L’altro delitto [Dead Again], Kenneth Branagh, 1991– [filmTv91] – 6

Nel 1949, il compositore Roman Strauss viene condannato a morte per aver ucciso – con un paio di forbici – la moglie Margaret; poco prima di essere giustiziato, Strauss aveva sussurrato qualcosa all’orecchio del giornalista, che pareva aver innescato la sua gelosia.

Nel 1989 a Los Angeles, l’investigatore privato Mike Church cerca di scoprire l’identità di Grace, una donna che soffre di amnesia e ha continui incubi su Strauss e Margaret (la moglie in cui Grace si identifica).

Branagh è più giovane di me. Qui aveva poco più di trent’anni… Era il golden boy degli adattamenti delle opere di Shakespeare (il suo Enrico V aveva raccolto varie candidature all’Oscar), qualcuno osava paragonarlo a Laurence Olivier. Immagino pensasse di poter fare qualsiasi cosa: attore, certo, ma anche regista, sceneggiatore, produttore.

Il senso della misura non era il suo forte. Qui orchestra una trama ridondante, che mischia amnesia e reincarnazione, gelosia e destino, sviluppandosi su due piani temporali, con attori che appaiono al presente e al passato, e personalità sdoppiate. Collocabile da qualche parte fra Freud e De Palma (scomodare Hitchcock mi sembra eccessivo), il film vorrebbe essere un thriller psicologico, perciò Robin Williams – che appare in tre scene – chiese di non far apparire il suo nome nei titoli di testa, per non indurre in errore il pubblico.

La forza del film è Emma Thompson, attrice in grado di gestire anche ruoli a malapena schizzati. Del cast fanno parte anche Andy Garcia, Hanna Schygulla e Campbell Scott. Ruba la scena a tutti Derek Jacobi, nei panni di uno strano antiquario, che pratica l’ipnosi. Finché non si intuisce chi fosse nel 1949, è questo antiquario a dare il ritmo a una trama, ripetutamente frenata da lunghi flashback, che consentono a Branagh di interpretare un geniale (e tormentato) compositore, per poi tornare al ruolo del non meno geniale (e coraggioso) detective.

Ian McEwan, letture e visioni (file in aggiornamento)

Buona parte delle mie ancora vaghe idee sul comporre un romanzo – come organizzare i materiali della trama, i fatti, i personaggi e l’intreccio, la gestione dei tempi e dei dialoghi, in prima o in terza persona – mi vengono dalla lettura di McEwan.

Ogni volta che arrivo alla fine di un suo romanzo (ma può bastare un’intervista), resto immancabilmente colpito da una delle sue soluzioni, e prendo appunti come su un libro di testo. Quanto mi piacerebbe assorbire la sua densa scorrevolezza, i cambi di ritmo, le mutevoli forme narrative… Segue elenco dei romanzi di cui ho scritto sul blog.

Il mio romanzo viola profumato, 2019

La ballata di Adam Henry, The Children Act, 2014

Solar, 2010

Chesil Beach, 2007

Blues della fine del mondo, 2007

Sabato, 2005 (anche qui)

Espiazione, 2001

Amsterdam, 1998

L’amore fatale – Enduring Love, 1997

Cani neri, 1992

Cortesie per gli ospiti, 1981

Ho scritto anche di questi film tratti da romanzi di McEwan, nel complicato inseguimento delle sue indagini sulla realtà:

Cortesie per gli ospiti, Paul Schrader, 1990

Il giardino di cemento, Andrew Birkin, 1993

The Innocent – Lettera a Berlino, John Schlesinger, 1993

Espiazione, Joe Wright, 2007

L’amore fatale – Enduring Love, Roger Michell, 2004

Chesil Beach – Il segreto di una notte, Dominic Cooke, 2017

Il verdetto – The Children Act, Richard Eyre, 2018

In fondo all’edizione italiana di Espiazione (Einaudi) è riprodotta una dichiarazione rilasciata anni fa da McEwan alla BBC:

“A quanto pare scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile “buttare giù” un romanzo solo perché si fa questo mestiere da qualche decennio… È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione… Continuo a credere che tra un romanzo e l’altro sia necessario inserire un pezzo di vita; mi pare che ogni romanzo debba essere scritto da una persona leggermente diversa”.

Saoirse Ronan, a chi somiglia?

Di origini irlandesi, ma nata nel Bronx il 12 aprile 1994, Saoirse Ronan emerse con un piccolo ruolo in Espiazione (di Joe Wright, dall’omonimo romanzo di McEwan): era il 2007, ed ecco la prima nomination all’Oscar, categoria attrice non protagonista.

Sempre nel 2007 recitò in Houdini. L’ultimo mago; nel 2009, Peter Jackson, reduce dai trionfi con la saga da Tolkien, la coinvolse in Amabili resti, dal romanzo di Alice Sebold.

Dopo alcuni titoli che non ho visto, rieccola in The Grand Budapest Hotel (di Wes Anderson, 2014). L’anno dopo la ritroviamo in un piccolo gioiello, Brooklyn, di John Crowley, nel ruolo di immigrata irlandese nella New York degli anni Cinquanta: e arriva la seconda nomination agli Oscar, stavolta come attrice protagonista.

Nel 2017, la regista Greta Gerwig fa uscire Lady Bird, e Saoirse riceve la terza candidatura agli Oscar (la seconda come protagonista). Del 2018 è Maria regina di Scozia, diretta da Josie Rourke. Di nuovo, Gerwig la coinvolge nell’ennesima trasposizione di Little Women, dal celeberrimo romanzo di Louisa May Alcott: Saoirse interpreta Jo March, e l’Academy la nomina per la quarta volta. E così, a 25 anni e 9 mesi, divenne la seconda attrice più giovane ad aver ottenuto questo risultato (Jennifer Lawrence la precede di quattro mesi).

Il testo qui sopra faceva parte di un post che pubblicai nel gennaio 2020. Lo aggiorno perché ho appena saputo che Saoirse Ronan sta girando un film insieme a Kate Winslet. Ha per titolo Ammonite, e descrive la relazione amorosa fra la paleontologa Mary Anning e la geologa Charlotte Murchison.

Non sto parlando di canoni di bellezza e nemmeno di semplice somiglianza: fin dalla prima volta che l’ho vista, ho pensato che, a trent’anni di distanza, Saoirse Ronan rinnovava la stessa lunghezza d’onda di Kate Winslet.

Lady Bird [id.], Greta Gerwig, 2017– [filmTv90] – 9

Cinque candidature (miglior film, miglior attrice alla ventiduenne Saoirse Ronan, miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf, migliore sceneggiatura originale e miglior regista a Greta Gerwig), e nessun Oscar (era l’anno di La forma dell’acqua di Guillermo del Toro), ma ne avrebbe meritato almeno un paio. Alla sceneggiatura, senz’altro: rarissimo trovare dialoghi così misurati, una delicatezza così intensa; nativa di Sacramento come la Gerwig, Joan Didion è citata all’inizio come fonte di ispirazione.

Siamo nel 2002, l’11 Settembre si riverbera persino alla triste periferia di Sacramento, ai margini della California da cartolina, dove Christine McPherson frequenta l’ultimo anno al liceo cattolico.

Adolescente intelligente e ipersensibile – imparentata con Holden Caulfield e Franny Grass – Christine deve fare i conti con una dimensione asfittica; insofferente alle regole, non sa ancora gestire le frustrazioni, non sopporta nemmeno il suo nome, vuole essere chiamata Lady Bird, le pesa essere ancora vergine, invidia le case dei compagni ricchi, non si sente amata per quello che è, e finirà per legarsi prima a un omosessuale (Danny, Lucas Hedge), poi a un tipo vanesio ed egocentrico (Kyle, Timothée Chalamet). Il suo desiderio è andarsene in un’università della East Coast. Il conflitto più aspro (doloroso per entrambe) è con la madre Marion, che pure la ama disperatamente.

Nella tumultuosa scoperta si sé, Lady Bird fa esperimenti, non può accettare che le vengano tarpate le ali, e commette errori. Troverà la forza per riconoscerli. Magnifica la riconciliazione con l’amica Julie, che segue la definitiva separazione da Kyle. Di commovente perfezione la dinamica coniugale, segnata dalla depressione del padre dopo la perdita del lavoro. Strepitosa Saoirse Ronan nell’ultima telefonata alla madre, parole lasciate alla segreteria telefonica per esprimere scuse e malinconia, la scoperta della perdita e l’affiorare di una nuova coscienza di sé.

Love Actually – L’amore davvero [Love Actually], Richard Curtis, 2003– [filmTv81] – 7

Noi abbiamo i cinepanettoni, agli inglesi capita di sfornare prodotti meglio lievitati, campioni di incassi da riproporre ogni fine d’anno.

Il film può contare su un cast pieno di Oscar e di talento, da Colin Firth a Hugh Grant, da Emma Thompson a Liam Neeson, da Alan Rickman a Keira Knightley, da Laura Linney a Bill Nighy (attore feticcio per Curtis). Comparsate per Rowan Atkinson, Billy Bob Thornton, January Jones, Denise Richards, Elisha Cuthbert, Chiwetel Ejiofor e Claudia Schiffer; appare anche l’undicenne Thomas Brodie-Sangster, rivisto nel recente La regina degli scacchi.

La trama intreccia una decina di storie, ambientate in larga parte a Londra alla vigilia delle feste natalizie; fa eccezione quella imperniata su Colin Firth, che fugge da Londra dopo aver scoperto con chi si consola la sua compagna.

Thompson e Rickman indossano i veri panni di coniugi (lui non è insensibile alla nuova segretaria), Neeson e Brodie-Sangster sono padre e figlio, Hugh Grant vive da single al 10 di Downing Street e avrà uno strano scatto di patriottismo davanti a Thornton, il presidente degli Stati Uniti, verificheremo la giustezza delle fantasie sessuali dei ragazzi inglesi nei confronti delle coetanee americane, assisteremo ad amori impossibili che si realizzano (a Lisbona: Aurélia parla solo quella lingua) e ad amori impossibili che si fermano per non ferire un amico… Riassumere i temi messi in campo richiederebbe troppe parole, può esserci qualche eccesso di melassa, alcune sottotrame appaiono deboli, ma il film ha ritmo e resta divertente.

Colonna sonora di forte impatto, con canzoni di Dido, Joni Mitchell, Beach Boys, Kelly Clarkson, Santana, Maroon 5, Norah Jones, Eva Cassidy, Mariah Carey, Otis Redding e dello stesso Bill Nighy, che canta Christmas Is All Around, sulle note del classico dei Troggs, Love Is All Around.

La morale della favola è di una semplicità disarmante: Natale è un giorno che va passato con le persone che si amano davvero.

Chesil Beach – Il segreto di una notte [On Chesil Beach], Dominic Cooke, 2017– [filmTv88] – 8

Sceneggiato da Ian McEwan, che riprende con qualche variazione la trama del suo romanzo, è uno di quei film che funzionano perché è stata perfetta la scelta dei due attori protagonisti. Lei è Saoirse Ronan – irlandese, classe 1994: una delle mie preferite -, lui è Billy Howle; nel cast anche Emily Watson, Samuel West, Anne-Marie Duff e Adrian Scarborough.

Chesil Beach è un romanzo intimista, suggestivo, che può far capire come i nostri genitori potessero vivere l’avvicinamento al sesso. È la storia di un grande amore che naufraga la prima notte di nozze, nella stanza d’albergo nel Dorset; notevole l’intensità emotiva, anche se, come accade sempre con McEwan, risulta improbo restituire la delicatezza e la complessità delle sue pagine, la varietà delle sfumature linguistiche e psicologiche.

Coetanei, a circa ventidue anni, i due protagonisti arrivano vergini al matrimonio. Tanto peggio per loro, se gli è accaduto di crescere nell’Inghilterra puritana alla vigilia della rivoluzione sessuale (è il 1962). Florence è una violinista di talento, Edward si è appena laureato in Storia; vari flashback consentono di alternare la cena che precede il primo atto sessuale con la parabola del loro innamoramento, dal cauto corteggiamento all’impaurita preparazione a ciò che sanno debba accadere.

Regista teatrale, al suo debutto cinematografico, Cooke riesce a rendere queste due personalità, la purezza dell’amore fra i due ragazzi e il disagio insormontabile dei corpi, fino alla sterminata spiaggia di ciottoli di Chesil Beach, dove i due esprimono il rancore di due verità inconciliabili. È una storia di incomprensione, di vergogna e inibizione sessuale, di nefaste influenze di un’epoca: Florence e Edward non sono attrezzati per ricominciare. Una volta tanto, si ha il coraggio di mostrare come l’amore può non bastare.

In quanti modi l’amore possa essere “fatale”, ecco una delle più vivide eredità di Ian McEwan.

Cate McCall – Il confine della verità [The Trials of Cate McCall], Karen Moncrieff, 2013 – [filmTv87] – 5

In fondo, di cosa parla metà dei film americani? Del riscatto. Della redenzione. Del bisogno di sistemare le cose. Della famosa “seconda possibilità” a cui si pensa di aver diritto se si è commesso un grave errore.

Di legal drama, ne ho visti di migliori. Qui abbiamo un’avvocato che era sulla cresta dell’onda, sempre vincente in aula (e affascinante come poteva esserlo Kate Beckinsale a quarant’anni), sposata e con una figlia piccola, che all’improvviso non regge lo stress, comincia a bere, diventa un’alcolizzata, rischia l’espulsione dall’Ordine, viene costretta ad accettare cause di cui farebbe volentieri a meno. Non è che i motivi di questa crisi esistenziale siano descritti accuratamente; il film comincia mentre la crisi è già in atto e il marito dell’avvocato sta per trasferirsi da Los Angeles a Seattle insieme alla figlioletta.

E chi deve difendere la nostra Cate McCall? Una giovane donna condannata all’ergastolo per omicidio. La sentenza lascia perplessi, se si pensa alla quantità di errori ed omissioni, nonché autentiche falsità costruite dagli investigatori, che hanno costellato il processo. Dunque, anche questa Lacey (ben interpretata da Anna Anisimova, attrice scomparsa nel nulla) è alla ricerca di una seconda possibilità.

Con l’aiuto del suo anziano mentore (Nick Nolte), Cate difende Lacey, la fa scagionare, ripara all’errore giudiziario. Ma c’è qualcosa che non torna: Lacey non è stata violentata, come pareva, da un detective della polizia, ed è andata a vivere insieme alla guardia carceraria, l’altro, presunto violentatore. Non meno ambigua della “povera vittima”, è la figura del giudice: lo interpreta James Cromwell, visto tante volte nei panni del “cattivo”.

L’ultima parte del film è un montaggio alternato fra la sconfitta umana di Cate (il marito e la bambina partono per Seattle) e la sua rivincita processuale. Preludio a un lieto fine, che per fortuna ci viene solo suggerito.

Aquaman [id.], James Wan, 2018 – [filmTv83] – 4

Mi sono così annoiato, che ho dovuto interrompere la visione, tendevo a distrarmi guardando le notizie sullo smartphone… Il giorno dopo mi sono imposto di arrivare alla fine, ma sono troppo vecchio per appassionarmi a trame fantasy miscelate con il mondo dei supereroi.

Nato nel 1941, Aquaman fu la risposta DC Comics al Sub-Mariner della Marvel. A piccole dosi, nella Justice League, può funzionare: dedicargli un intero film, lungo ben 143’, significa propinare interminabili sequenze di effetti speciali, uno di quei videogiochi in cui il combattimento potrebbe proseguire per sempre, salendo di livello a ogni nemico sconfitto.

Jason Momoa interpreta l’eroe; al suo fianco, Nicole Kidman (la regina madre), Amber Heard (la futura moglie), Willem Dafoe, Yahya Abdul-Mateen II, Temuera Morrison, Patrick Wilson e il redivivo Dolph Lundgren (un tempo Ivan Drago).

Comincia nel 1985, in una baia del Maine, quando il guardiano del faro soccorre la regina di Atlantide, fuggita per non sposare un tizio che non ama; l’amore, invece, scoppia fra l’umano e l’atlantidea, e nascerà un figlio, la cui identità terrestre è Arthur Curry. Ma ecco che arrivano le guardie di Atlantide, che vogliono trascinare via Atlanna, che è costretta alla fuga, lasciando Arthur nelle mani di Thomas.

Esaurita la premessa, ritroviamo il muscoloso Arthur che conduce un’anonima lotta contro il crimine, e sconfigge una banda di pirati che stavano per impossessarsi di un sottomarino nucleare russo. Poi appare la principessa Mera, coi suo fulgidi capelli rossi e l’attillata tutina verde, ad annunciare all’eroe che il suo destino è regnare su Atlantide, se vuole evitare il massacro fra i popoli subacquei e terrestri. Dovrà sconfiggere molti nemici e mettere le mani sul Tridente sacro, ma chissà cosa mi sarà sfuggito… Oceano e Oceania fanno capire l’ambientazione, ma ci sono anche scene nel deserto del Sahara, a Terranova in Canada, e persino in Sicilia, a Erice.

La donna di paglia [Woman of Straw], Basil Dearden, 1964 – [filmTv84] – 6

Tre motivi per ricordare questo film: il ruolo più spregevole mai interpretato da Sean Connery (aveva già fatto due volte James Bond e stava per girare Marnie); la magnifica interpretazione di Ralph Richardson, nei panni del più detestabile e sadico, razzista e tirannico fra i miliardari messi in scena dal cinema inglese; come Gina Lollobrigida indossava la sottoveste.

Soggetto tratto da un romanzo di Catherine Arley, sceneggiato da Robert Muller e Stanley Mann: è un melodramma con tinte di giallo, che sceglie la strada più facile – il classico complotto per liberarsi del riccone e appropriarsi dell’eredità – anziché rovistare nelle psicologie, e forse puntare sulla femme fatale che irretisce e rovina chi pensi di essere da lei amato.

Già interprete di Alexei Karenin, fra i protagonisti di Exodus e, in seguito, de Il dottor Zivago, Richardson interpreta Charles Richmond, un ricchissimo inglese, vedovo e senza figli, da tempo costretto sulla sedia a rotelle. Dopo vari fallimenti, viene affidato alle cure di un’avvenente infermiera di origini italiane, Maria, che resiste alle pressioni psicologiche del despota, poiché il nipote Anthony, che odia il vecchio, ha ideato un piano per fargli cambiare il testamento e spartirsi il patrimonio.

Il piano funziona: Charles chiede a Maria di sposarlo. Il vecchio si trasforma, diventa tenero e gentile con la consorte, ma il piano criminale non può certo arrestarsi per questo. Di ritorno da una gita a Maiorca sul suo yacht (insieme alla moglie e al nipote), l’uomo muore, proprio il giorno dopo aver cambiato il testamento…

Dicevo della Lollo in sottoveste: la sceneggiatura si preoccupa di costruire le condizioni affinché Maria possa rifugiarsi in qualche camera da letto e mettersi in libertà. Immancabilmente, poco dopo arriverà Anthony… Colonna sonora imperniata su Beethoven e il suo Fidelio.

Il commissario Maigret [Maigret tend un piège], Jean Delannoy, 1958 – [filmTv82] – 7

A cinquantaquattro anni, settimo nella lista, Jean Gabin arriva a interpretare Jules Maigret. Lo farà altre due volte (nel 1959 e nel 1963), dieci in totale i suoi film tratti dalle pagine di Simenon. In questa coproduzione franco-italiana, la trama si discosta da quella del romanzo, che da noi è uscito come La trappola di Maigret.

A ventisei anni, Annie Girardot – prima di Rocco e i suoi fratelli e I compagni – assume con Lucine Bogaert i ruoli più importanti, la moglie e la madre del sospettato. Si fanno notare anche Jean Desailly (Marcel), Lino Ventura (ispettore Torrance) e Jeanne Boitel (Louise, la signora Maigret).

Non ricordo Maigret impegnato in altre indagini così sanguinose. Nel Marais, il quartiere più affascinante di Parigi, si sono già trovati tre cadaveri, tre donne formose e brune, uccise all’aperto con un’arma da taglio. Opera di un serial killer, senza dubbio. Ed ecco il quarto omicidio, seguito da una telefonata alla polizia, che solo il giorno dopo Maigret interpreterà come frutto dell’esibizionismo di un killer che lo sfida apertamente.

Fra un delitto e l’altro, l’intervallo di tempo si sta abbreviando. Maigret prova a imbastire una trappola, coinvolge una dozzina di poliziotte e finge di aver messo le mani sull’assassino. Scopriremo che i delitti derivano da un trauma infantile, che la perversione sessuale si sfoga in quella forma, che qualcuno conosce bene il colpevole, ma lo protegge per amore. L’ambientazione è mirabile, fra retrobottega, vicoletti, portici, sedie di legno portate sulla strada per conquistare un po’ di fresco.

Risolto il caso, con due colpevoli che meritano il massimo della pena e il massimo della pietà, l’ultima inquadratura ci mostra Maigret che si incammina sotto la pioggia: il volto di Gabin non è quello di un vincitore, la pioggia laverà via solo una piccola parte del male con cui è condannato a convivere.

Il pozzo e il pendolo [The Pit and the Pendulum], Roger Corman, 1961 – [filmTv80] – 8

Vincent Price, John Kerr e Barbara Steele sono gli attori principali di questo horror gotico, che Corman ricavò da uno dei più celebri racconti di Edgar Allan Poe, riveduto e corretto dalla sceneggiatura di Richard Matheson, che ne enfatizza le anticipazioni psicanalitiche. Fotografia di Floyd Crosby (padre del musicista David), già operatore di Flaherty, Murnau e Zinnemann.

Film claustrofobico, costruito con pochissimi dollari. Nella Spagna del Cinquecento, in un castello isolato a picco sul mare, si presenta Francis Barnard, venuto dall’Inghilterra per chiedere conto dell’improvvisa morte di Elizabeth, sua sorella, al marito, Nicholas Medina. Inizialmente, l’orribile verità gli viene nascosta; nel castello si trovano anche Caterina, sorella minore di Nicholas, e il medico Leon, preoccupato per la salute dell’amico rimasto vedovo.

Pare che Elizabeth sia morta per un attacco cardiaco, dopo aver visto la stanza in cui Sebastiano Medina, il padre di Nicholas, torturava le sue vittime. E forse il bambino vide la terribile sorte riservata dal padre alla moglie e al fratello, sorpresi in flagrante adulterio.

Per due terzi della pellicola, Nicholas ci viene mostrato come un uomo fragile e traumatizzato, che vive nel dubbio di aver sepolto viva l’amatissima moglie; negli ultimi venti minuti si trasforma in un assatanato torturatore, sadico e folle, che non ha mai superato il trauma infantile e trae piacere nel rinnovarne il sanguinario rituale.

Tutte le scene si svolgono nel castello, punteggiate dalle onde che si infrangono sugli scogli e dall’immancabile temporale gremito di tuoni e lampi. Magnifica e ansiogena la lunga scena in cui i personaggi maschili lavorano per riesumare la salma di Elizabeth, nei sotterranei del castello. Nel labirinto di quei sotterranei, assisteremo alle scene più drammatiche e crudeli, quelle in cui la classe di Vincent Price mette ancora i brividi.

Mona Lisa [id.], Neil Jordan, 1986 – [filmTv75] – 7

Migliore interpretazione maschile a Cannes e candidatura all’Oscar per Bob Hoskins, che ne ricavò la spinta per arrivare a Roger Rabbit… Hoskins è George, un piccolo gangster appena uscito di prigione. Gli altri ruoli principali vennero affidati a Cathy Tyson (Simone, la squillo di lusso), Robbie Coltrane (Thomas, l’unico amico di George) e al luciferino Michael Caine (che si arricchisce sulle perversioni sessuali altrui).

Quando torna in libertà, dopo sette anni (senza aver tradito i complici), George torna nel suo quartiere operaio e si vede sbattere la porta in faccia dalla moglie; in seguito, riuscirà a riallacciare un rapporto con la figlia liceale… George deve trovare un lavoro e si rivolge agli antichi compari: diventa l’autista e guardia del corpo di una prostituta d’alto bordo, nera ed elegantissima, che scarrozza in alberghi esclusivi.

All’inizio, George pare un disadattato, ingenuo e un po’ ottuso, inadatto al lavoro di bodyguard. Ma quella donna lo attrae, e gli ha rivela un segreto: vuole ritrovare Cathy, una sedicenne persa fra il marciapiede e la cocaina. George comincia a fare ricerche. La situazione si complica quando il suo boss, il sorridente e inquietante Mortwell, gli chiede di spiare Simone, per ottenere notizie utili a imbastire qualche ricatto. Quanto sia malvagio Mortwell sarà chiaro in seguito. Quanto sia “onesto” George, lo si vede nella dolorosa ricerca di Cathy – Londra nel suo lato infernale, piena di sordidi club in cui minorenni si vendono per un po’ di droga – e nel modo di trattare Simone. George se ne innamora, Simone ritrova Cathy, i feroci protettori ritrovano Simone… Le scene più drammatiche avvengono lontano da Londra, sul lungomare di Brighton, in una giornata gelida e ventosa.

Comincia sulla suadente Mona Lisa di Nat King Cole. Mentre pensavo che Bob Hoskins somigliasse a Phil Collins, ecco risuonare Into Deep dei Genesis.

Alan Turing finirà sulle banconote

L’Inghilterra sta per mettere il volto di Alan Turing sulla banconota da 50 sterline. Riconoscimento simbolico quanto tardivo a una delle personalità più discriminate nella storia inglese del Novecento, nonostante i meriti scientifici e il contribuito fondamentale alla sconfitta del nazismo.

Turing morì suicida a quarantadue anni, dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica.

Enigma, di Michael Apted, 2002, con Kate Winslet e Dougray Scott

Enigma, la strana vita di Alan Turing, 2012, di Tuono Pettinato e Francesca Riccioni

The Imitation Game, di Morten Tyldum, 2014, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley

La via lattea [La Voie lactée], Luis Buñuel, 1969 – [filmTv79] – 8

Cominciamo dalla fine, dal cartello che precede i titoli di coda: «Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.»

Solo il rasoio del surrealismo poteva consentire questa tesi di laurea sulle eresie e sulla fede cattolica. Prodotto da Serge Silberman, accompagnato nella stesura del soggetto e delle scene da Jean-Claude Carrière, Buñuel chiama a raccolta amici e complici come Alain Cuny, Pierre Clementi, Michel Piccoli, Delphine Seyrig, Édith Scob, e affida i ruoli principali a Laurent Terzieff e Paul Frankeur.

Il cammino per Santiago di Compostela fa da percorso iniziatico. Attraversando Francia e Spagna, due pellegrini incrociano personaggi e situazioni di altri tempi storici (dalla vita di Gesù al Primo Concilio di Nicea, dai tribunali dell’Inquisizione fino all’epoca dei Lumi). Assistono all’incandescente dibattito sui dogmi, ai durissimi conflitti fra gli ordini monastici. È come un presepe vivente, quello con cui i due pellegrini entrano in contatto, con il corollario delle dispute Interne alla chiesa sull’unico senso possibile da assegnare a miracoli, eucaristia, Trinità, libero arbitrio, penitenza, Immacolata Concezione… Dispute infinite su questioni di cui l’uomo non può oggettivamente conoscere nulla; eppure, una quantità di vite sono state stroncate per motivi religiosi.

Ateo convinto, Buñuel compone una satira feroce e documentata, con la consueta, massima libertà linguistica. Lo spettatore verrà più volte spiazzato. Ormai nei pressi di Santiago, due ciechi incontrano quelli che ci appaiono come Gesù e i suoi discepoli: guariti dalla cecità, i due non riescono a capire cosa stanno vedendo.

Un marito per Cinzia [Houseboat], Melville Shavelson, 1958– [filmTv71] – 5

Cary Grant funzionava con tutte: da Katharine Hepburn a Rosalind Russell, Joan Fontaine e Ingrid Bergman, Ann Sheridan, Jeanne Crain, Ginger Rogers, Grace Kelly, Deborah Kerr, Doris Day, Eva Marie Saint, Audrey Hepburn… Mi fermo qui: Hollywood ha partorito una quantità di coppie con Cary Grant, alcune strepitose, nessuna così poco credibile come quella con Sophia Loren. Oltretutto, non era nemmeno il primo tentativo: nel ’57 Stanley Kramer aveva diretto e prodotto Orgoglio e passione.

Questa è una classica, sdolcinata commedia sentimentale, che ruota sulla relazione fra Tom Winters e Cinzia Zaccardi: cioè Cary Grant, 54 anni abbondanti e Sophia Loren, di trent’anni più giovane.

Per preparare il lieto fine – stucchevole e prevedibile fin dal primo sguardo che Cary posa sulle curve di Sophia – il regista propone una serie di situazioni che vorrebbero risultare briose e, nella migliore delle ipotesi, sono invecchiate male. Alternativa alla bruna italiana, ecco la sofisticata bionda appena divorziata, Carolyn, la sorella della morta, che a Tom confesserà di aver sempre spasimato per lui. C’è pure una scena ricalcata sulle gag di Laurel & Hardy, la casa-mobile si ferma sulle rotaie e viene distrutta dal treno. Il titolo originale rimanda alla vecchia zattera sul fiume dove Tom e Cinzia, e i tre bambini, impareranno a convivere.

Tom e Cinzia si punzecchiano per il 90% del tempo, la trama non arriva mai a scegliere fra la passione e l’affinità, il passato resta invisibile: quello di Cinzia allude a una ventenne che non si era mai innamorata; quello di Tom a un matrimonio già fallito prima che la moglie morisse prematuramente, lasciandogli tre figli da crescere. Inespresso anche lo stereotipo delle differenze, fra l’algido wasp e la focosa donna latina.

In quel 1958, il matrimonio di Cary Grant con la sceneggiatrice di questo film, Betsy Drake, si concluse con una separazione.

#Oscar2021

Dei film più premiati, non ho visto niente. Ma ho appena controllato la distribuzione delle statuette, e qualcosa – nel lungo coprifuoco – sono comunque riuscito a intercettarlo.

Due Oscar – fotografia e scenografia – per Mank. Due Oscar – suono e montaggio – per Sound of Metal. Due Oscar – trucco e costumi – per Ma Rainey’s Black Bottom. Un Oscar – effetti speciali – per Tenet. Di seguito, riproduco il post del 16 marzo scorso.

Gli Academy Awards 2021 saranno diversi da qualsiasi altra edizione: è stato modificato il regolamento per venire incontro alle produzioni slittate durante i mesi di chiusura dei set e delle sale, e la 93esima edizione si terrà il 25 aprile, con un paio di mesi di ritardo rispetto alle scadenze ormai tradizionali. E la cerimonia di premiazione andrà in scena da vari luoghi, non solo dal Dolby Theatre di Los Angeles.

I titoli con il maggior numero di candidature sono Nomadland, Mank, Una donna promettente, Il processo ai Chicago 7, The Father, Minari.

La grande novità sta nella presenza di due registe in corsa per la statuetta più prestigiosa: Chloé Zhao ed Emerald Fennell. In quasi un secolo, solo sette registe avevano ricevuto la nomination, mai più di una nello stesso anno.

Di seguito, riporto le nominations alle principali categorie. Ovviamente ho visto pochissimo (pensavo anche meno), finora ho scritto di cinque film: Mank, Il processo ai Chicago 7, Elegia americana, Notizie dal mondo, Tenet.

Aggiorno il post con ciò che ho visto fra marzo e aprile: Ma Rainey’s Black Bottom, The Midnight Sky, Sound of Metal, Borat seguito di film cinema, One Night in Miami, La tigre bianca.

Miglior film

  • The Father
  • Judas and the Black Messiah
  • Mank
  • Minari
  • Nomadland
  • Una donna promettente
  • Sound of Metal
  • Il processo ai Chicago 7

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I turbamenti del giovane Törless [Der junge Törless], Volker Schlöndorff, 1966– [filmTv77] – 6

Non so quale sia la data di nascita del Nuovo Cinema Tedesco, quello di Wenders e Fassbinder, di Reitz e di Kluge, di Herzog e della Von Trotta, quello che un adolescente e un giovane di sinistra, fra i sedici anni e la fine dell’università, doveva necessariamente frequentare perché era molto più che cinema: era la Germania (Ovest) che cercava di uscire da un guscio terrificante, esprimendo un “nuovo” punto di vista attraverso un “nuovo” linguaggio.

Anche Schlöndorff ha fatto parte di quella straordinaria new wave; ma qui, all’esordio da ventisettenne, è ancora alla ricerca di una sua misura e si preoccupa, innanzitutto, di rappresentare l’indole anti-autoritaria e i dubbi esistenziali di Robert Musil.

Riprendo da una recensione del tempo: «una forma volutamente spoglia e disadorna ma efficacissima per descrivere la degradata realtà morale di una classe dominante minata da quella irrazionalità che pulsava sotto l’autoritarismo della Germania guglielmina ormai prossima al nazismo.» Non così “prossima”, passerà un quarto di secolo, ma il concetto è condivisibile: ho avvertito assonanze fra questo film e l’Haneke di Il nastro bianco.

Il romanzo l’ho riletto da poco. Molte pagine sono inquietanti, suggeriscono dubbi sulla natura umana e sul valore, forse eccessivo, che ci piace attribuire alla cultura per indirizzare gli istinti alla convivenza civile. Nei primi anni del Novecento, in un collegio esclusivo ai margini dell’Impero Austro-Ungarico, il sedicenne Törless stringe una sorta di amicizia con i compagni Beineberg e Reiting. Hanno un rifugio segreto, inseguono esperienze rivelatrici, sperimentano il potere e la violenza su un compagno ricattabile…

Spicca la scena da Bozena, la non più giovane prostituta frequentata da Törless e da altri studenti. A interpretarla è Barbara Steele, resa celebre dagli horror diretti da Bava e Fulci, Corman e Freda. Sono convinto che quella scena losca e depravata sarebbe piaciuta a Egon Schiele.

Cadaveri eccellenti [id.], Francesco Rosi, 1976 – [filmTv65] – 8

C’è stato un tempo in cui il cinema italiano interveniva pesantemente sull’attualità politica. Lo faceva con asprezza, sapendo di procurarsi nemici. Senza sconti agli amici.

«La verità non è sempre rivoluzionaria», dice un dirigente comunista al giornalista dell’Unità, commentando la versione ufficiale di un duplice delitto, palesemente falsa ma accettata dal Partito.

Prendendo Il contesto di Leonardo Sciascia (1971), Rosi confeziona un film con momenti di così intenso lirismo da far impallidire Coppola e Scorsese. Non sempre le psicologie mi sono parse ben delineate, ma la sostanza è limpidissima: l’assassinio di un giudice – forse la vendetta di un innocente – offre una straordinaria opportunità, un’arma di distrazione di massa per regolare altri conti.

Lino Ventura è l’ispettore di polizia che dirige le indagini, Fernando Rey il subdolo ministro, Tino Carraro il reazionario capo della polizia; fra le vittime, Renato Salvatori, Max Von Sydow, Alain Cuny e Charles Vanel; arricchiscono il cast presenze sceniche come Paolo Bonacelli, Maria Carta, Luigi Pistilli, Marcel Bozzuffi, Anna Proclemer e Tina Aumont.

Prodotto da Alberto Grimaldi, sceneggiato da Rosi insieme a Tonino Guerra e Lino Jannuzzi, fotografato e montato da Pasqualino De Santis e Ruggero Mastroianni, con musiche di Piero Piccioni, il film deborda di indizi, depistaggi, agguati, verità confezionate ad arte. L’omicidio finale nel museo mi ha ricordato The Parallax View di Pakula.

Come già nel romanzo, Rosi non si riferisce a luoghi o eventi specifici – scene ad Agrigento, Palermo, Napoli, Lecce, Roma (Palazzo Spada, Museo Napoleonico) -, ma affonda nelle viscere del paese, ritraendo la contrapposizione tra poteri dello Stato, la strategia della tensione agitata da forze occulte, gli apparati conniventi con la criminalità organizzata. Quanto all’opposizione, cioè il Pci, manca di coraggio. O, forse, teme il peggio.

5 è il numero perfetto, Igort, il fumetto

Concepito durante un soggiorno a Tokyo, il graphic novel – 180 tavole in bicromia – è stato completato fra il 1994 e il 2002; i primi capitoli vennero pubblicati dalla Phoenix nel ’98.

Evocati dal segno di Igort, piccoli individui fuoriescono da macchie azzurrate o nere, invadono gli spazi, dominano gli sfondi o si lasciano sovrastare da Napoli, fotografata con l’abito più notturno e piovoso. Sono disegni che bagnano il foglio di acquerello quando piove, e lo graffiano con un tratto sottile e spigoloso nei momenti di maggior tensione. Talvolta la luce è accecante, il nero scompare e svaniscono anche i sottili contorni di pennino; la forma è data solo dall’ombra del grigio. Quando invece è notte, il nero colma le tavole, lasciando qualche spazio al grigio.

È un noir sceneggiato con ritmo e inquadrature cinematografiche, rende omaggio alle pellicole di Leone e Kitano, la dedica va a Simenon e Herriman, e a me ha ricordato certe atmosfere di David Mazzucchelli.

Finalmente Igor Tuveri – cagliaritano, classe 1958 – lo porta al cinema, con un esordio alla regia che si avvale di Toni Servillo a indossare il profilo inconfondibile di Peppino Lo Cicero, il guappo riemerso dalla pensione per regolare i conti. Leggi il resto dell’articolo

Lolite

Nabokov, il romanzo / Kubrick, il film / Lyne, il remake / Sue Lyon

La voglia matta, Spaak / American Beauty, Suvari / Girls, Nick Felman

The Girlfriend Experience, Soderbergh / The Girlfriend Experience, il serial

Giovane e bella, Vacth / Sedotta e abbandonata, Sandrelli

Swimming Pool, Sagnier / Revisionando Twin Peaks

The Mask – Da zero a mito [The Mask], Chuck Russell, 1994 – [filmTv55] – 7

Può apparire ingenerosa la scelta dell’immagine, sacrificando Jim Carrey – qui in una delle sue interpretazioni più scatenate – a vantaggio di Cameron Diaz. Ma la prima apparizione di quella ventiduenne di San Diego fu sfolgorante, con quel vestito rosso fuoco, attillato come una seconda pelle, all’entrata nella banca dove lavora il timido, grigio, debole, complessato Stanley Ipkiss al quale, come in ogni variante del dottor Jekyll, basterà poco per trasformarsi, facendo emergere la sua vera, compressa, affascinante personalità.

Tina Carlyle è la perfetta incarnazione della “pupa del gangster”. Va in banca per filmarla in vista della rapina organizzata dal suo uomo, che intende spodestare il boss. Tina verrà redenta dall’amore per Ipkiss, che conosciamo come vittima inerme della padrona di casa, del meccanico e del capoufficio, con l’unico riparo della sua stanzetta ammobiliata, con il cane Milo (personaggio che si rivelerà cruciale).

La sorte (il Caso, il Fato, il Destino) fa sì che sia Ipkiss a trovare un’antica maschera con poteri magici. Si trasforma. Assume una faccia verde e un abbigliamento psichedelico, rivelandosi invulnerabile, spezzante e dotato di poteri che violano le leggi della fisica. Per prima cosa, sistema i conti con la padrona di casa e con il meccanico. Poi va al Coco Bongo Club, il locale notturno in cui Tina canta e balla, da cui era stato scacciato la sera prima. La polizia (Peter Riegert: Animal House, Local Hero) sospetta di Ipkiss: chi altri può indossare una cravatta identica al più assurdo dei pigiami? Entra in cena anche una giornalista, che si rivelerà molto diversa dalle apparenze.

Il film è liberamente tratto dalle storie del personaggio a fumetti creato nel 1989 da John Arcudi e Doug Mahnke. La prima ora scorre velocissima e Carrey è unico nella gestione dei tempi comici. Poi la trama perde ogni originalità e non possiamo far altro che aspettare che l’eroe sconfigga i cattivi e salvi la formosa damigella.

Spider-Man 3 [Spider-Man 3], Sam Raimi, 2007 – [filmTv51] – 6

Il problema è che lo conosco troppo bene, Peter Parker. Ho letto almeno 500 storie, sfogliato molte migliaia di tavole. Non mi servono gli effetti speciali per immaginarlo assecondare l’imperativo categorico coniato da Stan Lee: “da grandi poteri vengono grandi responsabilità”.

Perciò non posso assistere alle trasposizioni cinematografiche di questo eroe della mia adolescenza con lo sguardo rapito e stupito dei ragazzini. Mi aspetterei che il cinema illumini le vecchie storie con quella luce che i fumetti non possono trasmettere, elevando lo spazio fantastico, l’attitudine ai sogni. È un’alchimia difficile, e questo terzo capitolo mi è piaciuto meno del secondo (il migliore) e del primo, nonostante il cast: a Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, J. K. Simmons e Elizabeth Banks, si aggiungono Thomas Haden Church (Sideways), Topher Grace (In Good Company) e Bryce Dallas Howard (The Village).

La sceneggiatura naufraga nell’abbondanza: troppe storie intrecciate (già si allude a Lizard), troppi sdoppiamenti della personalità (Eddie Brock e Harry Osborn jr., ma anche Mary Jane non scherza), e scarseggia l’ironia, che dei migliori fumetti di Spidey costituisce una componente fondamentale.

Belli gli effetti per l’Uomo Sabbia, ma solo una mezz’ora è godibile, quella in cui Peter si lascia avvolgere dal costume nero, e cambia look e carattere (da timido a spaccone), soccombendo – direbbe uno Jedi – al lato oscuro della forza. In quella mezz’ora, il film fa rimpiangere quello che poteva essere, se l’attenzione dei produttori si fosse dedicata alle psicologie anziché ai duelli da videogames nel cielo di Manhattan e ai gridolini di M.J., sempre sul punto di precipitare.

Imperdonabile il ruolo assegnato a Gwendoline Stacy: il tradimento delle storie realizzate da Lee e Romita sr. non ha la minima giustificazione. E così, la produzione di Spider-Man 4 venne cancellata, a vantaggio di un reboot della saga: The Amazing Spider-Man.

Picnic a Hanging Rock, Joan Lindsay, 1967

Una roccia vulcanica alta circa centocinquanta metri, un nero complesso megalitico pieno di grotte e crepacci, che si alza nella pianura a nord di Melbourne: questa è Hanging Rock.

Nell’anno 1900, quel luogo fu teatro di un evento misterioso e spaventoso: tre donne scomparvero nel nulla. Miranda e Marion erano due diciassettenni dell’Appleyard College, la quarantacinquenne signorina Greta McCraw vi insegnava matematica. Non è un fatto storico, ma un autentico mito, su cui le interpretazioni si sono moltiplicate e contraddette. Scrive Joan Lindsay: «Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per conto proprio. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nell’anno 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza.»

Il romanzo uscì nel 1967, otto anni dopo Peter Weir ne ricavò un notevole film; la traduzione per Sellerio è di Maria Vittoria Malvano. Picnic a Hanging Rock è anche il titolo di un dipinto di William Ford, realizzato nel 1875 ed esposto alla National Gallery di Melbourne.

Diciannove ragazze e due insegnanti, il giorno di San Valentino del 1900, andarono a fare un picnic alla base della grande roccia vulcanica. Era una mattina d’estate, “calda e quieta”, le collegiali “svolazzavano nei loro vestiti da festa di mussola come un nugolo di farfalle elettrizzate”.

Miranda aveva “lisci capelli biondi come il grano”; la coetanea Irma era bruna con splendidi ricci; Marion era magra e sottile come un levriero. Di pochi anni maggiore di queste tre allieve, “Mademoiselle” Dianne de Poitiers insegnava danza e conversazione in francese, ed era una delle due insegnanti, con la McCraw, a cui la Appleyard ha affidato la gestione del picnic. Vi partecipano tutte le collegiali, tranne la tredicenne Sara, orfana, punita per non aver imparato a memoria una poesia. Leggi il resto dell’articolo