#Peanuts, 31 anni fa il primo svolazzamento di Raymond, l’uccellino scuro

Il 13 ottobre 1981, Charles M. Schulz faceva entrare in scena Raymond, il primo uccellino scuro, fra i tanti avvistati accanto a Woodstock.

Di Raymond, già due giorni dopo scopriremo che non ha il dono della sintesi.

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Crepax e la prudenza rivoluzionaria

Dunlopella è una testimonial pubblicitaria creata da Guido Crepax nel 1969.

Ma rileggendo alcune storie di Valentina, ho trovato una frase pronunciata dal padre (trozkista) quando la ragazza viveva con i genitori; una sera a cena, discutendo della scuola che non dava più i voti e tendeva all’autogestione, il padre le disse: “Ci vuole prudenza anche nelle rivoluzioni”.

La morte di Capitan Marvel, Jim Starlin, 1982

Uno dei primi graphic novel: 66 tavole, per la definitiva uscita di scena di un personaggio minore del Marvel Universe, il Capitano Mar-vell della razza Kree, la cui parabola fece scalpore, trattandosi della prima morte di un supereroe.

Non la prima morte nei comics di questo genere: anni prima, in una storia dell’Uomo Ragno, era stata “sacrificata” Gwen Stacy, la fidanzata di Peter Parker, scagliata dal ponte di Brooklyn da Goblin e morta fra le braccia del Ragno: anche gli innocenti potevano morire, gli eroi fallire… In questo caso, Starlin fa fare un salto di qualità, con testi carichi di lirismo (il disegno, invece, è convenzionale e la scansione delle tavole non brilla per originalità).

Starlin - Capitan MarvelSbarcato sulla Terra per conquistarla, Capitan Marvel ne diviene il difensore dalle minacce aliene. Da tempo si è ritirato su Titano, una luna di Saturno, stanco di combattere «una serie infinita di malvagi con velleità di conquista».

Su Titano, grazie alla «coscienza cosmica», si rende conto del male incurabile che lo sta uccidendo: «i terrestri lo chiamano cancro».

Ha contratto la malattia sconfiggendo uno dei tanti, folli nemici, e tutte le migliori intelligenze della Terra, da Reed Richards ai Vendicatori, cercano inutilmente una cura.

Starlin mostra la disperazione di Rick Jones, il ragazzo che per qualche tempo ha vissuto in simbiosi con Capitan Marvel. Sul cui letto di morte accorrono tanti supereroi; persino la razza Skrull, contro cui ha combattuto innumerevoli volte, lo onora con una medaglia al merito (solo per i Kree resta un traditore).

Marvel si spegne, come una candela, come un comune mortale, in una scena potente, di drammatica semplicità, che giustifica l’intera storia.

Hollywoodland, di Michele Masiero e Roberto Baldazzini, 2019

Lee è il nome di un monte che sta sopra Los Angeles; sul fianco del monte, nel 1923 venne installata una grande scritta – 13 lettere di colore bianco, alte 15 metri e larghe 9, per un totale di 110 – finalizzata a promuovere un progetto di sviluppo immobiliare. La scritta doveva essere provvisoria: sono state rimosse, nel 1949, solo le ultime 4 lettere.

1923, dunque: sono gli anni successivi alla Prima guerra mondiale, l’Età del Jazz cantata da Scott Fitzgerald, l’età del Proibizionismo sugli alcolici (il Volstead Act in vigore tra il 1919 e il 1933), l’età del massimo sviluppo e del declino del cinema muto.

Piacerà ai cinefili questo graphic novel ambientato nella Hollywood degli Anni Venti, scritto e sceneggiato da Masiero, direttore editoriale della casa editrice milanese, si avvale della ligne claire di Baldazzini, orchestrata in 262 tavole in bianco e nero, divise in 3 strisce e 5-8 vignette. Magnifici i campi medi e lunghi, qualche perplessità sui primi piani: in altre occasioni avevo trovato Baldazzini più incisivo nel delineare le fisionomie (qui doveva riempire un numero di tavole per lui insolito, gli ci sono voluti oltre tre anni e l’aiuto di Lisa Salsi).

Lo stile narrativo è vicino all’hard boiled. Spietata come un’autopsia, la costruzione è fortemente cinematografica, all’interno di un contesto di pervasiva ambiguità morale. Mentre impazzano Rodolfo Valentino e Tom Mix, sotto la superficie scintillante della Fabbrica dei Sogni dilagano sesso, sangue e dollari, corruzione e violenza, alcol e sangue, ricatti e segreti inconfessabili. Hollywood Babilonia, la definì Kenneth Anger. Leggi il resto dell’articolo

Dirty Stars, Autori Vari, Savelli, 1978

Sottotitolo: «Trent’anni di dirty comics (1930-1960): i mass-miti americani riveduti e scorretti».

Si tratta di fumetti pornografici, anonimi, in bianco e nero, che hanno per protagonisti le celebrità, lo star-system. Viene presa di mira soprattutto Hollywood, ma anche i fumetti classici (Batman e Robin, Bibì e Bibò, Arcibaldo e Petronilla, Superman, Capitan America, Dick Tracy), i personaggi sportivi (Carnera), e politici (Stalin e Ciang Kai-scek, Edoardo VIII e Wallis Simpson).
Sono parodie sacrileghe delle icone del tempo, dal segno rozzo, venduti sulla strada, a 20, 40 o 50 centesimi (4 storie): brevi avventure a carattere esplicitamente sessuale, con una certa cura nel riprodurre le fisionomie dei personaggi.

I Dirty Comics nascono con la Grande Depressione: c’era un gran bisogno di ridere, nel 1929 il numero dei suicidi era cresciuto vertiginosamente, fece scalpore il suicidio di una giovane coppia, che si gettò, mano nella mano, da una terrazza del Ritz. Ne derivò una storiella, in cui il portiere dell’albergo, alla domanda “Avete una stanza?”, chiedeva alla coppietta se fosse per dormire o per gettarsi di sotto: in questo caso la tariffa era più bassa.
Questi fumetti sono tanto più oltraggiosi se si pensa che il cinema degli anni Trenta era moralista, puritano, senza la minima concessione erotica.

Il volume raccoglie 28 storie, stampate presso “tipografie disinvolte” (così le definisce Marco Giovannini nell’introduzione). Le storie di maggior successo erano riprodotte in 20-25 mila copie, spesso ristampate, con sistemi di distribuzione clandestini (erano frequenti le irruzioni di agenti Fbi, a sequestrare la merce).

Gli anni magici – per tirature: 3 milioni di esemplari – e numero di storie prodotte sono stati il 1935 e ’36.
Con l’entrata in guerra, il genere venne dato per morto e sepolto, invece ebbe una nuova fase di splendore nella seconda metà degli anni Quaranta, ed epigoni fino ai primi Sessanta.

#Peanuts, 37 anni fa entrava in scena “Pallino”, un fratello di Snoopy

Il 28 settembre 1982, Charles M. Schulz faceva entrare in scena Pallino, “il fratello dimenticato” di Snoopy.

Gli altri fratelli erano: Andy, Belle, Olaf, Molly, River e Spike. Pallino aveva la pelliccia maculata. Di lui Snoopy diceva: “Pallino era il più in gamba di noi… se volevi sapere qualcosa, lo chiedevi a Pallino… “BUH !” diceva lui. Non era molto colto, ma era in gamba”.

Altan, Partita a due, Bompiani, 1996

AltanOgni tanto capita: ritrovo su qualche banchetto una vecchia raccolta di Altan, e non me la lascio sfuggire.

Rileggere Altan a distanza di anni da quando la vignetta era stata pubblicata, provoca sensazioni amare: più che la rievocazione di fatti del passato, colpisce la sostanziale immutabilità del presente.

La figlia al padre:
– La mamma va a letto con un altro!
– Niente paura: è un amante tecnico.

Il marito alla moglie:
– Vado a farmi la doccia.
– Bravo. Poi vediamo come reagiscono i mercati.

In queste 191 tavole in b/n, Altan attraversa l’anno successivo alla prima caduta di Berlusconi, quando la Lega gli dava del fascista… Ma questa selezione sfiora di rado la politica, vi allude ogni tanto, preferendo concentrarsi sulle relazioni famigliari, in particolare quelle fra marito e moglie. Sono coppie in crisi, stanche e disilluse, annoiate e immeschinite, sessualmente comatose, senza alcuno scambio affettivo.

Mi è venuto da pensare che la lunghezza dei dialoghi di Altan aveva già il ritmo e la la misura di Twitter.

#Simon’s Cat e la piccola peste, Simon #Tofield

Terzo capitolo della saga. Il gatto di Simon era abituato a gestire una situazione di monopolio – spaziale e affettivo – e ora si trova in un contesto di concorrenza: è arrivato un gattino furbo e vispo, un gatto 2.0 in grado di attirare l’attenzione con un campionario di trucchetti e con un’inconfondibile espressione di innocenza. Il gatto di Simon imparerà a conoscere cosa si prova a essere la vittima di un gatto.

simons-cat-e-la-piccola-peste-largeNel colonizzare il territorio, il nuovo arrivato è travolgente, impara subito, imita il gatto di Simon e lo supera in fantasia e prontezza: le sue potenzialità nel fare danni sono proporzionali all’egoismo, qualunque oggetto domestico si presta al gioco e alla distruzione. La prima cosa che fa è uscire dalla scatola, mangiare e vomitare sul tappeto.

Ovviamente, il gatto grande – che fino a poco prima si sentiva il padrone di casa – cerca di rimarcare il territorio, e a volte usa la sua forza superiore per rimettere il gattino al suo posto. Ma il rivale dispone di una furbizia sopraffina, e ritorce ogni sforzo contro chi lo compie. Pur di salvare quel che resta dell’arredamento, Simon riempie la casa di tiragraffi, ma il gattino preferisce farsi le unghie contro i mobili ancora intatti. Leggi il resto dell’articolo

Il dottor Rigolo, Pericoli e Pirella, Milano Libri, 1976

Il volume raccoglie 22 storie brevi apparse su Linus dal 1972, con brevi note introduttive che fanno da collegamento, come in un romanzo d’appendice. Fra mistificazioni e viltà, servilismo e ipocrisia, opportunismi e paure, la grande stampa italiana appariva indifendibile ben prima dell’arrivo di Berlusconi.

Il dottor Piergiorgio Rigolo viene chiamato a dirigere un grande giornale “indipendente”. Mai pestare i piedi al potere, è il suo motto. Mai sbilanciarsi: “anche l’anticiclone avanzava lentamente con un progresso senza avventure”. Va nel panico quando “la proprietà” non chiama. Invece, quando telefona Andreotti, indossa la giacca e fa gli sciacqui prima di rispondere.

Quando assume il raccomandato Calafuria, teme sia un pericoloso anticonformista, invece è un finto-ribelle, precursore del gossip. L’inviato speciale è il subdolo Brasera, spesso usato anche per inviare messaggi cifrati.

È l’epoca della strategia della tensione, delle bombe neofasciste, dei complotti dei servizi segreti, delle fibrillazioni all’interno della Dc, del lancio del compromesso storico… Ossequiosamente, il dottor Rigolo vola negli Stati Uniti per incontrare Richard Nixon, costretto ad abbandonare la Casa Bianca. Poi intervista Henry Kissinger, cresciuto studiando Metternich, Von Clausewitz e John Wayne, e ora ridotto a fare da balia a Gerald Ford.

Come un faraone egizio, Agnelli sta sempre di profilo. Donat Cattin (ministro e capocorrente Dc) dice: “Avete sbagliato a lasciarci soli. I comunisti per esempio! Non dovevano abbandonarci a noi stessi, alle nostre debolezze, alle nostre miserie. Dovevate votare per noi, contribuire dall’interno al nostro rinnovamento”. Leggi il resto dell’articolo

Cronache dal Palazzo, Tullio Pericoli ed Emanuele Pirella, Mondadori, 1979

Andreotti vampiresco, con le orecchie a punta; Berlinguer scarmigliato e dallo sguardo mite; Agnelli vanitoso come un pavone; La Malfa spelacchiato come una vecchia gallina; Moro con la testa a pera; Zaccagnini pieno di rughe e con “la faccia onesta, da sventato, lo sguardo da ingenuo con una lacrima sempre pronta” (come chiede al truccatore tv); Evangelisti che lucida le scarpe di Andreotti; “l’astuto Galloni, la testa più lucida della Dc”; il guerrafondaio enfant prodige della Dc d’estrema destra, Massimo De Carolis, con l’aria da kennediano fuori tempo massimo; un enorme Craxi con la faccia tonda e il sorriso feroce… sono i personaggi principali che riempiono le tavole di questa antologia, costruita raccogliendo opere uscite su L’Espresso e il manifesto, fra il 1975 e il 1978.

La lente deformante della satira punta sui potenti per dissacrarli. Scrive Camilla Cederna nella presentazione, che la satira politica “è sempre sberleffo” e che in qualche caso si rivela “capace di prevedere, anticipandoli, gli avvenimenti”: per esempio, le dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica… Sono gli anni delle stragi di Stato, dei servizi segreti “deviati”, della completa sudditanza agli Stati Uniti di Kissinger, dell’ascesa di Craxi, del rapimento e dell’uccisione di Moro, del terremoto in Fruli, del disastro ambientale di Seveso, di Kossiga ministro dell’Interno, del Marzo ’77 a Bologna, del referendum sull’aborto, dell’inflazione verso il 20%, della Cgil guidata da Luciano Lama, della nascita di la Repubblica.

Pirella è stato uno dei fondatori della pubblicità italiana, copywriter di campagne rimaste nella memoria: la banana Chiquita, jeans Jesus, Perlana, Pomì, il veterinario dell’amaro Montenegro, Giovanni Rana testimonial di se stesso, eccetera. Per anni ha curato la rubrica di critica televisiva su L’Espresso. Insieme a Pericoli, si era già dedicato alla satira con la striscia Il dottor Rigolo, apparsa sul Corriere nel 1974 e poi su Linus. Leggi il resto dell’articolo

Wonder Woman [id.] – Patty Jenkins, 2017 [filmTv79] – 8

Andai a vederlo al cinema Jolly, la sera della finale di Champions fra Real e Juve, finita 4-1. Quando spensero le luci in sala, la Juve aveva appena pareggiato. All’uscita, riacceso lo smartphone sotto il portico di via Marconi, il numero di messaggi certificava già la disfatta bianconera.

Rivisto in tv, il film conferma le sensazioni di allora: è ben riuscita la miscela fra mitologia e fantasy, storia della Grande Guerra e spirito femminista.

Confermo, inoltre, l’ottimo giudizio sulla regista (non ricordavo fosse suo Monster, che portò all’Oscar Charlize Theron) e sulla protagonista, Gal Gadot, perfetta in tutte le mutevoli espressioni di Diana Prince (dalla Londra vittoriana alla Parigi di oggi), “bellissima ma non troppo giovane né inutilmente siliconata” (autocitazione). Punto debole, l’eroe maschile, Chris Pine. Ancora in odore di femminismo la scelta di due icone sexy degli anni Novanta, Robin Wright e Connie Nielsen (Antiope e Ippolita), a capo delle Amazzoni di Themyscira, l’isola di sole donne creata da Zeus e protetta per secoli dalla vista degli umani (fra le Amazzoni più giovani, Lisa Loven, Samanta Jo e Doutzen Kroes).

La sceneggiatura ha i tempi giusti quando Diana decide di farla finita con la spaventosa guerra di trincea (l’avanzata di Wonder Woman fra i proiettili, in mezzo al fango, è da antologia del cinema supereroistico). E se il colpo di scena sulla vera identità di Ares, il dio della guerra, potrà apparire quasi ovvio, la rivelazione arriva proprio quando sembrava esserci spazio per il sollievo.

È Ares a pronunciare la più spregevole verità sulla natura umana: «In tutti questi anni ho lottato da solo, sussurrando idee, ispirazioni per formule, armi, ma non li obbligo io a usarle. Hanno iniziato queste guerre da soli».

Ha ragione la regina Ippolita, mentre saluta la figlia che sta per partire per salvare il mondo: «Sii prudente nel mondo degli uomini, Diana. Essi non ti meritano».

#Joker! – Sullo stesso piano di Emma Bovary

L’interpretazione di Joaquin Phoenix ha consegnato il Leone d’Oro a Joker, il film di Todd Phillips.

Tutti gli appassionati di fumetti, di qualunque genere, devono riconoscenza a un “carattere” già interpretato da attori da Oscar – Jack Nicholson, Heath Ledger, Jared Leto – e continuamente rivisitato. La fortuna cinematografica di Joker toglie il fumetto dalla dimensione di “arte minore” e ne esalta la capacità di esprimere personaggi all’altezza della Grande Letteratura.

A creare Joker furono Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, nel lontanissimo 1940. Chiunque l’abbia reinterpretato, ha scelto una diversa miscela di ingredienti già presenti nelle primissime storie: perverso, crudele, logorroico, psicopatico, egocentrico, astuto, vanitoso, giocherellone, imprevedibile, perfido, sadico, folle… Il suo ghigno delirante ha un’origine “classica”, L’uomo che ride di Victor Hugo (1869) e si è riverberato nel capolavoro di James Ellroy, La dalia nera (1987).

Nella sua “carriera” criminale restano incisi delitti efferati: ha ucciso Jason Todd, il secondo Robin, ha costretto sulla sedia a rotelle Barbara Gordon. Uccide con armi di sua invenzione, fiori che spruzzano acido, giocattoli esplosivi, nelle sue mani qualsiasi oggetto può capovolgere di segno e divenire letale. Ha talmente sofferto da non avvertire più nessun dolore. Entra ed esce dal manicomio criminale di Gotham, il lugubre Arkham Asylum, e spesso ruba la scena a Batman.

Joker è quello che sarebbe potuto essere ognuno di noi, se avesse avuto la sventura di vivere una giornata particolarmente sfortunata. È quanto ci viene mostrato nel capolavoro a fumetti che Alan Moore e Brian Bolland confezionarono nel 1988: The Killing Joke.

Heath Ledger e, a quanto pare, Joaquin Phoenix hanno sviscerato la quintessenza di un’idea spaventosa: la condizione umana è fragile, il confine tra ordine e caos è evanescente, nessuno deve sentirsi al riparo dalla caduta nell’abisso…

Alla notizia del Leone d’Oro, ho digitato “Joker” nel motorino di ricerca in alto a destra e sono usciti 10 risultati:

  1. Il Cavaliere oscuro [The Dark Knight], Christopher Nolan, 2008
  2. The Killing Joke, Alan Moore e Brian Bolland, 1988
  3. Batman. Il lungo Halloween, Jeph Loeb e Tim Sale, 1996-97
  4. La vendetta del Joker, O’Neil – Adams – Giordano, 1973
  5. Batman. Una morte in famiglia, Jim Starlin – Jim Aparo – Mike DeCarlo, 1989
  6. Batman. Oscure alleanze, Howard Chaykin, 1996
  7. Batman e l’Uomo Ragno: Disordini mentali + L’alba di una nuova era
  8. Harley Quinn. Benvenuti alla festa!, Paul Dini e altri
  9. Arkham Asylum, Grant Morrison e Dave McKean, 1989
  10. Batman. Noël, Lee Bermejo, 2011

#Peanuts, 33 anni fa entrava in scena Tapioca Pudding

Il 4 settembre 1986 Schulz proponeva un personaggio femminile che riusciva a essere più logorroico di Sally, di Lucy, persino di Frieda.

Il suo nome è Tapioca Pudding.

Biondissima, sempre sorridente, piomba nella classe di Linus, facendoci sapere la cosa più importante: il suo papà è nel merchandising.