#Peanuts, quarantotto anni fa apparve Loretta

Cosa fa Loretta? Vende “cookies” i biscotti fatti a mano dalle ragazze scout…

Era il 20 maggio 1974, quando Schulz la propose. Loretta non è esattamente affascinante, ma ha la costanza di chi deve completare la sua missione: è apparsa poche volte, ma non ha mai fatto altro.

Da Ant-Man a Giant-Man (e Wasp)

Stan Lee, Larry Lieber e Don Heck sono gli artefici di “Ant-Man! Prigioniero”. La prima apparizione del personaggio è in Tales to Astonish 27, gennaio 1962; in Italia sul numero 22 de L’Uomo Ragno (1971).
Ant-Man e Wasp

Henry Pym è uno scienziato di fama mondiale. Ha inventato un gas che gli permette di miniaturizzarsi alle dimensioni di una formica. Indossa un elmetto cibernetico che gli consente di comunicare ordini alle formiche.

Una serie di scienziati scompare nel nulla, e anche Pym viene rapito. Il “cattivo” è quantomai improbabile: il tiranno Krulla, che vive “in un’altra dimensione del tempo e dello spazio”, e vuole costruirsi un’arma potentissima con cui sconfiggere i suoi nemici. Catturato, Pym si riduce in Ant-Man e chiama le formiche, ma in questa dimensione ci sono insetti diversi, e subisce il loro attacco, finché non trova la lunghezza d’onda con cui comunicare. Per sua fortuna, spiega una nota, “anche se ridotto di statura Ant-Man conserva tutta la forza di quando è normale!”.
Krulla e il suo esercito sono mostruose entità verdastre con una specie di corno al centro della fronte. Le dieci tavole hanno un ovvio lieto fine.  Continua a leggere

Stella Rossa, Onofrio Catacchio, Granata Press, 1992

Erano gli ultimi colpi di coda dell’estetica soviet, avviata dal Red Wedge nella musica inglese e che in Italia trovò un artefice in Igort.

Catacchio - Stella RossaCatacchio sceglie di innestare questa estetica nella fantascienza. Uno degli ultimi lanci spaziali prima della fine dell’Urss: diciassette uomini di equipaggio al comando di Irina Kosmovskaia, la navetta avrebbe fatto tappa sulla Luna per poi atterrare su Marte. Qualcosa andò storto…

La voce narrante è quella di un cadetto dell’esercito sovietico, che ritroveremo molti anni dopo come colonnello Gregory Vostok, a capo della stazione orbitante Kosmograd, avamposto per la colonizzazione di Marte. Dalla Kosmograd vengono sparate bombe di ghiaccio sulla superficie del Pianeta Rosso, lanciando spore in grado di innescare un nuovo ecosistema.

Il soprannome di Vostok è Stella Rossa, la sua reputazione è quella di “eroe dello spazio”. È appena stata ritrovata la navetta di Irina, alla deriva nello spazio. I computer consentono di appurare che a bordo ogni cosmonauta ha cessato le proprie funzioni vitali, tranne Irina: “da qualche parte nel suo cervello esiste una debole attività elettrica”. Al recupero della navetta si dedica personalmente Vostok, ancora innamorato del sogno di Irina dai tempi in cui la osservava da lontano, nel cosmodromo di Baikonur. Ma il recupero si rivela traumatico.

Certe atmosfere, fra sogno e realtà, rimandano al Solaris di Tarkovski. Un’intelligenza artificiale si comporta come una divinità. E andrà sconfitta…

Il segno di Catacchio è improntato sui corpi scultorei, da culturisti, di maschi e femmine, enfatizzati da un abile trattamento del colore della pelle. Evidenti le influenze di Magnus e Moebius, e della cultura cyberpunk.

Made in New York. Keith Haring (Subway Drawings) e Paolo Buggiani a Cervia

“La vera origine della Street Art” è il sottotitolo della mostra aperta fino al 5 giugno presso i Magazzini del Sale di Cervia.

Di Keith Haring sono esposte una ventina di opere, fra cui: Adorazione di un dio sbagliato (1981), Il potere americano (1982) e Are You Ready For Love (1985).

In buona parte, ciò che di Haring (1958-1990) viene mostrato a Cervia discende da veloci incursioni nella metropolitana di New York, fatte con il gessetto bianco sui fogli di carta nera che la municipalità newyorkese faceva affiggere per coprire le pubblicità scadute.

Haring agiva rapidamente, sotto l’occhio dei passanti, e si dileguava un attimo dopo l’esecuzione… Alcune di queste “lavagne metropolitane” vennero salvate da Paolo Buggiani, toscano, classe 1933, l’altro protagonista della mostra allestita a Cervia. Fu Buggiani, infatti, a staccare dai muri e conservare una cinquantina di “subway drawings”. In seguito, i due artisti si conobbero e divennero amici: una testimonianza sta in un disegno di Haring, un uomo con le ali simile a Icaro, e la dedica: For Paolo.

Curatori della mostra e del catalogo, Gianluca Marziani e Stefano Antonelli, invitano a non confondere Street Art e Graffitismo: quest’ultimo si configura come un singolo fenomeno espressivo, legato all’uso della bomboletta spray, mentre la Street Art include molteplici linguaggi, Graffitismo compreso, e ruota intorno alla fusione fra performance artistica e paesaggio. È a New York alla fine degli anni Settanta che gli spazi urbani cominciano a venire trasformati – il più delle volte in modo provvisorio, moltissime “opere” sono andate perdute – in teatri performativi e superfici espressive. Pezzi di città trasformati in museo a cielo aperto.

Della mostra cervese – curata da MetaMorfosi – fanno parte opere originali, manifesti e locandine, fotografie, sculture e video (Cinzia Sarto nel 2019 ne ha realizzato uno sulle performances di Buggiani). Artista attivo per oltre quarant’anni, Buggiani arrivò a New York alla fine degli anni Settanta: molte delle sue creature hanno a che fare con il fuoco, ma ci sono anche installazioni ancor più precarie, fatte sulla neve; alcune delle sue grandi sculture in lamiera (“tecnoprimitive”) mi hanno fatto pensare al “metallo urlante” di Moebius, Druillet e Bilal.

A me gli occhi, #Altan

Quasi sempre senza sfondi, immerse nel bianco, le vignette di Altan sono antitetiche rispetto ai suoi romanzi grafici, stracolmi di dettagli. Nelle vignette, non c’è mai la natura, gli unici scenari sono oggetti: il divano, la sedia, la tivù, l’asse da stiro, la cucina economica, il letto, il bancone di un negozio… senza dimenticare gli arzigogolati macchinari da catena di montaggio su cui lavorano Cipputi e gli altri operai.

“Altan non vuole farci nessuna morale” – scrive Paolo Mereghetti. “Si sforza solo di farci vedere quello di fronte a cui tendiamo a chiudere gli occhi, per stanchezza magari o per convenienza o per superficialità”.

Questa raccolta si fa apprezzare per la qualità di stampa, in bianco e nero, tanto superiore a quella dei giornali su cui le vignette vennero presentate, e raccoglie circa 180 opere di Altan che attraversano almeno quattro decenni, divise in capitoli che potremmo intitolare: pace e guerra, ambiente, donne, italiani, libero mercato, migranti, religione, sinistra, mass media.

Altan fa vignette da quasi mezzo secolo. Ogni tanto mi pare un po’ stanco e sconsolato, con meno voglia di attaccare i potenti, ma in ogni giorno del 2022, del 2023, 2024 eccetera, si potrebbe riesumare una sua vignetta perfettamente attuale nel nostro deludente presente.

  • Lei (languida) a lui (concupiscente): “Quanti abitanti ha l’Irak, amore?

– di ieri e + di domani, tesoro”.

  • Giornalista intervista generale pieno di armi e di stellette: “Quante vittime? Quante distruzioni? Quali conseguenze per il futuro del mondo?

Non ci abbiamo mica la palla di cristallo!”.

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La Luisa, #Altan

Tipici bersagli di Altan: l’opportunismo, il narcisismo, il quieto vivere, la stupidità (anzi, l’ottusità), il voltare la testa dall’altra parte, le piccole crudeltà (anticamera della Banalità del Male), l’invidia per i vincenti, l’imitazione dei vincenti, i ruoli stereotipati, il linguaggio stereotipato…

In una ottantina di fulminanti istantanee, riprese da epoche molto diverse, Altan coglie il carattere dell’italiano, ne cataloga i vizi in un campionario generazionale: bambini curiosi e presto cinici, donne disilluse e sconsolate, uomini senza energie e in crisi di identità… Varrebbe la pena di scorrere l’intera sua produzione per ricavarne un grafico: sull’asse delle X il tempo, su quello delle Y il sesso del personaggio che ha l’ultima parola. Sono disposto a scommettere che nella grande maggioranza dei casi ad avere l’ultima parola è la figura femminile.

Non c’è l’anno in cui la vignetta fu realizzata: a volte mi spiace (almeno nelle note si sarebbe potuto recuperare questo dato), più spesso l’assenza non fa che enfatizzare la capacità di Altan nel proiettarsi ben oltre l’attualità.

  • Fratelli, lui a lei: “La mamma ha deciso di lasciare il babbo.

Non a noi, spero”.

  • Fratelli, lui a lei: “Abbiamo diritto a un po’ di felicità.

A chi gliela togliamo?”.

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La donna trappola, Enki Bilal, 1986

La fantascienza a fumetti, almeno la migliore, si prefigge di illuminare quale futuro stiamo incubando nel presente. La razza umana non fa che ripetersi. Evolve, ma in certi aspetti, torna sempre sui suoi passi.

Il segno di Bilal, invece, si raffina, fra un capitolo e l’altro della Trilogia Nikopol. Qui, in queste 54 tavole, il testo diventa sempre più ambiguo e rarefatto, mentre le immagini sfondano ogni rete di protezione, il taglio di certe inquadrature va oltre il cinemascope.

Sono passati due anni dall’epilogo della Fiera degli Immortali, è il 22 febbraio 2025. Alcide Nikopol padre è ancora ricoverato nel centro psichiatrico parigino, Alcide Nikopol figlio è a capo del governo rivoluzionario.

Intanto, a Londra, Jill Bioskop – pelle diafana, capelli e labbra blu, blu anche i capezzoli e le lacrime – scrive corrispondenze sulla guerra civile che insanguina le strade londinesi. Riceve una telefonata da John, un alieno con il sangue bianco e il volto sempre coperto; la chiamata viene bruscamente interrotta da un’esplosione, John resta ucciso in un attentato, Jill lo amava. Si scoprirà che John possiede il potere di autorigenerarsi.

Secondo gli psichiatri, Alcide avrebbe ritrovato completamente la ragione, ma non intende ammetterlo. Continua a leggere

Occhio di Falco. Vita normale

Contiene i primi cinque numeri di Hawkeye, la serie premiata agli Eisner Award (miglior episodio autoconclusivo) e Young Avengers Presents 6, uscito nel 2008. Matt Hollingsworth cura i colori.

I primi tre numeri, splendidamente disegnati dallo spagnolo Aja, gettano le basi per la costruzione di un ciclo che si svilupperà in ventidue episodi; i due numeri curati da Pulido avviano un breve ciclo, in cui il protagonista viene coinvolto in una missione da agente segreto nell’esotica Madripoor.

Apparso per la prima volta in Tales of Suspense 57 del settembre 1964, il personaggio è stato creato da Stan Lee (testi) e Don Heck (disegni). Clint Barton è stato addestrato fin da bambino, nell’ambiente del circo, a essere un perfetto arciere. Antitetica per origini sociali, la parabola della giovane Kate Bishop ricalca quella del suo mentore.

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Snoopy vs. il Barone Rosso

“Il cielo di Normandia è di un azzurro intenso in questa stagione…”. L’immaginazione di Snoopy si esprime in tanti personaggi – scrittore di romanzi, giocatore di hockey, pattinatore, tennista, interbase nel baseball, Joe Falchetto, ufficiale della Legione Straniera, avvocato, chirurgo, eccetera – ma la sua più profonda immedesimazione resta quella nel pilota che, con casco da aviatore e sciarpa svolazzante, sui cieli di Francia, interpretando gli ordini del generale Pershing, sul finire della Prima guerra mondiale, a bordo del suo Sopwith Camel – che è poi la sua cuccia – dà la caccia al triplano Fokker di Manfred von Richtofen, il famoso Barone Rosso.

A volte, Snoopy è costretto a un atterraggio di fortuna dietro le linee nemiche, dove immancabilmente incontra qualche fanciulla da corteggiare: Lucy è una contadinella “piuttosto brutta, ma a questo non c’è rimedio”, Piperita gli sembra “affamata d’amore”, la migliore intesa è con Marcie, che parla francese. Quando conclude che non vedrà mai più “l’affascinante ragazza francese”, cioè Eudora, l’unica soluzione è bere per dimenticare: “Purtroppo è molto difficile dimenticare chiunque bevendo orzata”. Variazione sul tema: “Chissà quanto mi ci vorrà per dimenticarla…”, si chiede; la risposta è rapida: “Non male… l’ho dimenticata in quattordici ciambelle!”.

Venisse catturato, si limiterebbe a dire il suo nome, il grado e il numero di matricola, ma pare che una volta abbia ceduto: l’implacabile nemico gli offrì “un enorme gelato di pistacchio”. Se è dovuto atterrare “nella terra di nessuno”, consulta rapidamente il suo “frasario” (altre volte chiamato “dizionario tascabile”), dal quale ricava le frasi più assurde e fuori luogo.

Seduto in un piccolo caffè francese, certe volte Snoopy si sente depresso; la sua ragazza, a casa, non lo ama più, è vero che gli ha appena mandato una scatola di dolci, ma sono “tutti ripieni di cocco”. Sarà più esplicita, in seguito, la sua ragazza, con una lettera: “Caro ex-fidanzato, sto per sposare tuo cugino… Ho pensato che ti facesse piacere saperlo. Cordiali saluti dalla tua ex-fidanzata. P.S. Auguri per la guerra”.

Snoopy è orgoglioso di pilotare aerei, considera dei “poveracci”, o “poveri cristi” o, peggio, “poveri pidocchiosi” i soldati costretti alla guerra in fanteria, in cielo non c’è fango… Intanto, suo fratello Spike affonda in una trincea e sua sorella Belle è impegnata nella Croce Rossa.

Ma la guerra non è solo un frenetico susseguirsi di combattimenti, ci sono anche lunghe ed estenuanti pause, nelle quali “l’asso della Prima guerra mondiale” non fa che “bighellonare intorno ai baraccamenti”, oppure va a fare baldoria, “a buttare giù qualche orzata”. Gli accade anche di ammalarsi, vittima della Spagnola, “la terribile influenza del 1918”: è Marcie a curarlo, il barone Rosso gli invia gli auguri di pronta guarigione, ma mentre è bloccato a letto, ecco la beffa: il presidente Wilson ha firmato l’armistizio.

Ci sono strisce in cui Schulz ricicla Snoopy come pilota civile delle “Aviolinee Asso”, con Marcie nei panni della hostess. Testimone di questo delirio, Charlie Brown non fa che assecondarlo, ma ogni tanto si chiede: “Perché non posso avere un cane normale come tutti gli altri?”. E quando Linus, nel suo misticismo, pensa di aver ormai visto tutto, sarà Snoopy a smentirlo: “Avevo torto… È la prima volta che vedo un pilota di cespugli!”.

Charles Monroe Schulz, Snoopy vs. il Barone Rosso, Baldini & Castoldi, 2015 (2016)

Questo volume contiene 358 strisce quotidiane e 51 domenicali.

Minus, Marcello Jori

Pittore arrivato al fumetto per una casuale sollecitazione di Oreste del Buono, Jori (Classe 1951, nato a Merano, bolognese di adozione) propose le storie brevi di Minus alla fine degli anni Settanta.

Più che storie brevi, sono storie minime. Nessuna parola, pochi segni, zero sfumature, “non c’era autore più avaro d’inchiostro di me”, ricorda Jori.

Minus ha una testa a uovo, con tre puntini uguali, uno per la bocca e due per gli occhi. Tutte le forme sono elementari. Minus è impassibile, neanche a dirlo. Eppure attraversa situazioni spesso cruente e politicamente scorrette. C’è tanto sangue, il rosso è brillante anche quando annega nel bianco della tavola. Tutti i colori brillano, accompagnando Minus nelle sue candide “avventure”.

Ogni storia – in una, due , quattro tavole – propone un umorismo allucinato, immerso in una logica deviante. Le stelle fanno le veci delle lampadine (e viceversa). Si costruiscono paracadute con farfalle tenute al guinzaglio. Un pellerossa scambia segnali di fumo direttamente con il sole. Un drago tascabile fa da accendisigari. Le lacrime servono ad annaffiare le piante. Si può rompere la testa del padre per vedere se contiene una sorpresa. Servono pecore speciali per fare i tappeti volanti. E altre conclusioni inaspettate… Fra gli apologhi più crudeli, quelli del cacciatore d’avorio – che si fa dopo aver ucciso l’elefante e il suo padrone? – e del funerale dell’uomo incenerito da un fulmine.

Jori ricorda di essere divenuto fumettista senza saperne niente, e di non aver voluto studiare per restare originale. In effetti, è impossibile incasellare Minus in qualche “scuola”. Lui stesso descrive così l’unica possibile appartenenza: “Valvoline non era un movimento che si identificava con uno stile cubista o futurista, che alcuni di noi frequentavano, ma un atteggiamento mentale fuori dal tempo e dagli stili del momento”.

Marcello Jori, Minus, Comma 22, 2015

Lorenzo Mattotti su queste pagine (14)

Covers for The New Yorker, 2018 – Fuochi (1984, con Jerry Kramsky) – Periferica (1974-80, con Tettamanti e Kramsky) – Tram Tram Rock (1979, con Antonio Tettamanti) – Alè tran tran! (1980, con Antonio Tettamanti) – Patagonia, 2020 – Il signor Spartaco, 1982 – Jekyll e Hyde (2002, con Jerry Kramsky) – Caboto, (1997, con Jorge Zentner) – The Raven (2009, con Lou Reed) – Il rumore della brina (2003, con Jorge Zentner) – L’uomo alla finestra (1992, con Lilia Ambrosi) – Doctor Nefasto (1993, con Jerry Kramsky)

La famosa invasione degli orsi in Sicilia, 2019 –

Doctor Nefasto, Lorenzo Mattotti e Jerry Kramsky, 1983 (1991)

Uscì a puntate, da gennaio a luglio 1983, su Alter Alter, sorella minore di Linus. Protagonisti Doctor Nefasto e Dittongo Notorius, uno scienziato pazzo che intende conquistare il mondo, e un illusionista telepate che vuole impedirglielo.

Kramsky racconta che la storia “si nutriva incessantemente e senza ritegno di Tintin, Blake e Mortimer, Feininger, Queneau. Inglobava anche documentari TV sulla vita delle mosche, graffiti primitivi, la tabella degli elementi atomici, un incidente occorso a scienziati sovietici, numerosi combattimenti in Medio Oriente”. Aggiungo che la ligne-claire è senza dubbio dominante, ma certi segni ricordano Sergio Tofano, altri fanno pensare a Moebius, e non mancano le citazioni espressioniste (Nefasto rimanda al Dottor Mabuse).

Intorno alla trama, Kramsky e Mattotti discutevano sulla sceneggiatura fino a trovare le soluzioni più convincenti. Ma la risposta del pubblico fu largamente negativa. Gianni Brunoro ha scritto che il contenuto narrativo apparve “troppo libero”, lo stile grafico “troppo innovativo”, l’effetto finale risultava “indigesto”. Eppure, mancava solo un anno a Mattotti e Kramsky per produrre l’esplosione di Fuochi.

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Crepax e la prudenza rivoluzionaria

Dunlopella è una formosa testimonial pubblicitaria creata da Guido Crepax nel 1969.

Rileggendo alcune storie di Valentina, ho trovato una frase pronunciata dal padre (trozkista) quando la ragazza ancora viveva con i genitori. Una sera a cena, discutendo della scuola che non dava più i voti e tendeva all’autogestione, il padre le disse: “Ci vuole prudenza anche nelle rivoluzioni”.

3745, mi ricordo

Mi ricordo Charlie Brown, che per guadagnare qualche soldo nelle vacanze, va a bussare a tutte le porte per fare piccoli lavori di falegnameria. Perché “Piccoli”? Perché ha solo un chiodo.

Up il sovversivo, Alfredo Chiappori

Sempre a testa in giù, appoggiato coi piedi sulla linea superiore della vignetta, Up fu uno dei primi personaggi – apparve nel 1969 – che proposero una satira politica di sinistra.

Con un segno essenziale, privo di fondali, sintetizzando in ogni vignetta il rovesciamento del punto di vista dei giovani rispetto alle generazioni precedenti, Up incrocia i morti nelle piazze, la conquista della Luna, il colpo di stato in Grecia, la rivoluzione femminista…

L’autorità costituita – solitamente in divisa – non fa che intimare divieti. Per esempio: “È proibito violare la legge di gravità”. Ecco la colpa di Giuseppe Pinelli.

Il protagonista osserva e commenta i fenomeni da un’ottica capovolta, di per sé sovversiva, non accettando la naturalità delle leggi che regolano il sistema. “Il sistema”, peraltro, cerca di spaventarlo – sono frequenti le presenze militaresche e i manganelli – o recuperarlo attraverso allettamenti consumistici, tentazioni di cui si fa ambasciatrice una donna, Elisabetta.

Non manca la critica rivolta al proprio mondo di riferimento:
“ – I burocrati sono nemici della rivoluzione!
– E tu chi ti credi di essere per parlare in questo modo?
– Un rivoluzionario!
– Fammi vedere la tessera!”.

Alfredo Chiappori, Up il sovversivo, Feltrinelli, 1970

Klee, Christophe Badoux

In 66 tavole a colori, rinnovando la classica “ligne-claire” rilanciata da autori come Ted Benoît e Serge Clerc, lo svizzero Christophe Badoux ripercorre la biografia di Paul Klee, illustrandone l’evoluzione artistica in un’epoca attraversata da feroci eventi storici. Nato a Münchenbuchsee, vicino Berna, il 18 dicembre 1879, Klee morì nei pressi di Locarno il 29 giugno 1940.

Ligne-claire è lo stile più appropriato, per questa biografia a fumetti: un po’ per la coincidenza temporale di certi fatti (Tintin di Hergé uscì nel 1929), ma soprattutto perché la chiarezza e la semplificazione delle forme, la geometrica accuratezza e la sottrazione dei dettagli rimandano al Bauhaus, snodo essenziale nel percorso espressivo di Klee.

I dialoghi contenuti nelle vignette sono ripresi dai diari e dalle lettere che l’artista scrisse ai familiari; oltre a dipanare la vicenda biografica, Badoux propone alcune tavole direttamente ispirate dalle opere di Klee.

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Nove volte Lauzier

Lili FataleVita vissuta Cronache dell’Isola GrandeLa corsa del topoLa rivoluzione sessuale di Peter e ZizìLa testa nel saccoSessofonieIl diario di un giovane mediocreRitratto d’artista

In memoria di Claire Bretécher (e ciò che trovate su queste pagine)

Quando ho saputo della sua scomparsa, a ottant’anni, il 10 febbraio 2020, ho riprodotto un post del 2018; aveva per titolo “Pensare a sinistra e vivere a destra”.

Entro in un negozio di fumetti usati, ne comprerei tanti, ma devo evitare il crollo del pavimento sulle teste dei gentilissimi vicini di casa, e mi limito a un paio: un vecchio Thor di Walt Simonson e una vecchia ristampa Bompiani con la prima di cinque raccolte dedicate a “Les frustrès” di Claire Bretécher.

I frustrati” uscivano a strisce su Linus, nei miei anni di liceo. Leggevo e ridevo amaro (probabilmente non potevo capirlo fino in fondo). Il sottotitolo di questa raccolta spiega quale fosse l’approccio dell’autrice: “Uno sguardo impietoso sugli intellettuali di sinistra”. Il bersaglio polemico era la “gauche”, ma la sinistra nostrana non è che se la passasse molto meglio.

Di questi parigini colti e annoiati, supponenti e antipatici, ricchi e tendenzialmente depressi, si diceva che pensavano a sinistra e vivevano a destra.

Ho altri volumi della Bretécher, ma il dettaglio che mi ha convinto a comprare quel libretto ha a che fare con la percezione di un cambiamento epocale. Uscito in Italia nel 1977, costava 5.500 lire. In seguito, vi è stato appiccicato un prezzo di 7.000 lire, e poi un altro adesivo per arrivare a 9.000 lire. Con l’arrivo dell’euro, si è passati a 7 euro, poi si è scesi a 5, e adesso il fixing della Bretécher segna 3 euro. Un affarone.

Merito di questo fumetto è farci capire che la sinistra europea ha prezzi da svendita.

I frustrati 1, 1977 – I frustrati, 3 e 4 –  La vita appassionata di Teresa d’Avila, 1980Gli amori ecologici del Bolotto occidentale, 1980Il destino di Monique, 1983 – Il destino di Monique, 1983Le madri, 1983 – Agrippina, 1988

I frustrati, Claire Bretécher, 1978-79

I frustrati (Les frustrés) è una serie a fumetti in bianco e nero, composta da brevi storie umoristiche autoconclusive, avviata nel 1973 sul settimanale Le Nouvel Observateur. In Francia è stata raccolta in cinque volumi tra il 1975 e il 1980, in Italia è apparsa su Linus alla fine degli anni Settanta e poi pubblicata da Bompiani (1977-81). A tradurre i testi era Nicoletta Pardi, lettering di Cettina Novelli e Franca Zilocchi.

Sono inquadrature fisse in cui non accade assolutamente nulla. Attraverso le chiacchiere dei frustrati, senza fare il minimo sforzo per renderli gradevoli, Bretécher descrive la quotidianità di un ambiente intellettuale benestante, fatto di ex-sessantottini, pubblicitari radical-chic, dirigenti e manager, con le rispettive donne che vorrebbero apparire emancipate (ma ci sono anche ex maoiste che si fanno suore). Da questo scambio di parole, spesso vuote e logorroiche, ci viene descritta una parte della società occidentale, con le sue ossessioni: la routine coniugale, le famiglie sbrindellate, il potere dei media, l’emancipazione femminile, la fine delle ideologie, il bisogno di corrispondere a certi ideali estetici, la crisi del desiderio sessuale, la competizione instillata nei bambini, il narcisismo degli artisti, i consolanti retaggi della tradizione, il consumismo e il conformismo…

Bretécher mostra situazioni in cui la “sorellanza” femminile è solo apparente, anzi la competitività fra donne può rivelarsi persino più feroce di quella che si è abituati a vedere fra uomini.

Da genitori, i frustrati adottano modelli educativi permissivi. Le donne sono tutte femministe, ma possono trovare consolante che sia la figura maschile a combattere nella jungla sociale; altre dicono di disprezzare il matrimonio, ma poi si sposano in Chiesa per non dispiacere alle madri.

Elemento essenziale, nei frustrati, è l’inconcludenza, il parlare a vuoto, l’esaminare ogni possibilità con spirito critico, analizzandola fino allo sfinimento, senza prendere alcuna decisione. Pronunciano “frasi fatte”, che sembrano fatte apposta per convincere se stessi, le alternano alle citazioni colte, l’indignazione sembra formidabile, ma ha breve durata.

Ci sono anche tavole completamente mute, suddivise in 16-20 vignette, nelle quali sono minimi dettagli grafici a raccontare la storia. E, con il passare degli anni, Bretécher iniziò a proporre short stories più articolate.

I Frustrati 3 contiene una storia in otto tavole, intitolata Chandelle: lei, Chandelle, è una giovane donna non molto attraente che viene scelta da Marybelle per fare da testimone alla sua esibizione di felicità in vista del matrimonio, ma appena Chandelle si allontana, tutta l’euforia di Marybelle svanisce, lasciando spazio alle solite frustrazioni con il fidanzato.

I Frustrati 4 contiene Le due orfanelle (otto tavole), Michetta (dodici tavole) e Suicidio (nove tavole). La prima storia ruota intorno a un caso di stupro che metterà uno contro l’altra due vecchie amiche; nella seconda, una giovane fan viene circuita da un famoso scrittore impotente; nella terza si sviluppano le fantasie suicide di Lea, che presto deragliano in quella che finirebbe per essere la realtà, e allora è meglio scuotersi, vestirsi e andare al cinema.

Quale sia il genere di umorismo della Bretécher, lo si può comprendere da questo esempio.

Alla fine di una cena fra amici, rientrando a casa, la moglie si rivolge così al marito: “Puoi permetterti di essere reazionario con gente di sinistra che sa che sei di sinistra, altrimenti passi per uno di destra”.

Il diario di un giovane mediocre, Gérard Lauzier, 1982

Souvenirs d’un jeune homme è il tipico romanzo di formazione, scritto in prima persona, con alcune pagine di sole parole, riprodotte nella forma del diario.

A confessarsi è Michele Choupon, da poco diciottenne (forse il più giovane fra i protagonisti delle storie di Lauzier). Ha deciso di scrivere un diario per lavorare su sé stesso, quasi che l’inchiostro possa costringerlo ad attenersi alle decisioni che prende, anziché cambiare idea come gli capita sempre. Timido e aggressivo, incapace di esprimere i propri sentimenti, Michele vuole innanzitutto uscire dal circolo vizioso euforia-depressione.

La sua è la tipica famiglia borghese, con il padre che garantisce il benessere e pretende di esercitare autorità, la madre malinconica e insoddisfatta, e due fratelli che si fanno i fatti propri, senza mai entrare in rotta di collisione con i genitori, come invece succede a Michele. La soluzione: trasferirsi in un monolocale.

Fuori casa, nella gente intorno, Michele cerca invano di “scorgere una luce di rivolta nei freddi occhi da vitelli surgelati”. Pieno di rabbia e buone intenzioni, non sa trovare il modo per realizzarle. È ancor più bisognoso d’amore, al punto che viene travolto dall’incontro con Salima, ragazza araba che vive alla periferia di Parigi. Se ne innamora, lei gli chiede se vuol fare l’amore, nel caso deve darle “cinquanta sacchi”; a quel punto, Michele arriva a considerarsi “debole e ripugnante”.

Dopo l’ennesimo litigio casalingo, trova rifugio dall’unico amico, Renato, a cui invidia tanto la famiglia tardo-sessantottina: l’unica che ha un lavoro è la mamma, il suo nuovo compagno non fa che dipingere come un bambino, e i tre figli, avuti dal precedente matrimonio, appaiono sessualmente disinibiti e verbalmente rivoluzionari. Continua a leggere

I frustrati, Claire Bretécher, Bompiani 1977

Chi sono, i frustrati? Sono persone che possono permettersela, la frustrazione.

Borghesi. Benestanti, colti, tendenzialmente di sinistra e intimamente conservatori. Loro, la rivoluzione l’hanno già fatta, guardano dall’alto in basso quelli che stanno sotto, paternalistici (spesso hanno domestici arabi) e conformisti, esprimendo una simpatia tutta intellettuale verso gli oppressi, che nell’intimo si capovolge in disgusto e paura.

Nata nel 1940, poco più che trentenne Bretécher cominciò a delineare un ambiente parigino in cui l’impronta lasciata da Freud è decisamente più profonda di quella di Marx. I primi frustrati comparvero nel 1973 sul settimanale Le Nouvel Observateur e l’anno dopo su Linus. Sono tavole in bianco e nero, scarne, suddivise in una dozzina di vignette, spesso sovraccariche di parole e con minimi sfondi domestici: il divano, la tivù, il tavolo di cucina, l’attaccapanni… Graficamente, assume un notevole rilievo il lettering, che spesso soffoca i disegni con la logorrea dei discorsi: nella versione italiana è stato curato da Cettina Novelli.

Grotteschi nei lineamenti e nelle proporzioni, i frustrati sono spesso ritratti con una sigaretta o un drink in mano, stravaccati sul divano, innamorati della propria stessa voce. Hanno sostanzialmente accettato che il denaro e il successo siano la misura del valore, fingono di idolatrare personaggi ai margini e valori come la coerenza. La ribellione è finita, anzi temono che siano altri a ribellarsi allo stato delle cose. Il loro snobismo si configura come un percorso di perfezionamento.

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La rivoluzione sessuale di Peter e Zizì, Gérard Lauzier, 1980

Zizì e Peter sono una giovane coppia, stanno per sottoporsi a un esperimento scientifico contro la frigidità. Peter Panpan è presidente dell’UNEP (l’Unione Nazionale degli Eiaculatori Precoci), di chiaro orientamento marxista.

Il dottor Bunda, sessuologo di fama internazionale, sostiene di aver trovato un trattamento per contrastare l’eiaculazione precoce: una scossa elettrica dolorosissima, così “l’organismo impara a procrastinare questo istante penoso”.

Assistono all’esperimento i genitori di Zizì, alcuni amici, i medici, una suora. Dopo due ore e un quarto, con Peter sull’orlo del collasso, Zizì arriva all’orgasmo totale. Euforico, Bunda commenta: “Questa è la prova che non esistono donne frigide, ma solo uomini insufficienti”.

L’esperimento viene presentato al Congresso di Sessuologia, dove si sono radunati vari gruppi: per primo, prende la parola il gruppo scissionista dell’UNEP, che dopo la sua performance di oltre due ore non intende più riconoscere Peter come leader del movimento. Poi, l’ADF (Associazione delle Donne Frigide) rifiuta ogni accordo programmatico con l’UNEP. Il palco del congresso viene preso d’assalto dagli Esibizionisti della Senna-e-Marna, dal Fronte unito dei Masochisti Cristiani, dal Fronte di Sottomissione degli Omosessuali Passivi.

La scena successiva vede un guerrigliero sessuale (pretende di essere chiamato “individuo ripugnante”), che sequestra l’ambasciatrice degli Stati Uniti, abusa (?) di lei davanti al marito e alle telecamere e detta condizioni assurde per liberarla.

Un commando di Guardoni Rivoluzionari obbliga una coppia (lui è un ricco direttore marketing) a fare sesso davanti a loro, altrimenti distruggeranno l’impianto hi-fi. Continua a leggere