Alan Turing finirà sulle banconote

L’Inghilterra sta per mettere il volto di Alan Turing sulla banconota da 50 sterline. Riconoscimento simbolico quanto tardivo a una delle personalità più discriminate nella storia inglese del Novecento, nonostante i meriti scientifici e il contribuito fondamentale alla sconfitta del nazismo.

Turing morì suicida a quarantadue anni, dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica.

Enigma, di Michael Apted, 2002, con Kate Winslet e Dougray Scott

Enigma, la strana vita di Alan Turing, 2012, di Tuono Pettinato e Francesca Riccioni

The Imitation Game, di Morten Tyldum, 2014, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley

Storia delle scoperte e delle invenzioni a fumetti, Enzo Biagi e altri

In 160 tavole a colori, di grande formato, i testi di Biagi sono disegnati da Giacinto Gaudenzi, Aldo Capitanio, Paolo Piffarerio, Alarico Gattia e Dino Battaglia; alla sceneggiatura collaborò Giuseppe Pardieri.

Detto che Battaglia (solo 7 tavole) è fuori classifica – suoi i disegni dedicati a Meucci e Bell, a Guglielmo Marconi, Wilhelm Konrad Rontgen, Sigmund Freud, – mi piacciono molto le tavole di Capitanio, stracolme di immagini e colori, con il testo che si insinua fra i disegni.

Scriveva Biagi: “L’immaginazione non ha limiti. Ma bisogna che la scienza, in ogni caso, liberi l’umanità dalla fatica, dalla paura e dalla disperazione, e non diventi strumento di annientamento”.

L’approccio è pedagogico. Il fumetto accompagna le didascalie e si insinua nei balloons, spesso infantili, per semplificare concetti, raccontare storie in modo semplice ed immediato. Ogni tanto, nei balloons, vengono riportate frasi estratte dalle memorie dei protagonisti.

Si comincia dalla lenta uscita dell’uomo dalle tenebre primitive, attraverso i passaggi che caratterizzano le prime civiltà (egizi, mesopotamici, fenici, cinesi, indiani, maya…). A sconosciuti dobbiamo la ruota, la scrittura, la produzione del fuoco, la fusione dei metalli, la coltivazione delle piante, la conservazione dei cibi… Poi entrano in scena i primi geni: Talete, Euclide, Archimede, Pitagora.

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Alligatore. Dimmi che non vuoi morire, Igort e Carlotto

Traghetto per Cagliari, Marco Buratti, detto l’Alligatore, sta per sbarcare in Sardegna “insieme ai miei soci, Max la Memoria e il vecchio Rossini”, che di nome fa Beniamino.

Sono investigatori senza licenza, chi si rivolge a loro, preferisce non avere a che fare con la polizia. In questo caso, il cliente non ha battuto ciglio sul “prezzo del nostro disturbo” e gli fa trovare nella camera d’albergo una bottiglia di Calvados “Roger Groult, invecchiato 15 anni, la mia marca preferita”. Dunque, quel cliente sa tutto di lui, brutto segno per l’Alligatore, quel gesto “puzzava di potere e di arroganza”. E lui, che si è fatto sette anni di galera per un’ingiusta accusa di terrorismo, l’arroganza dei potenti non riuscirà mai a digerirla.

Il “potente” è il cinquantenne proprietario di un grande ristorante. Vuole ritrovare Joanna, nome d’arte di Martina Ortu, quarant’anni compiuti da poco, professione cantante. Scomparsa da un mese, si esibiva nei locali di Cagliari, proponendo il repertorio di Patty Pravo, di cui imitava l’estetica e lo stile. Era la sua amante, la sua mantenuta. “Una volta trovata tornerà senza discutere. Quella donna mi appartiene”. Replica idealista dell’Alligatore: “Noi non riportiamo a casa persone contro la loro volontà. Se Joanna non vuole, rimane dov’è”.

Chi paga è ricco e ha amicizie potenti, ma tiene famiglia e non ha mai preso in considerazione di legarsi a Joanna. Seguendo le tracce della cantante, Buratti, Max e Rossini arrivano a Parigi: per un attimo, gli anni Settanta e il passato politico di Marco e di Max tornano a riecheggiare…

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Maupassant (8 storie complete), Dino Battaglia, 1976-77

Fumettista atipico, non avendo prodotto un personaggio seriale (parziale eccezione l’Ispettore Coke, di cui realizzò un paio di storie nei primi anni Ottanta), Dino Battaglia (1923-83) ha trasfigurato nei fumetti le più celebri trame di Rabelais, Poe e Melville, Stevenson e Lovecraft, venendo spesso catalogato – come fosse un limite – nella categoria degli “illustratori”.

Di Guy de Maupassant, ha illustrato otto racconti sulla guerra franco-prussiana, apparvero su Linus fra il 1976 e il ’77, ognuno si sviluppa fra le dieci e le diciotto tavole.

Le storie ispirate a Battaglia dall’opera di Maupassant sono state raccolte più volte in volume; la prima nel 1978 da Milano Libri; questa ristampa ripropone le otto storie brevi, nell’originaria versione in bianco e nero. Sposato nel 1950 con Laura De Vescovi, Battaglia vi trovò una valida collaboratrice alle sceneggiature e ai colori; anche queste storie sono state riproposte a colori, sulla rivista Corto Maltese.

Mi è sempre parso che lo stile di Battaglia fosse armonico, tanto elegante quanto gradevole: la disposizione delle vignette sulla tavola, la cura assegnata al lettering, le insolite geometrie dei bianchi e dei neri (in questo caso, gradazioni di grigio, ottenute tramite spugnettature e abrasioni, nello stile personale dell’autore). Le tavole di Battaglia sono talmente belle, ricche di sfumature, da richiedere una certa lentezza nella lettura, per soffermarsi sui dettagli grafici. Il massimo risultato, Battaglia lo ottiene nella ricostruzione delle atmosfere. Non vuole nobilitare il fumetto attraverso un rimando alla grande letteratura: utilizza i classici per sperimentare le possibilità intrinseche del mezzo.

Maupassant pubblicò questi racconti fra il 1880 e il 1884, rievocando un passaggio storico drammatico per la Francia, la fine dell’Impero che aprì la strada alla Terza Repubblica, in seguito alla disastrosa sconfitta militare dell’esercito di Napoleone III contro la Prussia di Bismarck; nel 1870-71, l’esercito prussiano invase il territorio francese e vi si stabilì lungamente.

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5 è il numero perfetto, Igort, il fumetto

Concepito durante un soggiorno a Tokyo, il graphic novel – 180 tavole in bicromia – è stato completato fra il 1994 e il 2002; i primi capitoli vennero pubblicati dalla Phoenix nel ’98.

Evocati dal segno di Igort, piccoli individui fuoriescono da macchie azzurrate o nere, invadono gli spazi, dominano gli sfondi o si lasciano sovrastare da Napoli, fotografata con l’abito più notturno e piovoso. Sono disegni che bagnano il foglio di acquerello quando piove, e lo graffiano con un tratto sottile e spigoloso nei momenti di maggior tensione. Talvolta la luce è accecante, il nero scompare e svaniscono anche i sottili contorni di pennino; la forma è data solo dall’ombra del grigio. Quando invece è notte, il nero colma le tavole, lasciando qualche spazio al grigio.

È un noir sceneggiato con ritmo e inquadrature cinematografiche, rende omaggio alle pellicole di Leone e Kitano, la dedica va a Simenon e Herriman, e a me ha ricordato certe atmosfere di David Mazzucchelli.

Finalmente Igor Tuveri – cagliaritano, classe 1958 – lo porta al cinema, con un esordio alla regia che si avvale di Toni Servillo a indossare il profilo inconfondibile di Peppino Lo Cicero, il guappo riemerso dalla pensione per regolare i conti. Leggi il resto dell’articolo

Storie nere, Jordi Bernet – Enrique Sánchez Abulì

Raccolta di 23 storie brevi – in bianco e nero per 170 tavole complessive – realizzate in un quinquennio e riesumate da riviste tutte all’epoca già chiuse (a farlo notare è lo sceneggiatore, Sánchez Abulì, nell’introduzione al volume Magic Press). Il tono prevalente è sordido, amorale, con qualche caduta splatter, a volte spunta un retrogusto comico.

Di Bernet, mi è piaciuto il segno fin dai tempi in cui illustrava Carlos Trillo – Custer, Sarvan, Kraken – dunque ben prima di comporre la saga noir del killer Torpedo: le tavole sono dinamiche con un forte impatto nel gioco delle ombre e dei contrasti, le curve delle donne sono sinuose, gli sfondi rivaleggiano con quelli di Magnus.

Bernet è sempre noir. Il suo è un mondo lurido e senza redenzione, abitato da uomini orrendi – autentico campionario di freaks e falliti – e donne incantevoli, miraggi da desiderare, possedere e (spesso) brutalizzare.

In queste storie così diverse per ambientazione (dal western alle periferie urbane, guerre assortite, dalla giungla al Messico), la coppia di autori spagnoli mostra una costante attrazione per l’altro lato dello specchio scuro, alternando una serie di esplorazioni della violenza con improvvisi capovolgimenti di senso.

Fra gli altri: l’originale modo di vendicarsi della vedova del capitano appena assassinato; il nano e la sua cupa ossessione per Ada; i tre uomini che corteggiano una donna bellissima sulla nave da crociera e poi se ne cibano dopo il naufragio; i bambini che nascondono segreti inconfessabili…

The Amazing Spider-Man 2. Il potere di Electro [The Amazing Spider-Man 2], Marc Webb, 2014 – [filmTv66] – 6

Capitolo 5 o, se volete, secondo atto dopo la rinascita di un paio d’anni prima, quando a interpretare Peter Parker venne scelto Andrew Garfield. Preferivo Tobey Maguire.

Cast stellare, sproporzionato all’uso: lascia trasparire il senso di inferiorità di un colosso come la Marvel, che tanto ambisce a farsi ammettere nell’alta società. Emma Stone interpreta Gwen Stacy, figura embrionale di quella che le darà la fama in La La Land. Ma di premi Oscar già vinti ce ne sono altri: Jamie Foxx (Ray) interpreta Max Dillon, che si trasformerà in Electro; Sally Field (Norma Rae, Le stagioni del cuore) è un’insipida Zia May, l’ultimo legame parentale del povero Peter; Chris Cooper (Il ladro di orchidee) interpreta Norman Osborn, il candidato all’Oscar Paul Giamatti è Aleksei Sytsevich, cioè Rhino, e fra le segretarie della Oscorp c’è Felicity Jones (La teoria del tutto e il recentissimo The Midnight Sky).

I genitori sono morti in modo misterioso, Peter ha bisogno di sapere la verità… Solo Gwen è a conoscenza della sua identità segreta, ma Peter ha promesso al padre di lei (morto nell’episodio precedente) di staccarsi dalla ragazza per non farle correre pericoli… Entra in scena Harry Osborn, figlio del fondatore della corporation, ubriaco di potere come il padre e malato incurabile (lo interpreta Dane DeHaan: una specie di Leo DiCaprio sotto acido)… Per un incidente, uno scienziato vessato si trasforma in un inarrestabile manipolatore dell’elettricità.

Anche nelle strips, Electro è un nemico sbiadito, l’avranno scelto per la spettacolarità delle scintille, ma finisce per somigliare al Dottor Manhattan di Watchmen. Ancora meno convincente è la genesi di Goblin.

Tanti difetti, dunque. Ma assistiamo a una delle scene madri nella storia del Marvel Universe: la morte di Gwen Stacy.

Il trauma è tale che l’Uomo Ragno scompare per cinque, lunghi mesi. Ritorna, non ha completamente rimosso la sua responsabilità, un bambino occhialuto ha provveduto a ricordargliela.

Sostiene Sankara, Becco Giallo, 2014

“La terra degli uomini integri”, questo il significato di Burkina Faso, il paese africano prima denominato Alto Volta. Per lunghi secoli, il Burkina Faso è stato dominato e derubato dai francesi. Finché il 4 agosto 1983 il capitano dell’esercito Thomas Sankara ha preso il potere, dichiarando l’indipendenza del paese, la sua autodeterminazione e libertà.

Liberté – la parola che apre il trittico rivoluzionario dell’Ottantanove, proclamata insieme a Égalité e Fraternité – , nella successiva storia francese si è spesso capovolta nel contrario. Prima a Haiti, poi in Algeria e nell’ex Alto Volta, gli ideali rivoluzionari sono serviti solo a mascherare gli interessi (e il razzismo) dei peggiori colonialisti. La rivoluzione di Sankara è stata presto abbattuta, il suo leader deposto e assassinato in un agguato, il 15 ottobre 1987, preparato e finanziato dai servizi segreti francese e statunitense (ancora oggi, danno lezioni sulle “ingerenze”).

La figura di Sankara resta incredibilmente attuale. Quella rivoluzione esercitò il potere per combattere l’analfabetismo, emancipare la donna e proibire le mutilazioni genitali, promuovere l’educazione sessuale ed evitare le gravidanze indesiderate, vaccinare per cancellare la malaria e la diarrea, abbattere la mortalità infantile, stabilire scelte produttive improntate alla sostenibilità ambientale.

In questo volume sono riportati alcuni brani del discorso che Sankara tenne all’ONU il 4 ottobre 1984, a nome di “sette milioni di bambini, donne e uomini che si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete”. Sankara affermò di sentirsi parte “del grande popolo dei diseredati, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo”. Citò Josè Martì (la frase è solitamente attribuita al “Che”): “sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo… I nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi”.

Il volume contiene anche estratti da altri discorsi: quello sul debito (Addis Adeba, 29 luglio 1987), davanti all’Organizzazione per l’Unità Africana; quello alle donne del popolo burkinabé dell’8 marzo 1987; quello alla prima conferenza internazionale sull’albero e la foresta (Parigi, 5 febbraio 1986); quello tenuto ad Harlem il 3 ottobre 1984 all’incontro organizzato dalla Coalizione Patrice Lumumba.

Per la parte grafica, segnalo Mauro Biani, David Romero e Daniele Serra con le loro tavole singole; Akab, Marina Girardi, Toni Bruno (sua la copertina) e la coppia formata da Assia Petricelli e Sergio Riccardi per le storie brevi.

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#Blueberry, Charlier e Giraud: appunti

Mike Steve Donovan, detto Blueberry, è il protagonista di una famosa saga western a fumetti. A creare il personaggio, lo sceneggiatore belga Charlier e il disegnatore francese Jean Giraud (il futuro Mœbius), che firmava le tavole con il suo soprannome “Gir”.

Blueberry ha il naso schiacciato, il suo volto somiglia a quello di Jean-Paul Belmondo. L’azione si svolge subito dopo la fine della Guerra di Secessione, fra il 1867 (Fort Navajo) e il 1872 (Arizona Love). Il protagonista passa dall’essere tenente dell’esercito nordista a fuorilegge ricercato per il presunto occultamento del bottino di guerra sudista che era stato incaricato di recuperare. Questa saga a fumetti precede quel cinema western “revisionista”, che si caratterizzerà per l’abbandono di certi stereotipi e di verità raccontate dai vincitori.

Figlio di due ricchi piantatori della Georgia, Blueberry disprezzava la schiavitù, perciò era passato nelle file dell’altro esercito. Sfrontato, ironico, ottimo tiratore e ottimo cavallerizzo, insofferente alla disciplina (soprattutto quando gli ordini vengono da qualche laureato a West Point), il tenente Blueberry non esita a barare al gioco, quando ha di fronte dei malviventi. Furbo e coraggioso, non può non affascinare figure femminili

Nella scena fumettistica francese della seconda metà del Novecento, era tradizione pubblicare i fumetti a puntate su riviste, e poi raccogliere i vari archi narrativi in album monografici, dalla confezione cartonata più prestigiosa.

Blueberry fece il suo esordio con la storia Fort Navajo, pubblicata a puntate, a partire dal 31 ottobre 1963, sulla rivista francese Pilote, della casa editrice Dargaud: uscì fra il numero 210 e il 232 del 2 aprile 1964.

Molte trame sono ambientate nell’assolato Sud-Ovest, fra Arizona, Texas e New Mexico.

Quando i due autori raggiunsero la piena maturità espressiva, “Gir” componeva affascinanti e sconfinati paesaggi western, e Charlier elaborava intrecci avventurosi e sorprendenti. Nonostante la fama planetaria raggiunta da Mœbius, nelle storie di Blueberry che conosco, la qualità delle sceneggiature mi è sempre parsa superiore a quella dei disegni.

Jean-Michel Charlier (1924–1989), Jean Giraud (1938-2012).

Catwoman, la run di Joelle Jones

Sul numero 50 di Batman, uscito il 4 luglio 2018, Selina Kyle stava per sposare Bruce Wayne. Aveva rubato l’abito da sposa in una boutique, e quell’abito lavanda con pizzo nero era stato disegnato da Joëlle Jones. Tutto era pronto, ma il matrimonio non si è celebrato: Selina è arrivata alla conclusione di doversi sacrificare, allontanandosi. Fosse rimasta accanto a Bruce, avrebbe potuto renderlo felice, e “non può essere felice ed essere Batman” ha sentenziato Joker.

Nell’aprile 2018, la DC annunciò che Joëlle Jones avrebbe scritto e disegnato una nuova run di Catwoman. Jones è la prima donna nell’intera storia editoriale di Batman ad aver disegnato sia le copertine che l’interno di più di due numeri consecutivi. Nata il 20 febbraio 1980 a Boise, Idaho, Joëlle Jones ha saputo enfatizzare sia la grazia felina che la natura borderline di un’eroina che si muove al di là della legge, ma non transige dal proprio codice morale.

Quella disegnata da Joëlle Jones è la Catwoman più seducente dai tempi di Jim Balent. Sensuale, elegantissima nella vita privata. Corti capelli neri, occhi verdi, alta e flessuosa, in molte tavole sfoggia vestiti d’alta moda.

Questo acclamato ciclo narrativo non ha trame di qualità eccezionale, ma alcune tavole sono fantastiche. Purtroppo, essendo una produzione seriale, alle matite e ai colori si alternano fumettisti di diversa qualità: oltre alla Jones, disegnano Elena Casagrande, Fernando Blanco, Hugo Petrus, Scott Godlewski, Geraldo Borges, Aneke, Inaki Miranda; alle chine, Laura Allred, John Kalisz, Jordi Bellaire.

Solo le copertine, tutte, mantengono uno standard estremamente elevato.

Lontano da Gotham, sulla Costa Occidentale, nella luccicante cornice esotica di Villa Hermosa, Selina Kyle vive nuove avventure.

Nuova location, nuovo costume, Selina Kyle non avrebbe nessuna intenzione di combattere, ma viene inesorabilmente risucchiata: “Sembra quasi che il mondo non voglia lasciarmi in pace”. Comincia con Copycats (Imitatrici), una storia in sei parti nella quale Fernando Blanco affianca Jones ai disegni, mentre Laura Allred a John Kalisz curano le chine.

Ada nella jungla, Altan

Era l’epoca in cui Altan si divertiva a dissacrare il feuilleton, il romanzo d’appendice, la letteratura popolare, prolissa e caotica, melodrammatica e stracolma di colpi di scena, quella in cui gli autori erano pagati a numero di parole.

Altan, che da tempo predilige l’estrema sintesi nelle vignette, sembra sfogarsi nelle storie a puntate, componendo tavole che traboccano di segni. Smaschera e disseziona stereotipi, si diverte con gli eccessi, le citazioni strampalate, i riverberi grotteschi.

Ada nella jungla apparve in 13 brevi puntate su Linus, fra il marzo 1978 e il marzo ’79.

Comincia nel 1939, nei dintorni di Londra, “in un’aula del sozzo e selettivo collegio di Sbreef”: Ada Frowz è una collegiale concupita da tutti (allieve e insegnanti, soprattutto la prof. Maria). Porta i capelli a caschetto come Louise Brooks.

Un telegramma annuncia che il ricco zio Gordon sta morendo e vuole rivederla. Sul letto di morte, lo zio lascia una cifra colossale ad Ada, nulla al figlio Nancy, nato dal secondo matrimonio, e il resto delle sue immense fortune al figlio Percy (di cui nessuno conosceva l’esistenza).

Altan Ada nella jungla

Flashback 1916: rantolando, Gordon racconta di quanto rientrò a Londra dall’Africa insieme alla moglie Rita e al figlio Percy. Rita voleva il divorzio, un sacco di soldi e cominciare “una vita libera e folle”, senza doversi occupare del figlio; Gordon regala al bambino una tavoletta di “cioccolata nutriente”, un temperino e un anello d’oro, gli infila un paracadute e lo getta giù dal dirigibile, in piena jungla. Colpita da tanta determinazione, Rita rinuncia al divorzio. I coniugi ritrovano l’amore, ma il giorno dopo Rita muore d’asma…

Nancy medita vendetta. Assume Pilic, tassista slavo con l’istinto del killer. Per il giuramento sul letto di morte, Ada parte per la giungla insieme alla cameriera spagnola Carmen: “Se trovo il Percy, lui mi sposerà: così unisco l’ideale al profitto”.

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The Mask – Da zero a mito [The Mask], Chuck Russell, 1994 – [filmTv55] – 7

Può apparire ingenerosa la scelta dell’immagine, sacrificando Jim Carrey – qui in una delle sue interpretazioni più scatenate – a vantaggio di Cameron Diaz. Ma la prima apparizione di quella ventiduenne di San Diego fu sfolgorante, con quel vestito rosso fuoco, attillato come una seconda pelle, all’entrata nella banca dove lavora il timido, grigio, debole, complessato Stanley Ipkiss al quale, come in ogni variante del dottor Jekyll, basterà poco per trasformarsi, facendo emergere la sua vera, compressa, affascinante personalità.

Tina Carlyle è la perfetta incarnazione della “pupa del gangster”. Va in banca per filmarla in vista della rapina organizzata dal suo uomo, che intende spodestare il boss. Tina verrà redenta dall’amore per Ipkiss, che conosciamo come vittima inerme della padrona di casa, del meccanico e del capoufficio, con l’unico riparo della sua stanzetta ammobiliata, con il cane Milo (personaggio che si rivelerà cruciale).

La sorte (il Caso, il Fato, il Destino) fa sì che sia Ipkiss a trovare un’antica maschera con poteri magici. Si trasforma. Assume una faccia verde e un abbigliamento psichedelico, rivelandosi invulnerabile, spezzante e dotato di poteri che violano le leggi della fisica. Per prima cosa, sistema i conti con la padrona di casa e con il meccanico. Poi va al Coco Bongo Club, il locale notturno in cui Tina canta e balla, da cui era stato scacciato la sera prima. La polizia (Peter Riegert: Animal House, Local Hero) sospetta di Ipkiss: chi altri può indossare una cravatta identica al più assurdo dei pigiami? Entra in cena anche una giornalista, che si rivelerà molto diversa dalle apparenze.

Il film è liberamente tratto dalle storie del personaggio a fumetti creato nel 1989 da John Arcudi e Doug Mahnke. La prima ora scorre velocissima e Carrey è unico nella gestione dei tempi comici. Poi la trama perde ogni originalità e non possiamo far altro che aspettare che l’eroe sconfigga i cattivi e salvi la formosa damigella.

The Mask. Il film, Mike Richardson e Kilian Plunkett, Marvel 1995

Creato per la Dark Horse da John Arcudi e Doug Mahnke e apparso nel maggio 1989 sul numero 1 di Mayhem (ma un paio d’anni prima era uscito The Masque, creato da Mike Richardson e Mark Badger, su Dark Horse Presents n. 10).

La popolarità del personaggio è esplosa grazie al film del 1994 The Mask. Da zero a mito, con Jim Carrey e l’esordiente Cameron Diaz, per la regia di Charles Russell. Questo albo di 64 pagine, uscito nel gennaio ’95, è la chiusura del cerchio, “ritrasponendo” il film nel fumetto.

The Mask il filmUna maschera magica conferisce a chiunque la indossi una specie di invulnerabilità fisica e numerosi poteri che violano qualunque legge della fisica (per esempio, estrarre oggetti dall’aria), e allo stesso tempo toglie ogni freno inibitore e amplifica le parti represse della personalità.

È quel che accade, appunto, al timido Stanley Ipkiss, cassiere di banca timido, complessato, tipica vittima sacrificale, il cui carattere si capovolge indossando la maschera. Ambientata a Edge City, è l’ennesima variazione sul tema Jekyll/Hyde, con il sarcasmo estremizzato per sondare le profondità dell’inconscio. Certe manifestazioni di Ipkiss possono apparire eccessive, mettendo in ridicolo anche la polizia, ma quando della maschera si impossessa il criminale, si capisce quanto possa andare oltre.

Purtroppo, la strepitosa scena di ballo con Tina è risola in modo piatto e in generale la qualità artistica di Plunkett rimane assai lontana da quella del film, il cui notevole impatto derivò dalle inedite opportunità offerte dalla computer grafica della Industrial Light & Magic di George Lucas.

Batman. Urla nella notte, Archie Goodwin e Scott Hampton, RW Lion 1992

Ustionati, massacrati di botte: padre, madre e figlio. Il giovane commissario Gordon accorre nella notte in quella casa dei quartieri popolari. È sottoposto alle pressioni politiche del sindaco, ma in lui prevale l’anima del detective che ha bisogno di risposte, di verità, per illudersi di rimuovere scene come quella a cui assiste sul luogo del delitto.

Nel frattempo, l’ombra di Batman colpisce altrove, cercando inutilmente sollievo alla perdita di Thomas e Martha Wayne; per le strade di Gotham circola una nuova, letale, droga sintetica.

batman_urla_nella_notte 2Entrambi, Bruce Wayne e James Gordon erano attesi a un ricevimento per beneficenza, finalizzato a finanziare un centro di riabilitazione per bambini molestati. “Chi molesta generalmente è stato molestato… Il circolo può essere spezzato”, dice uno psicoterapeuta a Wayne, arrivato in ritardo al ricevimento (e con le nocche sbucciate). Nel frattempo, c’è molta tensione in casa Gordon: la moglie Barbara pensava che da commissario sarebbe stato più presente, più vicino al figlio di sei anni, e non avrebbe più avuto bisogno della pistola.

Una seconda famiglia viene trucidata, stavolta si tratta di una famiglia molto in vista, fra i principali finanziatori del sindaco. Ed è allora che le strade di Gordon e Batman si incrociano.

Cupissima, dominata da tinte bluastre e verdastre, un’oscurità che quasi cancella i volti – la trama si sviluppa su due piani: quello domestico di Gordon, tanto stressato da trattenersi a stento dal picchiare il figlio, e in crisi irreversibile con la moglie, e quello urbano di Batman, che segue una sua pista, si scopre impotente a prevenire la brutalità delle azioni verso le piccole vittime, e arriva a capire che il colpevole non è un serial killer, ma un uomo disturbato “che restituisce ai molestatori ciò che loro hanno fatto ai figli”. Un altro giustiziere, a suo modo… Per fermare questa catena di sangue, Batman è disposto a tutto: persino a mostrare il suo volto dietro la maschera per conquistare la fiducia di una piccola vittima.

Urla nella notte venne dipinta da Scott Hampton e sceneggiata da Archie Goodwin quasi trent’anni fa.

Real Love, Joe Simon e Jack Kirby

Fra il 1947 e la metà degli anni Cinquanta, nelle edicole statunitensi uscivano centinaia di testate riconducibili alla categoria del romance comics. Vendevano milioni di copie. I più diffusi erano opera di Joe Simon (1913-2011) e Jacob Kurtzberg (1917-1994), la coppia che aveva inventato Capitan America. La prima storia di Cap per la Timely (in seguito Marvel) era stata distribuita il 20 dicembre 1940, ma come consuetudine aveva una copertina postdatata (marzo 1941).

Questo volume seleziona i “migliori fumetti romantici” realizzati dalla coppia: nove storie, realizzate fra il 1949 e il ’51, reimpaginate fra le 8 e le 15 tavole di grande formato. Gli ingredienti di queste storie sono onore e disonore, amori contrastati, gelosia e invidia, pettegolezzi e inganni, ingenuità e ambizione, malvagità e razzismo, sensi di colpa e crisi di coscienza, indipendenza dai genitori e difficoltà economiche… Come fa una donna a sapere se quell’uomo è quello giusto? E viceversa.

La ragazza tentatrice” – con una protagonista simile a Jane Russell – sarebbe stato un ottimo storyboard per un film di John Huston, mentre “Ragazza della banda” l’avrei affidato a Jules Dassin.

Il segno di Kirby è già molto dinamico, i lineamenti di certi volti anticipano quelli di Ben Grimm, Reed Richards e Susan Storm. Leggi il resto dell’articolo

Spider-Man 2 [Spider-Man 2], Sam Raimi, 2004 – [filmTv45] – 8

Uno dei migliori film sui supereroi di tutti i tempi, senza dubbio il migliore fra quelli dedicati a Spider-Man. Come nelle migliori saghe supereroistiche (quelle di Frank Miller, Alan Moore, Neil Gaiman), la seconda puntata delle avventure cinematografiche del nostro “stupefacente Uomo Ragno di quartiere” va dritta cuore della schizofrenia del protagonista, costretto a scegliere fra una vita normale (l’amore, innanzitutto; e magari un po’ di soldi e carriera) e i sensi di colpa, che spingono all’espiazione e alla rinuncia. Anche quando vince, questi tipo di eroe perde.

Film ipercinetico, con effetti sonori che mi hanno ricordato King Kong e Godzilla, ed effetti visivi di notevolissimo impatto: la scena sulla metropolitana di superficie rimane sbalorditiva, certe tavole di John Romita senior sembrano riprodotte al millimetro. Rimane l’unico film della saga ad aver vinto un Oscar: merito di John Dykstra, già trionfatore con il primo Star Wars.

Accanto a Tobey Maguire, che ha preso le misure del personaggio, Alfred Molina, Kirsten Dunst e James Franco, nei panni del Dottor Octopus (un cattivo memorabile, ambiguo e colpito dal Fato), di Mary Jane Watson e di Harry Osborn. Riappare Willem Dafoe, il Goblin morto nel primo episodio. Saranno passati un paio d’anni, Peter non è più un liceale, ora frequenta l’università e vive da solo, in una stanza ammobiliata.

C’è un cameo di John Landis e della colonna sonora fa parte Raindrops Keep Fallin’ on My Head di B. J. Thomas, in una situazione lontanissima da quella che enfatizzava Butch Cassidy. E se “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, come decretò Stan Lee nei primi anni Sessanta, mentre l’America stava usando la propria superpotenza con cieca arroganza, Peter Parker risolveva i problemi psicosomatici, che gli facevano rifiutare la responsabilità, accettava “il dono” e decideva di convivere con il Ragno.

In cambio, la pura leggerezza, volteggiare sopra i grattacieli.

Spider-Man 3 [Spider-Man 3], Sam Raimi, 2007 – [filmTv51] – 6

Il problema è che lo conosco troppo bene, Peter Parker. Ho letto almeno 500 storie, sfogliato molte migliaia di tavole. Non mi servono gli effetti speciali per immaginarlo assecondare l’imperativo categorico coniato da Stan Lee: “da grandi poteri vengono grandi responsabilità”.

Perciò non posso assistere alle trasposizioni cinematografiche di questo eroe della mia adolescenza con lo sguardo rapito e stupito dei ragazzini. Mi aspetterei che il cinema illumini le vecchie storie con quella luce che i fumetti non possono trasmettere, elevando lo spazio fantastico, l’attitudine ai sogni. È un’alchimia difficile, e questo terzo capitolo mi è piaciuto meno del secondo (il migliore) e del primo, nonostante il cast: a Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, J. K. Simmons e Elizabeth Banks, si aggiungono Thomas Haden Church (Sideways), Topher Grace (In Good Company) e Bryce Dallas Howard (The Village).

La sceneggiatura naufraga nell’abbondanza: troppe storie intrecciate (già si allude a Lizard), troppi sdoppiamenti della personalità (Eddie Brock e Harry Osborn jr., ma anche Mary Jane non scherza), e scarseggia l’ironia, che dei migliori fumetti di Spidey costituisce una componente fondamentale.

Belli gli effetti per l’Uomo Sabbia, ma solo una mezz’ora è godibile, quella in cui Peter si lascia avvolgere dal costume nero, e cambia look e carattere (da timido a spaccone), soccombendo – direbbe uno Jedi – al lato oscuro della forza. In quella mezz’ora, il film fa rimpiangere quello che poteva essere, se l’attenzione dei produttori si fosse dedicata alle psicologie anziché ai duelli da videogames nel cielo di Manhattan e ai gridolini di M.J., sempre sul punto di precipitare.

Imperdonabile il ruolo assegnato a Gwendoline Stacy: il tradimento delle storie realizzate da Lee e Romita sr. non ha la minima giustificazione. E così, la produzione di Spider-Man 4 venne cancellata, a vantaggio di un reboot della saga: The Amazing Spider-Man.

Pirati, Arthur Conan Doyle e José Muñoz

Uno scozzese (1859) e un argentino (1942): combinazione assai efficace. Tales of Pirates raccoglie cinque racconti tradotti da Daniela Alfieri. Faceva parte di un esperimento imbastito da Luigi Bernardi, che pochi mesi prima lanciò una collana nella quale il testo letterario era arricchito da illustrazioni di fuoriclasse del fumetto (Mattotti per Tonino Guerra), scommettendo sul “prepotente ritorno del libro illustrato”.

Muñoz propone 22 illustrazioni, alcune a doppia pagina. Descrivendo lo stile del Conan Doyle “extra Sherlock Holmes”, Bernardi parla di una avvincente miscela di verosimiglianza (frutto di esperienze dirette e vasta documentazione) e di gusto per l’intrattenimento. All’amico Luigi avrei suggerito di inserire una mappa dei luoghi in cui si svolgono i fatti.

“Quando il trattato di Utrecht pose fine all’immane guerra di Successione spagnola, i numerosi corsari che durante il conflitto erano stati assoldati dalle parti contendenti si ritrovarono disoccupati”. Quella guerra finì nel 1714.

I corsari non vanno confusi con i bucanieri, spiega Conan Doyle: “i bucanieri erano qualcosa di più d’una semplice accolita di predoni. Costituivano una sorta di repubblica navigante, con proprie leggi, proprie usanze e una propria disciplina. Nel corso della loro lunga e spietata guerra contro gli spagnoli, essi (inglesi e francesi) ebbero dalla propria parte una qualche parvenza di legalità”. Poi venne il giorno in cui “le flotte dei bucanieri non si radunarono più alla Tortuga e il pirata solitario prese il loro posto… Individui selvaggi e disperati, che ammettevano apertamente di non avere quartiere nella loro guerra contro l’umanità”. Leggi il resto dell’articolo

Titanic, Attilio Micheluzzi, Lizard 1988

Un destino interclassista incombe fra i ricchi di prima classe e i poveracci che stanno emigrando. Una quantità caleidoscopica di fisionomie si affolla a bordo del transatlantico. Micheluzzi - Titanic

Fra queste innumerevoli figure, Micheluzzi sceglie di focalizzare l’attenzione su storie che l’inabbisamento ha cancellato nel nulla.

A bordo, ci sono un magnate americano che potrebbe diventare senatore (ma ha un torbido segreto), un anarchico spagnolo salito per far deflagrare una bomba, un aristocratico inglese con la snobistica passione per la velocità, un ambizioso e arrogante principe russo che sta attraversando l’oceano per la stessa corsa automobilistica…

Seconda di tre navi gemelle, il Titanic viene dopo l’Olympic, il cui viaggio inaugurale è avvenuto nel giugno 1911, e prima del Britannic. Costruirla, è costato un milione e mezzo di sterline, il transatlantico è lungo 268,8 metri, largo 28, alto 29,57 (dalla chiglia al ponte lance), trasporta 2500 passeggeri e 860 uomini di equipaggio. Partito il 10 aprile 1912 da Southampton, ha fatto scalo a Cherbourg e poi a Queenstown (Irlanda), prima di entrare nell’Atlantico.

Il torbido segreto del futuro senatore evolve in esplicito ricatto, ma la potenziale vittima preferisce uccidere piuttosto che pagare. Appena il delitto si concretizza, si entra in una delle tipiche atmosfere alla Agatha Christie. Intanto, l’anarchico inaugura una furtiva, torrida relazione con Molly, la bionda cameriera di prima classe che ha scoperto il cadavere, e il principe russo sabota l’auto da corsa dell’aristocratico inglese. Infine, un nuovo ricattatore si palesa di fronte al magnate americano, che pensava di averla fatta franca…

L’iceberg cambia ogni prospettiva per i protagonisti scelti da Micheluzzi, che risolve l’intreccio con una serie di regolamenti di conti, una fine tragica aspetta ognuno di loro.

Le tavole hanno un che di classico, ritmato, con minime indulgenze alla caricatura; l’uso dei colori è raffinato, il lettering agisce sul corpo di certe parole, raddoppiato rispetto al resto del testo, a segnalare che aumenta il volume della voce.

Il Trump di Trudeau

L’autore di «Doonesbury» cominciò a prendere di mira Donald Trump il 14 settembre 1987, ventinove anni prima che divenisse, contro ogni pronostico, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Non perché potesse prevederlo, ma perché già negli anni Ottanta Donald Trump faceva parlare di sé e occupava grossolanamente la scena mediatica – “Un uomo che non ha mai avuto il senso dello Stato né quello del ridicolo” -, imponendosi come un modello per tanti americani wasp, frutto superbo del reaganismo più volgare, che rivendicava le agevolazioni fiscali garantite ai più ricchi.

Già alla fine degli anni Ottanta – scrive Trudeau nell’introduzione – Trump era diventato “l’emblema dell’arroganza sguaiata, e ignorarlo sarebbe stata una grave negligenza per un comico”. Oltretutto, Trump si è candidato alla Presidenza (o ha finto di farlo), almeno due volte prima di quella fatale.

L’esibizione pacchiana del lusso (e delle donne) è sempre stata una caratteristica di “The Donald”: la Trump Tower a Manhattan, la Trump Princess negli oceani, i Trump Casinò, la Air Trump, la Trump Plaza, la Trump University (solo online)… Del faraonico yacht, il cinico Duke diventa il capitano, e vi ritroverà la zelante “Zolletta” Huan. Nel suo costante elogio dell’ignoranza, il Trump di Trudeau crede alla ricomparsa del “Re”, Elvis, anche se canta solo il repertorio di John Denver.

Nei primi anni Novanta, dopo il divorzio da Ivana (sua moglie per dodici anni), Trudeau fa dire a Trump: “Mi spiace davvero che le cose non si siano risolte per il meglio. Insomma, a questo matrimonio ci abbiamo lavorato… Ci siamo consultati coi migliori chirurghi plastici del paese. Ma le persone cambiano”.

È l’avidità dell’uomo a produrre il progresso: sta tutta qui l’American Way of Life di Donald Trump, un Briatore all’ennesima potenza, di cui tanti nordamericani “liberal” si vergognano, salvo rimuovere le ragioni profonde per cui costui sia stato preferito agli altri candidati.

Nelle strisce compaiono anche J.J. (pittura i bagni dello yacht con scene “riviste” del Giudizio Universale) e Boopsie, che si candida a fare la presentatrice del suo gioco a premi televisivo e insieme a B.D. (sempre con il suo casco da football americano) si fa ospitare da Mike Doonesbury; ma nel ruolo di presentatrice di quiz, Trump preferirebbe Meryl Streep. Sempre che risulti sexy nel costume di scena.

Garry B. Trudeau, Trump!, Rizzoli/Lizard, 2016 (2017)

Le traduzioni sono di Enzo Baldoni, della moglie Giusi Bonsignore e del figlio Guido (che scrive un breve intervento, che parte dai problemi derivanti dall’evoluzione dello slang e descrive l’evoluzione grafica della figura di Trump nelle strisce di Trudeau). In un centinaio di tavole a colori sono riprese circa 300 strisce.

Stratagemmi di O. Henry

A volte, O. Henry si rivolge al lettore: “Non cominciate, in nessun caso, un racconto in questo modo”. E non mancano le frasi simili a sentenze:

“La vita è fatta di singhiozzi, sospiri e sorrisi, con una certa preponderanza di sospiri”.

“Sapessero gli uomini come passano il tempo le donne quando sono sole, e che si sposerebbero?”.

“Vi è differenza tra camera ammobiliata e pensione. In una camera ammobiliata, quando si ha fame, gli altri non lo sanno”.

“Quando vi dicono che le ricchezze non danno la felicità, non credeteci”.

“Avevano l’aria di uomini cui la vita si fosse presentata come una giacca rivoltabile: sempre a rovescio, da qualunque parte la si infili”.

“Si suol dire che non ha gustato il sapore della vita chi non abbia sperimentato povertà, amore e guerra”.

“Abitudine, la forza che impedisce alla terra di volare in pezzi, sebbene si senta discorrere di non so che sciocca teoria della gravitazione”.

Di questa raccolta, fa parte Il dono dei Magi, che nel 1952 divenne un episodio di un film collettivo. Questo episodio era interpretato da Jeanne Crain e Farley Granger, alla regia Henry King. In Italia, il film uscì con il titolo La giostra umana, il titolo originale è O. Henry’s Full House; prodotto dalla 20th Century Fox, oltre a King venne diretto da Henry Koster, Henry Hathaway, Jean Negulesco e Howard Hawks.

Il dono dei Magi ci porta alla Vigilia di Natale, e ci mostra i coniugi Dillingham, Della e Jim, poco più che ventenni, che vivono in povertà ma desiderano fare un bel regalo al coniuge. In quella casa c’erano solo due tesori, l’orologio d’oro ereditato da Jim e i lunghi, bellissimi capelli di Della. Pur di non deludere l’altro, entrambi sacrificano il loro bene – Della si fa tagliare i capelli, Jim vende l’orologio – e comprano proprio ciò che l’altro può desiderare: una catenella di platino per l’orologio, una serie di magnifici pettini di tartaruga.

Altri racconti di questa raccolta sono ripresi ne La giostra umana: il vagabondo che cerca di farsi arrestare per sistemarsi in galera d’inverno; il rapimento del bambino insopportabile, che costringerà i banditi a pagare un riscatto per restituirlo; il poliziotto che non può arrestare un vecchio amico omicida, finché non gli restituisce un prestito.

Silver Surfer 1966-1970 #StanLee. #JackKirby. #JohnBuscema.

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Silver Surfer, l'ultima tavola di Jack Kirby

Concrete, una roccia di umanesimo, Paul Chadwick

Concrete - Paul Chadwick

Un gigante di roccia, quasi informe e privo di lineamenti, tanto forte quanto gentile; sotto la superficie grigia nasconde un individuo sofferente e malinconico, sempre pronto ad aiutare il prossimo e ad esserne respinto.

L’autore, Paul Chadwick, l’ha presentato su una famosa rivista americana (Dark Horse Presents), estranea ai colossi Dc e Marvel. Ora appartiene alla linea Legend, la produzione “adulta” di autori come Frank Miller, Byrne e Mignola: ha vinto numerosi premi della critica, nonostante i limiti commerciali dell’editoria indipendente. Del resto, Concrete non è fotogenico né ipercinetico, non agisce su sfondi colorati al computer, ma in un essenziale bianco e nero, non affronta alieni cattivissimi, ma umani dalla cattiveria “normale”. Le sue difficoltà distributive riflettono la sua emarginazione esistenziale.

Però è un capolavoro.

Sceneggiatore straordinario, Chadwick è fra i pochi che sanno congegnare storie che non hanno quasi bisogno di trama. Bastano i dettagli, certi accenni di dialogo, le tenere occhiate che sfuggono dalla massa rocciosa del protagonista. Concrete è già diventato un simbolo: della paura per le “diversità”, dei rischi ecologici prodotti dalla ricerca del massimo profitto, della fatica di vivere dei portatori di handicap.

Ha scritto Frank Miller: “Questa è una storia sulla gente di tutti i giorni, fragile e turbata, incattivita e ansiosa, ritratta con cura e superba maestria. E nessuna di queste persone è più umana della tonnellata di pietra che dà il titolo alla serie, ovvero Concrete”.