Le madri, Claire Bretécher, Bompiani, 1983

Edmondo Berselli, il 29 aprile 2005, descrisse su Repubblica l’Italia del fumetto, identificando “un prima e un dopo Linus”. Il mensile di Oreste del Buono e Fulvia Serra “fu uno choc intellettuale. Non era soltanto una moda: era il formarsi di una nicchia di pubblico accomunato da un atteggiamento culturale… Precursore dell’esclusività di massa, politicamente Linus era una cosa di sinistra”.  In quell’articolo, Berselli rammentava come Linus fosse stato “anche il veicolo d’importazione della sinistra parigina, raffigurata nelle strisce dei «frustrati» e delle madri cellulitiche di Claire Bretécher, «il miglior sociologo di Francia», capace di inserire nelle vignette anche qualche sorprendente crudezza sessuale”.

Nata a Nantes 17 aprile del 1940, fu nientemeno che Roland Barthes, nel 1976, a definirla «il migliore sociologo francese».

In queste 68 grandi tavole in bianco e nero, tradotte da Nicoletta Pardi, con il fondamentale lettering di Cettina Novelli, ritrovo gli umori di certe discussioni di quegli anni: fra coetanei e con la generazione del Sessantotto. Bretécher catturò quel linguaggio con precisione chirurgica. Non so immaginare, invece, come il suo femminismo, venato di marxismo e dalla critica francofortese alla società dei consumi, possa essere compreso dai giovani di oggi.

Di cosa parla, Les mères? Di idilliache maternità solo sognate, di dubbi leziosi sull’educazione che andrebbe impartita, del togliere la spirale e cominciare a bere solo aranciata, di nevrosi dilaganti su cosa può nuocere al bambino durante la gestazione, di uomini che fuggono e di donne che temono di perdere ogni attrattiva, di una quantità di problemi insignificanti presi troppo sul serio… Stavano dilagando il giovanilismo e l’immaturità di massa.

Quello che Bretécher conosce, è il milieu delle professioni intellettuali, pieno di borghesi annoiati, insicuri, egoisti. Frustrati per qualunque pretesto, questi personaggi si muovono in un relativismo etico che sconfina nell’opportunismo. In parallelo, andava crescendo la mole di leggi, sentenze di tribunale, scoperte mediche e norme fiscali che contribuivano a sfilacciare l’istituto familiare, annebbiando ogni responsabilità. Diventano possibili soluzioni prèt-a-porter (Il destino di Monique focalizza questo aspetto), vanno alla deriva i tradizionali ruoli maschili e femminili, senza che se ne impongano di altrettanto affidabili.

Viene da chiedersi, da madri come queste, quali figli potranno emergere: Macron?

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Il destino di Monique, Claire Bretécher, 1983

Brigitte Lemercier ha 38 anni, il suo orologio biologico la spinge irresistibilmente a volere un figlio. Frequenta un uomo sposato, Teo, che ogni tanto si presenta da lei con Lucienne, una bambina che sniffa colla mentre il padre fa sesso con l’amante.

Brigitte vive a Parigi e fa l’attrice, Teo è il suo agente, lei insiste, desidera un figlio, ma Teo è risolutamente contrario: “Tre figli con due madri diverse, non credi che abbia abbastanza problemi?”. Litigano.
Brigitte ha una domestica portoghese, Carmela, con problemi materiali pressanti. Il test di gravidanza la riempie di gioia, ma quando Teo le comunica di averle trovato il miglior contratto della sua vita, nasconde la verità. “Voglio questa parte e l’avrò. Voglio questo bambino e l’avrò”.
Bretecher - Destin de Monique

Il desiderio di avere un figlio passa in secondo piano rispetto a un’occasione di carriera incompatibile con la maternità. Ma non scompare. La soluzione? “Carmela, volete portare avanti la gravidanza al mio posto?”. Servono comprensione e complicità, la domestica ha già avuto tre figli e non pare affatto scioccata: “Mia sorella l’ha fatto per la sua padrona, in Brasile… Sapete signora Lemercier, con tutta questa disoccupazione, è un vero sbocco per gli immigrati”. Per 50.000 franchi (in nero), l’affare è fatto…
Il tono da commedia buffa si impenna quando una certa Monique ruba un embrione da una spedizione veterinaria, convinta si tratti di un vitello di razza e lo spedisce al fratello Dedé, che insemina la vecchia mucca Sue-Ellen…

In un volume collettivo – Eroi del nostro tempo – uscito nel 1986, Letizia Paolozzi mise a confronto Il destino di Monique e Blade Runner. Parallelo potente: in effetti, intorno all’ingegneria genetica, all’enigma della nascita e al senso della vita, si interroga Roy Baty (modello Nexus-6, il più riuscito replicante nel film tratto da Dick), e forse farebbe lo stesso se sapesse da dove viene Monique (nata dalla vecchia mucca Sue-Ellen, dopo vari colpi di scena nel racconto per immagini della Bretécher).

Roy Baty e Monique nascono senza che vi sia atto sessuale fra uomo e donna. Era il 25 luglio 1978, quando nacque il primo bambino in provetta: Louise Brown, a Cambridge. Dieci anni prima, Philip K. Dick aveva scritto Do Androids Dream of Electric Sheep?; migliaia d’anni prima, nel capitolo 30 della Genesi, si racconta di come Giacobbe non potendo avere figli dalla moglie Rachele, si congiunse con la serva Bilha, proprio su richiesta della moglie; e nel 1984 venne alla luce Zoé, la prima bambina “venuta dal freddo”.

Congelamento e stoccaggio di embrioni, donazione di uova, inseminazione artificiale, possibilità di scegliere il sesso del nascituro: “siamo entrati in un vero supermercato genetico”, scriveva Paolozzi. Una volta i bambini erano un dono di Dio o della Natura; in fondo al XXesimo secolo diventano un dono della scienza.

Scritti su #Altan

Per indagare l’opera di uno dei più grandi autori di fumetti italiani, Daniele Brolli per Comma 22 ha assemblato una raccolta di interventi (vecchi e nuovi), firmati da Stefano Benni, Marcello Jori, Oreste del Buono, Luca Raffaelli, Marco Belpoliti, Marcelo Ravoni, Georges Wolinsky, Emilio Varrà. Il libro uscì nel 2009.

Scritti su Altan, Comma 22Di particolare interesse una lunga intervista (a Eddy Devolder) in cui Altan descrive il suo metodo di lavoro, come ha cominciato, i meccanismi di costruzione delle vignette e delle storie a puntate, e cita alcuni suoi riferimenti, alcune sue predilezioni.
Per esempio, ricorda la scoperta di Jules Feiffer sulle pagine di Linus.

La prima creazione a fumetti – ancora in Brasile – è stata “Confetto”, a cui ha fatto seguito la storia di “Casanova” per un volume collettivo (vi parteciparono anche Crepax e Mattotti). Altan riconosce a Ravoni e all’agenzia Quipos di averlo indirizzato verso il fumetto politico.

“Ancora oggi non disegno mai con l’idea di giudicare o condannare. In altre parole, non tratto la politica come un tribunale ma piuttosto come un teatro”. L’unico personaggio politico a essergli “rimasto sullo stomaco” è Bettino Craxi.

Quanto alle storie a puntate, confessa che gli piacciono tanto gli intrecci al punto che comincia senza sapere dove andrà a finire; ha una predilezione per le strutture labirintiche, con più vie di accesso e in cui si rischia di perdersi (cita John Le Carré fra gli autori prediletti), per i puzzle a incastro. Il commento a margine è l’anello di congiunzione fra le storie a puntate e le vignette politiche.
A proposito della Pimpa, creata per sua figlia, quando aveva poco più di due anni, ammette: “Io abbellisco la realtà per i bambini, è vero, ma credo che abbiano tutto il tempo per scoprire come gira il mondo”.

Alla richiesta di indicare due vignette da cui si senta particolarmente rappresentato, Altan risponde:
“Mi vengono in mente opinioni che non condivido”
“Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio”.

Fiducia nell’acqua, Gipi

La dodicesima delle 15 uscite in edicola dell’opera integrale di Gianni Pacinotti è dedicata all’acquerello, a illustrazioni e disegni sparsi. La qualità di stampa è ottima, ma non riesco ad accettare che volumi con questa diffusione siano così carenti di apparato redazionale, persino privi delle date in cui l’autore ha realizzato le tavole.

Campi alluvionati, fiumi tumultuosi, torrenti e acquari, volti riflessi in una pozza, mari tempestosi… e poi personaggi immersi in situazioni emblematiche (un esponente del KKK a un incrocio, un altissimo giocatore di basket immerso nella nebbia, una donna appena scesa dalla corriera, uomini bendati che mangiano hamburger accanto a carcasse di animali, musicisti che attraversano muri, un sollevatore di pesi con due cuori sul bilanciere)… e frequentissime allusioni al sogno e al volo. Ci sono anche espliciti omaggi a Giulio Regeni e Federico Fellini.

Ognuna di queste tavole è un potenziale punto di partenza o di arrivo, da qualche parte nell’universo poetico e figurativo di Gipi. In fondo, una sua confessione, scritta nel 2006: “come faccio a scrivere del raccontare storie senza menzionare il loro contrario, quella condizione di non scrittura che è la mia nemica e paura maggiore?”.

Gipi ci descrive la sua tardiva presa di coscienza – non si sente più “un giovanotto irruento” – intorno alla “analisi dei modi e delle forme del racconto”. Sa quel che sta facendo: compone storie con disegni, immagini e parole. Sa, anche, che a volte i segni sono scarni, e si possono percorrere a grandissima velocità; altre volte impongono di rallentare lo sguardo, “aggiungendo dettaglio e profondità”. Cambia il ritmo, cambia il respiro, cambia lo stato d’animo.

La principale qualità di Gipi a me pare proprio questa: proporre stati d’animo. Le sue sceneggiature sono ellittiche, spesso risultano più importanti le assenze delle presenze e i fatti avvengono fuori scena. Ma l’infelicità, la solitudine, le paure, l’angoscia, la fragilità, gli scatti di nervi riempiono ogni sua pagina disegnata. E pochissimi sanno estrarre dall’acqua forme potenti e sfuggenti come riesce a lui.

#KenParker, Avventure in acquerello, 1993

Avventure in acquerello Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, Parker editore, 1993

Quasi a riprodurre il formato orizzontale delle copertine “aperte”, vengono qui raccolte le 59 della serie regolare di Ken Parker, pubblicate dalla Cepim fra il 1977 e il 1984.

Berardi ricorda i primi passi quel Jed Baker ipotizzato già nel ’74 per la Collana Rodeo della stessa casa editrice, e come la scelta degli acquerelli per le copertine venne decisa all’ultimo momento, Sergio Bonelli recalcitrante, per i costi aggiuntivi e la scarsa omogeneità con le altre testate western.

Milazzo, che tanto ammirava gli acquerelli di Pratt, realizzò queste opere su fogli 35×50, di preferenza ruvidi, e la decisione essenziale è quella del taglio dell’inquadratura, senza schizzi preliminari, la matita usata solo per la “ricerca dei volumi”. Perché, scrive Berardi, “Milazzo pensa in termini di luce e ombra”.

Fra i riferimenti pittorici più significativi, vengono citati Toulouse-Lautrec e Hopper, i pittori westerners (Bama, Clymer, McCarthy, Tenney, Remington), i grandi illustratori americani (Rockwell, Levine, Pyle, Wyeth), e poi cineasti Usa e della commedia all’italiana.

Ecco le mie dieci preferite:
15. Uomini, bestie ed eroi
17. La lunga pista rossa
24. Lassù nel Montana
28. Il caso di Oliver Price
35. Il sentiero dei giganti
43. A due passi dal paradiso
46. Adah
50. Storie di soldati
54. Boston
58. Sciopero

L’uomo del Texas, Galleppini e Nolitta, 1977

Nono volume della collana “Un uomo un’avventura”, nel classico formato 24×32 cm di 48 tavole a colori.
Galep e il Texas sono un binomio “classico”, essendo quella l’ambientazione delle prime storie di Tex Willer e dei suoi pards. Classica è anche l’accoppiata di Galep (all’epoca sessantenne) con Nolitta (pseudonimo di Sergio Bonelli), autore di soggetto e sceneggiatura.

Uomo del Texas di Galep1887, Little Field: viene rapinata la banca del paese, ucciso il cassiere, quattro banditi escono sparando, il vicesceriffo (simile a Kit Willer) cerca di fermarli, ne uccide uno ma viene a sua volta colpito. Lo sceriffo organizza l’inseguimento.

Il primo colpo di scena vede Frank, uno dei tre banditi superstiti, uccidere a sangue freddo gli altri due per impossessarsi di tutto il bottino.

Il secondo colpo di scena vede il risveglio, due giorni più tardi, di una delle due vittime, Roy, soccorso e salvato dal medico del 3° Cavalleggeri; presto si scopre che il capitano del reparto, Jerry Vance (biondo, somiglia a Richard Widmark) è un vecchio amico di Roy, e ovviamente non sa delle sue responsabilità nella rapina.

Terza sorpresa: Roy offende Jerry definendo “macellai” Custer e Chivington, due generali famosi per il massacro di pellerossa. Ma fra i due vecchi amici prevale un sentimento di complicità, ognuno decide di non impicciarsi nei fatti dell’altro.
Lentamente Roy si riprende e medita vendetta nei confronti di Frank: fonde in una sola pallottola le tre che il medico gli ha estratto dal corpo, deciso a uccidere con quella l’ex complice; intanto gli scout del 3° Cavalleggeri setacciano il territorio alla ricerca di Cheyennes. Li trovano… Il vanitoso, ambizioso capitano Vance, uscito da West Point per ottenere la sua parte di gloria nella chiusura delle guerre indiane, scopre che quella tribù, stremata e senza viveri, intende consegnarsi senza combattere…

Dall’introduzione di Gino D’Antonio:
“L’esempio dei Cheyenne di Black Kettle è indicativo poiché questo capo era stato sempre fra i meno bellicosi. Il suo campo a Sand Creek fu attaccato e distrutto senza preavviso nel novembre del 1864 una prima volta, e tutti quelli che non riuscirono a fuggire furono abbattuti senza distinzione di età o di sesso. Il colonnello Chivington che guidò il massacro fu messo sotto inchiesta ma ne uscì senza danni.

Nel ’68, quattro anni dopo, il 7° cavalleggeri del generale Custer si materializzò di sorpresa in un’alba nevosa sulle rive del fiume Washita dove i Cheyenne avevano messo le tende. Al suono della banda militare i cavalleggeri piombarono sul campo tirando a tutto quel che si muoveva. Anche Black Kettle, che era scampato all’attacco precedente, fu ucciso quasi certamente pagando per colpe che non erano sue.

L’ultimo di questi ingiustificati massacri avvenne sulla sponda del torrente Wounded Knee nel dicembre del 1890, quando gli ultimi indiani ancora liberi erano ridotti a poche bande di disperati vaganti senza meta, intenti solo a sfuggire la caccia dei soldati. Erano Sioux della banda di Big Foot e sulla riva del torrente dove erano accampati i soldati li raggiunsero. È certo che vi fu un’intimazione di resa, ma lo è altrettanto il fatto che i cannoni puntati sulle tende aprirono quasi subito il fuoco dando il via a un massacro indiscriminato che continuò anche quando i Sioux dopo un abbozzo di resistenza si diedero alla fuga. Alla fine, sulla neve rossa di sangue si contarono non meno di centocinquanta corpi di uomini, donne e bambini”.

Arkas, Indecenze – A passo di gatta, Lavieri comics 1996-97

Nel 2008, l’editore Lavieri ha pubblicato i primi due albi (60 tavole a colori) della collana “Kastrato” (traduzioni di Priscilla Maddaloni), realizzati dal greco Arkås una dozzina d’anni prima. Dopo i “Voli radenti” dei passeri, e la varietà sessuali di “Tira fuori l’animale che è in te”, stavolta l’autore si concentra sui gatti e sulla dimensione domestica.
Per la prima volta, il formato delle tavole è orizzontale.
Per la prima volta, anziché dialoghi si tratta di strisce vere e proprie, di 4-5 o 6 tavole.
Ultima differenza essenziale, compare una figura umana, l’anziana padrona di casa – vedova di un colonnello, senza figli, non fa che parlare del passato e suonare il pianoforte – che accudisce una coppia di gatti: il maschio si chiama Kastrato, la femmina Lucrezia.

Kastrato è bianco, grasso, pacifico e remissivo: un cuor contento, che non capisce perché Lucrezia sia così insoddisfatta e abbia sempre pensieri “indecenti”.

Tanto Lucrezia è animata dalle sue pulsioni erotiche, furba, spiritosa e dissacrante (rovina divani e gioca con la dentiera della vedova), tanto Kastrato è banalmente buono, servile, pantofolaio; sempre acciambellato sul divano, non esce più di casa da quando un uccello gli ha defecato sulla testa. È arrivato a filosofeggiare sulla sua condizione: “La castrazione ha un aspetto positivo. Ti affranca dalle misere passioni e ti porta ad occuparti di cose superiori”. Lucrezia lo guarda con compatimento, verificando il danno irreversibile causato dal lavaggio del cervello per via ormonale. Ma il suo unico contatto erotico consiste nello strofinarsi contro le piante sul balcone.

In un paio di strisce fa la sua comparsa il pestifero passerotto di “Voli radenti”: neanche a dirlo, trova subito affinità con Lucrezia e disprezza Kastrato.

Arkas - Kastrato

Doonesbury… attento al mattone, Garry Trudeau, Milano Libri, 1974

Il volumetto raccoglie un centinaio di strisce pubblicate fra il 1971 e il ’73, con tre figure principali, mostrate nel corso delle vacanze estive dall’immaginaria università di Walden: Michael Doonesbury, B.D. e Mark Slackmeyer.

Mike passa una parte delle vacanze dalla madre vedova; è lei che gli paga gli studi, e non manca di farglielo notare. Affettuosa quanto asfissiante, la madre considera ogni ragazza una distrazione negativa; Mike è l’oggetto d’amore attraverso il quale realizzare le sue ambizioni frustrate (da ragazza, voleva diventare presidente della General Motors)

Con l’immancabile casco da football americano, il suo compagno di camera, B.D. frequenta un campo estivo dove insegnano “comando” e “disciplina”, e in via ufficiosa a “a essere meccanismi sistematici di distruzione e di morte”. Fra queste reclute, B.D. è la più esaltata. Le sue letture si limitano alla Selezione del Reader’s Digest.

Intanto, Mark si impegna a portare “la buona novella sulla rivoluzione” ai lavoratori edili, in vista di “una meravigliosa alleanza studenti-lavoratori”, ma questi operai lo buttano nel bidone della spazzatura. Slackmeyer padre è ricco, lavora in Borsa, insiste affinché il figlio provi l’esperienza da broker, Mark resiste un solo giorno, poi torna a dialogare con gli adorati lavoratori. Costoro respingono il suo atteggiamento paternalistico, non hanno mai sentito parlare di Marx, a meno che non sia un giocatore di baseball dei Cubs, dei Pirates o forse dei Mets.

C’è Nixon alla Casa Bianca. Sta al culmine dei suoi consensi, non ha ancora deciso di uscire dal pantano vietnamita e non è ancora scoppiato il Watergate. Il Presidente va in tv a dire ai disoccupati – come il padre di B.D., ormai fisso in poltrona a bere birra – che “è meglio accettare un lavoro umile che non lavorare affatto”. Non risulta molto convincente; i genitori di B.D. sono emigrati dalla Polonia, inseguendo il Sogno Americano.

Al ritorno a Walden, quell’autunno, B.D. conosce Boopsie, scatenata cheerleader della squadra di football, e fra i due è amore a prima vista. Destabilizzante, entra in squadra Zonker: indossa un casco diverso da quello di tutti gli altri e fuma marijuana mentre sta nel pacchetto di mischia.

Arkås, Kastrato – Fuori controllo + De gustibus

Nel terzo e nel quarto capitolo della saga di Kastrato e Lucrezia (tradotti da Priscilla Maddaloni), si accentuano le caratteristiche dei due personaggi. Ne deriva una dialettica fra caratteri antitetici, irriducibili, e tuttavia costretti a convivere.

La gatta è ormai “fuori controllo”, non ce la fa più a reggere la forzata astinenza sessuale, e il gatto non riesce ad arginarla. Lucrezia rompe vasi cinesi per puro dispetto, poi li finisce con il martello e i resti finiscono nel barattolo dello zucchero. I suoi continui doppi sensi fanno arrabbiare Kastrato, che però è così mite e remissivo che se ne dimentica subito, esponendosi a nuove, umilianti punzecchiature. E se prova a distrarla o, peggio, a consolarla, si espone ad autentiche rappresaglie.

Ascoltando i ricordi della vedova, Kastrato si intenerisce, Lucrezia sbotta in commenti sarcastici; ma l’acritica accondiscendenza del bianco gattone può essere altrettanto comica.
Arkås, Kastrato 3 e 4Quando la vedova decide di passare qualche giorno in una località termale, a fare sabbiature, e porta con sé i gatti, potrebbe aprirsi la grande occasione per Lucrezia; invece, la gatta rientra più arrabbiata che mai: i maschi erano tutti castrati, tranne uno che era gay…

Educato, placido e soddisfatto, lui; maligna, intrattabile e insoddisfatta, lei. Ma la vera differenza fra Kastrato e Lucrezia è nella dimensione intellettuale. Lucrezia è piena di irrefrenabili fantasie sessuali (qualunque pretesto è buono: persino gli 11 maschi del gioco degli scacchi), Kastrato è pieno di cibo e di illusioni.

Sempre più panciuto, si espone agli sberleffi di Lucrezia, replicando che i suoi sono problemi ormonali e di ritenzione idrica. Davanti alle periodiche polpette di riso della vedova (“la signora” per lui, “la vecchia” per lei), Kastrato prova un senso di riconoscenza, Lucrezia si domanda se siano più adatte al golf o al ping pong.

Un giorno sentono miagolare sull’uscio di casa, aprono e trovano un gattino neonato. E il lettore scopre che Lucrezia fu raccolta dalla strada, debole e affamata (“Perciò non ho potuto opporre resistenza”), mentre Kastrato fu comprato a caro prezzo in un negozio di animali domestici. Il neonato è femmina, la vedova pensa di non poter aggiungere un terzo gatto e decide di affidare la gattina all’amica Giulia, molto miope, nonché zitella…

Berardi-Milazzo, L’Inno

In 24 tavole in bianco e nero, “liberamente ispirato a The Anthem and the Cop di O. Henry (pseudonimo di William Sydney Porter), ecco il primo incontro fra due vagabondi, Stanlio e Ollio, che si disputano una panchina, ma fanno presto amicizia:

– Oh, parlate molto difficìle.

– Mhmm, non per gloriarmi, ma ho frequentato l’università per quindìci anni!

– Come proféssore o come studente?

– Bidello.

I due si dividono la panchina (lo skyline fa capire che siamo a Central Park).

È il 10 novembre, Ollio ha dolori reumatici “sempre puntuali”, non è più possibile dormire all’aperto. Il piano è farsi arrestare, per svernare a spese dello Stato, ma vari tentativi falliscono. Finché, proprio dopo aver cambiato idea, Ollio viene arrestato, per vagabondaggio.

Paga la cauzione con i soldi che ha ricevuto in regalo da colui che prima aveva derubato.

Già in una storia di Ken Parker (Casa dolce casa), la favolosa coppia di autori genovesi aveva manifestato il proprio amore per Laurel e Hardy.

L&H 16, segue

L’Ombra di Hugo Pratt

Pubblicato da RCS Lizard, il volume raccoglie 3 fra ultime storie – uscite nel 1966, ognuna di 31 tavole in bianco e nero – matite e china di Pratt su testi di Ongaro (Alfredo Nogara); il personaggio aveva esordito due anni prima sulle pagine del “Corriere dei piccoli”.

Del supereroe, l’Ombra possiede alcuni ingredienti essenziali: la maschera (l’identità segreta) e qualche potere (in questo caso tecnologico). La costante presenza di un assistente-collaboratore, il principe Wu, rimanda al Robin di Batman e alle “spalle” di altri classici personaggi del fumetto d’avventura.

L’atmosfera è naif, magica, a volte esotica, con scarni riferimenti fantascientifici, alla Jules Verne. Rivolgendosi a un pubblico di ragazzi, è minimo lo spargimento di sangue, molti combattimenti sono a mani nude, l’arcinemico, il dottor Sanders, viene catturato e imprigionato enne volte.

I legami più evidenti, l’Ombra li ha con Phantom, l’Uomo Mascherato, e con James Bond; per la sua professione e per altri dettagli, è facile vederlo come un precursore di Martin Mystère. Fra le pieghe di queste tre storie, il lettore scopre che la vera identità dell’Ombra è quella di Peter Brook, docente presso l’università di San Francisco. Leggi il resto dell’articolo

Il Progetto Marvels, Ed Brubaker – Steve Epting

The Marvels Project è una miniserie in 8 capitoli, disegnata da Epting e scritta da Brubaker per celebrare il settantesimo anniversario della casa editrice (all’epoca si chiamava Timely).
In una storia ambientata fra il 1939 e il 1941, assistiamo alle “vere” origini del Marvel Universe, all’entrata in scena delle “meraviglie”: Capitan America, la Torcia Umana originale, Namor the Sub-Mariner. Analogamente al Marvels di Kurt Busiek e Alex Ross, le vicende sono narrate da un uomo privo di superpoteri; in quel caso era un fotoreporter, Phil Sheldon, stavolta si tratta di un medico, Thomas Halloway, che decise di calarsi nei panni del giustiziere mascherato, e si faceva chiamare “l’Angelo”.
L’intenzione è chiara: come la DC Comics – che in quegli anni inventava Superman, Batman, Wonder Woman – anche la Marvel vuole sottolineare che le sue radici affondano nella Golden Age del fumetto americano, negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Quello Timely è un “universo” interamente maschile, dettaglio che fa riflettere sull’evoluzione del genere.

The Marvels ProjectBrubaker sceglie il tono della spy story. Prima che la guerra scoppi, e che coinvolga ufficialmente gli Stati Uniti, fra il Terzo Reich e il governo di Roosevelt si combatte una battaglia sotterranea, si susseguono esperimenti segreti per trovare nuove armi. Leggi il resto dell’articolo

La rivoluzione sessuale di Peter e Zizì, Editiemme, 1980

Zizì e Peter sono una giovane coppia, stanno per sottoporsi a un esperimento scientifico contro la frigidità. Peter Panpan è presidente dell’Unep (l’Unione Nazionale degli Eiaculatori Precoci), di chiaro orientamento marxista.

Il dottor Bunda, sessuologo di fama internazionale, sostiene di aver trovato un trattamento per contrastare l’eiaculazione precoce: una scossa elettrica dolorosissima, così “l’organismo impara a procrastinare questo istante penoso”.

Assistono all’esperimento i genitori di Zizì, alcuni amici, i medici, una suora. Dopo due ore e un quarto, con Peter sull’orlo del collasso, Zizì arriva all’orgasmo totale. Euforico, Bunda commenta: “Questa è la prova che non esistono donne frigide, ma solo uomini insufficienti”.

L’esperimento viene presentato al Congresso di Sessuologia, dove si sono radunati vari gruppi: per primo, prende la parola il gruppo scissionista dell’Unep, che dopo la sua performance di oltre due ore non intende più riconoscere Peter come leader del movimento. Poi, l’Associazione delle Donne Frigide rifiuta ogni accordo programmatico con l’Unep. Il palco del congresso viene preso d’assalto dagli Esibizionisti della Senna-e-Marna, dal Fronte unito dei Masochisti Cristiani, dal Fronte di Sottomissione degli Omosessuali Passivi.

La scena successiva vede un guerrigliero sessuale (pretende di essere chiamato “individuo ripugnante”), che sequestra l’ambasciatrice degli Stati Uniti, abusa (?) di lei davanti al marito e alle telecamere e detta condizioni assurde per liberarla.

Un commando di Guardoni Rivoluzionari obbliga una coppia (lui è un ricco direttore marketing) a fare sesso davanti a loro, altrimenti distruggeranno l’impianto hi-fi. Leggi il resto dell’articolo