Edgar Allan Poe trasfigurato da Dino Battaglia

Otto storie brevi dalle pagine di Poe.
1. Re Peste, 8 tavole, su «Linus» n.12, dicembre 1968
2. La caduta della casa degli Usher, 9 tavole, su «Linus» n.5, maggio 1969
3. Lady Ligeia, 8 tavole, su «Linus» n.10, ottobre 1969
4. Hop-Frog, 9 tavole, su «Linus» n.12, dicembre 1971
5. La scommessa, 9 tavole, su «Linus» n.4, aprile 1972
6. La maschera della Morte Rossa, 8 tavole, su «Linus» n.10, ottobre 1972
7. Il sistema del dott Catrame e del proff Piuma, 11 tavole, su «Linus» n.8, agosto 1973
8. La straordinaria avventura di Hans Pfall, 13 tavole, su «Il Giornalino» n.12, marzo 1981

Stranamente mancano due storie del 1971 sceneggiate da Mino Milani e uscite sul «Corriere dei Piccoli» (Lo scarabeo d’oro e La lettera rubata).

È una questione di atmosfere…

Facile dedurre che quelle di Poe abbiano affascinato l’autore veneziano, a cui è piaciuto affrontare, prima e dopo, anche Melville e Lovecraft, De Coster e Maupassant, Buchner, Stevenson e Rabelais.

Ma di quali atmosfere e suggestioni si parla, anzi quale interpretazione propone Battaglia, fra le varie letture che sono state fatte di Poe, etichettandolo, di volta in volta, come gotico, horror, poliziesco, grottesco, metafisico, fantastico, paranormale, eccetera?

Dino Battaglia (1923-1983) è stato molto più che un illustratore formidabile, fin dal «Moby Dick» del ’67 affina un gusto per la trasposizione letteraria, che anticipa la graphic novel utilizzando tutto ciò che può offrire la tavola disegnata (titoli e testo, splash page e minuscoli dettagli, didascalie e lettering – quasi sempre in stampatello maiuscolo). Le sue tavole non seguono una gabbia predefinita, viaggiano fra architetture libere. Gli esperti hanno studiato il “segno” di Battaglia e i suoi inconfondibili grigi, frutto di una tecnica sopraffina, che sovrapponeva ombre e tratteggi, sfumature e scontornature, graffi di lametta e delicati ritocchi con il “tampone”.
Riesce così a riprodurre il perenne senso di claustrofobia e incantamento che Poe riversava nei suoi racconti, intrisi di angoscia, macabro, inquietudine, brividi, incubi, incertezze della percezione. Nella prefazione, Gianni Brunoro fa notare che lo stile grafico di Battaglia lambisce il liberty e la Secessione viennese (Klimt, Mucha, Schiele). Ma nei tratti più grotteschi, è immediato il riferimento a George Grosz, e spesso si avverte un retrogusto di cinema espressionista.

In fondo, Battaglia non riproduce Poe. Lo trasfigura.

Dino Battaglia, Edgar Allan Poe, Nicola Pesce editore, 2016

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Stasera ho vinto anch’io [The Set-Up], Robert Wise, 1949 [Tv93] – 8

L’ha scritto un poeta, Joseph Moncure March, scoperto anni fa grazie a un magnifico fumetto di Art Spiegelman («The Wild Party») e l’ha sceneggiato un reporter sportivo, Art Cohn per la RKO Pictures, che intanto usava Wise per horror a basso costo («La Jena», «Il giardino delle streghe») e alta intensità drammatica.

Basso costo voleva dire 72 minuti di fotografia espressionista (Milton Krasner), addensata da fumi di sigaretta e lunghissime ombre, passi sul selciato e rumori di fondo di una cittadina distratta, un sabato sera, mentre il protagonista ancora insegue il pericoloso sogno di emanciparsi dalla povertà tirando pugni sul ring.

Ha ormai 35 anni Bill Thompson, detto Stoker; lo interpreta Robert Ryan, un attore che come pochissimi poteva passare dall’eroe al “cattivo” con analoga credibilità. Sua moglie Julie è Audrey Totter (già vista nel torbido «Postino» di Garnett e in «Una donna nel lago», da un racconto di Chandler).

Julie ha paura del ring. Vorrebbe tanto che Stoker smettesse di salirci e si rifacessero una vita con una tabaccheria o qualcosa del genere. Ma il miraggio della vittoria è accecante: Stoker non si rende nemmeno conto che i suoi allenatori hanno venduto il match a chi scommette. È orgoglioso – mi ha ricordato “Battlin” Murdock, il padre di Matt, cioè Devil – e non vuole cedere alla sconfitta decisa a tavolino. Si ribella. Trionfa. Cade.

Il melodramma funziona alla perfezione nell’anticamera del match – quel campionario di umanità dolente e sfiancata – e nel suo prevedibile epilogo. Meno riuscite le scene sul ring, dove in appena 4 round i due pesi massimi si scambiano una quantità di colpi che non riuscirebbero a produrre in 15.
Girato in tempo reale (la durata della storia corrisponde a quella della pellicola), resta uno dei migliori film mai girati sul mondo della boxe.

The Wild Party, Art Spiegelman e Joseph Moncure March, Einaudi 1994

Un paio d’anni dopo il Pulitzer vinto per “Maus”, Art Spiegelman illustra uno scandaloso romanzo in versi pubblicato nel 1928. Giornalista del neonato New Yorker, negli anni Trenta Moncure March lavorò anche a Hollywood.

“Il piacere che un alcolizzato trova nei bar io lo vado a cercare nelle librerie dell’usato”, scrive Spiegelman; questa “è una tragedia hard-boiled ambientata nell’Età del Jazz e raccontata in versi”. Aggiunge, per spiegare la sua fascinazione: “La generazione perduta cantata da March ha visto una civiltà spezzata dalla Guerra che doveva metter fine a tutte le guerre. La nostra, una generazione ‘che cola a picco’ ha appena visto la Fine della Storia. La sua generazione tracannava gin fatto in casa e organizzava feste selvagge. La nostra ingoia il Prozac – o si perde nelle librerie dell’usato – aspettando che scatti il via, e arrivi la polizia”.

Spiegelman ne parlò con Burroughs, scoprendo che apprezzava il poema di March al punto da conoscerne interi pezzi a memoria; riporta questa frase di Burroughs: “È il libro che mi ha fatto venir voglia di diventare scrittore.”
A causa delle scene di sesso e alcolismo e del livello morale dei personaggi, vari editori rifiutarono la pubblicazione.

È la storia di Queenie, bionda e seducente soubrette, e del suo ultimo amante, Burrs, un clown squattrinato; frequentano l’ambiente dell’avanspettacolo. Dopo una violenta lite, che sembra poter portare a terribili conseguenze, un’idea del clown convince la ragazza: cercare un “wild party”, una festa selvaggia. Ingredienti: droga, alcol di contrabbando, amici di entrambi i sessi (omosessuali e bisessuali), e musica jazz, “la musica del diavolo”.

Sabba medievale, baccanale latino, atmosfera viziosa e lussuriosa: la festa appare come un luogo catartico, un caos organizzato dove sfogare i propri impulsi, senza freni inibitori. Vi partecipa la più varia umanità; Queenie viene conquistata da un giovane uomo, Black, e fa esplodere la gelosia di Burrs: la tragedia è inevitabile.

Per illustrare la scrittura poetica di March, Spiegelman sceglie una tecnica sofisticata: a forme nette delle figure fisiche corrisponde un insieme di decorazioni simboliche e segni grafici (stelle, fulmini, frecce), riprendendo lo stile in voga negli anni Venti. I disegni sono a china, in rigoroso bianco e nero.

Luca Lamberti ha curato la traduzione del testo.

Equatoria, il secondo Corto Maltese di Canales e Pellejero

Pratt muore nel 1995 e per vent’anni Corto Maltese svanisce nel mito. Poi, gli spagnoli Canales e Pellejero realizzano «Sotto il sole di mezzanotte», e questa è la loro seconda avventura – come sta scritto in evidenza – tratta “dall’opera di Hugo Pratt”.

Canales è autore di soggetto e sceneggiatura, Pellejero di disegni e colori (sua anche la copertina). È evidente l’accurato studio della lezione grafico-narrativa di Pratt. Le vignette passano dal minuscolo particolare all’orizzonte sterminato, dal dettaglio rivelatore al panorama puntiforme. Sono 72 grandi tavole a colori, con una nota introduttiva di Francois Busnel e qualche schizzo; Corto rivive anche grazie alla traduzione di Francesco Satta.

Per paura di tradire il mito, la coppia spagnola corre il rischio di cristallizzarlo. Sfuggire a questo rischio è più facile per il disegno, variando ambientazioni e personaggi di contorno e ricalcando gabbiani, giraffe, imbarcazioni e controluce. Chi scrive, invece, è chiamato a uno sforzo di originalità che può trovare conforto in citazioni e giochetti linguistici. Alla donna che decide di seguirlo nella sua avventura, per scriverne sul National Geographic, Corto replica di lasciare perdere la stampa: “Non ho nessuna voglia di divenire un avventuriero di carta”. Ma l’ultima parola spetta alla “vecchia amica” inglese: “povero Corto, non dipende certo da te”.

Ambientata in Africa nel 1911, la trama comincia a Venezia, con una lenta passeggiata di Corto accanto a Aida, passando dal ricordo di Lord Byron a una storia leggendaria, che ha come ingredienti una lettera falsa, un re che nessuno ha mai visto e uno specchio magico. Ovviamente Aida – bionda e pallida, sempre protetta da cappello o ombrellino – pende dalle labbra di Corto, che comincia da fatti avvenuti nel 1165 dopo il fallimento della Prima Crociata. Per l’ennesima volta succede qualcosa – un’epidemia di colera – che impedisce a Corto di tornare a Malta.

Deviato ad Alessandria d’Egitto, incontra il poeta Costantino Kavafis. In quei giorni, è arrivato in Egitto Winston Churchill, che diventa bersaglio di un attentato da parte di quelli che definisce “fanatici nazionalisti”; sulla stessa auto viaggia Aida, e Corto accorre a salvarli. Poi, il Mar Rosso, Zanzibar, una giungla così fitta da non vedere il cielo, il lago Vittoria… mercanti di perle, superstizioni di marinai, una misteriosa africana muta e senza nome, ex mercanti di schiavi che hanno cambiato identità e fede, montagne di avorio, le mire coloniali di inglesi e tedeschi, militari fanatici e militari cavallereschi, uno dei quali mette in guardia Corto da quello che lo aspetta sull’altra sponda del lago:

“Sono pochi quelli che sono tornati per raccontarlo”.

E lui replica: “Non si preoccupi, Tenton. Se conoscessimo il finale, non leggeremmo mai un libro”.

Devil. Redenzione, David Hine e Michael Gaydos, 2005

Pubblicata in sei episodi, fra il marzo e l’agosto 2005, la miniserie scritta dal britannico David Hine prende ispirazione da un fatto di cronaca accaduto sette anni prima nella cittadina di Redemption Valley, in Alabama.

Simili a sequenze di scatti fotografici, i disegni di Michael Gaydos rafforzano l’atmosfera noir, come già aveva fatto con Jessica Jones; le cover sono di Bill Sienkiewicz.

Redemption è raffigurata come il cuore nero dell’America rurale, con atmosfere gotiche che rimandano a certi racconti di Flannery O’Connor o alla prima serie di True Detective.

Avvocato newyorkese, cieco da quando era ragazzo, Matt Murdock cerca di spiegare alla sua assistente la differenza che passa, in un delitto, fra giustificazione e circostanza attenuante: “Lo so, è frustrante. Ai tempi del mio praticantato, la sola cosa che volevo era battermi per la verità e la giustizia. Lo voglio ancora, più di quanto immagini. Ma molto spesso un avvocato ha a che fare con le vie di mezzo. Il male assoluto e il bene assoluto non sono merci molto comuni”.

È allora che Murdock viene investito dai fatti avvenuti a Redemption: una setta satanica è accusata di aver seviziato e ucciso un ragazzo di nove anni, l’avvocato decide di dare ascolto all’appello di una madre. Lo fa contro il parere del socio, Foggy Nelson, e contro quella che sembra l’evidenza. Muovendosi a Redemption con i suoi sensi ipersviluppati, Murdock mi ha fatto pensare al Grenouille de «Il profumo» (Suskind).

Per lunghe pagine, la trama è nelle mani dell’avvocato, non del supereroe.

Murdock si convince rapidamente dell’innocenza dei tre ragazzi accusati – disadattati, che ascoltano heavy metal e leggono libri sull’occulto – e comincia le sue indagini alla ricerca dei veri colpevoli. Devil è solo una rapida apparizione notturna, davanti alla casa dei genitori del bambino ucciso.

La notte del grande rogo di libri e di film, Devil scopre quanto affondi l’odio negli abissi della comunità di Redemption, sconvolta da una malvagità apparentemente senza movente.

Inizia il processo, la grande abilità dialettica di Murdock comincia a fare breccia in un ambiente che gli era apertamente ostile. L’avvocato cieco ridicolizza le teorie degli studiosi di satanismo (mi ha ricordato la controinformazione di Luther Blissett, “Lasciate che i bimbi…”).

Il Trump di Trudeau

L’autore di «Doonesbury» comincia a prendere di mira Donald Trump il 14 settembre 1987, ventinove anni prima che divenisse, contro ogni pronostico, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Non perché potesse prevederlo, ma perché già negli anni Ottanta Donald Trump faceva parlare di sé e occupava grossolanamente la scena mediatica – “Un uomo che non ha mai avuto il senso dello Stato né quello del ridicolo” -, imponendosi come un modello per tanti americani wasp, frutto superbo del reaganismo più volgare, che rivendicava le agevolazioni fiscali garantite ai più ricchi.

Già alla fine degli anni Ottanta, scrive Trudeau nell’introduzione, Trump era diventato “l’emblema dell’arroganza sguaiata, e ignorarlo sarebbe stata una grave negligenza per un comico”. Oltretutto, Trump si è candidato alla Presidenza (o ha finto di farlo), almeno due volte prima di quella fatale.

L’esibizione pacchiana del lusso (e delle donne) è sempre stata una caratteristica di “The Donald”: la Trump Tower a Manhattan, la Trump Princess negli oceani, i Trump Casinò, la Air Trump, la Trump Plaza, la Trump University (solo online)… Del faraonico yacht, il cinico Duke diventa il capitano, e vi ritroverà la zelante “Zolletta” Huan. Nel suo costante elogio dell’ignoranza, il Trump di Trudeau crede alla ricomparsa del “Re”, Elvis, anche se canta solo il repertorio di John Denver.

Nei primi anni Novanta, dopo il divorzio da Ivana (sua moglie per dodici anni), Trudeau fa dire a Trump: “Mi spiace davvero che le cose non si siano risolte per il meglio. Insomma, a questo matrimonio ci abbiamo lavorato… Ci siamo consultati coi migliori chirurghi plastici del paese. Ma le persone cambiano”.

È l’avidità dell’uomo a produrre il progresso: sta tutta qui l’American Way of Life di Donald Trump, un Briatore all’ennesima potenza, di cui tanti nordamericani “liberal” si vergognano, salvo rimuovere le ragioni profonde per cui costui sia stato preferito agli altri candidati.
Nelle strisce compaiono anche J.J. (pittura i bagni dello yacht con scene “riviste” del Giudizio Universale) e Boopsie, che si candida a fare la presentatrice del suo gioco a premi televisivo e insieme a B.D. (sempre con il suo casco da football americano) si fa ospitare da Mike Doonesbury; ma nel ruolo di presentatrice di quiz, Trump preferirebbe Meryl Streep. Sempre che risulti sexy nel costume di scena.

Garry B. Trudeau, Trump!, Rizzoli/Lizard, 2016 (2017)

Le traduzioni sono di Enzo Baldoni, della moglie Giusi Bonsignore e del figlio Guido (che scrive un breve intervento, che parte dai problemi derivanti dall’evoluzione dello slang e descrive l’evoluzione grafica della figura di Trump nelle strisce di Trudeau). In un centinaio di tavole a colori sono riprese circa 300 strisce.

Ant-Man [id.], Peyton Reed, 2015 [Tv84] – 7

Opera minore nella ricostruzione cinematografica del Marvel Universe, gli vanno riconosciuti due pregi. Azzecca il cast, a partire da protagonista (Paul Rudd) e principali comprimari (Evangeline Lilly, Corey Stoll, Michael Douglas, Martin Donovan e Michael Peña). E propone una storia inedita, più ironica che enfatica, che arriva fresca e ciò nonostante coerente a una continuity di 65 anni di storie su carta, che sta convergendo verso la Civil War degli Avengers.

Le potenzialità del personaggio sono minori di quelle di supereroi dai poteri spettacolari e chi ha visto «A Bug’s Life» della Pixar sa che è difficile superare quello studio in fatto di invenzioni e originalità. Ma il film ha avuto successo e già si lavora al sequel: «Ant-Man and the Wasp» (nella penuria di figure femminili, bisognava riesumare almeno la “Vespa” che Jack Kirby faceva svolazzare con leggiadria).

In breve: un grande scienziato, Hank Pym, lascia lo Shield dopo aver scoperto che altri tentano di replicare la sua formula per il restringimento dei corpi. Considera la sua tecnologia troppo pericolosa per essere resa pubblica. Viene subdolamente emarginato dalla sua creatura, la Pymtech, la cui gestione passa alla figlia, Hope van Dyne (ha scelto il cognome della madre, morta misteriosamente) e all’ex pupillo, Darren Cross. Costui è mosso da un’ambizione sfrenata e sta creando un’uniforme-arma (il Calabrone), che a sua volta sviluppa la tecnologia del rimpicciolimento dei corpi.

In questo intrigo viene coinvolto Scott Lang, ex-ingegnere elettronico appena scarcerato dopo una condanna per aver risarcito le vittime di una truffa derubando via-internet i responsabili. Lang vorrebbe solo l’affidamento congiunto della figlia, ma non riesce a tenersi un lavoro. La famosa “seconda possibilità” gli viene offerta da Hank Pym. Naturalmente si tratta di un ruolo assai pericoloso, e già l’addestramento si rivela tale…

Wonder Woman. Odissea, Straczynski e Kramer (2010-11)

L’isola di Themyscira è stata rasa al suolo, delle Amazzoni e della loro regina Hyppolita si è fatta strage, Afrodite ha tolto la sua protezione ed eserciti sanguinari sono piombati su quel paradiso. Nascoste e impaurite, le Amazzoni sopravvissute sono disperse sulla Terra. La giovane Diana, figlia della regina, destinata a diventare Wonder Woman, cerca disperatamente una spiegazione a quanto è accaduto. Alcune Amazzoni si preoccupano di completare la sua formazione, ma Diana è impulsiva, non fa calcoli, vuole arrivare alla verità e alla vendetta.

Creata da William Moulton Marston, Wonder Woman fa il suo esordio nel 1941. Fra le icone fondamentali dell’universo DC Comics, ha spesso sofferto di anacronismo e la casa editrice ha cercato di darle un nuovo inizio. Prima del trionfale esordio cinematografico (Gal Gadot, diretta da Patty Jenkins), la sua figura ha faticato a imporsi nell’immaginario delle nuove generazioni. L’editore decise di affidare l’ennesimo restyiling a Straczynski, reduce dall’immenso successo di Spider-Man.

Alla fine degli anni Ottanta, dopo la saga «Crisi sulle Terre Infinite», che azzerava decenni di continuity DC, George Perez aveva restituito Diana alle sue radici mitologiche, reinnestando l’avventura supereroistica all’interno di un’ambientazione mitologica. Straczynski, invece, proietta Diana in uno scenario metropolitano, dove si intrufolano personaggi mitologici (le Keres, Cerbero, le tre Morrigan, le Parche, gli dei dell’Olimpo…). Dice a Diana la cieca Oracolo: “Gli dei suonano i nostri corpi, le nostre vite… E ogni tanto cambiano il ritmo. Perché? Per il loro interesse… per il loro divertimento”. Ma sono gli dei o i lettori? Chi è che muta i gusti in modo aleatorio e incomprensibile? Leggi il resto dell’articolo

Shi, la via del guerriero, Stanley Tucci

Anche un pettine e un ventaglio possono trasformarsi in lame affilatissime.

Bill Tucci è autore, disegnatore e produttore di una miniserie in dodici parti, ambientata a New York e impregnata di cultura giapponese; in Italia è stata proposta da Cult Comics nel 1999.

Per realizzare questo progetto, nel 1994 il ventottenne Tucci dovette fondare una casa editrice, la Crusade Comics; a sorpresa, la serie ebbe grande successo, proiettando l’autore fra le figure di culto del fumetto indipendente americano. Erede diretta di Elektra, Shi spalanca la strada al genere delle bad girls, destinato a esplodere in quegli anni attraverso personaggi come Witchblade, Cyblade, Lady Death, Darkchylde, Painkiller Jane… e il ritorno sulla scena di Vampirella. L’impatto fu così fragoroso che persino la Marvel dovette cedere, e modificò i costumi della Donna Invisibile e della Vedova Nera, rendendoli smaccatamente sexy.
Trattandosi di una produzione di oltre 240 tavole a colori, Tucci coinvolge vari collaboratori: Billy Tan per le copertine (splendide), Peter Gutierrez per le sceneggiature, Mitch Bird ai disegni, Jimmy Palmiotti, Michael Bair e altri per le chine. Il risultato è discontinuo, sia dal punto di vista del segno che della trama, a volte eccessivamente arzigogolata.

Ana Ishikawa è l’identità che nasconde Shi, guerriera addestrata alle arti marziali secondo insegnamenti che risalgono ai Sohei, una setta di monaci militari dispersa nel Giappone feudale nel IX secolo.
Letale quanto sensuale, Shi si muove in silenzio: colori iperrealistici avvolgono le gesta di questa giustiziera di rosso (poco) vestita, con lunghissimi capelli neri, occhi verdi e il volto pitturato di bianco, come nelle rappresentazioni teatrali kabuki.

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Altre spigolature di Peanuts

Il libro d’oro dei Peanuts – uscito nel 2000, cinquantesimo anniversario della prima striscia apparsa sui quotidiani – contiene molte “prime volte”.

Lucy che toglie il pallone a Charlie Brown mentre sta per calciarlo (1952);
Lucy che si dichiara a Schroeder,
Linus che non vuole staccarsi dalla coperta,
Charlie Brown che scrive all’amico di matita,
la bancarella psichiatrica di Lucy,

il culto del Grande Cocomero (1959),
l’aquilone che si incastra nei rami,
Snoopy che si mette a due zampe,
Sally che si innamora di Linus (1959),
Schroeder che innalza il cartello per il compleanno di Beethoven,
Snoopy che comincia a scrivere un romanzo noir (1965),
Snoopy combatte il Barone Rosso (1965),
Charlie Brown si candida a spalare la neve,
arriva “Piperita” Patty (1966),
Snoopy litiga con lo “stupido gatto dei vicini”,
uno degli uccellini prende il nome di Woodstock (1970),
Snoopy si immedesima in Joe Falchetto,
appare Marcie al campeggio estivo accanto a “Piperita” Patty e la chiama “Capo” (1971),
nasce “Replica” (Rerum) fratello minore di Lucy e Linus Van Pelt (1972),
arriva Franklin il bambino nero (1968),
la prima visita di Spike (il fratello maggiore di Snoopy),
Harriet si aggiunge agli uccellini di cui fanno parte Woodstock, Bill, Conrad e Olivier (1980),
Sally comincia a chiamare Linus “il mio scimmiottino d’oro” (1981).

Spigolature di Peanuts

Schulz prende lo sport molto sul serio, cerca di penetrare nello spirito del gioco; “Le sfide che si affrontano negli sport funzionano meravigliosamente da caricatura di quelle che ci troviamo di fronte negli aspetti più seri della vita”.

Alle pareti dello studio, Schulz teneva tre fumetti originali: un Krazy Kat di George Herriman, una strip sul baseball di TAD (Thomas Aloysius Dorgan) e una dello Steve Canyon di Milton Caniff.

Schulz ammette di essere stato assolutamente contrario al titolo “Peanuts” impostogli dalla United Feature Syndicate; avrebbe voluto “Charlie Brown” o “Il buon vecchio Charlie Brown”.

A Schulz piace ascoltare Brahms, ma Beethoven ha un suono buffo.

L’autore rivela alcuni degli infiniti motivi di ispirazione ricavati dall’osservazione dei suoi figli, quand’erano piccoli; “I bambini notano molto di più di quanto pensiamo, ma nello stesso tempo non sembra quasi mai che sappiano quel che succede”.

Come il papà di Charlie Brown, anche quello di Schulz faceva il barbiere.

L’infatuazione di Charlie Brown per “la ragazzina dai capelli rossi” è pura autobiografia: da adolescente, Schulz si era innamorato di una coetanea che gli preferì un altro.

Batman: Fantasmi, Jeph Loeb e Tim Sale, 1995

Due anni dopo «Scelte», sempre per Halloween e ancora grazie alla coppia con Loeb-Sale, esce «Ghosts» (in due puntate, 48 tavole, numero 21 nella collana edita da Play Press), ispirato al «Canto di Natale» di Dickens. Il villain, stavolta, è Oswald Chesterfield Cobblepot, meglio noto come Il Pinguino.

Questa volta, il grottesco supercriminale dispone di un motore jet portatile, alimentato a cobalto: l’ha appena rubato, ma Batman riesce a catturarlo.

Bruce Wayne fa sogni che lo riportano alla figura del padre. In sogno, Bruce viene visitato da Thomas Wayne, ingobbito sotto il peso di lunghe catene (il senso del dovere), poi da Pamela Isley, alias Poison Ivy, che lo riconduce all’infanzia, alla Notte di Ognissanti in cui, vestito da Zorro, aspettò inutilmente il padre, per l’ennesima volta accorso per rispondere a qualche emergenza. Infine, viene visitato dal fantasma di Joker…

Al risveglio, ha compreso una cosa fondamentale: l’eredità della famiglia, la straordinaria ricchezza che si è trovato a gestire, non potrà essere onorata solo con il costume di Batman. “Voglio un modo per tenere il mio nome, la mia reputazione e la ricchezza dei Wayne vivi a Gotham City”. Nascerà la Fondazione Wayne, “per aiutare i meno fortunati”. Affidata alla gestione a uno dei suoi pochi amici, Lucius Fox.

Batman: Scelte (Halloween Special), Jeph Loeb e Tim Sale, 1993

Jonathan Crane, lo Spaventapasseri, e Jillian Maxwell, misteriosa femme fatale, sono i protagonisti di questa miniserie in tre parti intitolata «Choices» («Scelte»), uscita su «Legends of the dark Knights» nel dicembre 1993 (numero 18 nella collana edita da Play Press, 1998).

Trama notturna, con incursioni in bianco e nero e alternanza fra splash page e tavole divise in 16-20 vignette. Scarecrow entra ed esce dall’Arkham Asylum, la sua vena di follia si esprime in gesti e in parole (ha il gusto delle filastrocche). “Era uno psicologo. Ora è uno psicopatico”. Un esausto Batman lo sta cercando per riportarlo nella sua “cella imbottita”, da una settimana sta sabotando le centrali elettriche di Gotham, creando il buio che gli serve per moltiplicare la potenza delle sue tossine, che infondono terrore.

Bruce Wayne ha organizzato un sontuoso ballo in maschera per festeggiare le donazioni raccolte dalla sua Fondazione. Al ballo, fa la conoscenza di una donna affascinante, che ovviamente nasconde qualche cosa. Jillian Maxwell vuole sedurlo, il movente diverrà chiaro in seguito (ma Alfred Pennyworth diffida di lei al primo sguardo).

Alfred cerca conferma ai suoi sospetti sulla donna. Li trova nel database dei criminali ricercati da Fbi, Cia, Interpol, Scotland Yard e Kgb… Intanto Scarecrow rapisce Jim Gordon. Bruce Wayne è costretto a soffocare i suoi desideri (partire per una crociera con Jillian) per combattere lo Spaventapasseri.

Il dolore per la prematura scomparsa dei genitori non abbandona mai il Cavaliere Oscuro, perennemente combattuto fra il proprio senso del dovere e il desiderio di una vita felice. Il finale riecheggia quello di uno degli ultimi, favolosi noir: «Brivido caldo».