Echo, Terry Moore, 2011

Partirei da un concetto espresso tanti anni fa da Barry Commoner. Diceva, più o meno, che la capacità dell’uomo di inventare qualcosa supera nettamente la sua capacità di prevederne le conseguenze.
Pubblicate tra il 2008 e il 2011 in 30 capitoli – molti dei quali si aprono con frasi di scienziati come Albert Einstein, Stephen Hawking, Robert Oppenheimer – queste 600 tavole in bianco e nero compongono una saga di intimistica fantascienza contemporanea.

Il cinquasettenne autore di Strangers in Paradise comincia con un esperimento scientifico nella stratosfera: Annie sta testando un’armatura liquida dai poteri sconosciuti, qualcosa non funziona, l’armatura viene fatta esplodere, l’aria si riempie di una “pioggia di palline metalliche”. A terra, nel deserto di Moon Lake (California), una giovane donna sta fotografando degli arbusti, quando i cascami dell’armatura le precipitano addosso: Julie Martin non può scrollarsi dalla pelle la strana sostanza, le piccole sfere sembrano magnetizzate, si riuniscono una all’altra fino a ricoprirle il seno; va al Pronto Soccorso e il medico non ha la minima idea sul che fare.

Come Bruce Banner quando diventa Hulk, Julie si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Già la sua vita affettiva è ai minimi termini, sta divorziando da Rick (è lui che insiste, lei non firma i documenti, vorrebbe ancora parlarne) e la tragedia che ha traumatizzato la sorella Pam (due figli morti in un incidente, ricoverata in un ospedale psichiatrico, ha perso la memoria) pare sia stato il detonatore di una crisi che Rick avvertiva da tempo.

Per motivi che non vengono immediatamente chiariti al lettore, l’HeNRI (il laboratorio scientifico che ha prodotto l’armatura) decide di spedire sulle tracce di Julie un’altra donna, Ivy Raven, che mostra straordinarie doti deduttive…

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L’Almanacco del West di Sergio Bonelli editore (1994-2015)

Collana annuale, 22 numeri a 176 pagine nel classico formato bonelliano (quello di Tex, Zagor, Julia, eccetera), ma con una carta diversa, lucida. La pubblicazione dell’Almanacco ebbe inizio nel 1994, in coincidenza con la rinascita d’interesse per il western sancita da film come Balla coi lupi, 1990, Gli spietati, 1992, e L’ultimo dei Mohicani, 1992.

Oltre a contenere una storia inedita e completa di Tex (da 92 a 110 tavole), ogni Almanacco proponeva recensioni cinematografiche e letterarie sulle novità del genere western. Direttore Responsabile: prima Decio Canzio, poi Graziano Frediani. Il primo numero costava 6500 Lire, l’ultimo aveva un prezzo di copertina di 6,30 Euro.

Nelle pagine interne, riproduzioni di pittori dell’epoca, come Remington e Catlin, vignette riprese da fumetti storici, inquadrature da film. Tutte le copertine furono affidate a Claudio Villa. L’Almanacco chiuse i battenti nel 2015.

Hard Boiled, di Frank Miller e Geof Darrow, Granata Press, 1990

Spesso la fantascienza è un oggi dilatato all’ennesima potenza. Raramente idillio, più spesso incubo. La sua forza scava nella nostra psiche, vi attinge sentimenti elementari, pulsioni estreme, liberandoli e facendoli detonare.
Qui siamo dalle parti della violenza estrema che si confonde con la vita più quieta: insomma, dalle parti del classico conflitto di identità.

Miller e Darrow

Il protagonista pensa di chiamarsi Nixon e di essere un esattore delle tasse. In realtà si tratta di un robot dell’Unità Quattro della Willeford Home Appliances, un killer indistruttibile. Oppure è il sogno di Nixon, tranquillo borghese che vive in una tipica villetta a schiera di Burbank, periferia di Los Angeles, insieme alla bella moglie Becky e a due figli piccoli. Oppure il suo vero nome è Carl Seltz, di professione investigatore assicurativo, con una fisionomia che ricorda quella dello stesso Frank Miller… Tanto vale confessare che mi sono perso.

Il segno di Darrow è barocco, eccessivo, sovreccitato, caotico; le sue tavole collassano in un’infinità di segni, ingranaggi, corpi esplosi. Una specie di Moebius sotto l’effetto di qualche acido. L’orgia coloristica di Claude Legris ne enfatizza l’impatto, soprattutto quando si tratta delle astruse architetture della Los Angeles di chissà quale futuro, dei rifiuti che sommergono ogni cosa, dei grovigli di carrozzerie disintegrate in incidenti stradali che sembrano omaggiare il Crash di Ballard.

Miniserie in 3 parti, ispirata a The Electric Ant di Philip K. Dick, venne pubblicata da Dark Horse nel 1990, e ristampata in volume nel 1992.

Vacanze fatali, Vittorio Giardino, Editori del Grifo, 1989

L’editore di Montepulciano raccolse sei storie brevi, a colori, in qualche caso con tavole aggiuntive, già pubblicate  fra il 1987 e l’88 su supplementi estivi de L’Espresso e Il Messaggero e su Comic Art:

  1. Quel brivido sottile (3)                    Marocco
  2. Umido e lontano (8)                       Bangkok
  3. Sotto falso nome (10)                      Capri
  4. Safari (8)                                          Kenya
  5. Fuori stagione (8)                            località di mare in Liguria
  6. Candidi segreti                                 località sciistica

Forse le donne più sensuali le disegna Milo Manara, ma le più affascinanti, per la grazia e le fisionomie appartengono a Giardino. Ambigue, ambiziose, decise, sfrontate e disinibite: i loro lineamenti fanno perdere la testa a uomini che sembrano non voler capire che dietro la bellezza può celarsi qualcosa di torbido e inconfessabile, un profondo disprezzo, un egoismo assassino.

Femmes fatales, dark ladies, elegantissime nei vestiti da sera come nei costumi da bagno, le donne di Giardino muovono i fili della trama. In questi brevi thriller con venature erotiche, attraversati da personaggi ricchi o almeno benestanti, le donne usano il proprio corpo come un’arma e ottengono sempre quello che vogliono. Imbattibili nelle menzogne, nel “gioco delle apparenze”, come lo chiama Vincenzo Mollica nella prefazione.

Maestro dell’inquadratura e dell’accuratezza delle ambientazioni, Giardino sa enfatizzare il fascino femminile con minimi dettagli: l’acconciatura dei capelli, le caviglie, un orecchino, la mano che tiene una sigaretta, uno sguardo obliquo da dietro gli occhiali scuri…

Il rovesciamento finale – le cose si rivelano diverse da come apparivano; o da come gli uomini volevano che fossero – è la soluzione più ricorrente in queste sceneggiature.

Tex. Oklahoma!, Giancarlo Berardi e Guglielmo Letteri, 1991

Fra le caratteristiche della serialità, la ripetizione del formato; per esempio, la serie regolare di Tex, che ormai viaggia intorno al numero 744, nasceva con una foliazione di 160 pagine brossurate, poi ridotte a 128 e infine a 112, e questo è divenuto la standard, il “formato bonellide”. Salvo rare eccezioni, gli sceneggiatori racchiudono nelle 112 tavole una storia autoconclusiva.

Oklahoma!, invece, si sviluppa in 348 tavole. Anziché occupare tre numeri consecutivi della serie regolare, Sergio Bonelli decise di tentare un esperimento, facendo leva sulla fama di Giancarlo Berardi, il creatore di Ken Parker.

Era possibile fondere fumetto d’autore e fumetto popolare? Berardi scelse di raccontare il frammento di una celebre pagina di Storia, episodio cruciale nel mito della Frontiera: la corsa all’ultima “terra promessa”, le pianure dell’Oklahoma, nell’aprile 1889. Tanta terra disponibile, la corsa sarebbe servita a impossessarsi degli appezzamenti migliori, più fertili.

A illustrare la trama, le matite di Guglielmo Letteri (1926-2006), che ha disegnato Tex innumerevoli volte – gli si attribuiscono oltre 11.000 tavole, che ne fanno il più prolifico disegnatore della testata dopo Galleppini. Scrive Bonelli, in prefazione: “insomma, uno sceneggiatore insolito e un disegnatore abituale; è un po’ la formula del Texone, ma rovesciata”. Considerando il perdurante successo dei Texoni e l’unicità di Oklahoma!, verrebbe da concludere che l’esperimento fallì. Ma non per problemi di qualità.

Padre, madre e due figli adolescenti, una famiglia del Tennessee attraversa il Kansas sul carro che contiene tutto quel che possiedono. Stanno per essere derubati e uccisi da una banda, ma per loro fortuna Tex Willer e Kit Carson passano da quelle parti. Nella sparatoria con i banditi, il capofamiglia rimane ucciso, Tex e Carson aiutano i sopravvissuti e li scortano per qualche giorno. Nel viaggio, incrociano altri cadaveri, una delle cinque famiglie di pionieri trucidate prima di arrivare al luogo dei loro sogni: la corsa alle terre dell’Oklahoma. Alla partenza, migliaia di carri e famiglie con lo stesso, identico sogno.

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Criminal. Codardo – Ed Brubaker e Sean Phillips, 2007

Leopold “Leo” Patterson è un outsider, fuorilegge figlio di fuorilegge. Borseggiatore dall’età di otto anni, è divenuto un ladro abilissimo, imparando dal padre alcune regole non scritte che servono a sopravvivere: “Io non lavoro con gente che usa le pallottole prima del cervello”.

Dal padre ha imparato che ogni colpo va pianificato nei minimi particolari, a partire dalla via di fuga se le cose dovessero prendere una brutta piega. Quella che per lui è prudenza, altri la scambiano per vigliaccheria.

Cinque anni dopo l’ultimo colpo andato male, Leo se la cava con piccoli furti, quando viene pedinato e fermato da Seymour, un ex complice che ora se la fa con un poliziotto corrotto. Vogliono coinvolgerlo in un colpo. Non accetteranno un no come risposta…

Crime story di impianto classico, fatta di poliziotti corrotti, amori senza scampo, torture fisiche e psicologiche, vite sprecate in cerca di una redenzione.

Non c’è un grammo di glamour, il ritmo lascia senza respiro, l’estrema sgradevolezza dei nemici spinge irresistibilmente a immedesimarsi nel “codardo”.

È un mondo corrotto, una guerra di tutti contro tutti, senza vincitori. Solo sopravvissuti.

Texas Rangers, Renzo Calegari, 1985

Testo e illustrazioni di Calegari, per questo splendido volume di 110 pagine, di grande formato, nel quale l’artista genovese (1933–2017) riversa la sua competenza e il suo amore per il West.

Acquerelli, incisioni, chine… Calegari propone un assolato repertorio di immagini che illustrano la storia di un corpo di polizia, quello dei Rangers del Texas, costituito intorno al 1830 e sciolto nel 1935. Alle 30 illustrazioni, alcune a doppia pagina, si aggiungono un’appendice fotografica in bianco e nero e la riproduzione di una scheggia della mitica Storia del West, realizzata nel 1968, 9 tavole a colori su Samuel Colt.

Introducendo l’argomento, Calegari ci tiene a spiegare il suo punto di vista sulla colonizzazione delle terre del Sud-Ovest e del Far West. Richiama la dottrina del “destino manifesto”, secondo la quale l’espansione dei coloni era necessaria e inevitabile. I sostenitori di questa teoria – bianchi anglosassoni – esprimevano la convinzione che gli Stati Uniti d’America avessero la missione di espandersi fino al Pacifico, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia alle popolazioni con cui entravano in contatto. Secondo Calegari, “oggi questa filosofia ci appare a dir poco opinabile, in quanto portatrice di una lacerante ambiguità. Infatti, essa, se da un canto può apparire progressista perché capace di muovere cielo e terra allo scopo di far avanzare la storia, da un altro è profondamente reazionaria in quanto non si cura minimamente della violenza e dell’ingiustizia necessaria per far avanzare quel tipo di progresso”.

Nel 1821, quando il Texas era ancora una provincia del Messico, fra i fiumi Colorado e Brazos si insediarono 300 famiglie di coloni bianchi; quelle terre erano state vendute dal governo messicano a Stephen Austin, che diverrà uno dei padri della patria della futura Repubblica texana.

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Lady Killer, Joelle Jones, 2016

Josephine Schuller, detta Josie, è una casalinga tutt’altro che disperata. Dietro un’apparenza leggiadra, in un’atmosfera kennediana primi anni Sessanta, nasconde una ferocia imprevedibile. Ogni ostacolo che si frappone alla felicità familiare va eliminato (verbo da intendere nell’accezione più diretta e immediata).

Nelle storie che precedono quelle raccolte in questo albo, Josie ha lasciato l’organizzazione criminale per la quale lavorava. Si  messa in proprio. Insieme al marito Eugene, a Jane e Jessica (le bambine, bionde come il marito) e all’arcigna suocera, si è trasferita a Cocoa Beach, in Florida, nella classica villetta a schiera suburbana, con giardino adatto a cocktail a barbecue. Forse George Clooney, Julianne Moore e Matt Damon conoscevano questo fumetto, quando hanno girato Suburbicon.

Qualsiasi oggetto, nelle mani di Josie, può trasformarsi in arma mortale. Mostra una predilezione per gli attrezzi da giardino e da cucina (coltelli, forbici, seghe, mannaie). Uccide a sangue freddo, indossando vestiti impeccabili; taglio di capelli “alla Jackie”, immancabile filo di perle al collo, a volte si concede una lingerie seducente.

Assassina a pagamento, Josie conduce una doppia vita resa ancor più credibile dagli occhi verdi e dalle gonne vaporose, da un’avvenenza combinata alla capacità di cucinare ottime torte casalinghe. Pubblicità d’epoca vengono ricalcate per definire certi ambienti. Visti da fuori, i Schuller sembrano la famiglia perfetta; solo la suocera sembra aver percepito la profonda ambiguità della moglie del figlio.

Ci sono molti schizzi di sangue, in queste tavole, senza che la protagonista perda il sorriso sulle labbra. La fisionomia di Josephine Schuller rimanda alla Selina Kyle (Catwoman) di Tim Sale; dal cinema, discende dalla Kathleen Turner di L’onore dei Prizzi; mamma e moglie premurosa, ricorda Betty Draper (Mad Men), ma il suo aspetto è più simile a Natalie Wood.

Prodotta dalla Dark Horse, questa miniserie è stata premiata agli Eisner Award. Il personaggio è stato inventato da Joëlle Jones e Jamie S. Rich. La trama è spigliata e ha ritmo, ma il valore di questa serie discende dall’abilità grafica della Jones (e dai colori di Laura Allred).

Lo Sconosciuto. I segreti e le colpe, Brolli e Fabbri, 2022

La fisionomia? “Una faccia scavata, da tipaccio tagliagole, alla Philippe Leroy”. È così che Magnus descriveva la sua creazione più personale. Con il suo artefice, Unknow, lo Sconosciuto, visse due fasi: a metà degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta.

Il primo ciclo di storie, negli albi editi dalle Edizioni del Vascello, parla di Teologia della Liberazione, guerriglia nei Caraibi, trame fasciste in Italia, riciclaggio di denaro sporco, guerra israelo-palestinese… e lascia il personaggio più morto che vivo. Anni dopo, passato dal formato tascabile a quello più ampio e libero della rivista, Magnus riprende le fila del discorso, facendo reclutare Unknow dalla SCUDO, un’agenzia paragovernativa americana, specializzata in affari sporchi: questo secondo ciclo si chiude su un mercenario a cui è appena stata rifatta la dentatura, che cammina in una New York innevata. Finale aperto…

Dopo la morte di Magnus, il personaggio sembrava destinato all’oblio. Invece, Brolli e Fabbri, per Bonelli, l’hanno rilanciato con due albi di grande formato, 22×29.7 cm, rigorosamente in bianco e nero. Nell’ottobre 2019, le “nuove avventure” di Unknow ebbero inizio con un montaggio alternato fra Berlino e New York, il settembre 1987 e il dicembre 1986. Reagan stava alla Casa Bianca, Gorbaciov al Cremlino, Honecker a capo della DDR.

Nel settembre 1987, Unknow si trova a Berlino Est e lavora per la Stasi, il famigerato servizio segreto della DDR. “Come al solito, eseguivo gli ordini: è la mia condanna ma, come per tanti altri, anche l’assoluzione”. Tramite passaggi sotterranei creati dalla Stasi può raggiungere vari punti di Berlino Ovest (Le luci dell’Ovest).

Nel dicembre 1986, si trovava a New York e aveva concluso un lavoro per la SCUDO, l’organizzazione paramilitare o società di mercenari (contractors) guidata da Sparks e Hogarth. All’improvviso, la SCUDO viene dichiarata fuorilegge e accusata di cospirazione contro la sicurezza nazionale: Unknow restò senza risorse, provava verso Sparks “un briciolo di lealtà”, ma lo trovò assassinato nel suo appartamento. Nessun dubbio sul colpevole: Hogarth. Andrà a catturarlo mesi dopo a Berlino Ovest.

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Lo Sconosciuto. Le luci dell’Ovest, 2019

Quello di Brolli e Fabbri è “un pieno, affettuoso, severo rispetto dello stile di Magnus”: condivido le parole di Graziano Frediani, dalla bella introduzione, che ricostruisce la faticosa avventura editoriale di Unknow. Brolli e Fabbri ereditano un personaggio, una fisionomia e un carattere, quelli di un cinquantenne mercenario, apolide e pieno di cicatrici, con un senso morale di irrimediabile individualismo.

Ottima idea riprendere il filo del discorso a Berlino Est, il 17 settembre 1987. Seconda ottima idea riprendere il monologo interiore: “Se ci ripenso, il più delle volte ho fatto la scelta sbagliata. Ma quella giusta nel mio mondo non esiste…”. Ancora: “Quel briciolo di lealtà a cui non sapevo rinunciare mi aveva sempre fregato”.

Eseguire gli ordini, è ciò che riesce meglio a Unknow. Vengono riallacciati i fili narrativi (la dentiera, per esempio) lasciati da Magnus, il lettore è spinto a pensare che il Fato non smetterà di incombere.

Il mio giudizio su questa operazione editoriale è largamente positivo. Elegante e ben stampato, il volume giustifica la pesantissima eredità di Magnus, anche se le dimensioni delle tavole fanno emergere un inevitabile scarto fra il segno di Fabbri – ottimo nella cura dei dettagli e nelle scene d’azione – e quello impareggiabile di Roberto Raviola.

In queste 124 tavole in bianco e nero – che avrà un seguito: la trama resta aperta a vari sviluppi – Unknow viene inserito in una spy story feroce e ribollente, nella Berlino ancora divisa dal Muro, il punto più simbolico di un’epoca e della sua decadenza, anzi della sua fine imminente. La trama sguazza nella Guerra Fredda, ma sono frequenti i riverberi al passato che non passa, l’eredità del nazismo con cui nessuna delle due Germanie ha saputo fare i conti. Notevole la postfazione scritta da Gianmaria Contro.

Unknow lavora per la Stasi. Prima, era a libro-paga di una società segreta, la Scudo, che operava per tanti altri clienti. Ha deciso di mettere le mani su uno dei capi della Scudo, Hogarth (l’altro, Sparks, è stato suicidato), Unknow lo insegue dalla fine di dicembre dell’86, quando la società segreta era stata messa fuorilegge, impedendogli di incassare l’ultimo, ricco assegno. Viveva a New York, all’epoca, con un gatto tigrato (Mask: farà una brutta fine). Continua a leggere

Viaggi e miraggi, Vittorio Giardino

Nelle estati degli anni Ottanta, quotidiani e riviste erano soliti ospitare inserti o supplementi dedicati alle vacanze. Giardino è stato spesso coinvolto in queste iniziative: con il suo tratto leggerissimo e accuratissimo ha raccontato short stories ambientate in luoghi di villeggiatura, scenari più o meno esotici, frequentati da un’upper class dalla dubbia moralità, fra architetture e panorami meticolosi, volti e corpi femminili in grado di sedurre chiunque. Quanto alle trame, si muovono nel vasto territorio del giallo: si tratta di intrighi e di inganni, di torbide relazioni sentimentali; per svelare i colpevoli dei delitti, occorre individuare il movente, ogni tanto Giardino si concedeva qualche frame erotico. Altro tema ricorrente, il rapporto fra arte e vita, suggestioni e realismo.

Umido e lontano (1987) è un noir in 8 tavole, pubblicato su Comic Art, con estrema parsimonia di parole (metà delle vignette ne sono prive). Gloria, bellissima e giovane moglie, si finge disinteressata ai tradimenti del marito, mentre ne organizza l’omicidio a Bangkok, facendo leva sulle curiosità sessuali dell’uomo.

Sotto falso nome (1987): altro noir in 10 tavole, nel sole e nell’azzurro accecanti di Capri. Un uomo viene sedotto da una donna così bella, che lui stesso fatica a credere alla sua fortuna; unico patto, lei vuole che lui finga di essere suo marito, che nessuno conosce. Quella donna gli regalerà la morte e “sei giorni che valgono una vita”. Risonanze di Brivido caldo, a sfondo camorristico, la prima uscita fu per Il Messaggero.

Candidi segreti (1988): sei tavole su un doppio tradimento coniugale, con le opposte reazioni di chi deve fare i conti con l’essere stato scoperto.

Safari (1988): 8 tavole, ispirato a La breve vita felice di Francis Macomber, (nei Quarantanove racconti di Ernest Hemingway, pubblicato nel 1936); nell’ambientazione africana, Giardino racconta una storia di gelosia che aspetta il momento giusto per tramutarsi in gelida vendetta.

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Tex. La vendetta delle ombre, Massimo Carnevale e Mauro Boselli, 2020

Una lunga scia di magia nera e soprannaturale attraversa le storie di Tex. Si può far risalire ai crudeli malefici di Mefisto, al suo degno figlio Yama, senza dimenticare stregoni “buoni” come El Morisco. La trama del numero 36 dei Texoni strizza l’occhio all’horror e al gotico, a spettri e demoni, superstizioni e paure ancestrali, con il segno di Carnevale – magistrale nell’uso del nero e del controluce – ad amplificarne le suggestioni.

La prima metà della storia è ottima, la seconda mi è parsa caotica e convenzionale; Boselli ha tratto ispirazione da un racconto di Ray Bradbury (Il popolo dell’autunno, 1962), da cui venne tratto un poco memorabile film (Qualcosa di sinistro sta per accadere, 1983, regia di Jack Clayton).

Comincia “un ventoso giorno di luglio, nella prateria del Kansas meridionale”, quando un segnale di morte mette in allarme il ricco possidente Collins e il suo socio Meade. Atterriti, tutti i loro dipendenti si danno alla fuga. Legati da un oscuro segreto, quella notte Collins e Meade vengono uccisi.

Nuova scena: New Mexico, in un antico pueblo abbandonato, Tex e Carson riescono a catturare Dorado, e Tex gli impedisce di togliersi la vita. Dorado faceva parte di una banda sanguinaria, capeggiata dai fratelli Fortune, Derek e Austin; dice di essersene allontanato perché quelli si sono alleati con il demonio, con gli spiriti del male. “Si fanno chiamare le Ombre!”. Dopo questa confessione, Dorado si getta in uno strapiombo e muore. Continua a leggere

Tex. A sud di Nogales (Bonelli e Ticci, 1977)

L’albo numero 199, A sud di Nogales, e i tre compresi fra il 259 e il 261, Fiesta di morte, vennero scelti per la collana “I classici del fumetto”, che la Repubblica avviò nel 2003 in collaborazione con Panini Comics. Quello dedicato a Tex è il numero 2 della serie.

In un fumetto popolare, la punizione del malvagio è inevitabile. Tex ha imposto uno standard inderogabile e per nulla incline al pentimento cattolico: se il colpevole confessa e fornisce informazioni utili a colpire chi sta più in alto, si salva, altrimenti nessuna pietà.
Tex 199 A sud di NogalesEntrambe le storie qui riproposte – in un formato rimpicciolito rispetto all’originale – sono ambientate negli assolati scenari fra l’Arizona, il New Mexico e il Messico: i monti Chiricahua, il Rucker Canyon, Sulphur Springs, i cactus, le pietre, le sculture naturali…

Nella prima, va sgominata una banda di trafficanti di whisky, che vendono agli Apaches in cambio di oro. Tex appare sempre deciso, Carson è più incline alla prudenza, ma sfortunatamente è il cinquantenne brizzolato a venire catturato e “battuto come un tappeto”.

La reputazione di Tex fra i banditi è così sintetizzata: “un ficcanaso, più velenoso di cento serpenti a sonagli”. Circondati da un numero soverchiante di nemici, Tex e Carson vengono salvati dall’arrivo di Kit e Tiger, che guidano un gruppo di Apaches di Cochise. Da lì comincia la seconda parte dell’avventura.

Slade, il capo dei trafficanti, è assai furbo, sa come attirare i quattro pards in una trappola. A sua volta, Tex vuole mettere le mani su chi rifornisce Slade dei “Winchester ultimo modello”. La gente del West si fa i fatti suoi, non è incline a collaborare con la legge; per ottenere informazioni, Kit deve scucire un po’ di dollari. Catturato il capo dei banditi, Tex lo pone di fronte a un falso dilemma: confessare i nomi dei suoi fornitori o essere affidato alla giustizia di Cochise…

Tex. L’oro del Colorado (Bonelli e Ticci, 1977)

In un emporio, due delinquenti appena usciti da Yuma scoprono che un Navajo ha trovato pepite e altre pietre colorate. Coinvolgono la banda di Benson e attaccano il pueblo in cui vivono quel pellerossa e un’altra ventina di indigeni. “Cenciosi scimmiotti”, li chiamano. È una strage, i banditi non vogliono testimoni. Si salvano solo il navajo che deve condurli dove ha trovato le pietre e la sua squaw, costantemente oggetto di minacce sessuali. Ma, nascondendosi in fondo al pozzo, si salva anche il pellerossa sorteggiato dall’anziano del villaggio. Sarà lui a dare l’allarme. E dopo 40 tavole entrano in scena Tex e i suoi pards.

Tex 201 L'oro del ColoradoDopo aver distrutto tutto il whisky che un avido commerciante intendeva vendere illegalmente ai pellerossa, Tex pronuncia queste parole, sintesi della sua missione: Forse verrà un giorno in cui i mercanti dei Trading Post si renderanno conto che i Navajo, gli Hopi, i Papagos e le diverse tribù Apaches non vanno trattati come una massa di stupidi selvaggi da imbrogliare in tutte le maniere, ma come gente che, pur avendo la pelle più scura, ha gli stessi diritti degli altri. Però, in attesa di quel giorno, la gente come noi ha il dovere di proteggere gli indiani e di colpire chi non esita a sfruttarli indegnamente.

Aquila della Notte, Piccolo Falco e Capelli d’Argento scendono il fiume, mentre Tiger Jack guida una ventina di Navajos a chiudere la trappola sugli assassini, non volendo mettere a repentaglio la vita dei due ostaggi. Bonelli e Ticci si divertono a mettere in scena l’atavica paura dell’acqua di Kit Carson, che Tex coinvolge nella discesa delle rapide del Colorado, “il grande fiume tuonante”.

I salti del fiume consentono al disegnatore alcune tavole di notevole dinamismo, purtroppo costrette nella tradizionale, rigida “gabbia” grafica che Bonelli ha voluto per Tex. Il Deserto Dipinto e il Grand Canyon fanno da scenario a questa trama.

Tex. Sete di vendetta + Segnali di fumo + La freccia spezzata, Bonelli e Ticci, 1982

Sete di vendetta , Segnali di fumo e La freccia spezzata sono i tre albi usciti nel 1982 che compongono la storia ribattezzata Fiesta di morte per “I classici del fumetto” di Repubblica e Panini.

Comincia con Tex che fa un sogno agghiacciante. Teme sia una premonizione e si consulta con lo stregone Navajo Nuvola Rossa. Tiger lo prende sul serio: “I sogni sono mandati dal Grande Spirito per avvertirci dei pericoli che ci minacciano”. E Nuvola Rossa conferma: “Dolori e sangue sul popolo rosso”.
Intanto, in un saloon di Tucson, quattro facce da galera con evidenti inclinazioni razziste meditano di fare soldi con gli scalpi degli Apaches (100 dollari i maschi, 50 le donne, 20 i bambini: la taglia sulle loro teste). Non pensano ai pellerossa isolati che compiono razzie; vogliono concentrarne qualche decina e procedere a un massacro.
La trappola si compie nel villaggio di Santa Rita del Cobre, con la complicità dell’Alcalde e dei concessionari delle miniere di rame. Fra i pochi che scampano alla strage, il giovane capo Mangas Coloradas.

Tex 259-260-261

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Mamma, aiuto! – Altan e Cavanna, 1990

Da 80 vignette di Altan, François Cavanna prende lo spunto per un lungo racconto in prima persona con voce di donna.

Nato nel 1923 e morto nel 2014, figlio di un immigrato italiano (da Bettola, Piacenza, il paese di Bersani), Cavanna è stato una delle maggiori personalità del fumetto francese; scrittore e disegnatore, nel 1960 fu fra i fondatoti della rivista satirica Hara Kiri, che dieci anni dopo diverrà Charlie Hebdo.

Maman, au secours – tradotto da Margherita Belardetti – comincia nell’utero e procede per ognuna delle tappe della crescita (ma quanto le piacerebbe al calduccio tornare là dentro); la depressione post-parto, la prima vacanza al mare, il ripetitivo ménage familiare, la fine del desiderio fra i genitori, la loro ricerca di eccitazione altrove, recriminazioni e stanchezze, le strane teorie che si imparano a catechismo, la zia Gina di cui non è meglio non parlare perché fa la puttana (ma sono suoi i regali più belli), le frasi urlate da mamma e papà (“credevano che io non sentissi”) e memorizzate senza poterle capire.

“Sono solo una bambina, benché per la mia età sia molto sveglia e troppo precocemente maturata dalla dura realtà della vita moderna”. Quando alla bambina accade di dire una verità sgradevole, la mamma si arrabbia, dice che “dovevo restare nel mondo incantato dell’infanzia e non cercare di imitare il mal di vivere degli adulti”.

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Le ultime magie del mago Wiz, Johnny Hart e Brant Parker, 1973

In questo Oscar Mondadori, di The Wizard of Id sono qui raccolte 110 tavole in 3 o 4 strisce. La serie prese il via il 9 novembre 1964, per poi essere ripresa e diffusa da oltre mille giornali. Già nel ’66 fece la sua comparsa su Linus. Scritta da Hart (1931), venne disegnata da Parker (1920) fino al 1997, quando lo sostituì il figlio Jeff. Nel 2007, a distanza di appena dieci giorni, morirono sia Hart che Parker.

Un disegno essenziale ci porta in un Medioevo in cui si ragiona come noi contemporanei. Il Regno di Id è dominato da un autentico “sovrano assoluto”, un Re avido, tirannico e crudele (basso di statura come il Giudice di De André). Il castello è stracolmo di guardie armate, ci sono continue guerre con i reami vicini, e spesso un esercito di Unni lo stringe d’assedio. Nonostante innumerevoli prove negative, il Re si fida di un Mago che non fa altro che provare pozioni, con risultati discutibili; il Mago è sposato con Blanche, una femminista cicciona di cui è succube.

Fra i personaggi più significativi, sir Rodney, l’imbranatissimo cavaliere a capo dell’esercito, la perenne fidanzata Gwendolin (hanno smesso di baciarsi perché il naso di lui le faceva cadere il cappellino), il Giullare Bung (sempre ubriaco, perciò non ha paura di criticare il Re), la Vedetta che se ne sta in cima a una torre del castello, l’Avvocato, con la sua prosopopea e il suo enorme cilindro, l’impresario di pompe funebri e il mio prediletto “prigione”, altrimenti chiamato Spook, con barba e capelli lunghi, rinchiuso da chissà quanto tempo e tenuto a pane e acqua (dimenticavo le ossa già spolpate, e gli è anche accaduto di trovare un capello nella brodaglia).

C’è una striscia che sintetizza il mood di questa striscia. Con il suo solito fare prepotente, il re va dal Mago e intima: “Devi fare qualcosa… i sondaggi dicono che la mia popolarità sta crollando”.

“Chiederò consiglio agli spiriti” – risponde il Mago.

I due vanno su una delle torri del castello, il Mago evoca gli spiriti: “Oh grande spirito della notte… cosa può fare il nostro Re per aumentare la sua popolarità?”.

Dal basso, una voce anonima risponde: “Abdicare!”.

Ecco, i sudditi. Non sono stupidi, non credono che il re sia l’unto del signore, ma vivono nella paura e si sfogano con tante, piccole, illegalità. Aggirare le leggi e beffare chi le impone, è la loro forma di sopravvivenza. Ogni tanto ci provano, abbozzano una protesta sotto le finestre reali, ma i risultati sono nulli. E già il giorno dopo sono tutti accalcati sotto il balcone ad ascoltare l’ennesimo proclama del Re di Id.

La guerra di Beetle Bailey, Mort Walker

Volumetti tascabili di circa 120 pagine- questo è il sesto, negli Oscar Mondadori – raccoglievano le strisce uscite su Linus, a partire dal 1968. Queste risalgono alla seconda metà degli anni Settanta.

Il disegno è semplicissimo, gli sfondi quasi assenti, ma l’autore ha una notevole capacità di imprimere fisionomie ai suoi personaggi.

Nata nel 1950, pubblicata per la prima volta il 4 settembre e poi rilanciata da quasi duemila testate in tutto il mondo, questa comic strip si sviluppa in due o tre tavole ed ebbe un notevole successo anche in Italia. Introducendo questa raccolta, Beppi Zancan richiamò l’attenzione sulla formula: “esiste un certo tipo di striscia, tipicamente made in U.S.A., che altro non è che una ben azzeccata barzelletta. Negri al soldo di pingui autori lavorano per sfornare gags che, ben ordinate in archivi, permettono ai succitati pingui individui di scegliere, generalmente il lunedì mattina, le sette barzellette settimanali destinate a essere pigramente schizzate a matita e poi accuratamente inchiostrate”. A sopravvivere sono solo le strisce che hanno successo.

Beetle è il soldato sfaticato, pigro e opportunista, sempre pieno di scuse e con un berretto calato sugli occhi, Orville P. Snorkel è il sergente sovrappeso, sempre aggressivo e costantemente affamato, Amos T. Halftrack (detto Calzetta) è il generale calvo e baffuto che comanda il campo, miss Blips è la storica segretaria del generale, poi affiancata dalla giovane e conturbante miss Buxley, il sergente Jackson Flap è l’afroamericano con la barbetta, il tenente Sonny Fuzz è ambizioso e servile, in attesa della promozione, Staneglass è il paziente cappellano militare, Cookie il cuoco che cucina sempre le stesse cose (e non brilla per igiene), Otto è il cane che fa da mascotte alla truppa (e somiglia al sergente), Zero (come il suo Q.I.) è il soldato ingenuo e tonto, i soldati (ma anche il generale, sposato con la riccioluta Marta, che lo tiene a bacchetta) perdono la testa appena scorgono una ragazza carina, immancabilmente in minigonna.

In una striscia del 13 marzo 1951, Beetle si era arruolato volontario (guerra di Corea). Ma la guerra” è quanto di più lontano ci sia da queste avventure, perennemente fissate nel campo di addestramento di Camp Swampy. Le dinamiche somigliano, piuttosto, a quelle di un ufficio.

Anni fa, in occasione di un anniversario, Mort Walker (scomparso a 94 anni il 27 gennaio 2018) affermò che “Beetle non è mai stato antimilitare o qualcosa del genere”, spiegando di aver sempre tenuto fuori dalla striscia i conflitti in corso (Iraq e Afghanistan), anche per non urtare la sensibilità delle famiglie dei militari. Piuttosto, “mi attengo abbastanza bene al vecchio esercito; Beetle è solo il piccoletto afflitto da tutte queste regole e regolamenti. È diventato un eroe sotto questo aspetto”.

Spider Man: No Way Home, Jon Watts, 2021 [filmTv70] – 6

Vedendolo in tivù, ho pensato che quarant’anni fa mi avrebbe commosso: riunire intorno all’ultimo interprete, Tom Holland, i due che l’hanno preceduto – Andrew Garfield e Tobey Maguire – è un’ottima idea, e pazienza se non sono più in grado di accoglierla con l’ingenuità del pubblico per cui è stata escogitata. L’ingenuità non è un difetto, un difetto è fingerla: trovo che il film, che ha incassato più di un miliardo di dollari, contenga alcune belle scene, ma si trascini in lunghe e caotiche fasi, come il peggior videogame.

Vi appaiono il Dottor Strange, Goblin, Octopus, Electro, Lizard e l’Uomo Sabbia; new entry Charlie Cox, nei panni di Matt Murdock, mentre Tom Hardy rifà Eddie Brock durante i titoli di coda e Jake Gyllenhaal rilancia la trama dall’episodio precedente, quello con Mysterio che rivela che dietro la maschera di Spiderman si nasconde Peter Parker.

Non starò a spiegare il Multiverso – un insieme di universi alternativi pressoché identici -, vecchia idea di Stan Lee e Jack Kirby, che il cinema può enfatizzare e rendere spettacolare (basta il Dottor Strange a far sprigionare un cofanetto di effetti speciali). Fatto sta, che i tre Spiderman verranno riuniti, si pronunceranno parole sulla responsabilità e il rialzarsi dopo la caduta. E anche i supercriminali meritano una “seconda possibilità”.

Infine, su richiesta dell’ultimo Peter, Strange correggerà l’incantesimo, riportando gli Spiderman alternativi e i loro criminali nei rispettivi universi, rimuovendo dalla memoria collettiva chi sia Peter Parker. Alto il prezzo da pagare: tutti dimenticheranno l’esistenza di Peter, fidanzatina compresa.

Scritto da Chris McKenna ed Erik Sommers, può contare su Zendaya e Jacob Batalon, ma soprattutto su Benedict Cumberbatch, Jon Favreau, Jamie Foxx, Willem Dafoe, Alfred Molina, Thomas Haden Church, Rhys Ifans, J.K. Simmons e Marisa Tomei (un lutto pare necessario, anche nella saga più ottimista).

#Peanuts: 54 anni fa, ecco Franklin, il primo bambino nero

Franklin è il primo bambino afroamericano proposto da Charles Schulz: il 31 luglio 1968 erano passati più di diciotto anni dall’esordio dei Peanuts.

Franklin incrocia Charlie Brown in spiaggia e scopre di abitare nella stessa cittadina. Non si erano mai incontrati perché frequentano scuole differenti (Franklin è compagno di classe di Marcie). I due condividono molti interessi, tra cui il baseball; in seguito, Franklin entrerà nella squadra di Piperita Patty. Il papà di Franklin sta combattendo in Vietnam…

Ombre d’amore, Roberto Baldazzini e Lorena Canossa

Per un decennio, dai primi tempi di “Orient Express” – sceneggiato da Brolli, dalla Canossa e infine da Cacucci – Baldazzini è stato fra i miei disegnatori italiani preferiti. Baldazzini - Ombre d'amore

In questo volume (edito da Granata Press nel 1990) sono raccolte 7 storie brevi, in bianco e nero, – alcune apparse su “Glamour” e “Diva” – piene di quella qualità melodrammatica che rappresenta una dei caratteri inconfondibili dell’autore di Vignola.

Di Baldazzini colpiscono la varietà nelle espressioni grafiche, nell’architettura della singola tavola, la capacità di suscitare tensione narrativa attraverso punti di vista che convergono su dettagli erotici. Gli uomini sono intercambiabili, privi di personalità, eleganti e inconsistenti. La bellezza delle donne, invece, si carica di una sensualità pronta ad esplodere, sottolineata da dialoghi come questo: “Yvonne, lasciami, il tuo corpo è un’offerta colma di promesse ma il mio cuore è lontano”.

“L’anello rubato” è la trama migliore, costruita sul rapporto fra la giovane Phoebe e la signora Dobrovsky, e gli stessi fatti sono raccontati due volte, dai rispettivi punti di vista; la falsità della messa in scena riesce in entrambi i casi, con un cambio di inquadrature alla-Rashomon e testi che riproducono i rispettivi, inconfessabili pensieri; la sorpresa arriva con un terzo punto di vista, quello della cameriera Rebecca, che recita una parte tutt’altro che secondaria.

L’inchiostro nero diventa peccaminoso e voluttuoso: quelle di Baldazzini sono dark ladies, donne misteriose, dal passato oscuro e dalle motivazioni ambigue, capelli corvini, abiti fascianti, seni a punta, spalle scoperte, reggicalze e gioielli vistosi…

Stella Noris, Roberto Baldazzini e Lorena Canossa

La collaborazione fra Baldazzini e Canossa aveva già partorito Ombre d’amore. Ma fu Stella Noris è il primo personaggio femminile, l’esordio risale al 1984 (Orient Express n. 22); Uragano apparve sul numero 26 di Comic Art, nel dicembre 1986, e in volume nell’89.

Diva del cinema hollywoodiano fra la fine degli anni Quaranta e il decennio successivo, nata a Genova e rimasta orfana da bambina, Stella Noris venne allevata da una zia che dirigeva un atelier di moda, ed è lì che mosse i primi passi come indossatrice (Lucia Bosé ne Le ragazze di Piazza di Spagna). Aveva una gemella, Greta, di cui si sa pochissimo. Stella emana fascino, viene notata, firma un contratto cinematografico. In ogni sua apparizione, vengono svelati frammenti dal suo passato. Uragano è la sua seconda avventura.

Con un bianco e nero a forti tinte – inconfondibili le fisionomie e le capigliature, soprattutto femminili, di Baldazzini – agli autori piace attingere all’immaginario anni Cinquanta, e innanzitutto al grande cinema noir di quei tempi, costruendo trame in cui non è immediato distinguere realtà e finzione. Il fatto che sia un’attrice e che interpreti ruoli di finzione è un ottimo pretesto narrativo. Per Uragano, Baldazzini confessa di aver tratto ispirazione da Trappola per topi, di Agatha Christie, con quei personaggi chiusi in un ambiente dal quale è impossibile uscire.

Somigliante all’attrice Jeanne Crain, Stella Noris ha sposato Eye Cup, produttore cinematografico sempre con gli occhiali scuri; viaggiano in auto attraverso la Florida e sono costretti a cambiare programma quando scoprono che sta arrivando un uragano, tanto rapido quanto potente. Trovano ospitalità per una notte in un albergo ancora in ristrutturazione; l’albergo è circondato da paludi. A gestirlo è una giovane coppia, Amy e Perry: il marito ha sofferto per un grave esaurimento nervoso, la moglie l’ha conosciuto dopo un tentato suicidio, faceva l’infermiera. Fra Stella e Amy si stringe un’immediata confidenza. Scopriamo che anche la relazione matrimoniale fra Stella e Eye non è priva di problemi: lei non sopporta il suo contatto fisico, ha accettato di sposarlo e ribadisce: “Imparerò ad amarti, te l’ho promesso”.

Nell’albergo c’è una quinta persona, un tale Molina, che ha condotto lì Stella e Eye, e un tempo aveva avuto una relazione con Amy. Ora non si spiega come possa avergli preferito Perry e mette le mani addosso all’ex amante, ritenendo di poter vantare dei diritti su di lei: Amy lo allontana con un coltello da cucina… Baldazzini ci mostra Stella in sottoveste e reggicalze, e pure nuda mentre fa un bagno in una tinozza, che gli ricorda quand’era bambina. Coincidenza: Amy le dice che anche Molina veniva da Genova…

Tratti in salvo, Vittorio Giardino, 2022

Dall’archivio personale dell’autore, sottotitolo: “Storie brevi, illustrazioni, perle ritrovate”; quasi tutto è inedito, oppure è apparso in anni lontani su cataloghi di mostre, festival, rare antologie, senza essere più ristampato.

Nato a Bologna il 24 dicembre 1946, Giardino ci dice che da bambino aveva la passione di disegnare mappe di regioni selvagge: “era a me stesso che volevo racc0ntare le storie che disegnavo”.

Ho sempre amato l’estetica di Giardino, inconfondibile già nei primi anni Ottanta, per la pulizia del suo tratto, per la geometria con cui distribuisce le forme sulla tavola, per la cura delle scenografie (paesaggi o interni), per l’espressione dei volti. In questo volume…

La pratica AB – 20 tavole in b/n – è il primo fumetto pubblicato. Merito di Luigi Bernardi, che nel 1978 fondò L’Isola Trovata e raccolse giovani autori in un’antologia: Indagini nell’Altroquando. Si trattava di combinare poliziesco e fantascienza: Moebius e Battaglia, Asimov e Kafka erano i riferimenti di Giardino. La trama mostra una stretta parentela con Il Processo: Vincenzo AB si trova inesplicabilmente di fronte a una burocrazia onnipotente e impenetrabile. Si affida a un losco mediatore, poi si invaghisce di Rebecca, che lo seduce e manipola facilmente. Innocente, Vincenzo AB diverrà “il colpevole designato” di delitti compiuti quando lui ne era già accusato… Giardino aveva già trentadue anni. Da una storia come questa, nessuno avrebbe potuto immaginare l’evoluzione del suo stile.

I mandanti – 10 tavole in b/n – è una storia distopica del 1978, rimasta inedita. Appaiono angoli di Bologna precisamente ricostruiti. Dopo aver pagato il riscatto per un rapimento, un investigatore privato scopre qualcosa che somiglia alla verità, ma preferisce ritirarsi dal caso (è una verità troppo grande per lui), limitandosi a far sì che uno dei colpevoli subisca una punizione estranea alla giustizia formale.

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