Devil. Gli ultimi giorni, Bendis, Mack, Janson, Sienkiewicz e Maleev

Brian Michael Bendis torna a scrivere del Diavolo Rosso e lo fa insieme a David Mack in una saga in otto puntate, illustrate da alcuni dei migliori disegnatori della Marvel, autori determinanti per l’immagine grafica di Devil e del suo mondo. Le copertine di Maleev sono magnifiche, le “variant” di Mack non sono da meno, Janson e Sienkiewicz esibiscono una varietà di tecniche e strumenti, sulle loro pitture occorre soffermarsi lungamente, per non perdere dettagli significativi.

«Daredevil: End of Days» è una pietra miliare, un atto conclusivo che (non senza forzature e incoerenze) apre a un nuovo inizio. Lo fa con un’acuta riflessione sul ruolo del supereroe, su come è mutato nel tempo, sulla sofferenza masochistica che sta nel suo destino: un circolo vizioso di dolore e colpa, redenzione e risentimento. Nel mondo in cui si muove Urich (fuori dalla continuity marvelliana, ma sarebbe meglio dire oltre), la carta stampata sta morendo e molti supereroi sono a loro volta scomparsi (morti o dietro nuove identità). L’omaggio all’esordio cinematografico di Orson Welles lascia un analogo retrogusto di frustrazione, per una verità inafferrabile. Non meno evidente è l’omaggio al Devil di Frank Miller, quello che portò la figura di Ben Urich ben oltre lo status di caratterista. Leggi il resto dell’articolo

Ivan Piire, Jordi Bernet e Carlos Trillo, Il Penny edizioni 1992

Bernet adora il noir, sconfina spesso nell’horror, non sfugge lo splatter: il suo segno e, soprattutto, le sue ombre si prestano a una storia di vampiri. Il disegnatore spagnolo illustra una trama dello sceneggiatore argentino con cui ha realizzato Custer, Cicca, Light & Bold, e ne asseconda la vena sarcastica.

Il mito del vampiro ha alcune tappe obbligate: dalla Valacchia a metà del XV secolo con il dispotico governatore Vlad (detto Tepes, l’Impalatore, e Drakula, il figlio del Drago), all’Inghilterra vittoriana (il romanzo di Bram Stoker uscì nel 1897), dalla Germania di Weimar (il Nosferatu di Murnau è del 1922) all’America della Depressione (Dracula di Tod Browning).

Nei fumetti, il vampiro scorrazza sulle pagine della EC Comics, nei primi anni Cinquanta, con le sceneggiature di Harvey Kurtzman e i disegni di Wallace Wood, Jack Davis e Joe Orlando. Poi la casa editrice Warren manda in edicola la rivista Creepy. La Marvel degli anni Settanta affida The Tomb of Dracula a Gene Colan e Tom Palmer, ispirati dalla figura di Christopher Lee. E Luca Boschi, nell’introduzione, arriva fino al Dampyr della Bonelli, omettendo la strepitosa Vampirella di Frank Frazetta e José Gonzalez.

In questa storia – 48 tavole in bianco e nero, uscite nei primi cinque numeri dell’edizione spagnola della rivista “Splatter” – Trillo propone un’imprecisata ambientazione nordamericana e una protagonista, Ludmilla, che rimanda ai clichées delle solite, bellissime, erotizzanti femmine di Bernet: lunghi capelli neri, gambe affusolate, vita sottile, occhi di brace.

Ma Ludmilla ha un problema, per cui si sottopone a periodiche sedute di psicanalisi: crede di avere 200 anni e di essere stata vampirizzata da un uomo di cui è ancora innamorata. Il borioso analista sentenzia trattarsi di una fissazione su un episodio rimosso, sintomo di una paura di crescere e di fare i conti con l’età adulta. Non è così. Infatti, Ludmilla paga un fotografo – creatura grottesca, del tutto priva di fascino – per ottenere le immagini notturne di trentenni con i capelli neri e gli occhi grigi.

Una notte il fotografo scatta una foto con un uomo – naso e capelli di Torpedo – che non resta inciso sulla lastra fotografica. Ora Ludmilla sa chi cercare…

Superman vs. Muhammad Alì, Neal Adams e Denny O’Neil, 1978

Nel 1976, DC Comics inventa una formula – “le battaglie del secolo” – per mettere a confronto supereroi di mondi diversi, e il primo scontro è fra Superman e l’Uomo Ragno. Già quell’anno l’idea viene portata a un livello inedito, immaginando di far combattere l’invincibile venuto da Krypton con il campione dei pesi massimi: ci vorranno due anni per arrivare a concludere il progetto. Neal Adams, nella breve presentazione, ricorda che l’idea di partenza fu del manager pugilistico Don King, e che ci volle il benestare di Elijah Muhammad, capo della Nation of Islam.

Il tono dell’albo è datato, rimanda a un’epoca di stupore oggi inimmaginabile, ma nello stesso tempo rinnova quel senso di sospensione della realtà, quello sguardo infantile all’universo che ha caratterizzato una stagione del fumetto supereroistico.

Oltre alle 72 grandi tavole a colori, la ristampa del 2011 contiene un po’ di sketchbook, schizzi preliminari e il disegno della doppia copertina, concepita come la cover di Sgt. Pepper, con la presenza a bordo ring di 172 personaggi del tempo: uomini politici, artisti dei comics, dello sport e dello spettacolo. Fra loro, il presidente Jimmy Carter e il suo predecessore Gerald Ford, Pelè, Frank Sinatra, Cher, i Jackson 5, Ron Howard, Raquel Welch, Liberace, Christopher Reeve, Lucille Ball, Sonny Bono, Andy Warhol, Kurt Vonnegut, insieme a Batman, Lex Luthor e altri eroi DC nelle loro identità borghesi (Oliver Queen, Hal Jordan e Barry Allen).

Non viene chiarito perché O’Neil abbia abbandonato il progetto prima che fosse concluso, fu Adams a finire la sceneggiatura e a realizzare i disegni, inchiostrati da Dick Giordano e Terry Austin. Nel ’78 la storia è stata pubblicata in Italia dalla Cenisio.

Comincia alla periferia di Metropolis, in un quartiere che pare Harlem, dove Jimmy Olsen, Clark Kent e Lois Lane seguono una soffiata che si rivela esatta: Muhammad Alì gioca a basket nei playgrounds di cemento. Stanno per intervistarlo, quando sopraggiunge un arrogante e minaccioso alieno. Lo “Scrubb” sa tutto dei terrestri, li ha studiati, “vi conosciamo come la razza più bellicosa e selvaggia della vostra galassia”, e Alì è “uno dei più grandi guerrieri della terra”. Vogliono fare una prova, verificare se gli umani potranno divenire minacciosi per l’impero Scrubb, e allo scopo propongono (anzi, impongono) un duello con il loro campione più forte. Fra Alì e Superman si apre un siparietto su chi deve accettare la sfida.

Raffigurato coraggioso e sbruffone, persino insolente, Alì ha sempre la battuta pronta. L’alieno può privare Superman dei suoi poteri e organizzare un combattimento alla pari, sul ring. Ma prima Alì addestra Superman alla boxe, gli mostra i singoli colpi, le strategie: “Ricorda, a volte forse ti converrà farti colpire: è una tattica che inventai contro Foreman nello Zaire”.
In pratica, Alì e Superman uniscono le loro forze e i loro poteri per salvare il mondo…

Probabilmente alcuni dialoghi furono stati scritti proprio da Alì: narra la leggenda che abbia anche preteso che il suo personaggio scoprisse l’identità segreta di Superman.

Wolverine, la furia dentro, Dan Chichester e Bill Sienkiewicz

Inner Fury – storia fuori dalla continuity, inchiostrata da Sherylin Van Valkenburgh – uscì nel novembre 1992, e un paio d’anni dopo in Italia: 48 tavole inserite al numero 50 nella cronologia del Wolverine edito da Play Press, a cui seguivano un’altra storia di Logan (Trenta affondi sopra Tokyo) e una di Excalibur, protagonista Fenice; infine, una storia breve di Wolverine e Nightcrawler, e un’altra strana combinazione, fra Logan e Typhoid Mary.

La forza del personaggio Wolverine sta nel fatto che conosce il dolore, non ne è al riparo. Il fattore mutante, il prodigioso potere di guarigione è a sua volta foriero di acute sofferenze.

In questa avventura, si raggiunge il limite: Wolverine deve affrontare un’infezione, un virus che gli è stato iniettato dall’Hydra di Von Strucker, e che circola nel suo sangue e può far collassare lo scheletro d’adamantio. Sovraccaricare il fattore di guarigione equivale a un’agonia: l’Hydra ha di queste idee diaboliche.

La storia mi pare faticosa, sovraccarica di segni (grafici e testuali). Sienkiewicz mi sembra particolarmente adatto a questo personaggio: la Marvel avrebbe dovuto coinvolgerlo di più. Il pennino è graffiante, le pitture hanno accenti pollockiani, certe fisionomie mostruose rimandano a Francis Bacon.

Tiki, Berardi e Milazzo

Prima dell’Uomo delle Filippine, con il suo afflato pacifista, i due autori avevano già mostrato una precisa coscienza politica con questa storia, a sua volta inserita dentro uno scenario esotico: l’Amazzonia. Realizzato per la rivista «Il Giornalino», dove uscì in 6 puntate fra il 1976 e il ’77, il fumetto mostra uno stile grafico ancora esitante, ma le 68 tavole in bianco e nero hanno già il ritmo e la varietà che consacreranno gli artefici di Ken Parker.

Tiki, “il ragazzo guerriero” vive in una delle innumerevoli, piccole tribù della foresta pluviale. Morso da un serpente, il padre muore, nonostante il solenne intervento dello sciamano. Tiki resta con la madre Makura e deve provvedere al loro sostentamento. La carità della tribù non basta, Tiki decide di andare a caccia, disubbidendo all’autorità dello sciamano. Che ordina di ucciderlo. Coraggioso quanto sventato, Tiki impara a cacciare, si salva e capovolge i trucchi dello sciamano a proprio vantaggio.

Un giorno, mentre è a caccia, il ragazzo vede uno stormo di “uccelli brillanti”: sono aerei, una squadriglia di bombardieri incaricata di spianare un tratto di foresta, dove sarà costruita una strada, incuranti di ciò che vive sotto quella fittissima vegetazione. Berardi mette in bocca a un pilota queste parole:
“È buffo… Ogni volta che andiamo a scaricare bombe da qualche parte, c’è sempre qualcuno che tira fuori il discorso della civiltà”.

Quel pilota sa qual è l’effetto del napalm, l’ha visto in Vietnam. Tiki, invece, non sospetta di nulla, e vedrà la distruzione abbattersi sul suo piccolo mondo: il villaggio viene spazzato via. All’unica sopravvissuta, ormai morente, il ragazzo dice:
“Se incontri Makura, dille che scoverò il nido degli uccelli brillanti e lo distruggerò”.

Tempo dopo (non importa quanto, ma Tiki sembra un po’ più adulto), incrocia il villaggio dove vive un’altra tribù, e conosce una coetanea, Petima. Superate le incomprensioni, fra i due nasce qualcosa che somiglia a un sentimento, ma Tiki non ha dimenticato la sua missione, e riparte.
Arriva in prossimità del grande cantiere in cui si sta organizzando la costruzione della prima strada transamazzonica. Vede per la prima volta una jeep, e la scambia per un animale da combattere. Intanto, il capo degli ingegneri viene sostituito. Parlava di “genocidio”, mentre il suo sostituto, un polacco, non pare avere di questi scrupoli.

Quando gli sparano contro, Tiki è convinto che i bianchi abbiano “cerbottane tanto potenti da spezzare i rami”. Viene presto catturato. Ma la sua conoscenza dell’ambiente fa sì che riesca a fuggire, a dare fuoco all’accampamento, a rapire l’ingegnere polacco. Ed è nella fuga con il prigioniero, che tutta la cultura di Tiki si rivela più utile di quella degli uomini bianchi, se si tratta di sopravvivere nella foresta amazzonica…

Tex. Fiamme sull’Arizona, Victor De la Fuente e Claudio Nizzi, 1992

Nel Texone numero 5, lo spagnolo De la Fuente, classe 1927, mette in scena gli Apaches di Cochise, le strade polverose di Tucson e le ambientazioni aride del sud dell’Arizona.

Affaristi, politici, militari e giornalisti – “la cricca di Tucson”, come la chiama Tex – sono impegnati a sabotare il piano di pace del governo federale. Tex e Carson riescono a sventare gli intrighi, ma vengono a loro volta ingannati e depistati. Saranno la sapienza e la saggezza di Cochise, la forza e il coraggio di Naiche e di Chato, a ristabilire la verità e scongiurare una nuova guerra indiana.
De la Fuente predilige il fantasy, sue le tavole barocche di «Haggarth», ma ha già frequentato il western («Sunday», con testi di Victor Mora). Nelle 224 grandi tavole in bianco e nero, le caratterizzazioni di Tex e Carson mi sembrano convincenti, le ambientazioni accurate.

Formidabili guerrieri, capaci di resistere a lunghe privazioni di acqua e cibo, resistenti alla fatica e al dolore, gli Apaches erano una tribù piccola, che arrivò a contare solo diecimila unità, divise in tribù (Mescaleros, Jicarillas, Lipan, Chiricahuas). Fra i grandi capi, spiccano i nomi di Cochise, Nana, Naiche, Victorio e Geronimo.

Tex e Carson riescono a impedire una strage di donne e bambini, soccorrendo un accampamento Apache assaltato da una banda di vigilanti. Dice Naiche: “Che altro vogliono da noi, Aquila della Notte? Vogliono la nostra scomparsa dalla faccia della terra? È questo che si chiede agli Apaches, di scomparire?”. Tex non ha parole per replicare, e pensa: “Brutta domanda, fratello… E maledettamente vicina alla verità”.

È già avvenuto il massacro di Camp Grant, e oltre all’inviato di pace il Presidente Usa ha spedito sul posto il bellicoso generale Crook, a capo di un reggimento di giacche blu. Tex espone a Naiche questa tesi riformista: “Le riserve sono purtroppo l’unica, dolorosa soluzione per poter conciliare il modo di vivere dei pellerossa con le esigenze della civiltà dei bianchi, ma è necessario che esse sorgano almeno sulle terre d’origine degli indiani”. Sarà la tesi sostenuta anche dall’inviato di Washington. Leggi il resto dell’articolo

L’uomo delle Filippine, Ivo Milazzo e Giancarlo Berardi, CEPIM 1980

Numero 27 della collana «Un uomo, un’avventura», che privilegiava il nome del disegnatore rispetto allo sceneggiatore (in copertina, il solo Milazzo). Fra i più fumetti più esplicitamente “politici” mai pubblicati da Bonelli.

La Spagna prese possesso delle isole Filippine nel marzo 1521, con lo sbarco di Magellano (che vi morì, nei combattimenti che ne seguirono). Per oltre tre secoli, gli spagnoli dominarono quell’arcipelago fatto di settemila isole e decine di dialetti. Dopo la guerra ispano-americana del 1898, le Filippine passarono sotto il controllo degli Stati Uniti, ed è in questa prima fase che è ambientata la trama di questo volume.

La domanda di libertà degli indigeni, guidati da Emilio Aguinaldo, prese la forma della guerriglia. I presidenti McKinley e Theodore Roosevelt decisero di inviare sul posto ben 120.000 soldati, i due terzi dell’intero esercito Usa. Torture, eccidi, uso di pallottole esplosive… le atrocità commesse in nome della civiltà. L’indipendenza venne concessa solo il 4 luglio 1946.
Scrive Berardi nell’introduzione: “È un privilegio dei grandi popoli guerrieri quello di considerare la libertà solo come una conquista e mai come un dono… Fin dal primo momento in cui presi in considerazione la possibilità di ricavarne un racconto, mi colpì l’incredibile numero di fatti che accomuna la storia delle Filippine a quella più recente del Vietnam”.

Isola di Mindanao, 7 agosto 1902. Mentre il colonnello Harris cerca di avviare una trattativa di pace, con la contrarietà di molti altri militari, sbarca sull’isola un civile, James Stappleton, vecchio amico di Harris. Viene da New York, è ormai anziano, ha lunghi baffi bianchi. Lo mettono in guardia dal familiarizzare anche con i bambini: “Hanno sangue malese nelle vene! Sangue di pirati!”. Ma gli è impossibile rifiutare Jolo, un ragazzino seminudo che gli si propone come servitore, e i due seguono la pattuglia che si addentra nella jungla, guidata da un fanatico tenente.

Leggi il resto dell’articolo

Il demone dei ghiacci, Jacques Tardi, 1974

«Le Démon des Glaces», sottotitolo «Un’avventura di Jerôme Plumier», è una storia d’avventura ispirata all’immaginario fantascientifico di Jules Verne, raccontata con il tono del feuilleton.

In una sessantina di tavole, il segno di Tardi rimanda allo stile delle incisioni che corredavano quelle storie a puntate; le singole vignette sono disposte in libertà, ma la loro composizione sinuosa rimanda alla grafica dei calendari liberty.

Ben prima di illustrare romanzi di Léo Malet e Daniel Pennac, Tardi cercava la sua strada con opere come questa, inserita nella collana «Maschere e Pugnali», insieme ad altri titoli divenuti “cult”, come «La piramide dimenticata», «Felina», «Ombre dal nulla» e «Appuntamento a Sevenoaks». L’edizione italiana si caratterizza per la raffinata e pesante carta ambrata e la stampa in inchiostro marrone-seppia: molti la considerano migliore persino di quella francese. La traduzione è di Claudio Dell’Orso.

Comincia il 3 novembre 1889 a bordo della nave Anjou, salpata da Mourmansk e diretta a Le Havre, costretta a navigare lentamente nell’oceano Artico per la scarsa visibilità e la minacciosa presenza di neve e ghiaccio. L’equipaggio scruta “la nera superficie delle acque, il timore di una collisione è generale”. Uno dei passeggeri si chiama Jerôme Plumier, studente di Medicina: è fra quelli che accorrono sul ponte richiamati da un grido, in lontananza un vascello, Iceland Loaper, conficcato in cima a un iceberg.

Plumier si rende disponibile a salire sulla scialuppa che deve verificare se vi siano superstiti. Scalano l’iceberg e salgono a bordo: il timoniere è “saldato al timone” e tutti i marinai appaiono “pietrificati, sorpresi da non si sa quale soffio glaciale che si è abbattuto su di essi, trasformandoli in tante statue di ghiaccio”. Mentre sono lì, la loro nave esplode e si inabissa. Nessun sopravvissuto.
Gli otto della scialuppa vanno alla deriva sulla nave fantasma che sta sopra l’iceberg; in tre muoiono per la fame o il freddo, Plumier è fra coloro che vengono tratti in salvo da una nave olandese.

Ritroviamo il protagonista a Parigi, dove scopre che l’amato zio scienziato è appena stato seppellito. Vagando nel suo laboratorio, trova animali conservati sotto formalina e uno strano, complesso macchinario con tubature ricoperte di ghiaccio, di cui non comprende la funzione. La stampa francese riferisce che negli ultimi mesi otto navi sono colate a picco senza spiegazioni; una spedizione scientifica partirà da Brest per scoprire il mistero che si cela dietro quei terribili naufragi.

Sul treno Parigi-Brest, il protagonista assiste all’omicidio (impunito) di un uomo da parte di una donna anziana, la stessa che aveva intravisto al cimitero dove seppellivano lo zio. E a Brest rivede uno dei pochi sopravvissuti dell’Anjou. Lo paga per sostituirlo a bordo della spedizione scientifica. La vigilia di Natale del 1889 anche questa nave esplode e si inabissa, tutti muoiono tranne Plumier, che viene “afferrato da un mostro marino dai laidi tentacoli” e poi si risveglia in un gigantesco, lussuoso appartamento sottomarino ricavato “nel cuore di un iceberg”. Davanti a lui, lo zio creduto morto…

La metà seducente, Vittorio Giardino, Edizioni Di 2009

Da una trentina d’anni sono innamorato delle donne disegnate da Giardino. Dei loro volti (i corpi di Manara sono più voluttuosi). Della loro eleganza (Bernet ambienta le sue storie in strane epoche). Della femminilità che scaturisce dai loro sguardi glaciali (Baldazzini e Gibrat si avvicinano a questi ghiacci, senza toccarli).

La fisionomia espressiva delle donne di Giardino rimanda a Grace Kelly, Gene Tierney, Hedy Lamarr e non è un caso che lui stesso, nell’intervista che fa parte di questo volume, componga un pantheon che comprende la Garbo e la Dietrich, Tierney e Katharine Hepburn, Michèle Morgan, Simone Signoret, Alida Valli e Romy Schneider.
Sono sempre alla moda, le donne di Giardino. La seguono e la fanno. Indossano gli accessori giusti, il vestito giusto, le scarpe giuste, il loro taglio di capelli è perfetto. Emanano uno splendore delicato, una raffinatezza irraggiungibile, raramente sono protagoniste, quasi sempre tendono a divenire l’elemento scatenante di una trama.

Nato a Bologna nel 1946, Giardino si è laureato in Ingegneria elettronica; il suo debutto a fumetto risale al ’78, in una delle mille iniziative editoriali lanciate da Luigi Bernardi. Questo volume fa da catalogo alla mostra allestita a Lucca nell’ottobre 2009; comprende tavole uscite nelle avventure di Sam Pezzo, Little Ego, Max Fridman, Jonas Fink e nelle storie brevi, con qualche inedito. Così, vediamo o rivediamo le movenze di Lia Wang, Magda Winitz, Etel Möget, Claire Blon, Madame Laparik, Janet Corsi, Sandra Price e della mia preferita, Anna Schwartz.

Eroi DC “Solo”, Arcudi, Corben, Pope, Cooke, Allred e altri, RW Lion 2014

Il progetto “Solo” nasce dall’idea di concedere a un autore la massima libertà creativa, 48 pagine a sua disposizione, presentando storie di varia lunghezza in cui compaiano gli eroi dell’universo DC. RW Lion ha deciso di pubblicare parte del materiale, mettendo a fuoco i personaggi anziché gli autori. Il volume intitolato “Eroi DC” è il più vicino allo spirito di partenza, caratterizzandosi per la varietà di personaggi, stili e storie: si passa dal noir alla psichedelia, dall’intimismo all’umorismo demenziale.

Testi di John Arcudi, Paul Pope, Darwyn Cooke, Michael Allred, Laura Allred, Lee Allred, Neil Gaiman, Scott Hampton, Rob Markman, Sergio Aragones, Brendan McCarthy, Tom O’Connor, Jono Howard; disegni di Richard Corben, Paul Pope, Darwyn Cooke, Michael Allred, Teddy Kristiansen, Scott Hampton, Damion Scott, Sergio Aragones, Brendan McCarthy.

La qualità delle storie è molto varia, le mie preferite sono quelle di Arcudi e Corben, di Cooke, di Michael e Laura Allred, e la versione di Deadman concepita da Gaiman e Kristiansen.

Come segno, quello di Cooke mi entusiasma: questo volume contiene una tavola di Catwoman dal sorriso abbagliante. L’autore canadese confezione un divertissement intitolato “Breve storia dei fumetti mainstream in America” per il quale occorre la lente d’ingrandimento, e poi una breve spy story con Question, in preda ai dubbi sulla missione appena realizzata.

Dagli Allred, una divertente storiella su Hourman, l’eroe che prende la pillola Miraclo e per un’ora ha superpoteri: un giorno ne inghiotte una rispondendo a un grido, ma è un falso allarme, e deve trovare il modo per non sprecare tutta la sua energia.

Ma questa antologia si giustifica per le 11 tavole de “Lo Spettro”: Arcudi e Corben confezionano un noir nerissimo e orrorifico, con il poliziotto newyorkese che sa bene che chi si rivolge alla polizia non lo fa per la speranza, ma solo per la vendetta. E infatti, è troppo tardi per salvare la ragazzina rapita. Ma quel poliziotto ha un potere particolare: parla con i morti, li vede e li riconosce, sono gli individui rimasti uccidi nel corso delle precedenti indagini a mandarlo sulla pista giusta.

Hugo Pratt. Incontri e Passaggi

Catalogo della mostra allestita nel maggio 2016 al museo Macro (Roma Testaccio), con brevi testi di Francesco Boille, Luca Raffaelli, Laura Scarpa e Marco Steiner. È un interessante concentrato delle fonti – autori, opere, luoghi – che hanno contribuito alla creatività di Pratt, un catalogo delle influenze più esplicite, personaggi reali o protagonisti di libri.

Sappiamo che le opere di Pratt sono disseminate di riferimenti letterari e cinematografici, a volte esplicite citazioni. Volendo spiegare la sua fascinazione per le tombe di certi personaggi, il suo bisogno di restarvi in raccoglimento, Pratt scrisse: “Ho un grosso debito nei confronti delle persone che, nella loro vita, con la loro opera, hanno contribuito a rendermi come sono oggi”.

Milton Caniff (Terry e i pirati, ma anche Liam Young, l’autore di Cino e Franco).
Robert Louis Stevenson: “Trascorrere la mia vita in un mondo di fantasia, questa è stata la mia isola del tesoro”.
Rudyard Kipling e Arthur Rimbaud.
Héctor Oesterheld, conosciuto nel 1952 e fino al ’59 suo sceneggiatore, “il migliore che abbia mai conosciuto”; Pratt ne prende la fisionomia per disegnare Ernie Pike.
Zane Grey e Kenneth Roberts, James Fenimore Cooper e James Oliver Curwood. “Avventura e viaggio possono coincidere”. Le atmosfere di Curwood sono all’origine di Jesuit Joe e di Tutto ricominciò con un’estate indiana.
Jorge Luis Borges: “In Borges e in me si ritrova un medesimo modo di procedure: un miscuglio inestricabile di verità e mistificazioni, di personaggi reali e fittizi”. Ma nei 13 anni passati in Argentina, Pratt conosce e apprezza Octavio Paz, Leopoldo Lugones, Roberto Artl. E fa 4 figli con due donne diverse.
Jack London: Pratt lo fa apparire nella storia di Corto ambientata in Manciuria, intitolata «La giovinezza».
William Butler Yeats e Samuel Taylor Coleridge: “Nella letteratura quello che mi tocca maggiormente è la poesia perché la poesia è sintetica e procede per immagini”. E infine William Shakesperare

Gli spiriti della terra, l’Uomo Ragno di Charles Vess

Graphic novel in 70 grandi tavole, pubblicata nel 1989 e stampata in Italia tre anni dopo da Play Press.
L’autore parte dalla convinzione che volteggiare sopra Manhattan appeso alle ragnatele renda Peter Parker felice, che così facendo si senta davvero vivo.

spider-man-di-charles-vess-gli-spiriti-della-terraDopo aver catturato due ladruncoli piuttosto violenti, Peter va a cena al ristorante con zia May: la informa che insieme a Mary Jane andrà in Scozia, per una sorta di seconda luna di miele. La destinazione è stata scelta, in realtà, per seguire da vicino un’eredità che MJ non sapeva nemmeno di ricevere: una lontana parente le ha lasciato un piccolo pezzo di terra nelle Highlands.

Aleggiano spettri, fate e fantasmi: qualcosa di oscuro e minaccioso sta spingendo i residenti ad abbandonare le terre su cui vivono da generazioni. L’Uomo Ragno si trova a muoversi in un ambiente antitetico alla metropoli, non sa nemmeno dove lanciare le ragnatele. E una notte viene aggredito da un fantasma.

Ottimo nei panorami, nelle ambientazioni lugubri della brughiera (anche la sua versione del costume dell’Uomo Ragno è piacevole), Vess non è altrettanto convincente nelle rappresentazioni di Peter, May, Mary Jane, o nelle fisionomie degli scozzesi: il suo segno somiglia sinistramente a quello di McFarlane.

che ricorda quella dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. La formazione scientifica rende Peter scettico di fronte a queste manifestazioni: presto arriva a capire che si tratta di ologrammi, programmati per impaurire i nativi e convincerli a svendere le terre. Da qui, la trama perde ogni interesse, aggrovigliandosi in situazioni utili solo a introdurre i combattimenti; in parallelo, lo scontro fra detentori di poteri in grado di evocare “gli spiriti della terra”.

Nell’appendice, Vess racconta il suo viaggio in Scozia, fra Inverness, Glen Coe e l’isola di Skye.

Frank Miller e l’Uomo Ragno. Notti oscure

Frank Miller a 23 anni: ecco il principale motivo di interesse di queste tre storie dell’Arrampicamuri, su testi di Dennis O’Neill, Chris Claremont, Bill Mantlo e Frank Miller, con disegni di Miller e Herb Trimpe, e alle chine anche Klaus Janson.

uomo-ragno-di-frank-miller-1981Prima l’Uomo Ragno si trova a fianco del Dottor Strange, impegnati in una corsa contro il tempo per scongiurare un losco progetto scaturito dalle menti del Dottor Destrino e di Dormannu; la trama ha qualche guizzo di ironia, ma il segno è ancora lontano dalla maturità.

Nella seconda storia, l’UR combatte insieme ai Fantastici Quattro uno strano nemico, Karma, una mutante vietnamita in grado di impossessarsi della mente delle persone: prima di scoprirlo, l’UR combatte contro i Quattro. Pare si tratti della prima sceneggiatura scritta da Miller per un altro disegnatore (Herb Trimpe).

Infine, nella terza storia è passato meno di un anno ma il segno di Mille appare notevolmente più espressivo. L’altro protagonista è Frank Castle, il Punitore, la versione Marvel di John Rambo. In queste tavole compaiono anche Peter Parker, J.J. Jameson, Ben Urich e la redazione del Daily Bugle. Il nemico è il Dottor Octopus, che pare voglia uccider cinque milioni di newyorkesi con un potentissimo veleno. Controvoglia, l’UR e il Punitore sono costretti ad allearsi, mentre J.J.J. deve ripetutamente rifare la prima pagina del Bugle. Il combattimento finale si svolge fra le rotative del quotidiano.

Non sono storie epocali, ma certificano la crescita artistica di uno dei più grandi artisti del fumetto, mostrando come il suo stile si sia rapidamente evoluto. All’inizio era solo uno dei tanti eredi di Steve Ditko, presto si fa notare per l’originale costruzione della tavola, un taglio cinematografico che lo distingue da tanti altri.