In the Shadow of No Towers, Art Spiegelman, 2004

L’autore di Maus riparte dalla copertina disegnata “a caldo” per «The New Yorker», quelle torri in controluce – nero su nero, buio su buio – che sintetizzano il primo, soggettivo impatto dell’11 Settembre. In seguito, Spiegelman rielabora il lutto con un’intuizione sorprendente: riandando alle origini del fumetto americano, gli Old Comics nati nei primi del Novecento (Yellow Kid, Krazy Kat, Arcibaldo e Petronilla, Little Nemo…).

In dieci, grandi tavole cartonate si sviluppa il racconto di come l’autore e la sua famiglia hanno vissuto l’attacco terroristico al World Trade Center. È innanzitutto una testimonianza personale, il protagonista della storia ha la fisionomia dell’autore; il quale, nell’introduzione, scrive che appena riunita tutta la famiglia, scoppiò in lacrime e questo ha scioccato i figli più del crollo delle Torri. Sul momento, aveva pensato che non ci sarebbe stato scampo; “tre anni dopo penso ancora che stia arrivando la fine del mondo, ma più lentamente di quel che credevo”.

Dal racconto dell’Olocausto attraverso i Topi, alla riflessione sull’unica azione di guerra portata dall’estero sul suolo americano, Spiegelman conferma di non cercare l’intrattenimento, il fumetto è un linguaggio efficace solo se spinge a riflettere.

In comune con Maus, c’è il fatto che il protagonista si trova di fronte a tragedie inconcepibili. L’aver respirato la nube di ceneri tossiche sollevata dalle macerie delle Torri, innesca un nuovo legame con la sua storia personale, rinnova il senso di ciò che gli dicevano i genitori reduci da Auschwitz: bisogna avere sempre i bagagli pronti… È il Topo di Maus a proporre il confronto: “Ricordo mio padre che tentava di descrivere a cosa somigliasse l’odore che si sentiva ad Auschwitz. La cosa più simile che riuscì a dirmi fu ‘indescrivibile’. Questo è esattamente come odorava l’aria di Manhattan dopo l’11 settembre”.

Lo Sconosciuto. Le luci dell’Ovest

Quello di Brolli e Fabbri è “un pieno, affettuoso, severo rispetto dello stile di Magnus”: condivido le parole di Graziano Frediani, dalla sua bella introduzione, che ricostruisce la faticosa avventura editoriale di Unknow. Brolli e Fabbri ereditano un personaggio, una fisionomia e un carattere, quelli di un cinquantenne mercenario, apolide e pieno di cicatrici, con un senso morale di irrimediabile individualismo.

Ottima idea riprendere il filo del discorso a Berlino Est, il 17 settembre 1987. Seconda ottima idea riprendere il monologo interiore: “Se ci ripenso, il più delle volte ho fatto la scelta sbagliata. Ma quella giusta nel mio mondo non esiste…”. Ancora: “Quel briciolo di lealtà a cui non sapevo rinunciare mi aveva sempre fregato”.

Eseguire gli ordini, è ciò che riesce meglio a Unknow. Vengono riallacciati i fili narrativi (la dentiera, per esempio) lasciati da Magnus e il lettore è spinto a pensare che il Fato non smetterà di incombere.

Il mio giudizio su questa operazione editoriale è largamente positivo. Elegante e ben stampato, il volume giustifica la pesantissima eredità di Magnus, anche se le dimensioni delle tavole fanno emergere un inevitabile scarto fra il segno di Fabbri – ottimo nella cura dei dettagli e nelle scene d’azione – e quello impareggiabile di Roberto Raviola.

In queste 124 tavole in bianco e nero – immancabile il seguito: la trama resta aperta a vari sviluppi) – Unknow viene inserito in una spy story feroce e ribollente, nella Berlino ancora divisa dal Muro, il punto più simbolico di un’epoca e della sua decadenza, anzi della sua fine imminente. La trama sguazza nella Guerra Fredda, ma sono frequenti i riverberi al passato che non passa, l’eredità del nazismo con cui nessuna delle due Germanie ha saputo chiudere i conti. Notevole la postfazione scritta da Gianmaria Contro.

Unknow lavora per la Stasi. Prima, era a libro-paga di una società segreta, la Scudo, che operava per tanti altri clienti. Ha deciso di mettere le mani su uno dei capi della Scudo, Hogarth (l’altro, Sparks, è stato suicidato), Unknow lo insegue dalla fine di dicembre dell’86, quando la società segreta era stata messa fuorilegge, impedendogli di incassare l’ultimo, ricco assegno. Viveva a New York, all’epoca, con un gatto tigrato (Mask: farà una brutta fine). Leggi il resto dell’articolo

Tom’s Bar, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, Parker editore, 1991

L’avevo dimenticato: la mia copia è autografata da Ivo Milazzo, incontrato alla fiera di Lucca del ’91. Non avevo dimenticato che questa edizione in volume raccoglie le quattro storie (in bianco e nero) già uscite sulla rivista “Comic Art”: Quasi sempre; Delta blues; Lady be good; Bianco Natale (sei tavole la prima, nove la seconda, sedici le altre).

Il protagonista si chiama Tommy Steele, è più vicino ai sessanta che ai cinquanta, e prima delle avventure che vengono raccontate, deve avere avuto un vita molto movimentata. Ora si è “ritirato”, ha i capelli grigi e pochissima voglia di venire risucchiato in un clima di violenza. Ma il passato – gli appassionati di storie hard boiled lo sanno – tornerà inevitabilmente a bussare alla sua porta… Tom ha qualcosa del Robert Mitchum di Le catene della colpa, del Noodles di Sergio Leone, e anticipa il Frankie Machine di Don Winslow.

Le quattro storie sono collocate fra il dicembre 1941 e il Natale di due anni dopo, in una Chicago che quasi rimpiange l’epoca di Al Capone, costretta a seguire le notizie dal fronte.
Tom lavora in un bar, ma non ne è il proprietario; in sottofondo, c’è sempre un po’ di musica blues (con l’inserimento di note musicali disegnate ai margini della tavola).

Del carattere del protagonista, il lettore capisce subito che ha un fortissimo senso dell’onore e non ha dimenticato la spietatezza dell’ambiente che ha frequentato. Forse è stato in prigione, forse è riuscito ad uscire dal “giro” senza pagare un prezzo troppo alto.

Un prezzo, però, l’ha pagato. Vive solo, non ha una famiglia e il suo legame sentimentale più profondo rimanda a tanti anni prima, al Natale 1908, quando era innamorato della donna del gangster per cui lavorava. Con un perfetto meccanismo a incastro, fra la preparazione a un appuntamento con una donna misteriosa e i flashback che spiegano la natura del legame con Iris, Berardi realizza una sceneggiatura struggente, con i primi piani di Milazzo che scavano dentro Tom come Leone ha saputo fare con De Niro.

X-Women. Ragazze in fuga, Chris Claremont e Milo Manara

Nei primi anni Novanta, quella che ama definirsi come la Casa delle Idee pubblicava lo speciale Marvel Swimsuit, con pin-ups a tutta pagina in pose plastiche, e costumi da bagno che lasciavano molto spazio all’immaginazione.

Di questa storia, pubblicata nel 2010, sapevo che Claremont (1950) non possedeva più l’ispirazione degli anni Settanta e Ottanta, e che la Marvel aveva coinvolto Manara (1945) per la sua reputazione nel disegnare corpi femminili sexy. Questo Girls on the Run è davvero uno specchietto per le allodole, un prodotto laccato e con i lustrini dietro al quale si nasconde un insipido nulla. A giustificare questa “edizione definitiva” – 21×29, 64 pagine e un manifesto come sovracopertina – è la ripresa in grande formato di alcune cover firmate da Manara fra il 2012 e il 2014 (Black Widow ai miei occhi è la più bella).

Comincia sull’sola di Madripoor, nel mar Cinese, dove Ororo (Tempesta), Anna (Rogue) e Betsy (Psylocke), stanno mettendo fuori combattimento imprecisate forze paramilitari, consentendo a Kitty Pride (Shadowcat) di penetrare all’interno di un edificio per liberare Rachel (Marvel Girl), rapita qualche tempo prima. Misteriosamente, Rachel si rifiuta di seguire Kitty, e le X-Women vengono colpite da una misteriosa luce che ne annulla i poteri… Segue flashback su un’assolata isola greca in cui le ragazze avrebbero voluto svagarsi con una breve vacanza, quando vennero attaccate e Rachel fu rapita. Aggiungere altro alla trama, mi sembra assurdo: Claremont – con la voce narrante di Kitty Pride – si limita a imbastire un intreccio esilissimo, finalizzato a offrire occasioni a Manara per disegnare le sue inconfondibili “donnine” discinte; si aggiungeranno anche Emma Frost (la Regina Bianca), la gelosissima moglie di un pirata e un’altra femmina formosa, a capo dei “cattivi”.

Con la scusa della perdita dei poteri mutanti, Claremont consente a Manara di disegnare le X-Women in abiti civili. Diventano tante varianti di Miele – lunghissime gambe, curve sinuose, sguardi imbronciati e/o inespressivi – pressoché uguali una all’altra, con un risultato apprezzabile soltanto su Tempesta (pelle scura) e Psylocke (lineamenti orientali). Corpi eleganti e statici: Manara è lontanissimo dal saper conferire la grazia nelle scene di combattimento che si può trovare in Kirby, Buscema o Byrne.

Dimenticavo: il disegno è in bianco e nero, ai colori pensa Dave Stewart.

Unknow rivive

Ho appena comprato l’appena pubblicata rinascita di Unknow, Lo Sconosciuto, scritta da Daniele Brolli e disegnata da Davide Fabbri.

Improbabile arrivi ai vertici di Magnus, ma parto con un pregiudizio positivo, sia sullo sceneggiatore che sul disegnatore, e credo che sia giusto far rivivere uno dei personaggi fondamentali del fumetto seriale italiano, nato sulla pessima carta di edizioni discutibili, a confermare quanto diceva il poeta: “dal letame nascono i fior”.

Prima di leggere le nuove avventure dello Sconosciuto, qui ci sono appunti sulle vecchie storie.

A riveder le stelle, Milo Manara, Mondadori, 1999

A distanza di anni, Manara richiama in vita il suo alter ego – Giuseppe Bergman, apparso per la prima volta nel 1978 – e, dopo le avventure asiatiche e quelle africane, gli fa vivere queste “avventure metropolitane”. Ovviamente, il punto di forza sta nei disegni, nelle forme conturbanti delle donne. Forme luminose, che le esibiscono nude anche quando sono vestite, inguainate nell’impareggiabile qualità delle linee e delle ombre segnate da Manara. Labbra sensuali, gambe lunghe e affusolate, rese ancor più slanciate dai tacchi alti, fianchi stretti, seni piccoli e capezzoli sempre ritti, lunghi capelli biondi, natiche tonde come una “o” di Giotto.

La storia dell’arte è il filo conduttore di questo viaggio onirico: un caleidoscopio di citazioni di pitture, sculture, architetture. Una ragazza (“una testa matta”) non sa distinguere la realtà dalla finzione artistica, si identifica nelle figure pittoriche di un libro e non fa che riviverle (quasi sempre diventa un pretesto per toglierle i vestiti). “E’ convinta di essere un personaggio di storia dell’arte”, dice G.B., perciò si caccia sempre nei guai da cui lui, che non sa nemmeno il suo nome, cerca di salvarla. Finiscono anche in galera.

L’episodio più ricco di particolari è quello in cui la ragazza si identifica in Pasiphae, la regina di Creta, sposa di Minosse, che prova un’irresistibile attrazione (“osceno desiderio”) per il grande toro bianco apparso sulla spiaggia. Leggi il resto dell’articolo

Thor: Ragnarök [id.], Taika Waititi, 2017 [filmTv112] – 4

Sequel di Thor: The Dark World, il diciassettesimo titolo del Marvel Cinematic Universe prende una strada nuova, un po’ delirante. È un fantasy con velleità di commedia, stracolmo di morti ammazzati e segnato dalla cupezza che viene dall’incombente presenza di Hela, la Dea della Morte; la stravaganza di certi dialoghi e situazioni pare uscita da cartoni animati per un pubblico di 6-8 anni. La scena più potente è quella in cui un gigantesco combattimento esce esaltato dalle note di Immigrant Song dei Led Zeppelin: l’hard rock è congeniale al Dio del Tuono.

Chris Hemsworth è Thor, Tom Hiddleston il fratellastro Loki (al solito, da perfido si trasforma in eroico), Anthony Hopkins il vecchio Odino, Idris Elba fa Heimdall, il guardiano del Ponte dell’Arcobaleno, mentre è Cate Blanchett, non sempre riconoscibile, a dare corpo alla gelida malvagità di Hela. Nel cast anche Jeff Goldblum (il grottesco Gran Maestro), Tessa Thompson (Valchiria), nonché Benedict Cumberbatch e Mark Ruffalo: servivano anche il Dottor Strange e Hulk per rendere più fragorosa questa baracconata.

Vagando per il cosmo alla ricerca delle Gemme dell’Infinito, Thor finisce prigioniero del demone Surtur (una specie di Mefisto più grande e più ottuso). Surtur rivela a Thor che Odino non si trova più ad Asgard e che il regno verrà presto distrutto dal Ragnarök, confermando un’oscura profezia vecchia di millenni. Odino gli rivela di essere vicino alla morte, e presto la primogenita Hela verrà liberata dalla prigione in cui l’aveva rinchiusa; un tempo, Hela era accanto a Odino, nella conquista dei Nove Regni. Come primo atto, Hela distrugge Mjolnir, il martello di Thor… Di qui in avanti, gli sceneggiatori partono per la tangente, portando Thor sul pianeta Sakaar, dove regna un Gran Maestro che ama solo i combattimenti all’ultimo sangue… Il cameo di Stan Lee è nel ruolo del barbiere che taglia i capelli a Thor.

Dick Tracy, di John Moore e Kyle Baker, 1990

Dick TracyMentre usciva il film di e con Warren Beatty, Glénat Italia pubblicò questi tre albi, per 170 tavole complessive: i primi due – “Big City Blues” e “Nelle fogne” – presentano i personaggi, il terzo è la fedele trasposizione del film.

Il personaggio di Chester Gould risale al 1931, quasi sessant’anni prima, all’epoca della Grande Depressione e della fine del proibizionismo; il gusto retrò domina trama e segno, raffiche di mitra scolpiscono muri e carrozzerie di automobili, e Baker è abilissimo nel restituire l’estetica del film: colori acidi (con una predilezione per gli abbinamenti stridenti, rosso e verde, giallo e viola) e gusto per il grottesco, a partire dalla deformità dei gangsters.

Detective della polizia di New York, coraggioso, incorruttibile e leale, Dick Tracy si presenta sempre con borsalino e cappotto gialli; viene spesso disegnato di profilo o mentre sta correndo, con il cappotto svolazzante. Ha un’eterna fidanzata, Tess Trueheart (Cuorsincero). Tanto è risoluto nell’azione, Tracy, tanto è timido nella vita privata.

A New York, la malavita domina, gli appalti sono truccati, le attività commerciali taglieggiate, la polizia è spesso complice. Dice il capo della polizia a un agente ferito: “So bene che metà degli uomini prende la bustarella per guardare dall’altra parte mentre gli altri si fanno impallinare per quattro soldi. Dio, come odio com’è diventata questa città”.
Nella prima storia viene descritto l’arrivo in città della diciottenne Mahoney, tipica provinciale che pensa di potersela cavare facendo la cantante, la ballerina o l’attrice. Viene immediatamente rapinata, è costretta a dormire per strada, poi un magnaccia la raccoglie e la porta al ristorante, ma quando capisce cosa vuole da lei, la ragazza gli strappa la pistola e gli spara.

Poi si assiste alla morte del padre di Tess, ucciso dai gangsters mentre trasportava alcool (senza saperlo) dal killer di una gang rivale di quella per cui stava lavorando (senza saperlo).
Fa la sua comparsa l’orfanello che si fa chiamare The Kid (il Ragazzo), costretto a chiedere l’elemosina da un energumeno che lo picchia.

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Viva Valentina!, a cura di Micol Beltramini, Edizioni BD, 2016

Valentina è il più famoso e affascinante personaggio femminile del fumetto italiano. Fino a questo volume, tutte le sue storie erano state firmate dal creatore, Guido Crepax, morto a settant’anni, il 3 luglio 2003.

Valentina Rosselli apparve sulle pagine di Linus nell’estate 1965; era la fidanzata di Neutron, il protagonista delle storie di Crepax (32 anni, primo autore italiano ad apparire su Linus). Valentina ha 23 anni, fa la fotografa, vive a Milano in via De Amicis 45, al vero indirizzo del suo artefice. L’esordio avviene in una storia che ha per titolo La curva di Lesmo.

Alle origini, doveva essere un fumetto fantascientifico, incentrato su un critico d’arte americano (Philip Rembrandt, alias Neutron) dai poteri sovrannaturali: il suo sguardo paralizza, rallenta o blocca lo scorrere del tempo. Ma Neutron non piacque ai lettori di Linus, Valentina sì. E forse uno dei motivi per cui il predestinato non piacque è che non si riusciva a capire quali meriti avesse, quali qualità gli consentissero di farsi amare da Valentina. Gelosi e/o invidiosi, i lettori imposero a Crepax un rapido cambio di prospettiva.

Valentina si impone, attraversa vari decenni, cresce, invecchia, ma rimane irrequieta e imprevedibile; l’autore la disegna fino ad attribuirle 53 anni, ma l’aspetto è quello di chi ha fatto un patto col diavolo.

Crepax ragiona per tavole, non per vignette. Arrotonda gli angoli che incorniciano qualche vignetta per suggerire che si tratti di ricordi, sogni, flashback. Nelle tavole dell’artista milanese si mescolano cinema, fotografia, arte, e fumetto. Crepax colpì per “la nuovissima sintassi dell’impaginazione” (Eco). Si distinse perché il suo fumetto si rivolgeva a un pubblico sofisticato e adulto (Pratt). Portò nel fumetto “le suggestioni della scomposizione cubista” (Morandini). Leggi il resto dell’articolo

Sfida infernale [My Darling Clementine], John Ford, 1946 [cine47] – 8

A volte penso che il peso relativo degli attori, nel cinema, sia sopravvalutato: di buoni attori, in questo magnifico film di Ford ce ne sono un paio (Henry Fonda, Walter Brennan), gli altri appaiono come comprimari monocordi (Ward Bond, Tim Holt, Cathy Downs) o peggio insipidi (Victor Mature e Linda Darnell), eppure la pellicola scorre fluida e quasi non ci si fa caso.

All’alba del 26 ottobre 1881 presso l’OK Corral di Tombstone, Arizona, avvenne il duello fra il clan dei Clanton (padre e tre figli) e lo sceriffo Wyatt Earp, aiutato da un fratello e dall’ex chirurgo “Doc” Holliday: di sette, solo due sopravvissero; quante volte ci hanno raccontato questa storia?

Sappiamo – ed è lo stesso Ford ad avercelo spiegato in Liberty Valance – che nel West il rapporto fra verità e leggenda piega sempre a favore di quest’ultima. Le cause del duello e il suo svolgimento sono insignificanti, rispetto al mito e alla nostalgia della Frontiera, alla dialettica fra “deserto” e “giardino”, vita selvaggia e civilizzazione, intorno alla quale Ford compone la sua epopea.

Wyatt Earp porta a Tombstone la legge e l’ordine, condizioni preliminari all’edificazione di una comunità: scena essenziale, quella in cui si mostra la costruzione della chiesa e gli abitanti (sceriffo compreso, ancora profumato dal barbiere) festeggiano con un ballo.

Henry Fonda è l’eroe positivo, il portatore di civiltà, mentre “Doc” Holiday è l’eroe maledetto; tubercolotico e alcolizzato, ha lasciato Clementina, ma non ha dimenticato le battute dell’Amleto.

Prodotto da Samuel G. Engel, fu corretto in corsa da Darryl F. Zanuck, gran capo della 20th Century Fox, che dopo le proiezioni di prova impose un finale più romantico; Ford era alla fine del contratto con la major, e questa fu l’ultima goccia per non rinnovarlo. La fotografia di Joseph McDonald illumina magistralmente la cittadina di Kayenta e la Monument Valley.

Wyatt Earp secondo Rino Albertarelli

Rex, Danijel Zezelj, Edizioni Di, 2000

In 78 tavole – con il suo bianco e nero al solito ipercontrastato – l’artista croato comincia riproducendo il testo di una canzone di Tom Waits (Goin’ Out West, da Bone Machine, 1992) e poi ne illustra una versione visionaria, con sprazzi ultraviolenti e un’angoscia altrettanto implacabile. Uscì a puntate sulla rivista Il Grifo, insufficientemente rimpianta.

Un uomo si reca da una specie di maga vudù (tiene un galletto al guinzaglio) a sentirsi anticipare il destino; dopo aver gettato strani oggetti da un barattolo, la donna ne interpreta i segni: “Sei un idealista… Però hai le mani di piombo”.

L’uomo aveva un nome, Bill Orlowski, e una professione, sergente di polizia; condannato a sette anni di carcere, dietro le sbarre ne ha trascorsi cinque, è appena evaso; guida un’auto rubata, ha già sfondato vari posti di blocco. L’allarme parla di un uomo “armato e pericoloso”: in realtà, nella pistola gli resta un solo colpo.

La condanna era per traffico di droga, ma Bill Orlowski è stato un poliziotto onesto, coraggioso e pluridecorato, ad incastrarlo fu proprio il capo della polizia. In carcere è stato brutalizzato da delinquenti che aveva fatto rinchiudere, e ha perso un occhio. Ha occupato tutto il tempo a irrobustirsi e ad alzare la soglia del dolore. Indurito dall’odio, si è vendicato dei suoi torturatori. Con un cacciavite si è disegnato un grande cuore sulla spalla destra. È un angelo caduto: ora si fa chiamare Rex.

Sembra una macchina da guerra. Ma il suo animo è spezzato. È stato abbandonato da Ida (Zezelj la disegna in modo molto conturbante), la ritrova, si è rifatta una vita, ma non ha nulla da rimproverarle: Bill Orlowski non ha mai risposto alle lettere di Ida. Intanto, l’ex capo della polizia, più corrotto che mai, è riuscito a farsi eleggere sindaco…

Più che disegnate, le figure sembrano scolpite, incise nel foglio; alcune sono così dirompenti che sbordano dalla vignetta. Il segno prevale sempre sulle parole. Anzi, delle parole se ne potrebbe fare a meno (dialoghi quasi inesistenti, testi che coincidono con le strofe di Waits). La massima qualità di Zezelj sta nel creare atmosfere, prodigiosi i giochi di luce, fra bianchi abbacinanti e neri abissali.

Conan. La dimora dei dannati, Roy Thomas e John Buscema, 1976

The Abode of the Damned è tratto dal numero 11 di The Savage Sword of Conan, pubblicato dalla Marvel nell’aprile 1976. In bianco e nero, scritto da Thomas in sei capitoli, superbamente illustrato da Buscema, con gli inchiostri di Yves Montano, viene catalogato nel Fantasy, sottogenere Sword & Sorcery. Nel settembre 1986, l’editore Comic Art (Rinaldo Traini) ne fece l’albo numero 1 anno 1.

Conan è un Cimmero, fa parte di una tribù di uomini giganteschi, dai capelli e dagli occhi neri. È un “barbaro”, ma il concetto è inafferrabile, visto che parliamo di un’epoca mitica, lontana dodicimila anni, “prima del cataclisma”. Come per Atlantide, siamo dalle parti della Leggenda che precede la Storia. L’inventore di Conan si chiama Robert E. Howard (1906-1936). Immaginò un’era in cui l’uomo ha già addomesticato il cavallo e vive nomade, nelle grandi pianure nordiche, fra l’Ungheria e la Manciuria. Roy Thomas riadatta la trama di Il paese del coltello di Howard, le cui prime storie di Conan risalgono al dicembre 1932. Il ciclo ufficiale di Conan, quello firmato da Howard in meno di quattro anni, si compone di 22 storie.

Sentimenti primordiali, è di questo che scrive Thomas: vendetta, cupidigia, tradimento, delazione, desiderio sessuale e brama di potere. Può contare sulle atmosfere di Buscema, che in tavole suddivise in 6/8 vignette accoglie donne sensuali (lunghissimi capelli) trattate come prede, uomini nerboruti, lame ricurve e scudi, paesaggi incombenti. Magico e gotico si fondono, non a caso il suo stile, almeno nelle scene di massa, è stato paragonato a quello di Michelangelo.

Dopo un viaggio impervio e pieno di pericoli, i personaggi arrivano alla cosiddetta dimora dei dannati, “una grande città circondata da alte mura, che si erge come una perla nera fra le cupe cime”. Per molte pagine, Conan appare travestito, si fa chiamare Shirkuh e dice essere uno zamoriano, lo fa per nascondersi dai tanti nemici. Gettata la maschera, comincia a combattere, coraggioso e implacabile: “una lama che apre una strada color cremisi in quel mare di corpi”.

L’ultimo giorno in Vietnam, Will Eisner, 001 Edizioni, 2000 (2016)

Will Eisner è morto il 3 gennaio 2005, a 87 anni. Cominciò a pubblicare fumetti nel 1937, questo libro l’ha pubblicato quando ne aveva quasi 83. Sono sei storie brevi, basate su esperienze dirette, rielaborate dal filtro della memoria, a distanza di molti, molti anni.

Protagonisti anonimi soldati in tempo di guerra. Eisner si arruolò nella primavera del ’42 e cominciò a disegnare fumetti didattici (“manutenzione preventiva”, come limitare i guasti alle apparecchiature, tecniche di riparazione, istruzioni per assemblaggio, eccetera). La sua relazione con l’esercito proseguì nel corso della guerra di Corea (andò sul fronte nel 1954), e infine, nell’autunno 1967, atterrò a Saigon. Per vent’anni ha collaborato con P.S. Magazine, un manuale tecnico mensile; agiva come una specie di reporter, veniva scortato nelle zone di guerra, dove raccoglieva storie ed esperienze utili per i suoi disegni.

Eisner annota e cattura gli stati d’animo, con un’intensità impareggiabile. Riesce a mostrare come la guerra cambia le persone, facendo emergere qualità e difetti nascosti, oppure accentuando ciò che erano sempre state.

Le 28 grandi tavole di Last Day in Vietnam sono un esempio di racconto in soggettiva: Eisner ci fa vedere quel che vedeva lui, il lettore non vede mai il reporter, ma è a lui che si rivolge l’ufficiale che lo sta scortando. Con l’elicottero, un civile con funzioni da reporter (Eisner) viene scortato in zona di guerra da un ufficiale che è all’ultimo giorno in Vietnam: missione senza rischi, l’ufficiale è su di giri, non sta zitto un secondo, dispensa ottimismo sull’esito della guerra, già si immagina a casa, a fare l’istruttore in fanteria. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo, lo stato d’animo si capovolge velocemente.

Le altre storie hanno per titolo: Il perimetro (mentre si combatte, i corrispondenti di guerra prendono il sole sulla terrazza dell’albergo, aspettando notizie per scrivere qualcosa), La vittima, Un giorno noioso in Corea, Lavoro pesante e Croce al merito per George. In quest’ultimo racconto, viene descritta la particolare amicizia che può crearsi durante una guerra; tutte le domeniche sera, George si ubriaca e va a presentare domanda per andare al fronte; ogni lunedì mattina, un paio di amici fanno sparire la domanda. È una storia vera, toccante, amara, che trasmette al lettore una sensazione di impotenza.

Cambiano i toni, non manca la commedia, ma non c’è retorica in queste storie in uniforme.