonfie vele, la bambina è terribilmente sveglia, sembra quasi sia lei a dirigere la banda. Però Moses ha bisogno di una donna, e la bambina è gelosa. E poi, lui fa spesso il passo più lungo della gamba, e si mette nei guai… I pericoli li rendono inseparabili. La forza dell’infanzia emerge nella capacità di risanare le ferite, non scoraggiarsi, sapersi costruire un preciso punto di vista sulla natura umana, svelando le verità dietro le apparenze.

Commovente e divertente. (9 febbraio 2016)

Matrix / Matrix Reloaded / Matrix Revolutions, Andy e Larry Wachowski, 1999-2003 [filmTv175-176-177] – 9 / 8 / 7

Con il suo impatto visivo, il primo film suscitò un’esplosione fragorosa, il secondo attirò ancora più pubblico ma lasciò perplessi, il terzo chiuse il cerchio in modo deludente (anzi, non lo chiuse affatto, come dimostra il quarto capitolo appena arrivato nelle sale, a distanza di quasi vent’anni).

Uno scrolling verde di codici binari scorre dall’alto in basso sullo schermo del computer, catturando lo sguardo dello spettatore, attirato dentro lo schermo. Si innesca così la più acclamata pietra miliare del cyberpunk fra i due secoli, con dettagli che fecero moda (quel tipo di occhiali da sole, quei cappotti di pelle), enfatizzato da sonorità che accanto a quelle originali di Don Davis emettevano incubi metallici con Rage Against the Machine, Marilyn Manson, Prodigy, Massive Attack…

Mi limito a sfiorare le innumerevoli influenze che sottintendono alla trama (Orwell, Lewis Carroll, Dick, Castaneda, Asimov, Gibson, Cameron, Fritz Lang, la controversia con Grant Morrison): i Wachowski distillarono la trilogia di Matrix da un’infinità di suggestioni, l’elenco che ho fatto ne rappresenta solo la superficie più visibile. Un’analisi testuale dovrebbe scandagliare nella classicità (l’Oracolo, Morpheus, Platone e il mito della caverna) e nel sincretismo religioso, a partire da Neo, all’anagrafe Thomas Anderson, anagramma di One e traduzione di “Figlio dell’Uomo”, in trasparente riferimento con San Tommaso (non crede finché non vede). Vogliamo parlare di libero arbitrio? E che dire di una che si chiama Trinity o dei ripetuti riferimenti al buddismo? Ma tutto questo non ci porta a capire perché questa saga abbia così colpito l’immaginazione.

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Giornalisti al Cinema 289: Benjamin Voisin

Benjamin Voisin, Illusioni perdute, Xavier Giannoli, 2021

Giornalisti al Cinema 288: Frances McDormand

Frances McDormand, French Dispatch, Wes Anderson, 2021

Ben-Hur [id.], William Wyler, 1959 [filmTv178] – 7

Amici dall’infanzia, Giuda Ben-Hur e Messala: il primo, ricco ebreo di famiglia nobile; il secondo, soldato romano. L’amicizia si tramuta in odio: divenuto tribuno, Messala chiede aiuto a Ben-Hur per colpire gli ebrei che non si sottomettono all’Impero di Tiberio, l’altro gli rifiuta ogni collaborazione. Accusato ingiustamente di aver attentato alla vita del nuovo governatore romano, Ben-Hur viene incarcerato e spogliato di tutte le sue ricchezze, madre e figlia finiscono in catene; divenuto schiavo ai remi delle galee romane, Ben-Hur attira l’attenzione del console Quinto Arrio, poi gli salva la vita, e viene liberato. Per caso, fa la conoscenza del ricchissimo sceicco Ilderim e allena i suoi cavalli. Tornato in Palestina, incrocia di nuovo Messala, e la vendetta si consumerà nel circo, con la più leggendaria (tumultuosa, violenta, spettacolare) corsa di quadrighe della storia del cinema, alla cui realizzazione collaborò il giovane Sergio Leone.

Sulle vicende “private” dei personaggi aleggia l’afflato religioso, la silenziosa predicazione di un uomo che morirà sulla croce, il suo viso non viene mai inquadrato, ma fra Betlemme e Nazareth, il discorso della montagna e il Calvario, sarà quell’uomo a trasformare Giuda Ben-Hur, purificandone l’odio.

Categorie come “peplum” e “kolossal storico” trovano qui la loro sublimazione. Fu l’apogeo della “Hollywood sul Tevere”. A fianco di scene magnifiche, la cui realizzazione desta ancora stupore, ce ne sono di noiose e prevedibili, con attori che non brillano per espressività. Charlton Heston raccolse uno degli undici Oscar, ma che dire di Jack Hawkins, Haya Harareet e Stephen Boyd? Fa eccezione Hugh Griffith, il furbo sceicco.

La fotografia è di Robert Surtees, il montaggio di Ralph Winters e John Dunning, la colonna sonora di Miklós Rózsa; morto d’infarto mentre stava producendo la pellicola per MGM, Sam Zimbalist resta l’unico ad aver vinto un Oscar postumo per il miglior film.

Giornalisti al Cinema 287: Cate Blanchett

Cate Blanchett, Don’t Look Up, Adam MacKay, 2021

Jude [id.], Michael Winterbottom, 1996 [filmTv177] – 8

Fu amore a prima vista: vidi la ventenne Kate Winslet, e pensai che era meravigliosa: l’anno dopo lo pensarono in tanti, sulla prua del Titanic.

Non vedevo questa pellicola dall’autunno del ‘96, vari passaggi della trama si erano cancellati dalla memoria. Altri non potevano farlo.

Basato sul romanzo Jude l’Oscuro (1895), l’ultimo scritto da Thomas Hardy, il film demolisce la morale vittoriana, l’istituzione matrimoniale e la religione vissuta come sacrificio e castigo. La potenza dei fatti ricorda la tragedia greca, con un Fato implacabile e asettico.

Di professione scalpellino, Jude Fawley (l’ottimo Christopher Eccleston) mette a fuoco due ideali, che non riuscirà a raggiungere: non si iscriverà all’università, e non si costruirà una vita felice insieme all’amatissima cugina Sue Bridehead, che anzi accompagna all’altare con un altro, mentre lui, Jude, si era dovuto legare ad Arabella (Rachel Griffiths). Entrambi i matrimoni saranno fallimentari, e per tutta la vita continueranno a stringere alla gola Jude e Sue, anche se le loro affinità elettive paiono in grado di dar loro fiato. Una pallida speranza si schiude quando Arabella porta a Jude suo figlio e glielo affida.

Di figli, Jude e Sue ne fanno altri due, la fatica del sopravvivere diverrà micidiale. Sempre più spesso lo scalpellino non riesce a trovare lavoro per i moralismi e i pregiudizi dei compatrioti. La sventura si concretizza in una forma terribile: per Sue, c’è solo una possibile spiegazione, è la giusta punizione di Dio…

Film in costume, d’ambiente operaio, regia secca, senza fronzoli e senza paura dei silenzi. Notevole la fotografia, piovosa e tumultuosa, di Eduardo Serra. Ma è Kate Winslet a calibrare il risultato: sa essere credibile nelle illusioni giovanili e nelle insicurezze che l’accompagnano, poi nel disperato, violentissimo strappo che la annichilisce. Se Jude ha imparato a soffrire, lei resta schiacciata dal dolore e dal senso di colpa.

Film in TV nel 2021: 10 sorprese da consigliare

Delle mie visioni cine-televisive del 2021, ho già scritto qui, indicando le 20 serate malriuscite.

Ma è anche giusto ricapitolare i film – visti o rivisti – più sorprendenti, che sono andati oltre le aspettative.

  1. Non ci resta che vincere [Campeones], Javier Fesser, 2018
  2. Week End, Jean-Luc Godard, 1967
  3. Manon ‘70, Jean Aurel, 1968
  4. Curtiz, Tamas Yvan Topolanszky, 2018
  5. Sound of Metal, Darius Marder, 2019 – 8
  6. Nico 1988, Susanna Nicchiarelli, 2017
  7. Le mura di Malapaga [Au-delà des grilles], René Clément, 1949
  8. Swimming Pool, François Ozon, 2002
  9. La spia [A Most Wanted Man], Anton Corbijn, 2014
  10. Galveston, Mélanie Laurent, 2018

Giornalisti al Cinema 286: Jean-Louis Barrault

Jean-Louis Barrault, Il mondo nuovo, Ettore Scola, 1982

Matrimonio reale [Royal Wedding], Stanley Donen, 1951 [filmTv169] – 6

Noto anche con il titolo Sua Altezza si sposa, il film è interpretato da Fred Astaire e Jane Powell, nei panni di Ellen e Tom Bowen, due fratelli americani che lavorano insieme nel mondo dello spettacolo, formando un celebre duo di danza.

All’inizio, li vediamo felici, nella rispettiva solitudine: per entrambi, il lavoro è al primo posto, Tom sembra non pensare ad altro, Ellen passa da un ammiratore all’altro, ma sceglie solo legami passeggeri, senza impegnarsi troppo.

La situazione è destinata a cambiare quando ottengono un ricco ingaggio in concomitanza con il “Royal Wedding” della Corte britannica. Già sulla nave che li porta a Londra, Ellen conosce John Brindale, un aristocratico inglese (lo interpreta Peter Lawford, che in seguito farò parte del Rat Pack, insieme a Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr. e Joey Bishop).

Quanto a Tom, nel fare il casting dello spettacolo teatrale, resta colpito da Anne (l’attrice Sarah Churchill, figlia di Winston), si sente attratto da lei, che è promessa sposa a un individuo in quel momento lontano. Finirà che entrambi i Bowen, un tempo così contrari al matrimonio, cambieranno vita…

Trama banalotta, ma è pur sempre una pellicola MGM nel prediletto filone della commedia musicale, con la supervisione creativa di Arthur Freed, uno dei maggiori specialisti del genere. Inoltre, Donen sa come sfruttare la prodigiosa leggerezza di Fred Astaire. Il film si fa ricordare per una scena che sembra anticipare Spider-Man: Fred comincia a danzare e, senza stacchi, dal pavimento si arrampica sulle pareti della stanza d’albergo, ballando capovolto, appeso al soffitto. La legge di gravità si inchina all’arte.

Gli scenografi (il celeberrimo Cedric Gibbons – 28 Nominations e 11 Oscar – e Jack Martin Smith) fissarono solidamente una macchina da presa al marchingegno rotante.

Gli occhi della notte [Wait Until Dark], Terence Young, 1967 [filmTv176] – 8

Audrey Hepburn e altri sei attori, fra cui una bambina; il 90% delle scene si svolge in un piccolo appartamento sotto il livello della strada; tre malvagi vogliono recuperare una bambola imbottita di droga, il loro unico ostacolo è Audrey, che appare indifesa, in quanto cieca… Ecco l’impronta teatrale, la trasposizione del copione di Frederick Knott, che raccolse un grande successo a Broadway: produzione Warner Bros affidata a Mel Ferrer, marito di Audrey, il testo di Knott venne rimaneggiato da Jane e Robert Carrington; fotografia di Charles Lang, musiche di Henry Mancini.

A trentotto anni, dopo la prima maternità, Audrey aveva appena ripreso a recitare. Nessuno avrebbe potuto interpretare meglio questa Susy Hendrix, che in 107 minuti indossa solo due abiti (e un cappotto), riuscendo a sembrare inerme e un attimo dopo a ritrovare coraggio. Per impersonare Susy, Audrey frequentò una scuola per ciechi; fu la sua ultima nomination agli Oscar e ai Golden Globe.

Inquietante psicopatico, sadico e spietato, Alan Arkin interpreta tre ruoli (chi l’ha visto nel Metodo Kominsky stenterà a riconoscerlo); i complici sono affidati a Jack Weston e Richard Crenna (Un flic di Melville, più tardi Rambo e Brivido caldo); Sam, il marito di Audrey, è Efrem Zimbalist Jr., Lisa è affidata alla sensuale modella Samantha Jones. Che sarà la prima vittima, innescando l’intreccio criminale che coinvolge l’inconsapevole cieca.

L’intreccio è molto elaborato, pieno di finzioni dentro la finzione, amici che si rivelano nemici, nemici che restano colpiti dalla forza d’animo di quell’esile donna divenuta cieca, l’anno prima, per un incidente d’auto. Non può mancare il buio catartico, nel quale Susy sa muoversi meglio del suo persecutore. Evidente l’influenza hitchcockiana (ricorda Nodo alla gola, per l’unità di tempo e di spazio), con momenti di notevole suspense e un finale quasi horror, Stephen King l’ha inserito nella lista dei suoi film preferiti.

Vi sconsiglio 20 film: i miei Razzie Awards 2021

Dare buoni consigli è tipico di chi non può più dare il cattivo esempio, ma credo preferibile applicare questa regola alle serate nocive, a scegliere buoni film sono capaci tutti…

Ai primi di giugno, postai un primo elenco di 10 film “sconsigliati”: ero già arrivato a vederne una novantina, in tivù, e a fine anno sfiorerò i 180 (a cui aggiungo, purtroppo, solo una decina al cinema).

La quasi totalità delle visioni discende dai giacimenti di Prime, Netflix, RaiPlay, dai dvd e bluray posseduti; il modo di fruire del cinema alla televisione è mutato irrimediabilmente, ormai non guardo nemmeno più la programmazione.

Nella scelta dei film, per il 90% è colpa mia, mia moglie tende ad assecondarmi. Nel ricapitolare i 20 film più deludenti, mi accorgo di aver fatto l’en plein: li ho scelti tutti io.

È un elenco un po’ imbarazzante, contiene opere di registi come De Sica e Risi, Howard, Spielberg e Crowe… attori come Meryl Streep e Nicole Kidman, Deneuve e Jack Lemmon, Welles e Penelope Cruz… non mancano le commedie sentimentali, ma noto una certa preponderanza dei film d’azione, quelli che scegli quando sei stanco e non vorresti addormentarti. Ecco i peggiori 20, i miei personalissimi Razzie Awards, spero mi ringrazierete…

Addicted. Desiderio irresistibile (Bille Woodruff), Addio al nubilato (Francesco Apolloni), Amanti (Vittorio De Sica), Anima persa (Dino Risi), Aquaman (James Wan), Baywatch (Seth Gordon), Cate McCall. Il confine della verità (Karen Moncrieff), Elegia americana (Ron Howard), I due carabinieri (Carlo Verdone), Indiana Jones e il teschio di cristallo (Steven Spielberg), John Wick (Chad Stahelski), Oggi sposi, sentite condoglianze (Melville Shavelson), Perfect Stranger (James Foley), Rebecca (Ben Wheatley), Ricatto finale (James Oakley), Terrore sul Mar Nero (Norman Foster), The Harder They Fall (Jeymes Samuel), The Iron Lady (Phyllida Lloyd), Trespass (Joel Schumacher), Vanilla Sky (Cameron Crowe).

Rebecca, la prima moglie [Rebecca], Alfred Hitchcock, 1940 [filmTv170] – 8

Costa Azzurra: ventenne donna timida e spaurita fa da dama di compagnia a una dispotica signora che spettegola su tutti e le spiega chi sia quell’affascinante quarantenne, quel De Winter rimasto tragicamente vedovo, che ancora vive nella sua splendida dimora inglese, chiamata Manderley.

I due si innamorano, lui le chiede di sposarlo dopo pochi giorni. Arrivati a Manderley, nonostante la sua ingenuità, la giovane sposa – il nome proprio non ci verrà mai rivelato – capirà presto che la prima signora De Winter ancora incombe su quei luoghi. Rebecca nascondeva segreti indicibili.

Tratto da un romanzo che dicono magnifico, scritto un paio d’anni prima da Daphne Du Maurier, è uno di quei film che fanno capire cosa avesse in più Hitchcock rispetto a tutti gli altri costruttori di thriller: come si costruisce un’atmosfera, come si crea l’attesa, come si porgono gli indizi, come ci si prende gioco dello spettatore, depistandolo, eccetera.

Joan Fontaine è naturalmente perfetta, mentre Laurence Olivier (il marito Maxim) eccede un po’ in perfezione (nel cast, anche George Sanders, Charles Aubrey Smith e Nigel Bruce). Tutti adoravano Rebecca, il senso di inferiorità della seconda moglie – che si sente costantemente inadeguata, giudicata e paragonata – produce disastri, anche perché nell’ombra agisce la subdola, maligna governante (magnifica interpretazione di Judith Anderson), che aveva allevato Rebecca fin da bambina, nutrendo per lei una devozione fanatica.

Che la morte di Rebecca nasconda un delitto, diverrà presto evidente. Maxim vorrebbe solo rimuovere il passato, ma vivere nella fatata Manderley non pare un’idea brillantissima. A Hitchcock piaceva dire che questa era la storia di una casa, “la casa è uno dei tre personaggi principali del film”. La psicanalisi e i sogni sono sempre piaciuti, il romanzo della Du Maurier gliene offre a profusione (il recente remake ha solo una qualità: Lily James).

Don’t Look Up [id.], Adam McKay, 2021 [filmTv172] – 7

La satira politica – almeno quella sulla fine del mondo – richiede una dose di cattiveria che questo film non possiede.

Penso a Stranamore, ma anche al Burton di Mars Attack!; questo, invece, è un film tanto intelligente quanto algido. Identifica giustamente quattro bersagli: un potere politico preoccupato unicamente della sua perpetuazione; un sistema dei media dominato dall’infotainment; una nuova aristocrazia (all’incrocio fra Steve Jobs ed Elon Musk) nata sfruttando le tecnologie digitali; un’opinione pubblica che non vuole sentirsi dire nulla di sgradevole, sennò precipita nel panico. Ma questi bersagli vengono colpiti solo in superficie.

Non a caso, la prima metà del film appare più divertente e incisiva della seconda, appesantita da un paio di storie d’amore e di sesso, di cui si poteva fare a meno.

Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence sono astronomi, studiano le stelle. Lei nota un’anomalia: una gigantesca cometa sta per colpire la Terra, con effetti devastanti, i calcoli consentono di stabilirne la rotta, l’impatto avverrà fra sei mesi. Sembra la trama di Deep Impact o di Armageddon? Sì.

L’allarme sarebbe lanciato in tempo utile, ma la Casa Bianca (Meryl Streep) e il suo insopportabile capo di gabinetto (Jonah Hill) hanno altre priorità (le elezioni di mid-term). Bisogna, dunque, sfruttare i media (Cate Blanchett), ma nel talk-show la denuncia della fine del mondo convive con la riconciliazione amorosa di una diva ventenne… Finirà in un disastro, anche perché il primo finanziatore della Presidente è una specie di guru multimiliardario (Mark Rylance) che insegue folli idee di profitto.

Al regista di La grande scommessa e Vice. L’uomo nell’ombra va riconosciuta la voglia di interrogarsi sull’essenza del potere, nel mondo d’oggi. Facile dedurre che la cometa alluda al cambiamento climatico e al ritardo autolesionista che la politica occidentale sta accumulando. Don’t Look Up si impone come slogan reazionario: Non guardate in alto, continuate a vivere come se niente fosse.