Vittorio Giardino, su queste pagine

Voluttà (1985-2010)

Sam Pezzo (1979-1983)

Max Fridman (1982…)

Viaggi di sogno (2003)

No pasaràn (2011)

Little Ego (1983-1989)

La terza verità (1990, con Prosperi)

La metà seducente (2009)

La Città Futura fumetto (1978-79)

Marlene Dietrich e Betty Boop (1985)

Will Eisner, su queste pagine

La forza della vita (1983)

Il Complotto (2005)

The Spirit. Una rassegna di dark ladies (1940-1952)

Il sognatore (1985)

Life, in Pictures (1985-2003)

New York (1981-1993)

L’ultimo giorno in Vietnam (2000)

Verso la tempesta (1991)

Le regole del gioco (2001)

Piccoli miracoli (2000)

Eisner/Miller, conversazione sul fumetto (2002)

#Peanuts, 31 anni fa entrava in scena Peggy Jean

Nella striscia del 23 luglio 1990, compare Peggy Jean, l’ultima bambina di cui si innamora Charlie Brown, facendogli dimenticare la ragazzina dai capelli rossi.

Del resto, anche Peggy Jean ha lunghi capelli rossi… Indossa una camicia a maniche lunghe e pantaloni a righe. Si incontrano al campeggio estivo, a causa del suo classico nervosismo, Charlie Brown le parla dopo due giorni e si presenta a lei come “Brownie Charles”, e con questo nome Peggy Jean continuerà a chiamarlo. Alla fine, sembra che a lui piaccia quando lei lo chiama così.

Quando lei lo bacia, Charlie Brown corre a chiamare Linus al telefono; sfortunatamente, risponde Lucy, che commenta: “Cos’è questa, una telefonata oscena??!!”

#Peanuts, quarantacinque anni fa comparve Floyd (e fece arrabbiare Marcie)

È la striscia del 14 luglio 1976, Piperita Patty e Marcie stanno dirigendosi al solito campo estivo. Sull’autobus, Marcie dice all’amica, che il ragazzo dietro di lei la sta chiamando per nome. Marcie risponde colpendolo con il kit del pronto soccorso…

Al campo, il ragazzo continua a molestare Marcie, e lei lo picchia con il suo pranzo… Dovranno passare sei giorni – un 20 luglio come oggi – perché Charles M. Schulz introduca quel ragazzino nella striscia: il suo nome è Floyd e chiamava Marcie “Lambcake” per attirare la sua attenzione. Insomma, lei gli piace… Piperita dice a Marcie che Lambcake non è affatto un nome offensivo, ma poi si arrabbia e picchia Floyd quando la chiama “Signora”.

L’ultima striscia con Floyd è del 6 agosto 1976; Marcie non gli ha mai concesso il suo cognome e l’indirizzo.

A proposito: come tradurreste “Lambcake”?

Martin Mystère. Oltre le mura. #Bologna

Forse suggestionato da una delle frasi topiche di Carlo Lucarelli – “Bologna non è quello che sembra” – per il numero 146 della serie regolare, Alfredo Castelli portò il suo “detective dell’impossibile” nel capoluogo emiliano.

La vicenda comincia sulle colline a sud della città, dove un contadino e il suo cane assistono alla trasformazione di una quercia in un uomo alto e biondo.

Intanto, mentre sta arrivando a Bologna in treno, Mystère spiega al fido Java che gli archi del portico che conduce alla Madonna di San Luca sono 666, il numero che secondo l’Apocalisse indica l’Anticristo. Poi ricorda la strage del 2 Agosto, un mistero di tutt’altro genere… All’arrivo, viene accolto da Giusi Baldi, assistente della docente universitaria che lo ha invitato per partecipare a un convegno sulle mura di Bologna. Il convegno si svolge nell’Aula magna dell’Università, la chiesa sconsacrata di Santa Lucia: in questo continuo rimbalzo fra laicità e religione sta il nucleo di questa avventura.

Gli attuali viali di circonvallazione corrispondono alla terza cerchia muraria della città, restano 11 delle 12 porte, mentre delle mura più interne sono rimasti pochi resti, inglobati negli edifici del centro storico. Realizzata fra il XIII e il XIV secolo, la terza cerchia di mura venne costruita con la tecnica della “muratura a sacco” (ciottoli e calce fra due file parallele di mattoni). Nel Museo Civico Medievale, a palazzo Ghisilardi, sono visibili i resti della prima cerchia di mura, quella realizzata nel V secolo in selenite; fu nel 1902 che il Comune – su impulso, fra gli altri, del famoso architetto Alfonso Rubbiani – decise di abbattere le mura, salvando solo le porte. Nell’occasione – qui la finzione fumettistica prende il sopravvento sul dato storico – fu ritrovato uno scheletro, accanto una moneta sconosciuta. Nella trama affiorano anche eventi storici di cui avevo idee assai vaghe: la “peste nera” del 1348

Informato di quel ritrovamento e dell’immediata sparizione della moneta, Mystère intuisce un collegamento con l’ospedale psichiatrico “Roncati”, dove sono ricoverati pazienti affetti da una strana malattia mentale di cui non si conoscono le origini. Ma in comune hanno il ricordo di quella moneta… In poche ore, Mystère e Java ritrovano la moneta. Ma sarà  uno scorbutico fumettista bolognese, Bonvi, incontrato per caso in osteria, a mettere Mystère sulla pista giusta…

Ambientata nel centro storico bolognese, la trama alterna alcuni fra gli scorci più noti e angoli meno conosciuti, come la parte più esterna di via Sant’Isaia, l’unica radiale a cui non corrisponde una porta (la dodicesima). Nel lieto fine, per quanto enigmatico, c’è la punizione dei colpevoli e il ritorno della quercia al suo posto, sulle colline bolognesi.

Martin Mystère. Oltre le mura, di Castelli – Pagliarra e Minutolo – Coppola, Sergio Bonelli editore, 1994

Devil. Noir, di Irvine e Coker, 2009

“Noir” è il nome di una nuova linea editoriale della Marvel; una variazione sul tema dei mondi paralleli, degli “Elsewords” (Dc Comics) e dei “What If…” (Marvel). Propone storie extra continuity con gli stessi protagonisti dei fumetti tradizionali, ma con qualche differenza sostanziale.

La Casa delle Idee aveva deciso di lanciare nuove testate che raccontassero la nascita dei supereroi, variando alcuni presupposti. Dopo la riscrittura che ne hanno fatto Frank Miller, Ann Nocenti e Brian Bendis, il personaggio di Devil è fra i più adatti a questo revisionismo. Pochi supereroi sono altrettanto adatti a un simile clima narrativo; gran parte di loro – fra costumi sgargianti e superpoteri – non potrebbero funzionare, Devil, invece, per la sua umanità fragile e la propensione introspettiva, si muove con estrema coerenza in un contesto hardboiled.

Alexander Irvine calca la mano sulla solitudine dell’eroe, sulla fatica di Sisifo nel dover fronteggiare decine, centinaia, migliaia di delinquenti. Un compito immane, mai definitivo.

Tomm Coker mostra qualità visive non comuni; il suo segno non sfigura accanto a quelli ormai classici (dal solito Miller a Bill Sienkiewicz, da David Mazzuchelli, fino ad Alex Maleev). In poche tavole, ricostruisce l’ambiente e gli episodi cruciali da cui è nato Devil. Lo ritrae nel suo primo costume, quello giallo e rosso e con i cornetti sul capo. Sono atmosfere metropolitane, notturne, tenebrose. Atmosfere anni Venti, all’epoca del Proibizionismo.

Il giovane Devil aveva già un’ossessione per la giustizia: “Quando una persona riesce a a farla franca ha un odore particolare. Credo di odiare quell’odore più di qualsiasi cosa al mondo”. E il giovane Devil deve fare i conti con i super-sensi, la sua coscienza è sotto stress per l’intensità delle sensazioni: “Io sento ogni battito cardiaco dei miei vicini. So quando una donna è incinta prima di lei. Sento l’odore dei tumori nei corpi degli anziani”.

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Gli Inumani, Ann Nocenti e Bret Blevins

Gli Inumani sono una razza di superesseri inventati da Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni); la loro prima apparizione risale al 1965, sulle pagine di The Fantastic Four 45.

Gli Inumani sono il frutto di una sperimentazione genetica terrestre effettuata dai Kree, una razza extraterrestre spesso protagonista del Marvel Universe: attraverso un particolare procedimento mutageno con delle “nebbie terrigene”, nacquero individui con poteri e caratteristiche particolari. Attilan, l’asettica città degli Inumani, sta sul lato oscuro della Luna, dove questa razza decise di rifugiarsi per sfuggire al mortale inquinamento della Terra.

La famiglia reale, guidata da Freccia Nera, fatica a rendersi conto di come questo isolamento forzato stia indebolendo la razza, e svuotando di prestigio le istituzioni. Il Consiglio Genetico stabilisce gli accoppiamenti, ha assunto «il controllo dei nostri geni determinandone le combinazioni. Fu necessario perché nascessero solo i migliori, i più dotati». Non potendo scegliersi per amore, a causa di queste «pratiche spartane», molti giovani scelgono il suicidio. E quando Medusa scopre di aspettare un figlio da Freccia Nera, la situazione precipita.

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Questa è la stanza, Gipi, 2005

La stanza è un posto per suonare, un vecchio magazzino che va svuotato e pulito. Un “regalo temporaneo” del padre di Giuliano, uno dei quattro amici che cominciano a riunirsi in quella specie sala-prove situata nei pressi di un canile (con l’abbaiare dei cani in sottofondo).

Di questo gruppo di amici, nemmeno ventenni, fanno parte Alex, il batterista – con i suoi “stupidi gusti nazisti” -, Stefano – meglio si nasconda, quando la mamma e la zia di Alex, che lo considerano “mezzo matto”, vanno a vedere com’è sistemata la stanza – e infine Alberto – “mister ritardo cronico” (le definizioni sono di Giuliano, che ne parla alla fidanzata, Nina). A Nina sembrano tutti un po’ matti, a parte Alberto; Giuliano replica: “è buono, quindi, a livello statistico, è il meno normale di tutti”.

La storia è ambientata in una piccola città di mare. Presto la stanza diventa la valvola di sfogo, il rifugio dei quattro, alle prese con una quotidianità deprimente.

Il padre di Alex – ex dirigente d’azienda – è scappato (forse ai Caraibi) dopo aver sottratto per anni soldi allo stabilimento; Alex vive con la mamma e la zia, e alla fine si scoprirà che, in segreto, il padre gli ha mandato dei soldi (solo contanti, nemmeno una riga).

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Marvels. L’Era degli Eroi

Alla fine degli anni Trenta, un giovane fotografo, Phil Sheldon, assiste alla nascita della nuova era, quella delle “meraviglie”. Entrano in scena i supereroi, personaggi dotati di enormi poteri, suscitando fascino e paura nella folla che assiste alle loro imprese.
Sheldon è uno spettatore come noi. Questo rovesciamento del punto di vista, alla base della sceneggiatura di Kurt Busiek – intrisa di cultura fumettistica, per intrufolarsi dentro tante storie già raccontate, e raccontarle di nuovo – richiede uno stile grafico di inusuale potenza: Alex Ross assolve perfettamente a questo compito, con un iperrealismo abbagliante, che ricorda la pittura di Norman Rockwell.

Capitan America, Namor e Nick Fury attraversano l’intero arco temporale di Marvels. Ma l’Era delle meraviglie ebbe inizio nel 1939 con l’apparizione dell’uomo sintetico conosciuto come la prima Torcia Umana. I newyorkesi non vogliono credere a quello che vedono, qualcuno pensa sia uno scherzo di Orson Welles. È la guerra a cambiare ogni percezione: i mostri diventano eroi, la gente li ama. Con un coraggio che sconfina nell’incoscienza, Sheldon cerca di documentare i combattimenti, perde un occhio durante una battaglia fra Namor e la Torcia.

Il secondo capitolo porta il fotografo nei primi anni Sessanta, quando riappare Capitan America, agiscono i supergruppi (Vendicatori e Fantastici Quattro), e comincia a intravedersi “il lato oscuro delle meraviglie”: i mutanti, gli X-Men. Tutti, anche Sheldon, ne hanno paura; finché, davanti a una spaventata bambina dagli occhi enormi, il fotografo ricorda le immagini dei fuoriusciti da Auschwitz, e cambia idea sui mutanti.

Il terzo capitolo è incentrato sull’arrivo di Galactus e Silver Surfer: il pianeta è a un passo dalla distruzione, ma dopo la salvezza ecco i dubbi sul senso di quanto era accaduto: i pregiudizi contro i supereroi riemergono ogni volta. Solo Sheldon ha ormai chiaro che il sentimento che l’umanità dovrebbe provare per le meraviglie è la riconoscenza.

Nell’episodio successivo, l’ottica di Busiek diventa esplicita, ed è Sheldon a chiarirla: “Non avevamo fiducia, questo era il nostro problema. Non ci fidavamo delle meraviglie… I Fantastici Quattro o i Vendicatori risolveranno tutto, e una volta che ci avranno salvati torneremo a dargli addosso”. Decide di scagionare l’Uomo Ragno dall’accusa di aver ucciso George Stacy. Conosce Gwen, e la coppia di autori osa l’inosabile, riscrivendo la memorabile battaglia fra l’Uomo Ragno e Goblin in cui Gwen venne uccisa. La più innocente delle vittime. Ormai Sheldon è troppo stanco per continuare…

Una delle saghe più giustamente celebrate degli anni Novanta.

Trino, di Altan

Apparve nel 1973 sul numero 108 del Linus diretto da Oreste Del Buono, e proseguì per 271 strisce con una coppia di personaggi: l’Essere Supremo e il suo assistente, alle prese con la creazione del mondo. Quella che possiedo è l’edizione uscita nel 1977 per la Milano Libri.

L’irriverenza dell’autore non si ferma davanti a nessuna teologia: come si fa a escludere che persino “sopra” Dio possa incombere qualche Entità dispotica? E che questa Entità debba sorvegliare anche altri affari?

Niente colore, niente ombre, niente mezzi toni, niente sfondi o ambientazioni: solo un segno gracile, spigoloso, quasi infantile, che emerge dal bianco come fosse il primo giorno di vita. L’aspetto di Dio richiama l’iconografia classica: tunica bianca, barba lunga, il triangolo sulla testa (appare dopo qualche striscia, ricevuto in dote dal Principale). L’Entità superiore resta senza nome, figura pingue, seduta su un masso a gambe accavallate, spesso intenta a fumare una sigaretta o il sigaro, a bere cocktail e leggere romanzi gialli (una volta scomparve, e si scoprì che si era recato dal suo superiore, a Ginevra).

Confuso quanto volenteroso, il nostro Dio è un tipo emotivo, a volte si lascia sopraffare dalle difficoltà dell’impresa. Il nuovo mondo presenta tutte le caratteristiche di quello che stiamo vivendo, milioni di anni dopo. Il nostro presente è segnato dall’atto fondativo; con quelle premesse, non si vede come avrebbe potuto essere migliore.

Le prime difficoltà sono con la luce (creare al buio è difficile) e nel separare la terra e le acque (Dio le separò di giorno, “ma di notte si riuniscono clandestinamente”).

Del Buono l’ha definita una “cosmogonia escrementizia”, vedendoci una divisione in classi sociali che precede addirittura la creazione. Senza nessuna speranza di catarsi.

#Peanuts: 46 anni fa la narrativa del Ventesimo secolo arrivava a una svolta

Oggi andiamo in ferie. Mi piace pensare che non sia una coincidenza.

Era un 12 luglio, quello del 1965, quando Snoopy cominciò a scrivere il suo romanzo sturm und drang. Capolavoro incompreso, saranno i posteri a riservargli il trionfo che merita.

Daily Bugle, di Paul Grist

Un bianco e nero molto contrastato è la scelta stilistica di Kerschl e Adams per impaginare questa miniserie extra continuity, senza maschere e costume, senza supereroi e supercriminali, ambientata nella redazione del più famoso quotidiano del Marvel Universe. Un segno non particolarmente incisivo è riscattato da dialoghi e ritmi che riecheggiano atmosfere hard boiled.

I protagonisti sono Ben Urich e Betty Brant, un ruolo significativo lo svolgono pure J.J.Jameson e Robbie Robertson: sono giornalisti con la vocazione, incorruttibili, disposti a rischiare la vita per cercare (e pubblicare) verità scomode; Jameson custodisce il necrologio di Urich nella sua scrivania.

La miniserie è divisa in tre parti: “Prima pagina”, “Scoop” e “Scadenze”; alcune splash page riproducono le prime pagine del Daily Bugle. Si comincia con una visita guidata alla sede del giornale, attraverso la voce di un vecchio reporter, Charlie Snow. Scopriremo che Snow ha problemi di alcolismo.

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Yeti, l’uomo delle nevi, Milo Manara e Alfredo Castelli

Una spedizione inglese, guidata dal colonnello Charles Howard-Bury, nel 1921 cercò di raggiungere la cima dell’Everest. A quasi settemila metri, vennero trovate strane tracce, che parevano appartenere a un animale gigantesco: gli sherpa si erano rifiutati di proseguire per paura di un essere che chiamano il “metch kangmi” o “ripugnante uomo delle nevi”. Da lì, cominciò a diffondersi la leggenda dello Yeti.

Protagonista della storia è Kenneth Tobey, il giornalista del Daily Telegraph che scrisse l’articolo ispirato dal dispaccio degli alpinisti inglesi, mutando “ripugnante” in “abominevole”.

Come tante storie scritte da Castelli, è evidente l’accurata documentazione (fin troppo esibita), mentre si tratta dell’unica storia di Manara che io abbia letto senza trovare almeno una donna discinta e seducente.

L’anno successivo, il giornalista ha l’opportunità di unirsi alla spedizione sull’Everest di Charles Bruce; alla quota di 5327 metri, la spedizione viene fermata da una valanga, durante la quale muoiono alcuni sherpa e Tobey finisce disperso. Vedrà con i suoi occhi alcuni Yeti e troverà rifugio in un monastero buddista, da cui non riuscirà ad allontanarsi: ogni giorno ci prova, e ogni giorno cambia idea, e rimanda. Finché scopre che sono i monaci ad apparire come esseri giganteschi e pericolosi, allo scopo di difendere l’isolamento del monastero.

“Noi non mutiamo il nostro aspetto, emaniamo solo un’aura ipnotica che fa scattare, in chi ci vede, le proprie paure ancestrali. Di volta in volta appariamo come esseri giganteschi o piccolissimi, pelosi o glabri, minacciosi o malinconici”.

Manara rende molto bene le scene nel monastero himalayano; anche il lettering è diverso, e contribuisce all’atmosfera, onirica e impalpabile. Ci sono ben sei tavole mute, una dietro l’altra.

La prima uscita di questo graphic novel avvenne nel 1978, nella famosa collana Un uomo, un’avventura delle Edizioni Cepim; la mia ristampa è quella ne Gli Albi di Orient Express, L’Isola trovata, 1986.

Atmosfera Zero, Jim Steranko

Adattamento a fumetti del film di Peter Hyams (titolo originale Outland).

“Durante il secolo scorso l’uomo ha conquistato i confini dello spazio”. Una delle lune di Giove è stata colonizzata per estrarre un prezioso minerale. È un lavoro faticoso e snervante, a 76 gradi sotto zero i minatori sono protetti da pesanti tute pressurizzate. A questi coloni, “mossi dalla disperazione o dalla sete di lucro”, la società che gestisce la miniera offre alti salari e vari passatempi: una sala-discoteca, un campo da squash, stanze dove poter far sesso con prostitute sbarcate periodicamente dalla navetta di collegamento.

In coincidenza con l’arrivo del nuovo responsabile della sicurezza, O’Niel – nel film, Sean Connery – si verificano due suicidi in circostanze incomprensibili. Un’ondata di pazzia sembra contagiare molti minatori. Era prassi non effettuare autopsie, i cadaveri venivano rapidamente gettati nello spazio: ma O’Niel prende un campione di sangue e, con l’aiuto della dottoressa Lazarus, scopre la presenza di una potentissima droga chimica, che qualcuno ha introdotto nella colonia.

O’Niel intende scoprire chi è stato e perché. Il suo bisogno di giustizia lo sorregge anche quando la moglie, che trova insopportabile quella vita, abbandona la colonia e porta con sé il figlio. L’indagine arriva presto a individuare i colpevoli nei dirigenti della compagnia che gestisce l’appalto della colonia: la droga fa aumentare la produzione, consente ulteriori profitti, e nessuno si è mai preoccupato della sorte dei relitti umani che hanno scelto di lavorare nello spazio.

Il primo responsabile cerca di corrompere lo sceriffo, poi assume dei sicari per eliminarlo… Thriller claustrofobico, è stato definito come un “western spaziale”, e si potrà notare l’assonanza con Mezzogiorno di fuoco (lo sceriffo lasciato solo contro i criminali).

Con la sua tipica impronta psichedelica e un raro senso del ritmo, Steranko confeziona 44 tavole a colori di grande formato, spesso a doppia pagina per aprire la scena e contestualizzare l’azione, inserendo all’interno vignette più piccole per sviluppare la trama.

Atmosfera Zero, di Jim Steranko, Ed. Nuova Frontiera, 1982

L’Uomo di carta, Milo Manara

Manara e il western: pubblicata prima in Francia da Dargaud (1981), la storia arrivò l’anno dopo in Italia, a puntate, sulla rivista Pilot delle Edizioni Nuova Frontiera. E’ stata ristampata innumerevoli volte.

Attraverso i favolosi paesaggi della Monument Valley, il protagonista – un giovane senza nome, allampanato, dai capelli biondi, che spera di rivedere presto la sua Gwendoline, lassù nel Maine – incrocia un vecchio soldato dell’Impero britannico, sempre al servizio di Sua Maestà la Regina Vittoria, e poi una pattuglia di Cavalleria che ha catturato una giovane pellerossa, Coniglia Bianca.

La squaw è, ovviamente, bellissima: emana quel genere di squisita sensualità, che è il marchio di Manara. Vedendo il protagonista parlare d’amore con una fotografia, Coniglia Bianca lo deride: “Se tu ama donna di carta, tu è uomo di carta”. Altre volte lo chiama “Capelli gialli”; a sua volta, il protagonista la chiama “Chiappe al vento”.

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Fuga da Piranesi e altre storie, Milo Manara

Fuga da Piranesi è un graphic novel del 2002. Fantascienza distopica, con precisi riferimenti al presente. Manara denuncia la manipolazione genetica e il potere di persuasione dei media. La colorazione delle 48 tavole è di Nicola Righi.

Piranesi – come Giovanni Battista, l’artista del Settecento, famoso per le sue “carceri d’invenzione” – è il nome di un “pianeta penitenziario” dove vengono trasferiti i detenuti, sterilizzati o castrati, di ogni razza e pianeta, purché respirino ossigeno. Questi “rifiuti umani” sono controllati attraverso letali collari. Il dna di tutta la popolazione è stato riveduto e corretto, è obbligatorio sottomettersi alla correzione genetica. Obiettivo: rendere tutti felici, pacifici e ottimisti, eliminare l’ansia, l’aggressività e la malvagità, potenziare virtù come la fiducia e la mansuetudine. Ma una donna giovane e attraente, dalle lunghe gambe affusolate (insomma, la solita, sensualissima donnina di Manara) è nata su Piranesi e non è stata sottoposta alle modifiche genetiche. Il potere vuole rintracciarla al più presto…

Ai riferimenti letterari (Orwell, Burgess), si sovrappongono gli espliciti omaggi a Moebius, attraverso il disegno di robot e alieni, architetture e paesaggi. Non si può dire che la trama sia particolarmente avvincente, ma il messaggio libertario è inequivocabile.

A cavallo del secolo (Panini Comics, 2014) contiene la ristampa di due storie “politiche” di Manara. Fabio Licari, nell’introduzione, ricorda come Pratt avesse sconsigliato Manara dal partecipare al progetto Un fascio di bombe, l’opinione del maestro era che le idee si sostengano meglio con l’avventura che con la cronaca.

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Uomo Faber, Ivo Milazzo e Fabrizio Càlzia

A una decina d’anni dalla scomparsa, avvenuta l’11 gennaio 1999, i disegni di Milazzo e le parole di Càlzia, genovesi visceralmente legati al cantautore, raccontano a fumetti la vita di Fabrizio De André.

Il volume è costituito da un centinaio di tavole, la cui qualità estetica non sorprende chi abbia amato Ken Parker. Tavole acquerellate nel raccontare il presente, in bianco e nero per i ricordi e i sogni del protagonista. Sempre in scena. Milazzo mostra una particolare predilezione per i primi piani e i dettagli del volto. “Per realizzare De André ho dovuto tornare alle mie origini, quando disegnavo in maniera schizzata – ha detto il disegnatore – perché spesso un segno dinamico ha più valore dell’eccessiva definizione”.

Il volume si apre con un lungo dialogo con Nina (quella di Ho visto Nina volare) nella vecchia casa di campagna in cui Fabrizio passò l’infanzia. Lei lo chiama “Bicio”, come quando erano bambini. Lui resta a dormire nella vecchia casa. E sogna.

La trama si snoda intorno al complicato, conflittuale rapporto fra Fabrizio e il padre Giuseppe, ormai morto. A Nina, Fabrizio confida: “Prima di andarsene mi ha fatto promettere che non avrei più bevuto. Sapeva che avrei mantenuto la promessa. E così mi ha salvato la vita”.

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Batman: Hush, Jeph Loeb e Jim Lee

Hush è una lunga, intricata saga in 12 episodi (oltre 250 tavole), scritta da Jeph Loeb, disegnata da Jim Lee, chine di Scott Williams e colori di Alex Sinclair; uscì fra dicembre 2002 e novembre 2003 (Batman vol 1 # 608-619).

Il mostruoso Killer Croc ha rapito Edward Lamont IV, giovane erede del patrimonio della Lamont Chemical, il riscatto ammonta a dieci milioni di dollari. Il primo scontro con Batman avviene nella rete fognaria di Gotham City, ma il piano è troppo sofisticato perché Croc ne sia a capo. Anche il furto della valigetta con il riscatto, compiuto da Catwoman, appare inspiegabile. Sconfitto Killer Croc con un dispositivo sonico, Batman libera il bambino e si mette sulle tracce di Selina Kyle, ma mentre volteggia tra i tetti, qualcuno trancia la fune a cui stava appeso: precipita rovinosamente a terra. Nel frattempo, Catwoman si introduce in un lussuoso appartamento e si mostra arrendevole nel consegnare il malloppo a Poison Ivy.

Nato a Seul nel 1964, Jim Lee propone un Batman monumentale, muscolosissimo: il corpo fatica a stare dentro il costume. Molto apprezzabili la sua versione di Catwoman e Talia Head, ma il capolavoro di Lee mi sembra la conturbante, leggiadra, letale Poison Ivy. Le anatomie e il dinamismo dei corpi portano lo “stile Image”, con la su debordante potenza espressiva, nell’universo Dc Comics..

Quanto a Loeb, insieme a Tim Sale, aveva già proposto un paio di graphic novel come Il lungo Hallowen e Vittoria oscura, senza dimenticare Catwoman: When In Rome. In questo caso, Loeb manifesta l’intenzione di presentare il personaggio a una nuova generazione di lettori, facendo sfilare una quantità di alleati, nemici e comprimari. Hush è una storia studiata a tavolino per permettere al disegnatore di interpretare tanti personaggi, offrendo varie splash-page (singole e doppie), destinate a diventare iconiche.

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Un fascio di bombe, Milo Manara – Alfredo Castelli – Mario Gomboli

Dalla quarta di copertina, il fascicolo originale, graffettato, grida uno slogan a lettere bianche su sfondo rosso: “Quelli che vi promettono l’ordine, non ve lo daranno mai, anche perché non la smettono di organizzare il disordine”.

Ai testi Alfredo Castelli e Mario Gomboli, futuri artefici di Martin Mystère e Diabolik; ai disegni il non ancora trentenne Milo Manara, già “gruppettaro” maoista all’università di Venezia; nella gerenza sta scritto che hanno collaborato alla realizzazione del fumetto anche Angela e Luciana Giussani. Sono 45 tavole in bianco e nero di straordinario valore, politico e propagandistico. Fu il Partito Socialista Italiano (segretario Francesco De Martino; Craxi arriverà l’anno dopo, con il congresso all’hotel Midas), a commissionare 48 tavole in bianco e nero, con una formidabile tiratura – 600mila copie – in parte allegato al quotidiano l’Avanti!, in vista delle elezioni Regionali del 1975. Vistosa questa nota: “Ogni rassomiglianza di questo fumetto con persone viventi o vissute o con fatti realmente accaduti non è casuale. È volontaria”.

Più volte ristampato, questo fumetto resta una pietra miliare della nona arte, o almeno di quel che avrebbe potuto essere il fumetto politico, in un Paese meno conformista e intimamente democristiano. L’oggetto era e rimane urticante: la bomba di piazza Fontana, che il 12 dicembre 1969 provocò 13 morti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Di quella strage viene indicata esplicitamente la matrice fascista con la collaborazione di parti dello Stato. Nelle tavole di Manara, scorrono i volti di Fanfani e Almirante, Valpreda e Pinelli, dei neonazisti Freda e Ventura. La sceneggiatura scorre ad alto ritmo, alternando tavole suddivise in canoniche vignette ad altre in cui l’artista poteva muoversi con la massima libertà espressiva. La qualità del prodotto si abbassa solo nel finale, i primi due terzi si avvicinano a uno dei capolavori di Magnus, la storia dello Sconosciuto che ha per titolo Largo delle tre api (uscirà pochi mesi dopo, nel settembre 1975, per le Edizioni del Vascello).

Caratterizzato da una trasparente (e perciò apprezzabile) tensione pedagogica, Un fascio di bombe comincia con gli ossequi a un generale e a un’eccellenza che arrivano in una villa nei pressi di Roma, il 15 novembre 1969. Nella villa si svolge una riunione alla quale partecipano molti industriali, deputati e militari, l’oratore enuncia frasi che Castelli e Gomboli ripresero da testi di Pino Rauti e Guido Giannettini, infine l’intera platea si alza e solleva il saluto romano.

Franco Moretti è un biondo e occhialuto giornalista dell’Avanti!; sta svolgendo un’inchiesta sui movimenti extraparlamentari di destra e ha scoperto qualcosa. Chiede udienza all’Ufficio Politico della Questura, ma il poliziotto sembra non credere a una parola. In realtà, è un poliziotto onesto, ma sa di muoversi sulle sabbie mobili, e infatti verrà neutralizzato dal suo superiore (l’oratore nella villa), e infine trasferito. Nel frattempo, il giornalista subirà un violento pestaggio.

Si arriva al 12 dicembre 1969, gli sceneggiatori scelgono di mostrare un montaggio alternato fra i movimenti di una delle vittime della strage, il tentativo di far fallire l’attentato da parte di un pentito, le frenetiche telefonate del giornalista e del poliziotto onesto… Le 16.37: la banca, una valigetta abbandonata, un lampo… Seguono due splash page che paiono ispirate a Guernica. Qualche minuto dopo, a Roma, esplodono altre due bombe, nei sotterranei di una banca e davanti all’Altare della Patria. Un quarto ordigno non esplode; ma anziché disinnescarlo per trovare qualche traccia o impronta, arriva l’ordine di farlo brillare.

“La pista anarchica”; ai disegni di Manara si aggiungono le riproduzioni delle prime pagine di vari quotidiani.

Il 16 dicembre muore Giuseppe Pinelli e presto appaiono scritte sui muri: “Pinelli è stato suicidato”. Poi si concretizza il complotto per incolpare Pietro Valpreda. In seguito, alcuni potenziali testimoni muoiono misteriosamente. Il 17 maggio 1972 viene assassinato il commissario Calabresi.

Già nel giugno 1970, un gruppo di giornalisti aveva ricostruito quanto accaduto a Piazza Fontana con un libro intitolato La strage di Stato. Nel 1971 vennero catturati Franco Freda e Giovanni Ventura, il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio li accuserà di aver organizzato la strage.

Il 28 maggio 1974 scoppiò una bomba in piazza della Loggia, a Brescia; il 4 agosto 1974 un’altra bomba esplose sul treno Italicus, vicino a San Benedetto val di Sambro. Gli autori hanno il coraggio di mostrare Almirante a capo del MSI, un partito che con la sua sola esistenza stava violando la Costituzione, e il leader democristiano Fanfani, a cui si deve la famigerata “teoria degli opposti estremismi”.

Milo Manara – Alfredo Castelli – Mario Gomboli, Un fascio di bombe, PSI Sezione Stampa e Propaganda, 1975

Black Kiss, Howard Chaykin

La più sboccata delle segreterie telefoniche apre il più turpe, crudele, oltraggioso graphic novel riconducibile alla categoria “fumetti d’autore”. Un ibrido porno-noir, una commedia dark, una sarabanda infernale…

La sceneggiatura (eufemistico definirla “politicamente scorretta”) sorregge 120 tavole in bianco e nero, trasudanti sangue e altri liquidi corporei, con un assortito campionario di perversioni sessuali, fino alla necrofilia. Hollywood Babilonia all’ennesima potenza.

Ambientata in una Los Angeles sporca e degradata, alla metà degli anni Ottanta (Reagan rieletto), la vicenda ruota intorno a una coppia di bombe sexy, Dagmar Laine e Beverly Grove, e alla ricerca della bobina di un film porno che si dice faccia parte della collezione privata del Vaticano. Oltre a essere amanti e ninfomani, le due bionde sono praticamente identiche, vestono allo stesso modo e giocano a scambiarsi identità; Dagmar (“la ragazza con qualcosa di speciale”) è una prostituta transessuale, Beverly un’ex diva del cinema, rimasta giovane per motivi che verranno chiariti in seguito.

Fra i clienti più affezionati di Dagmar, c’è il reverendo Murtaugh, con la sua inconfessabile passione per le minorenni handicappate. Quando il film – terribilmente osceno, dunque particolarmente prezioso per la sua provenienza – finisce nelle sue mani, Beverly e Dagmar tentano invano di distruggerlo; la bobina viene invece sottratta da una donna travestita da suora (con i tacchi a spillo), che approfitta della distrazione del perverso reverendo, distratto da una minorenne che si finge cieca…

Cass Pollack – musicista jazz eroinomane ebreo, colpevole di un imprecisato sgarbo alla malavita – esce da un centro di disintossicazione il giorno stesso in cui una coppia di sadici killer massacra sua moglie e sua figlia, facendo ricadere la colpa su di lui. Coincidenza: mentre è in corso la strage, Beverly (o Dagmar?) gli stava chiedendo un passaggio, ricambiato con una prestazione sessuale.

Le due bionde offrono a Pollack un ottimo alibi, se riuscirà a recuperare il film. Seguendone le tracce, l’uomo arriva al misterioso Ordine di Bonifacio, setta satanica nata agli albori del cinema muto, dove viene venerato Charles “Bubba” Kenton, stella degli anni Venti ed ex marito di Beverly. Nel famoso film – proiettato nel corso di una specie di messa nera, con croci rovesciate e gente in maschera (lisergica anticipazione di Eyes Wide Shut) – si alternano orge e sacrifici umani: Kenton era un vampiro, il film mostra come anche Beverly lo sia diventata.

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La forza della vita, Will Eisner, Fandango, 1983

Risale al periodo in cui Eisner – come tanti anziani benestanti – abbandonò le metropoli del nordamerica per stabilirsi in Florida. Aveva 67 anni quando realizzò testi e disegni, e maturato la discutibile convinzione che “le persone alle prese con la povertà e con la lotta quotidiana per l’esistenza si ritrovano a interrogarsi sul senso della vita più spesso di chi vive negli ambienti confortevoli e sicuri dell’alta società”.
Sono 140 tavole in bicromia, con un soggetto – scrive Eisner – di valenza universale: “la lotta dell’uomo con la vita e il suo significato”.

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La storia comincia nel 1934, nei caseggiati di Dropsie Avenue, Bronx, durante la fase più acuta della Grande Depressione, quando “molto di ciò che era dato per scontato fu rimesso in discussione”.
Il taglio autobiografico è reso evidente dall’ambientazione ebraica. Il protagonista è Jacob, un falegname ormai sessantenne, che ha appena finito un lavoro di cinque anni per la sinagoga e non ha più di che vivere. Si interroga sul senso della sua esistenza, sulla differenza con la vita di uno scarafaggio, e conclude: “Ci sono solo due possibilità! O l’uomo ha creato dio… oppure dio ha creato l’uomo!”. In entrambi i casi, uomo e scarafaggio condividono la fatica di “tirare a campare”, non si arrendono, si rialzano dopo ogni sconfitta, ritrovano la spinta per continuare, giorno dopo giorno. Leggi il resto dell’articolo

Spider-Man. Il matrimonio

Accadde fra il luglio e il settembre 1987: il volumetto comprende 4 storie di Spider-Man raccolte dall’editore italiano (Star Comics) per un’edizione speciale, con copertina di Bill Sienkiewicz, presentata a Lucca Comics nell’ottobre ’91.

David Michelinie è l’autore dei testi, John Romita jr dei disegni; alla grafica, complessivamente modesta, contribuirono Alex Saviuk e Paul Ryan e lo storico inchiostratore Vince Colletta. Senza dubbio si tratta di un gruppo di storie il cui principale valore sta nella testimonianza di un’epoca (e nell’operazione di marketing).

L’Uomo Ragno era nella fase del costume nero. Mary Jane Watson, “la rossa”, qualche tempo prima aveva confidato a Peter Parker di conoscere la sua identità segreta; M.J. aveva anche rivelato a Peter alcuni aspetti del suo passato nascosti a chiunque altro. Gli sceneggiatori stavano preparando il terreno per il matrimonio di una superstar del Marvel Universe. Dopo la morte di Gwen, nelle storie di Gerry Conway e Ross Andru, Peter e M.J. avevano già iniziato a fare coppia fissa, finché lei non aveva rifiutato una prima proposta di matrimonio, ponendo bruscamente fine alla relazione.

Sarà Peter a pronunciare la frase topica: “Vuoi sposarmi?”, e anche stavolta la reazione di M.J. è negativa. I suoi pensieri sono altrove, ma non al luccicante mondo delle top model di cui ormai fa parte, quanto al riemergere di antichi problemi familiari che la costringono a partire per Pittsburgh. Ancora una volta Peter è chiamato a una scelta fra ruolo pubblico e aspirazioni private: in città, sulle sue tracce, è ricomparso il robot Ammazzaragni, ma quando la richiesta d’aiuto di M.J. diventa esplicita, Peter (con un po’ di sensi di colpa) parte per Pittsburgh.

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La sensazionale She-Hulk, John Byrne

Graphic novel di 74 pagine, a dominante verde smeraldo. Per un certo periodo, She-Hulk è stata il personaggio più scanzonato ed esuberante del Marvel Universe: la sua prima apparizione risale al febbraio 1980, ma è stato John Byrne a darle il massimo splendore.

Jennifer Walters è la cugina di Bruce Banner (Hulk), di professione avvocato: una trasfusione di sangue le ha salvato la vita, ma l’ha trasformata in She-Hulk. Byrne la disegna come «una bomba sexy», una pin-up culturista di oltre due metri, che indossa vestiti succinti, dotata di un’ironia proporzionale alla forza, felicemente accoppiata al pellerossa Wyatt Wingfoot.

Jennifer non ha niente a che vedere con le inquietudini di Bruce Banner, non soffre come Hulk, non ha i suoi problemi di sdoppiamento della personalità. Anzi, si diverte a usare la sua superforza.

In questa storia, She-Hulk entra in conflitto con lo SHIELD, la divisione dei servizi segreti diretta da Nick Fury. Viene prelevata a forza da un marciapiede di Manhattan e teletrasportata insieme a Wingfoot sulla navicella orbitale dello SHIELD. In apparenza, vogliono studiarla per verificare che non si possa trasformare in un pericolo per l’umanità; in realtà, un’imprecisata entità aliena (composta di scarafaggi intelligenti… Byrne non è particolarmente ispirato) ha deciso di occupare il suo corpo.

She-Hulk vince la minaccia e salva l’umanità. Ma per disinnescare la bomba atomica che fa da propulsore alla stazione orbitale, è costretta ad assorbire una quantità di radiazioni. Sarà Reed Richards, il leader dei Fantastici Quattro, a darle una «brutta notizia»: non potrà più tornare nella forma di Jennifer.

La tavola è divisa in 10 quadri, con Richards e She-Hulk immobili. Finalmente lei replica: «Qual è la brutta notizia?».

La sensazionale She-Hulk, testi e disegni di John Byrne, Play Press, 1985 (1993)