Shi, la via del guerriero, Stanley Tucci

Anche un pettine e un ventaglio possono trasformarsi in lame affilatissime.

Bill Tucci è autore, disegnatore e produttore di una miniserie in dodici parti, ambientata a New York e impregnata di cultura giapponese; in Italia è stata proposta da Cult Comics nel 1999.

Per realizzare questo progetto, nel 1994 il ventottenne Tucci dovette fondare una casa editrice, la Crusade Comics; a sorpresa, la serie ebbe grande successo, proiettando l’autore fra le figure di culto del fumetto indipendente americano. Erede diretta di Elektra, Shi spalanca la strada al genere delle bad girls, destinato a esplodere in quegli anni attraverso personaggi come Witchblade, Cyblade, Lady Death, Darkchylde, Painkiller Jane… e il ritorno sulla scena di Vampirella. L’impatto fu così fragoroso che persino la Marvel dovette cedere, e modificò i costumi della Donna Invisibile e della Vedova Nera, rendendoli smaccatamente sexy.
Trattandosi di una produzione di oltre 240 tavole a colori, Tucci coinvolge vari collaboratori: Billy Tan per le copertine (splendide), Peter Gutierrez per le sceneggiature, Mitch Bird ai disegni, Jimmy Palmiotti, Michael Bair e altri per le chine. Il risultato è discontinuo, sia dal punto di vista del segno che della trama, a volte eccessivamente arzigogolata.

Ana Ishikawa è l’identità che nasconde Shi, guerriera addestrata alle arti marziali secondo insegnamenti che risalgono ai Sohei, una setta di monaci militari dispersa nel Giappone feudale nel IX secolo.
Letale quanto sensuale, Shi si muove in silenzio: colori iperrealistici avvolgono le gesta di questa giustiziera di rosso (poco) vestita, con lunghissimi capelli neri, occhi verdi e il volto pitturato di bianco, come nelle rappresentazioni teatrali kabuki.

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Altre spigolature di Peanuts

Il libro d’oro dei Peanuts – uscito nel 2000, cinquantesimo anniversario della prima striscia apparsa sui quotidiani – contiene molte “prime volte”.

Lucy che toglie il pallone a Charlie Brown mentre sta per calciarlo (1952);
Lucy che si dichiara a Schroeder,
Linus che non vuole staccarsi dalla coperta,
Charlie Brown che scrive all’amico di matita,
la bancarella psichiatrica di Lucy,

il culto del Grande Cocomero (1959),
l’aquilone che si incastra nei rami,
Snoopy che si mette a due zampe,
Sally che si innamora di Linus (1959),
Schroeder che innalza il cartello per il compleanno di Beethoven,
Snoopy che comincia a scrivere un romanzo noir (1965),
Snoopy combatte il Barone Rosso (1965),
Charlie Brown si candida a spalare la neve,
arriva “Piperita” Patty (1966),
Snoopy litiga con lo “stupido gatto dei vicini”,
uno degli uccellini prende il nome di Woodstock (1970),
Snoopy si immedesima in Joe Falchetto,
appare Marcie al campeggio estivo accanto a “Piperita” Patty e la chiama “Capo” (1971),
nasce “Replica” (Rerum) fratello minore di Lucy e Linus Van Pelt (1972),
arriva Franklin il bambino nero (1968),
la prima visita di Spike (il fratello maggiore di Snoopy),
Harriet si aggiunge agli uccellini di cui fanno parte Woodstock, Bill, Conrad e Olivier (1980),
Sally comincia a chiamare Linus “il mio scimmiottino d’oro” (1981).

Spigolature di Peanuts

Schulz prende lo sport molto sul serio, cerca di penetrare nello spirito del gioco; “Le sfide che si affrontano negli sport funzionano meravigliosamente da caricatura di quelle che ci troviamo di fronte negli aspetti più seri della vita”.

Alle pareti dello studio, Schulz teneva tre fumetti originali: un Krazy Kat di George Herriman, una strip sul baseball di TAD (Thomas Aloysius Dorgan) e una dello Steve Canyon di Milton Caniff.

Schulz ammette di essere stato assolutamente contrario al titolo “Peanuts” impostogli dalla United Feature Syndicate; avrebbe voluto “Charlie Brown” o “Il buon vecchio Charlie Brown”.

A Schulz piace ascoltare Brahms, ma Beethoven ha un suono buffo.

L’autore rivela alcuni degli infiniti motivi di ispirazione ricavati dall’osservazione dei suoi figli, quand’erano piccoli; “I bambini notano molto di più di quanto pensiamo, ma nello stesso tempo non sembra quasi mai che sappiano quel che succede”.

Come il papà di Charlie Brown, anche quello di Schulz faceva il barbiere.

L’infatuazione di Charlie Brown per “la ragazzina dai capelli rossi” è pura autobiografia: da adolescente, Schulz si era innamorato di una coetanea che gli preferì un altro.

Batman: Fantasmi, Jeph Loeb e Tim Sale, 1995

Due anni dopo «Scelte», sempre per Halloween e ancora grazie alla coppia con Loeb-Sale, esce «Ghosts» (in due puntate, 48 tavole, numero 21 nella collana edita da Play Press), ispirato al «Canto di Natale» di Dickens. Il villain, stavolta, è Oswald Chesterfield Cobblepot, meglio noto come Il Pinguino.

Questa volta, il grottesco supercriminale dispone di un motore jet portatile, alimentato a cobalto: l’ha appena rubato, ma Batman riesce a catturarlo.

Bruce Wayne fa sogni che lo riportano alla figura del padre. In sogno, Bruce viene visitato da Thomas Wayne, ingobbito sotto il peso di lunghe catene (il senso del dovere), poi da Pamela Isley, alias Poison Ivy, che lo riconduce all’infanzia, alla Notte di Ognissanti in cui, vestito da Zorro, aspettò inutilmente il padre, per l’ennesima volta accorso per rispondere a qualche emergenza. Infine, viene visitato dal fantasma di Joker…

Al risveglio, ha compreso una cosa fondamentale: l’eredità della famiglia, la straordinaria ricchezza che si è trovato a gestire, non potrà essere onorata solo con il costume di Batman. “Voglio un modo per tenere il mio nome, la mia reputazione e la ricchezza dei Wayne vivi a Gotham City”. Nascerà la Fondazione Wayne, “per aiutare i meno fortunati”. Affidata alla gestione a uno dei suoi pochi amici, Lucius Fox.

Batman: Scelte (Halloween Special), Jeph Loeb e Tim Sale, 1993

Jonathan Crane, lo Spaventapasseri, e Jillian Maxwell, misteriosa femme fatale, sono i protagonisti di questa miniserie in tre parti intitolata «Choices» («Scelte»), uscita su «Legends of the dark Knights» nel dicembre 1993 (numero 18 nella collana edita da Play Press, 1998).

Trama notturna, con incursioni in bianco e nero e alternanza fra splash page e tavole divise in 16-20 vignette. Scarecrow entra ed esce dall’Arkham Asylum, la sua vena di follia si esprime in gesti e in parole (ha il gusto delle filastrocche). “Era uno psicologo. Ora è uno psicopatico”. Un esausto Batman lo sta cercando per riportarlo nella sua “cella imbottita”, da una settimana sta sabotando le centrali elettriche di Gotham, creando il buio che gli serve per moltiplicare la potenza delle sue tossine, che infondono terrore.

Bruce Wayne ha organizzato un sontuoso ballo in maschera per festeggiare le donazioni raccolte dalla sua Fondazione. Al ballo, fa la conoscenza di una donna affascinante, che ovviamente nasconde qualche cosa. Jillian Maxwell vuole sedurlo, il movente diverrà chiaro in seguito (ma Alfred Pennyworth diffida di lei al primo sguardo).

Alfred cerca conferma ai suoi sospetti sulla donna. Li trova nel database dei criminali ricercati da Fbi, Cia, Interpol, Scotland Yard e Kgb… Intanto Scarecrow rapisce Jim Gordon. Bruce Wayne è costretto a soffocare i suoi desideri (partire per una crociera con Jillian) per combattere lo Spaventapasseri.

Il dolore per la prematura scomparsa dei genitori non abbandona mai il Cavaliere Oscuro, perennemente combattuto fra il proprio senso del dovere e il desiderio di una vita felice. Il finale riecheggia quello di uno degli ultimi, favolosi noir: «Brivido caldo».

Tex 32. Il magnifico fuorilegge, Andreucci e Boselli, 2017

Fuori dalla continuity seriale, da 32 anni ogni estate viene punteggiata dal “Texone” di 240 grandi tavole in bianco e nero, in questo caso sceneggiato da Boselli (alla sesta firma) e disegnato da Andreucci, visto all’opera su «Zagor» e «Dampyr».

Il personaggio di Tex ha quasi 70 anni: apparve nel 1948 su testi di Gianluigi Bonelli e disegni di Aurelio Galleppini in una storia intitolata «Il totem misterioso». Quel Tex era un ricercato, aveva una taglia sulla testa, veniva inseguito da sceriffi e cacciatori di taglie; fra le accuse, l’aver ucciso l’assassino di suo fratello Sam. Si trattava di legittima difesa, ma il giovane Tex doveva dimostrare la sua innocenza per uscire dalla dimensione del fuorilegge.

Boselli riprende quel passato, ponendo il Tex adulto intorno a un fuoco della riserva Navajo, insieme a Kit Carson e al figlio Kit. Con un segno pulito e gradevole, e un’ottima varietà nella scelta delle inquadrature (non priva di omaggi al cinema classico), Andreucci propone un personaggio senza rughe, meno massiccio ma più spavaldo e presuntuoso… L’azione si svolge fra il New Mexico e l’Arizona (l’anno dovrebbe essere il 1858). Tex viene circondato da una ventina di vigilantes che lo accusano di aver rapinato una banca. “Ero giovane e sconsiderato”, dice di sé. Ma cavalcava uno stallone favoloso, Dinamite, che lo aiutava a tirarsi fuori dai guai. Leggi il resto dell’articolo

All’inferno e ritorno (Hell and Back. A Sin City Love Story), Frank Miller 1999-2000

Due volumi per una miniserie in 9 puntate, uscite fra il 1999 e il 2000. Il solito, implacabile bianco-e-nero, dove i neri sono compatti e nerissimi, con improvvise incursioni coloristiche di Lynn Varley a esaltare corpi femminili. Miller sacrifica l’intreccio a vantaggio di splash page in serie, a volte lasciando l’impressione si trattasse di bozze reinserite per allungare il brodo.

È una notte d’estate, un disegnatore squattrinato (Wallace) incrocia una bellissima donna che vuole suicidarsi, gettandosi da una roccia. Si butta in acqua e la salva. Due uomini osservano la scena con il binocolo.
Quando la donna, Esther, si riprende, Wallace, eroe di guerra, guidato da un fortissimo senso dell’onore, tipico “buon samaritano”, non può fare a meno di innamorarsene.

Esther viene rapita dai due uomini misteriosi, uno è chiamato “dottor Fredric”, e Wallace viene drogato e stordito. La polizia è corrotta, Wallace capisce presto che dovrà trovare Eshter da solo (“Qualsiasi cosa stia succedendo, gli sbirri stanno dalla parte del nemico”). Prima, però, impartisce una severa lezione a mani nude a quattro poliziotti che lo minacciano. C’è pure un esplicito riferimento al pestaggio di Rodney King.

Riappare Manute, il gigantesco autista già apparso in vari episodi della saga, e Wallace lo distrugge a mani nude: è una macchina da guerra, che si attiva pigiando un interruttore. Usa un linguaggio da bravo ragazzo, non dà confidenza nemmeno alle donne che gli si strusciano addosso. Della sua etica, fa parte questo sentimento: “Odio i cecchini. Bisognerebbe avere le palle di guardare un uomo negli occhi quando lo si uccide”.

L’inseguimento è pieno zeppo di allucinazioni, personaggi dei comics si sovrappongono ad amici (vecchi commilitoni di Wallace) e nemici.
Ma Wallace sa come seguire una traccia: trova centinaia di neonati e donne imprigionate, un laboratorio e un obitorio, un set per snuff movie, traffico di donne e traffico di organi.

Graficamente notevole, è la sceneggiatura meno originale e meno intrecciata alle altre fra quelle che Miller ha dedicato a Sin City.

Wonder Woman, 66 interpretazioni grafiche

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Alcol, pupe e pallottole (Sin City 6), Frank Miller, 1998, Magic Press

Stavolta Miller sceglie la strada del frammento, del bozzetto: 11 racconti, alcuni brevissimi, story board di possibili cortometraggi.
Riappaiono, anche solo per pochi attimi, Marv, Dwight, Miho, Gail, Shelley, Nancy. Hartigan, Palla di lardo e Bamboccetto, e si staglia la figura di Delia, femme fatale che fa perdere la testa e trova fin troppo facile uccidere.

Marv ha perso la memoria. Cerca di ricordare cos’è successo nelle ore immediatamente precedenti; ha ucciso una banda di ricchi ragazzi sadici che stavano per bruciare vivo un barbone, per puro divertimento, ma non ricorda a chi ha rubato il cappotto che indossa (Marv ha sempre questa ossessione dei bei cappotti, non vuole sforacchiarli con i proiettili).

Sembrano nude anche sotto i vestiti, le donne di Sin City. Una bellissima bionda con i capelli corti (“tutto quello che un uomo potrebbe desiderare”, le sussurra un uomo elegante) si lascia offrire una sigaretta da costui, si lascia abbracciare e baciare… L’uomo è un killer, il suo killer: “Le dico che l’amo. Il silenziatore trasforma il colpo di pistola in un sospiro. La tengo stretta fino a che non muore. Non saprò mai da cosa scappava. Incasserò l’assegno durante la mattinata”.

In “Notte silente”, fingendosi pedofilo, il detective Hartigan libera una bambina dai suoi loschi rapitori. La storia è quasi interamente muta, il grande corpo del poliziotto attraversa una tempesta di neve, uccide le guardie che gli si frappongono, finché trova Kimberly, la bambina rapita (dagli enormi occhi).
Uscì nel marzo 1997 con una dedica alla memoria di Hugo Pratt.

Johnny si chiede se avrà il coraggio di uccidere il padre di Amy. Non capisce che è una trappola, e lui è la vittima di un gioco rituale: istigato da Amy, spara cartucce a salve contro “papi”, che lo brutalizza di botte, e prima di ucciderlo, Amy gli dice: “è invecchiato e gli ci vuole un sacco per eccitarsi”.

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Affari di famiglia (Sin City 5), Frank Miller, 1997

Quinto capitolo della saga di Basin City, la città del peccato.

Il noir è fatto da ingredienti immancabili: un potere sadico e perverso, che non dà valore alla vita umana; un antieroe (spesso un detective) che cerca di mettere ordine nel caos, e almeno di salvare la pelle; una femme fatale, un mostro seducente che trascina alla rovina come le Sirene di Ulisse; un contesto di depravazione e deprivazione, una struggle for life che non mostra alcuna pietà per i deboli, un’umanità alla deriva che per sopravvivere accetta qualunque ruolo. Il noir lievita sul crimine e sul peccato.

Fin dall’inizio Miller ha scelto di gestire un nugolo di personaggi nel solito, potentissimo bianco e nero, fatto di sagome sinuose o deformi, fiocchi di neve contro cieli di pece, segni stilizzati che grondano dalla pagina, confezionando storie noir che lasciano senza respiro. Anche in queste 122 tavole, si dipana una storia di ribellione individuale, di vendette riparatorie, di innocenze sfigurate, di giustizia sommaria.

Conosciamo già Dwight, che fin dall’inizio ci dice di avere accettato quel compito non solo perché ha un debito inestinguibile con Gail: l’avrebbe fatto comunque. La sera prima, qualcuno ha fatto una strage, anzi “non hanno tralasciato nulla, hanno fatto a pezzi ogni maledetta cosa”. Siamo già a conoscenza della corruzione della polizia, e conosciamo già la piccola, silenziosa, letale, sadica Miho, maestra delle lame e delle armi da taglio. Senza dire una parola, è Miho la vera protagonista di questa trama.

Il finale della storia dovrà compiersi a Sacred Oaks, quartiere dei ricchi, là dove “sono svelti a rimuovere carne triturata e ossa rotte. Sono abituati a sciacquare via il sangue dall’asfalto prima che abbia modo di seccarsi”. La carneficina è fin troppo ovvia. Non lo è la mirabile entrata in scena di Daisy (fatalissima, inguainata in un abito da sera), un’altra delle ragazze della Città Vecchia, l’amante di Carmen, venuta a dare il colpo di grazia.

Quel bastardo giallo (Sin City 4), Frank Miller, 1996

La più lombrosiana delle storie di Sin City.
Il vecchio poliziotto Hartigan scopre che i rapimenti di bambine violentate e uccise ruotano intorno al figlio del senatore Roark. Salva Nancy Callahan, undici anni, e spara alle mani e in mezzo alle gambe di Junior Roark, prima di essere tramortito da un collega corrotto.
Incastrato, torturato, passa otto anni carcere. Preferisce non difendersi, né confessare, perché sa che Roark è ancora sulle tracce di Nancy; anche la moglie lo abbandona, credendolo un depravato (è lui a volerlo, sapendo che anche la moglie può diventare un bersaglio della vendetta dei Roark).

Per otto anni Nancy gli scrive ogni settimana, firmandosi Cordelia. Poi viene recapitato ad Hartigan un dito mozzato. Il vecchio poliziotto pensa che Nancy sia stata rapita. Decide di confessarsi pedofilo, umiliandosi davanti a Roark pur di uscire dal carcere. Lucille (quella che aiutò Marv nella prima storia) è il suo avvocato, cerca inutilmente di dissuaderlo.

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Un’abbuffata di morte (Sesso e sangue a Sin City), Frank Miller, 1996

Sin City è un organismo vivente. Non è solo lo sfondo su cui si agitano i personaggi, vive di vita propria, emana vibrazioni. Questa è una delle trame che compongono il primo film; mi pare che Miller abusi con le splash page.

Ritroviamo Dwight, uscito dall’incubo di Ava Lord, e Shelley, la bellissima, lentigginosa cameriera del saloon (quella che non sta zitta un momento). Sembra che i due stiano cercando di rifarsi una vita, ma nella vita di lei c’è un passato che bussa bruscamente alla porta (non in senso figurato): un uomo abituato ad abusare del suo potere, un poliziotto, ma questo Dwight non lo sa.

Dwight umilia la banda e la mette in fuga. Poi sono le prostitute della Città Vecchia a farsi giustizia; spiccano le bellissime Gail, vestita sadomaso, e Miho, letale ninja. Solo dopo si rendono conto che a capo del gruppo è un poliziotto pluridecorato. “La tregua aveva retto per anni, la polizia si beccava una parte dei profitti e un po’ di fica gratis… Sarà la guerra, il sangue inonderà le strade, tutto perché un coglione ha bevuto troppo. Un coglione col distintivo”.

Dwight deve moltissimo a quelle “ragazze” e ha un legame indissolubile con Gail. Decide di far sparire i cadaveri nei pozzi di catrame, ma non tutti e cinque – nonostante le lame affilate di Miho – stanno nel bagagliaio. Intanto, la criminalità organizzata (“la Mala”) cerca di approfittare di quanto è accaduto per riprendere il controllo sulla Città Vecchia.

Mercenari irlandesi al soldo della Mala recuperano la testa mozzata del poliziotto, il ricomparso Manute rapisce Gail; qualcuno ha tradito… Sembra tutto perduto, ma ecco un preciso riferimento alle Termopili, la leggenda che Miller illustrerà in «300» (1999): Dwight e Miho, come Leonida e gli Spartani, scelgono il terreno della battaglia finale, contro un nemico tanto più numeroso.

Wonder Woman 33 (ultimo). Raffaele Marinetti e Alicia Wu


Chiudo la serie delle rappresentazioni grafiche di Wonder Woman – 66 in totale – con questa coppia. Pensavo di fermarmi a 60, ma ho ricevuto varie segnalazioni e scoperto una decina di autori che non conoscevo.

Non sono un grande conoscitore delle storie dell’Amazzone, mi sono fatto l’idea che sia disegnata molto meglio di come è scritta, ma se qualcuno ha tempo e voglia di suggerirmi 3-4 letture… Grazie, comunque.