Jessica Jones, il fumetto e la serie tv

JJ

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Chiara Rosenberg, Roberto Baldazzini e Celestino Pes

Innanzitutto, il segno. Nel fumetto erotico di Baldazzini è immediato il riferimento a Magnus e a Saudelli: contrasti netti, segno sinuoso e morbido, frequente uso del retino (non solo per i reggicalze e le calze velate delle donne), un immaginario che rimanda ai fotoromanzi alla Walter Molino, alla Pop Art, alla linea chiara e alle dive formose come Bettie Page. In sintesi, la sua estetica si può definire vintage, con slittamenti fetish.

Quanto ai testi di Pes – il racconto introduttivo sulle nefaste esperienze di Chiara al Verbena College e poi la sceneggiatura dell’albo, su Chiara ormai adulta e sposata – puntano molto sui dialoghi e sul ritmo, e nei momenti migliori riesce ad esibire una certa ironia.

Inaugurato alla fine del secolo scorso, Chiara Rosenberg è un fumetto erotico che porta alle estreme conseguenze il glamour di Stella Noris, il personaggio di Baldazzini, su testi di Lorena Canossa, che ho amato di più (apprezzavo anche Alan Hassad, su testi di Daniele Brolli).

L’idea di partenza è fare di Chiara la figlia di ricchissimi industriali ebrei, un personaggio che può permettersi di vivere senza alcuna inibizione, e passare dal romanticismo (raro) al sesso sfrenato, assumendo ruoli antitetici. In questo albo, la vediamo moglie di Angelo, un antipatico scrittore abituato a sottoporla a perversi giochi erotici (alcuni tendono all’esercizio ginnico), a cui lei non si sottrae.

Poi si diverte a sedurre un fotografo conosciuto a una festa, e qui i ruoli si capovolgono. Sospettandola di tradirlo, lo scrittore assolda un rozzo investigatore privato, che ottiene facilmente la prova dell’infedeltà (e ancora più facilmente si fa pagare in natura). Pare che Chiara stia per lasciare il marito, ma il finale (debole) è un classico compromesso che apre a nuove avventure.

La copertina e alcune tavole sono potenti, ma il segno appare spesso affrettato. E se spiare Chiara è sempre piacevole, le figure maschili (marito, fotografo, investigatore) risultano inconsistenti, se non sgradevoli.

Mentre John Romita fa incrociare Daredevil e l’Uomo Ragno (1966), Stan Lee racconta le allusive schermaglie fra Matt Murdock e Karen Page

L’Uomo Ragno ricambia la visita, sulla rivista di Devil, dopo che il Diavolo Rosso l’aveva aiutato contro Ringmaster, il malefico proprietario del circo. In questo caso, il nemico comune è Marauder, “il predone mascherato”. Dalla sua maschera scaturisce un “opti raggio” in grado di provocare la paralisi dei nervi ottici; ai suoi scagnozzi, fa indossare costume e maschera di Devil, vuole depistare il Ragno, e farli combattere uno contro l’altro. Il piano riesce e mentre i due eroi si scambiano colpi (ma qualcosa li trattiene dal farsi davvero male), il Predone mette le mani su un preziosissimo prototipo industriale.

Devil 14 (16) John RomitaL’albo contiene un passaggio essenziale della psicologia pre rivoluzione sessuale, Matt Murdock e Karen Page, parole e pensieri di Stan Lee in puro stile soap opera:
“Non ho appuntamenti stasera, così penso di andare a casa a mettermi a letto con un buon libro!
Splendida idea, Karen! Spero che ti piaccia! Arrivederci a domattina”
(Oh, Matt… Matt, grosso idiota… Non sai nemmeno capire i sottintesi!)
(Perché non prova per me quello che io provo per lui?)
(Avrei dato qualunque cosa per chiedere a Karen di venire a cena con me stasera!
(Ma ci sono cose più importanti di Matt Murdock! La radio ha appena riferito che Devil è stato visto in città!
(E non posso lasciar passare liscia una cosa del genere!)”.

John Romita è ovviamente a suo agio su entrambi i personaggi, e il combattimento sui tetti prende il ritmo di una danza incruenta.
Venuti a sapere del furto compiuto dal Predone, entrambi gli eroi sospettano dell’altro. E qui Stan Lee ha l’arguzia di orchestrare un colpo di scena. Svolazzando per la città, L’Uomo Ragno sente pizzicare il senso di ragno nello steso modo in cui l’innescava Devil; capisce di averlo di fronte:
(Tre persone! Un cieco una ragazza… ma il terzo! Deve essere lui! È più pesante, più paffuto di quel che pensavo!)”.

Per fare scena con Karen, quello sciocco di Foggy comincia a comportarsi in modo ambiguo… E Stan Lee mette ben 7 balloons in una sola vignetta, facendolo notare ai lettori.

Jekyll e altri classici della letteratura, Guido Crepax per Black Velvet

Il Jekyll di Stevenson (72 tavole del 1987), le memorie autobiografiche di Giacomo Casanova (26, 1977), Giro di vite di Henry James (56, 1989), La storia immortale di Karen Blixen e Orson Welles (8, 1991), tre Racconti del mistero di Poe (26, fra il ’68 e il ‘92), e infine Il processo di Kafka (62 tavole, 1999): ecco i “classici” con cui si confronta Crepax, già alle prese con la trasposizione a fumetti di pietre miliari dell’erotismo, come Histoire d’O., Emmanuelle, Dracula.

Opere scelte, innanzitutto, perché amate, e alla base dell’immaginario di Crepax, nutrito di cinema e letteratura, citati ripetutamente. Il volume è apprezzabile anche per le note redazionali di Omar Martini e Sergio Rossi, a cui si deve anche una breve biografia dell’autore e una bibliografia assai accurata.

L’autore è a suo agio con i costumi del Settecento, le maschere e l’estetica veneziana. “Amore, il più piccolo pudore guasta il più grande dei piaceri”, dice Casanova a un’amante, in tavole stracolme di vignette (fino a 15), montate con la massima varietà e disinvoltura.
Ne “Il giro di vite”, Il segno emerge nitido e vertiginoso, voluttuoso e geometrico: domina il bianco, ma i neri sono secchi, potenti, fortemente contrastanti, e bastano segni minimi a definire lineamenti.
Chevalier Auguste Dupin è l’archetipo del detective, monumento alla logica deduttiva, apoteosi romanzesca dello spirito dell’Illuminismo. Visti in successione, l’evoluzione stilistica di Crepax risulta quanto mai evidente; trattandosi di storie in costume, ambientate nella Parigi del primo Ottocento, sono un tripudio di corpetti e stivali, calze e giarrettiere.
Josef K. viene tratto in arresto senza che gli sia detto di cosa è accusato, anzi di cosa è colpevole. La vittima somiglia all’immagine fotografica di Kafka, la cui discesa nell’incubo viene inframmezzata da misteriose, inafferrabili, ambigue e seducenti figure femminili.

Hyde è deforme, lubrico, Crepax ne sottolinea la sensualità rapace con tavole sovraccariche di anatomie, lingerie e nudità. Al contrario, Jekyll è raffigurato come il tipico raffinato nobiluomo, convinto – un po’ come gli aristocratici tedeschi che sostennero l’ascesa di Hitler – di potersi liberare di Hyde in qualsiasi momento.

Crepax - Dr  Jekyll e Mr  Hyde - 1987

Il primo Doonesbury (1970-72)

Riprendo quel che scrissi tanti anni fa – stavo ancora su Splinder – dopo aver letto e riletto il primo volume dell’edizione integrale curata da Black Velvet.

Comincia il 26 ottobre 1970 con B.D. (indossa un casco da football americano, non lo toglie mai) che sta aspettando l’arrivo del compagno di stanza al college di Walden, “selezionato dal computer”. Si presenta Mike Doonesbury, presuntuoso complessato playboy, proveniente da Tulsa, Oklahoma.
B.D. è il capitano e quarterback di una squadra di inetti, con forti propensioni patriottiche; Mike è un provinciale, tendenzialmente liberal, che cerca disperatamente di trovare una ragazza, esponendosi ad appuntamenti al buio e fallimenti in serie, senza mai scoraggiarsi.
All’apparenza sono molto diversi; in realtà trovano presto un’intesa, soprattutto quando si tratta di organizzare grandi bevute di birra.

Garry Trudeau è nato a New York City il 21 luglio 1948. Aveva 22 quando, appena finita l’università a Yale, cominciò a produrre queste strisce, che attualmente sono pubblicate su oltre 1400 giornali. Di origini benestanti, Trudeau esprime la classica ribellione di chi non tollera il “sistema” che pure lo privilegia per nascita. La sua opera forma l’opinione pubblica e va ben oltre la dimensione dell’intrattenimento. Fra le caratteristiche della narrazione, il fatto che i personaggi crescono, più o meno in tempo reale.

Lo stile grafico si è rapidamente standardizzato in due formule: una striscia di quattro vignette sei volte la settimana, e una tavola domenicale di otto-dieci vignette. È quasi incredibile la coscienza della serialità mostrata da questo ventiduenne, che ha subito l’intenzione di costruire un vasto gruppo di personaggi, senza alcuna figura centrale, esaltando la lezione di Schulz e dei Peanuts, fino a trasformare il fumetto politico in una nuova forma d’espressione: il giornalismo grafico.

Frequenti gli spunti forniti dall’attualità politica, con notizie trasmesse da radio e tv. Il contesto è segnato dalla guerra nel Vietnam e dalla crescente contestazione pacifista, dalle lotte degli afro-americani per la parità nei diritti civili, dall’emancipazione della donna, dalla diffusione di una “controcultura” attraverso rock, cinema, letteratura, fumetti (Robert Crumb, Jules Feiffer, il vecchio Walt Kelly, che pubblicò Pogo dal 1948 alla morte, nel ‘73).

Come in ogni grande saga, al racconto storico si alternano le vicende umane. Fin dall’inizio, i personaggi sono mostrati di profilo, la struttura della vignetta è il più delle volte impostata sul dialogo. Trudeau usa spesso lo sguardo in macchina, di solito nella quarta vignetta, quella che chiude la striscia. Il personaggio si rivolge direttamente al lettore (anche senza parlare), un espediente narrativo che crea complicità e forse risale alle comiche con Oliver Hardy.

In Italia, la striscia fece la sua comparsa su Linus nel novembre 1971, tradotta da Franco Cavallone; in seguito è stata valorizzata dal lavoro di Enzo Baldoni (a cui sono seguiti Giusi e Guido); l’avvio di questa splendida edizione integrale – purtroppo senza seguito – era curato da Omar Martini e Matteo Stefanelli.

Garry B. Trudeau, Doonesbury. L’integrale 1970-72, Black Velvet

7 ottobre 2006, sono passati quindici anni da quando, a Mosca, nell’atrio del condominio in cui abitava, venne assassinata Anna Politkovskaja. Aveva 48 anni.

Il 7 ottobre 2006, a Mosca, nell’atrio del condominio in cui abitava, veniva assassinata Anna Politkovskaja. Aveva 48 anni.

Quaderni russi, di Igort, si apre sul disegno di una pistola, una Makarov IZH con il silenziatore, simile a quella usata dal killer che aspettava la giornalista. Nello stesso atrio, poco tempo prima, era già stata uccisa una donna, capelli grigi, stessa corporatura ed età di Anna; i figli le avevano detto: “È te che volevano uccidere”.

Impegnata in un lavoro di raccolta di testimonianze e documenti, Anna Politkovskaja ha fatto conoscere parte di ciò che stava accadendo in Cecenia, la sperduta regione del Caucaso a larga maggioranza musulmana. Di fronte al suo omicidio, Igor Tuveri rimase scioccato: “La brutalità di una democrazia travestita, per la quale i sovietologi hanno coniato il termine democratura, aveva parlato”.

Un paio d’anni dopo, Igort si è messo sulle tracce della giornalista, trascorrendo un lungo periodo fra Ucraina, Russia e Siberia. “La scintilla arrivò al mio arrivo a Mosca, il 19 gennaio 2009, quando con un colpo alla nuca furono assassinati l’avvocato, e amico di Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov e Anastasia Baburova, stagista della Novaja Gazeta, il giornale che pubblicava i reportage di Anna”. Il duplice omicidio avvenne sulla strada, in pieno giorno, a sei minuti a piedi dal Cremlino.

Wile E. Coyote (1949) e Ralph Wolf (1953): scopri la differenza

Wile E. Coyote vs Ralph Wolf

Creazioni di Chuck Jones e Michael Maltese, dal punto di vista grafico i due personaggi quasi si confondono. Agiscono in due mondi diversi, variazioni sul tema di Sisifo.

Wile E. Coyote non fa che inseguire Beep Beep negli assolati deserti del far west, inventando complicatissime trappole che ogni volta gli si ritorcono contro.

Ralph Wolf, invece, ogni giorno timbra il cartellino per andare a caccia di pecore, ma deve vedersela con l’assonato, implacabile cane pastore, Sam Sheepdog.

Sfida infernale [My Darling Clementine], John Ford, 1946 [cine47] – 8. #WyattEarp. #OKCorral

A volte penso che il peso relativo degli attori, nel cinema, sia sopravvalutato: di buoni attori, in questo magnifico film di Ford ce ne sono un paio (Henry Fonda, Walter Brennan), gli altri appaiono come comprimari monocordi (Ward Bond, Tim Holt, Cathy Downs) o peggio insipidi (Victor Mature e Linda Darnell), eppure la pellicola scorre fluida e quasi non ci si fa caso.

All’alba del 26 ottobre 1881 presso l’OK Corral di Tombstone, Arizona, avvenne il duello fra il clan dei Clanton (padre e tre figli) e lo sceriffo Wyatt Earp, aiutato da un fratello e dall’ex chirurgo “Doc” Holliday: di sette, solo due sopravvissero; quante volte ci hanno raccontato questa storia?

Sappiamo – ed è lo stesso Ford ad avercelo spiegato in Liberty Valance – che nel West il rapporto fra verità e leggenda piega sempre a favore di quest’ultima. Le cause del duello e il suo svolgimento sono insignificanti, rispetto al mito e alla nostalgia della Frontiera, alla dialettica fra “deserto” e “giardino”, vita selvaggia e civilizzazione, intorno alla quale Ford compone la sua epopea.

Wyatt Earp porta a Tombstone la legge e l’ordine, condizioni preliminari all’edificazione di una comunità: scena essenziale, quella in cui si mostra la costruzione della chiesa e gli abitanti (sceriffo compreso, ancora profumato dal barbiere) festeggiano con un ballo.

Henry Fonda è l’eroe positivo, il portatore di civiltà, mentre “Doc” Holiday è l’eroe maledetto; tubercolotico e alcolizzato, ha lasciato Clementina, ma non ha dimenticato le battute dell’Amleto.

Prodotto da Samuel G. Engel, fu corretto in corsa da Darryl F. Zanuck, gran capo della 20th Century Fox, che dopo le proiezioni di prova impose un finale più romantico; Ford era alla fine del contratto con la major, e questa fu l’ultima goccia per non rinnovarlo. La fotografia di Joseph McDonald illumina magistralmente la cittadina di Kayenta e la Monument Valley.

Wyatt Earp secondo William R. Burnett – Wyatt Earp secondo Rino Albertarelli

Wyatt Earp secondo Rino Albertarelli, 1975. #WyattEarp. #OKCorral

L’OK Corral di Tombstone, Arizona, è luogo di pellegrinaggi turistici; narra la leggenda che vi si affrontarono 4 “buoni” (Wyatt Earp e i fratelli Virgil e Morgan, oltre a John Holliday, detto “Doc”) e 5 “cattivi” (due Clanton, due McLovery e Bill Claiborne). Tre banditi rimasero uccisi, due riuscirono a fuggire, i due fratelli minori di Wyatt rimasero feriti. Ma dietro la leggenda si nasconde una realtà molto meno edificante: quello dell’OK Corral fu un regolamento di conti pianificato da parte di Earp e Holliday per liberarsi di testimoni che sapevano cose compromettenti.

Numero 6 della serie “I Protagonisti”, uscì nel febbraio 1975, sei mesi dopo la morte dell’autore, a 66 anni. La collana è forse la prima in cui un fumetto è sostanziato da una ricca bibliografia; lo stesso autore, cura l’introduzione al volume. Dalla meticolosa ricerca storica di Albertarelli, si ricava che il West non era una terra di eroi, e che certi atti di coraggio hanno origini ben più umane e discutibili di quante si sia voluto ammettere.

Wyatt Earp morì nel 1929, dopo una vita lunga, avventurosa, stracolma di menzogne. Antiretorico, con un taglio documentaristico, e un pennino che tratteggia vignette molte dettagliate, Albertarelli prova a fare i conti con la distanza siderale fra la mitologia e la realtà, almeno per come l’hanno raccontata vari testimoni diretti, a loro volta contraddittori. Il fumettista mostra di dare credito, innanzitutto, alla versione dei fatti raccontata da Allie Earp, moglie di Virgil.

Gli Earp erano un clan, con uno spirito da clan; Wyatt ne era a capo e i fratelli gli perdonavano tutto, anche il fatto che trattasse male la moglie e la tradisse. Il ritratto che esce da questo centinaio di tavole in bianco e nero è quello di un individuo violento, ambizioso, senza scrupoli, bugiardo e frustrato. Persino bigamo…

Wyatt Earp secondo William R. Burnett – Wyatt Earp secondo John Ford

Bersaglio per la morte. Il primo Devil di Frank Miller, 1979

Nell’ottobre 1991, Star Comics rieditò cinque storie uscite sulla collana Daredevil (159, 160, 161, 163 e 164), già apparse sulle pagine dell’Uomo Ragno Corno. Sono quelle immediatamente successive all’avvento di Frank Miller alle matite di Devil, avvenuto nel numero 158 dell’edizione americana, A Grave Mistake (maggio 1979).

Come tutti i grandi personaggi Marvel passati attraverso diverse gestioni, anche Devil ha un’identità più forte delle altre: quella che gli venne costruita da Frank Miller. Il primo ciclo di Miller, all’esordio ventiduenne, si compone di 34 episodi, realizzati nell’arco di circa quattro anni.

Quel segno grafico si è rivelato indelebile: i riferimenti più nitidi rimandavano a Gil Kane e Steve Ditko, la sua innovazione stilistica definì uno dei primi esempi di comics a taglio cinematografico, con un dichiarato omaggio ai manga giapponesi, per il dinamismo cinetico, la scelta delle prospettive, la relazione drammatica fra luce e ombra.

Con Miller, Devil perde ogni leggerezza beat e diventa un cupo vigilante, il suo costume rosso spicca nel chiaroscuro di notti male illuminate dai lampioni, le architetture newyorkesi diventano qualcosa di più di uno sfondo: tetti e cornicioni, tunnel della metropolitana e silhouettes dei grattacieli, vicoli e cisterne anti-incendio… Devil volteggia su questo panorama, che conosce nei dettagli, e fa del suo quartiere, Hell’s Kitchen, una piccola patria da difendere. A posteriori, si rivelerà l’ideale apprendistato del Batman di Dark Knight.

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Devil. Diavolo Custode, di Kevin Smith e Joe Quesada

Guardian Devil è il ciclo di 8 storie – uscite fra il 1998 e ’99 – che apre la seconda vita del Diavolo Rosso e segna una pietra miliare nell’evoluzione del personaggio. Su testi di Kevin Smith (il regista di Clerks) e con i disegni di Quesada, questa saga cala Devil in un’atmosfera angosciante, intrisa di riferimenti religiosi: fede, caduta, dannazione, perdita, salvezza…

Guardian Devil - Joe QuesadaIl Devil di Smith estremizza aspetti caratteriali della sua lunga storia, e lo fa capire al lettore attraverso alcune “voci fuori campo” (i pensieri di Matt Murdock, innanzitutto).

La sceneggiatura è di alta qualità, con notevoli squarci di realismo; un solo esempio: l’avvocato Murdock ha appena rappresentato il municipio di New York nel sottoscrivere un’assicurazione da un miliardo di dollari all’anno “contro i danni procurati dai superesseri”. Quanto a Quesada, il ritmo delle sue tavole è pirotecnico, ma non apprezzo certi barocchismi e la propensione al grottesco (le lenti colorate degli occhiali da cieco sono davvero pessime).

Comincia con una lettera di Karen a Matt: lei sa che lui è sempre stato “in grado di perdonare” ma non di dimenticare, perciò ha deciso di andarsene, destinazione Los Angeles.

A New York, nasce un bambino ogni 8 minuti, nei 5 distretti ci sono 218 ospedali. Da uno di questi sta fuggendo la sedicenne Gwyneth, che ha partorito un bambino e visto uccidere madre e padre. Gwyneth si presenta allo studio legale Sharpe, Nelson & Murdock: dice di essere vergine, è stata inseminata a sua insaputa. Matt Murdock pensa: “Liquiderei la cosa come il frutto dell’immaginazione di una ragazzina che ha visto troppi episodi di X-Files. Ma il suo polso non ha mai subito variazioni per tutto il tempo in cui ha parlato. Dice la verità. O almeno è convinta di farlo”. I colpi di scena sono appena cominciati: Gwyneth sa che lui è Devil. Glielo ha detto un angelo… L’angelo le ha anche detto che Devil avrebbe protetto il bambino. Che Gwyneth affida a Murdock. Leggi il resto dell’articolo

Devil. Parti di un buco, Mack e Quesada, 2001

Dopo l’attacco di Mysterio e l’omicidio di Karen Page da parte di Bullseye, fra il dicembre 1999 e l’aprile 2001 uscì Parts of a Hole, saga in sei parti: 144 tavole scritte da David Mack, disegnate da Joe Quesada, con le chine di Jimmy Palmiotti, colorate da Richard Isanove.

Quesada è un maestro nella costruzione della tavola, varietà e dinamismo sono i suoi segni distintivi, ma non mi piacciono molto i suoi volti, i lineamenti eccessivi, la tendenza alla caricatura. Trovo fantastiche le copertine di Mack, a livello dei migliori dipinti di Sienkiewicz; come scrittore, l’autore di “Kabuki” mostra di saper attingere a vari registri, confezionando una trama superoistica tutta giocata sulle sensazioni, le percezioni, i fluidi corporei…

Daredevil di David Mack

Matt sta suonando il pianoforte quando riceve la visita di Natasha Romanov, la Vedova Nera (nonché ex fidanzata): è preoccupata per lui, sa che è ancora sconvolto dalla morte di Karen, e lui ammette: “Credevo di aver superato la cosa… ma poi capro un vecchio odore… Il legno del pavimento scricchiola quando tira il vento… E mi aspetto quasi di vederla entrare”.

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Neve. Batman di Williams III – Curtis Johnson – Fisher (2005)

Scritta da J.H. Williams III e Dan Curtis Johnson, con i disegni di Seth Fisher (non particolarmente convincenti), «Snow» uscì nel 2005 in cinque numeri successive (192-196) della collana «Legends of the Dark Knight».

È da circa un anno e mezzo che Bruce Wayne indossa quel costume, sconta ancora una certa dose di inesperienza e fatica a trovare la giusta lunghezza d’onda con l’ispettore Gordon e il procuratore Harvey Dent.

Comincia con la voce off di Alfred, il maggiordomo, svegliato da qualche rumore: nella grande grotta che sta sotto casa Wayne, trova Batman pieno di sanguinati ferite, crivellato di proiettili e salvato dal costume corazzato. Inutilmente, Alfred cerca di far riflettere Bruce sui suoi limiti.

Seconda trama: Victor Fries dirige un importante progetto militare-industriale che cerca di trasformare il freddo in arma. Sua moglie Nora soffre di una rara malattia, finalmente diagnosticata: non ha speranze, il male è incurabile, Fries non lo accetta, sottrae la moglie dall’ospedale e la porta nel suo laboratorio.

Vuole usare l’esperimento in corso per salvarla o almeno rallentarne la morte. Non sa che il capo del laboratorio ha cambiato i parametri, e il trattamento criogenico fallisce.

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Gotham Central, gli inizi

«Nell’adempimento del dovere» e «Movente» sono le prime due miniserie del ciclo «Gotham Central» (2003-06), ideato da Greg Rucka e Ed Brubaker, con i disegni di Michael Lark e Stefano Gaudiano. Le trame sono focalizzate sugli agenti di polizia del Distretto metropolitano di Gotham City, il GCPD (Gotham Central Police Department). Cambia il punto di vista. Diventa quello di chi lavora per proteggere i concittadini dall’azione di criminali, normali o super. Sono trame poliziesche, imperniate su personaggi ai quali è facile affezionarsi.

La sezione Grandi Crimini fu costruita da Jim Gordon, e fu lui a sceglierne i componenti, uno per uno. Chi ne fa parte, dunque, è certamente onesto e motivato. La squadra ha consolidato un fortissimo spirito di corpo, accentuato da un ben poco velato disprezzo verso “i federali”. In queste storie, Batman incombe, più che apparire (anche se spesso gioca un ruolo decisivo).

Alle prese con un controllo di routine, i detectives Marcus Driver e Charlie Fields, bussano alla porta sbagliata: si trovano di fronte a Mister Freeze. La morte di Fields spinge il Distretto a fare il possibile per arrestare il criminale senza l’aiuto di Batman. Leggi il resto dell’articolo

Vendicatori (The Avengers), di Stan Lee, Jack Kirby e Don Heck (1964)

Nel numero 5 della serie, Banner fa ritorno alla base militare nel sud-ovest degli Stati Uniti (Nevada? Arizona? Nuovo Messico?) dove avvenne l’esperimento fatale che lo trasformò in Hulk (finora solo Rick Jones conosce questa verità). Banner si sente come “un moderno Jekyll e Hyde”, i cambiamenti del corpo e della personalità avvengono senza che lui possa controllarli.
Dal sottosuolo, gli Uomini Lava spingono in superficie una misteriosa collina pulsante; le strade dei Vendicatori e di Hulk tornano a incrociarsi e la battaglia si conclude con l’implosione della collina e il ritorno sottoterra degli Uomini Lava.

Jack Kirby, Classe 1917, esibisce una strepitosa modernità nel taglio dell’inquadratura.

Dopo l’apparizione di Capitan America, il secondo salto di qualità nella saga dei Vendicatori avviene nel numero 6 (luglio 1964), quando il supergruppo deve combattere la sua nemesi, un supergruppo di criminali che si fanno chiamare “I Signori del Male”.
Iron Man ha introdotto transistors nello scudo e nel guanto di Cap, rafforzandone i poteri, ma l’idea che regge la trama è il ritorno dal passato di un nemico di Cap, l’infame Zemo, lo scienziato nazista che si rese responsabile della morte di Bucky.
Dalla fine della guerra, Zemo ha vissuto nascosto nella giungla amazzonica, soggiogando la popolazione indigena. Quando viene a sapere della rinascita di Cap, Zemo coalizza il Cavaliere Nero (col suo cavallo volante e la lancia che spara ogni tipo di proiettile), Melter (dotato del potere di fondere tutti i metalli) e l’Uomo Radioattivo (lo dice la parola stessa). Ognuno di loro ha già combattuto contro un membro dei Vendicatori, arrivando quasi a sconfiggerlo. È di Cap, sempre più avviato verso una naturale leadership del gruppo, l’idea di scambiarsi i nemici… Leggi il resto dell’articolo

Vendicatori, di Stan Lee e Jack Kirby (1963)

Era il settembre 1963 quando Stan Lee e Jack Kirby (e il troppo spesso dimenticato Dick Ayers alle chine) pubblicarono questa nuova saga del Marvel Universe. All’inizio, The Avengers usciva ogni due mesi, ma già dopo un anno assunse la periodicità mensile.

Lee continuò a scrivere le trame per un lungo periodo. Kirby, invece, abbandonò la serie con il numero 8, degnamente sostituito da Don Heck. Alle chine, in questa prima fase, si alternarono Paul Reinman, George Roussos e Chic Stone.

Hulk era apparso nel maggio ’62, Thor ad agosto, Ant-Man e Wasp in settembre, Iron Man nel marzo del ’63: Stan Lee ha raccontato che l’idea di metterli insieme fu suggerita dai lettori, che scrivevano di amare le incursioni di qualche eroe nelle avventure di altri. Fu scartato l’Uomo Ragno (“un solitario”), fu inserito Hulk come elemento dissonante e, a differenza dei Fantastici Quattro, i Vendicatori vennero concepiti fin dall’inizio come un “gruppo aperto”, con frequenti entrate e uscite.

Nel 1990, Comic Art ripubblicò le prime 10 avventure dei Vendicatori nella collana Grandi Eroi Marvel.

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Quaderni russi, Igort, Oblomov, 2020

Igort propone alcune tavole devastanti, sulla ferocia dei soldati russi in Cecenia, contro vittime inermi: esecuzioni sommarie, mutilazioni, stupri, violenze efferate, bestiali, gratuite, che paiono riprese dai campi nazisti… Certi articoli di Anna Politkovskaja parlavano proprio di questo: di rapimenti, torture, razzie, persone scomparse nel nulla.

I separatisti ceceni portarono la guerra civile a Mosca: fra il 23 e il 26 ottobre 2002, la capitale russa venne sconvolta dalla “crisi del teatro Dubrovka”. Un commando armato di 40 militari ceceni prese in ostaggio 850 spettatori di un musical, rivendicando fedeltà al movimento separatista e chiedendo il ritiro delle truppe russe di occupazione. Uno dei più celebri capi indipendentisti ceceni era Shamil Basaev, in seguito ucciso nel suo rifugio in Inguscezia. Anche Anna fu chiamata a un tentativo di mediazione; furono liberati alcuni bambini. Poi, il ministero dell’Interno russo decise di chiudere ogni trattativa: nel blitz, venne usato un gas letale, rimasto segreto.

A Beslan, il primo settembre 2004 (primo giorno di scuola), un commando di 32 ceceni prese in ostaggio una scuola con circa 1200 persone, fra adulti e bambini. Anna partì immediatamente per Beslan, ma venne avvelenata sull’aereo: si salvò, forse, per la casuale presenza di un medico sul volo, ma non arrivò mai a Beslan. Dove tutto finì con un’altra terribile carneficina.

Anna Politkovskaja provava pietà per i carnefici, ritenendoli vittime di un sistema di valori disumano. Viene chiamata “sindrome cecena” la malattia che devasta molti soldati russi dopo il ritorno a casa: è l’abitudine irrinunciabile alla violenza, come una droga che dà dipendenza. Per certe operazioni, ai soldati russi erano affiancati uomini dei servizi segreti, che si coprivano il volto con dei passamontagna. Il lavoro investigativo di Anna Politkovskaja – insieme ad Ahmed Zakayev e a quel Litvinenko che verrà assassinato a Londra con il Polonio 210 – ha permesso di identificare alcuni assassini e torturatori.

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Kit Carson, di Salinas, D’Antonio, Tarquinio e Alberto Breccia

Kit Carson, “l’indiano bianco” proposto da Rino Albertarelli nel 1937, avviò la tradizione degli eroi della Frontiera nati in Italia. Kit Carson - cop

Questo volume – Vallecchi, 1978 – raccoglie quattro storie realizzate da autori che presero il testimone da Albertarelli, 92 tavole a colori per avventure ambientate nella prima metà dell’Ottocento, segnate da un’ingenuità manichea: buoni e cattivi sono privi di sfumature, con più di una suggestione lombrosiana. Il lieto fine, con il ripristino della legalità e la punizione dei colpevoli, è pressoché sicuro.

Sia fra i bianchi che fra i pellerossa ci sono brave e cattive persone. Nell’esercito hanno trovato rifugio anche dei fuorilegge, che al momento giusto si riveleranno inaffidabili. Fra i pellerossa, si fronteggiano due partiti: il primo è composto da persone pacifiche e dialoganti, il cui principale attributo è la “saggezza”; gli altri hanno solo voglia di scendere “sul sentiero di guerra”.

Carson opera affinché bianchi e pellerossa convivano in pace. È rispettato dalle tribù indigene, spesso ne condivide le ragioni, soprattutto quando si tratta di contrastare l’avidità e i pregiudizi diffusi fra i bianchi. Oltre che coraggioso, conosce le tattiche dei pellerossa, intuisce i comportamenti dei banditi, spara con precisione, fa a pugni e combatte corpo a corpo, attraversando le praterie su Tuono, il suo magnifico stallone. “Per il tuono” è l’imprecazione preferita dell’eroe.

L’identikit grafico di Kit Carson è nitido: lunghi capelli biondi, fazzoletto rosso al collo, spesso porta i guanti e stivali alla coscia.

Welcome to Springville, Giancarlo Berardi – Renzo Calegari – Ivo Milazzo

È la prima edizione in volume – L’Isola Trovata, 1980 – che raccoglie gli undici racconti western – da 12 o 14 tavole in bianco e nero, salvo l’ultimo, di 24 – usciti sulla rivista settimana Skorpio della casa editrice Eura, fra il ’77 e il ‘79. Sceneggiati da Berardi, sette sono illustrati da Calegari (sua anche la copertina) e quattro da Milazzo. Tre genovesi.

Ford e Hawks, Wellmann e Peckinpah sono i riferimenti cinematografici più evidenti, quelli del western classico. Paesaggi maestosi, profondità di campo nelle inquadrature, primi piani e dettagli: la scansione delle tavole è da storyboard cinematografico. L’omaggio a “Ombre rosse” è il più esplicito, attraverso il ritratto di Hatfield, giocatore di carte professionista che anni dopo salirà sulla famosa diligenza per Lordsburg.

Springville è una cittadina di frontiera, ritratta a fine Ottocento, mentre sta completandosi la fase di passaggio fra i bufali e i binari della ferrovia. In queste storie ci sono i conflitti fra allevatori e agricoltori, le prepotenze e i soprusi di chi ha delle pistole a contratto, le difficoltà nell’imporre la legge, gli emigranti che conoscono a malapena la lingua, gli ultimi pellerossa distrutti dall’alcol, gli sceriffi onesti e coraggiosi e quelli pavidi che gettano la stella nella polvere, la particolare forma di giustizia garantita dai cacciatori di taglie, le persone arrivate fin lì per rifarsi una vita e con qualcosa da nascondere (ma il passato a volte ritorna e presenta il conto). E ci sono gli uomini che hanno colonizzato la frontiera e non riescono a inserirsi nella civiltà urbana, preferendo “vivere a modo loro, secondo le regole di un’epoca che sta morendo”.

Il microcosmo di Springville racchiude un mondo prevalentemente maschile, dove si sconta, fra l’altro, l’estrema “penuria di ragazze da matrimonio”.

Spesso Berardi lascia trasparire uno sguardo ironico, nutrito di tanto cinema e tanta letteratura (scritta e a fumetti); gli piace affabulare, ogni capitolo è focalizzato su un singolo personaggio (solo lo sceriffo ricompare, di tanto in tanto), e non mancano le storie dentro la storia, flashback che rimandano a un’altra epoca. Non ci sono eroi, solo persone comuni, comprimari della grande epopea del West; i fatti narrati sfiorano la malinconia più che la dimensione epica.

Calegari e Milazzo (di 14 anni più giovane) hanno stili diversi, il segno del primo è denso di particolari, pieghe e rughe, i suoi volti sono inclini al grottesco; Milazzo, invece, lascia molto più bianco nelle tavole, i volti sono risolti con pochi tratti essenziali, è più accentuato il dinamismo delle figure.

Cronache del dopobomba, Bonvi, Savelli, 1980

La prima striscia apparve nel 1974 sul mensile Eureka (Editoriale Corno), che già ospitava le Sturmtruppen, ma nel 1973 era prevista l’uscita di alcune strips sulla rivista Undercomics (Editoriale Dardo), di cui uscì solo il Numero Zero e nel ‘70 Franco Bonvicini aveva pubblicato sulla rivista Horror una storia intitolata I sopravvissuti

In volume, la raccolta delle strisce uscì prima in Francia (Après la bombe, 1976) che in Italia. Bonvi continuerà a lavorarci fino al 1993, realizzando 74 storie, in gran parte raccolte in un paio di volumi editi dalla Granata Press nel ’91 e ’92; una selezione, appositamente colorata, è apparsa nel 2009 nella collana “I maestri del fumetto”. Il titolo riprende un romanzo di Philip Dick, uscito bel 1965: Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb.

Qui sono raccolte 43 strisce, da “Cronaca I” a “Cronaca XLIII”, rigorosamente in bianco e nero, in gran parte di due tavole, raramente di quattro o sei.

Protagonisti delle strisce sono i sopravvissuti a una imprecisata guerra nucleare. La catastrofe è già avvenuta, quasi tutti i sopravvissuti non ne hanno nemmeno memoria diretta.

È una striscia comica “cattiva”, a volte sadica e persino blasfema. Non c’è mai il lieto fine, anzi “i buoni”, sono buon cibo per i cattivi. Il mondo è fatto di macerie, topi, scarafaggi, scheletri, mutanti, zombie, esseri deformi, escrementi, piante carnivore, montagne di rifiuti. Prostitute orripilanti adescano poveri gonzi: i bambini sono i peggiori di tutti, ma le abiezioni sono assai fantasiose, la regressione è primordiale, il giudizio sull’umanità è atroce. Implicitamente, pare che la patina della civiltà sia davvero sottile. E reversibile. Le poche creature non coinvolte dalle mutazioni vengono additate come mostri e perseguitate.

Bersagli di Bonvi: la religione, il culto dei morti, la famiglia, il razzismo, il consumismo, l’educazione sessuale… Il sesso è quasi sempre mortifero. Quanto allo stile, predominano i campi lunghi e le figure intere, l’azione è sempre mostrata nella sua interezza. Il fumetto è spesso muto: sono pochissime le parole e le scritte, a parte le ingombranti onomatopee.

Scoop!, Zerocalcare – Baudoin – Yelin – Tobocman e altri, Internazionale, 2020

Scoop! è il titolo del numero 13 di Internazionale extra, con reportage e inchieste a fumetti da tutto il mondo. Mostra con quanta libertà il dialogo fra giornalismo e fumetti riesca ad assumere declinazioni, linguaggi e tecniche diversi. E con quanta capacità espressiva il fumetto possa raccontare l’attualità politica.

L’autrice taiwanese 61Chi (Liu Yi-Chi, 1988) descrive la vita infernale dei pescatori indonesiani che lavorano su barche di Taiwan, a caccia di tonni. La nave non farà ritorno finché la cella frigorifera non sarà stipata: cosa ne sanno coloro che mangiano sushi e sashimi in ristoranti alla moda?

Lo statunitense Seth Tobocman (1958) racconta un caso emblematico di abbattimento delle statue che, soprattutto negli Stati secessionisti, vennero innalzate per celebrare eroi bianchi responsabili di violenze e prevaricazioni sugli afroamericani. Ecco come, nel 2018, “Silent Sam” venne rimosso dal parco dell’università di North Carolina.

Olivier Kugler (1970) si occupa dell’emblematica “resistenza del fish and chips” contro le speculazioni che stanno cambiando il volto di Londra. Nel quartiere di Clapham, a sud della capitale, i prezzi degli immobili sono più che raddoppiati fra il 2005 e il 2018.

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In the Shadow of No Towers, Art Spiegelman, 2004. #11Settembre

L’autore di Maus riparte dalla copertina disegnata “a caldo” per The New Yorker, quelle Torri in controluce – nero su nero, buio su buio – che sintetizzano il primo, soggettivo impatto dell’11 Settembre. In seguito, Spiegelman rielabora il lutto con un’intuizione sorprendente: riandando alle origini del fumetto americano, gli Old Comics nati nei primi del Novecento (Yellow Kid, Krazy Kat, Arcibaldo e Petronilla, Little Nemo…).

In dieci, grandi tavole cartonate si sviluppa il racconto di come l’autore e la sua famiglia hanno vissuto l’attacco terroristico al World Trade Center. È innanzitutto una testimonianza personale, il protagonista della storia ha la fisionomia dell’autore; il quale, nell’introduzione, scrive che appena riunita tutta la famiglia, scoppiò in lacrime e questo ha scioccato i figli più del crollo delle Torri. Sul momento, aveva pensato che non ci sarebbe stato scampo; “tre anni dopo penso ancora che stia arrivando la fine del mondo, ma più lentamente di quel che credevo”.

Dal racconto dell’Olocausto attraverso i Topi, alla riflessione sull’unica azione di guerra portata dall’estero sul suolo americano, Spiegelman conferma di non cercare l’intrattenimento, il fumetto è un linguaggio efficace solo se spinge a riflettere.

In comune con Maus, il protagonista si trova di fronte a tragedie inconcepibili. L’aver respirato la nube di ceneri tossiche sollevata dalle macerie delle Torri, innesca un nuovo legame con la sua storia personale, rinnova il senso di ciò che gli dicevano i genitori reduci da Auschwitz: bisogna avere sempre i bagagli pronti… È il Topo di Maus a proporre il confronto: “Ricordo mio padre che tentava di descrivere a cosa somigliasse l’odore che si sentiva ad Auschwitz. La cosa più simile che riuscì a dirmi fu ‘indescrivibile’. Questo è esattamente come odorava l’aria di Manhattan dopo l’11 settembre”.

Frank Miller su queste pagine

Daredevil. Born Again (con David Mazzucchelli, 1986: 1 / 2 / 3)

Batman. Il ritorno del Cavaliere Oscuro (1986)

Batman Year One (Con David Mazzucchelli, 1988)

Daredevil. Amore e guerra (con Bill Sienkiewicz, 1986)

Elektra (con Bill Sienkiewicz, 1987)

Elektra vive ancora! (con Lynn Varley, 1990)

L’Uomo Ragno. Notti oscure (con Chris Claremont, 1980)

Hard Boiled (con Geof Darrow, 1992)

Batman e Spawn. Rossa cicatrice (con Todd McFarlane, 1994)

Eisner/Miller. Conversazioni sul fumetto (2002)

“300” (1999)

Sacro terrore (2012)

Frank Miller ci portò a Basin City (1-7: anni Ottanta)