Hiketeia. Wonder Woman di Greg Rucka e J.G. Jones, 2002 (RW Lion, 2017)

L’Hiketeia è, al tempo stesso, una legge e un rituale. Violarli, costituisce sacrilegio. Non si può rinnegare la promessa di protezione fatta a chi supplica, né il supplice può tradire la fedeltà a chi si è fatto carico di proteggerlo; può solo sciogliere dalla promessa il suo custode.
A Gotham, Batman cerca di catturare una giovane donna che ha appena ucciso un uomo. Ma questa donna, Danielle Wellys, riesce a sfuggirgli. Riappare davanti al portone dell’Ambasciata di Themyscira, si inginocchia davanti alla principessa Diana e recita l’antica supplica.

Diana può vedere che la giovane è pedinata dalle tre lugubri, spietate Erinni, le divinità della vendetta. Riceve da queste antichissime dee terribili minacce se oserà essere infedele al rituale a cui si è assoggettata. Ma Diana non ha bisogno di minacce, non chiede nemmeno a Danielle perché ha cercato la sua protezione. Finché arriva Batman a reclamare giustizia.

Ispirata alle tragedie greche, con una trama che ruota intorno ai concetti di dovere e vendetta, questa storia di Wonder Woman pone l’eroina di fronte alla necessità di violare una legge: o quella dell’Hiketeia o quella dei mortali. Infrangere il vincolo sacro, le è impossibile anche quando Danielle le confessa di aver ucciso quattro uomini…

Rucka offre a Wonder Woman una trama cupa e solenne, all’incrocio fra passato e presente, ricavando dalla cultura mitologica un ottimo pretesto drammaturgico.

Quello fra Wonder Woman e Batman si configura come uno scontro ideologico, prima che fisico. Purtroppo, la figura di Batman viene tratteggiata brevemente e resta schematica. Merito di Jones aver imposto una copertina e un paio di tavole ormai mitiche: il volto mascherato di Batman schiacciato al suolo dallo stivale di Wonder Woman.

Annunci

Billie Holiday, Carlos Sampayo e José Muñoz (Edizioni BD)

Morta a 44 anni, il 17 luglio 1959, nata il 7 aprile 1915 a Baltimora, Maryland (la città di «The Wire», afroamericana la maggioranza della popolazione), la vita di Eleanore Holiday è fra le più tragiche e atroci fra quelle dei musicisti che hanno segnato il Ventesimo secolo. Volendo identificare le cinque voci fondamentali del secolo scorso, quella di Billie Holiday non può mancare accanto a Édith Piaf, Maria Callas e Ella Fitzgerald.

Pubblicata su due numeri della rivista «Corto Maltese», nel 1990, e raccolta in volume da Rizzoli nel 1993, questa storia ha impiegato vent’anni a tornare disponibile, anche se in un formato rimpicciolito rispetto all’originale. I bianchi e neri di Munoz offrono a Sampayo l’occasione per una biografia jazz, il racconto di un’esistenza che procede fra cadute e rinascite, e di uno spartito fra assoli e divagazioni. Munoz sa essere caricaturale, quando tratteggia i poliziotti e la borghesia bianca, le sue tavole mandano riverberi espressionisti, con neri color pece.

L’espediente narrativo è semplice: un giovane redattore (bianco) delle pagine culturali di un giornale viene incaricato di comporre un ricordo di Lady Day nel trentennale della morte. Non ne sa niente, è costretto a passare la notte in redazione a cercare informazioni, e intanto ascolta le sue canzoni. Scopre che è stata “prostituta, alcolista, tossicomane, morta giovane…portava un fiore tra i capelli. Una vita sentimentale infelice… Non ebbe molta fortuna con gli uomini…La stampa scandalistica porrà l’accento su questi aspetti…è la legge del mercato. C’è un pubblico che ama tutto questo”. Il giornalista scopre che venne ripetutamente arrestata con varie accuse, fra cui il possesso di droga e atti osceni, reclusa in sanatorio e anche in prigione e morì di cirrosi epatica in un letto di ospedale piantonato da poliziotti.

Nella trama, fa capolino Alack Sinner, figura feticcio della coppia di autori argentini (è uno dei pochi bianchi che conosce e apprezza la cantante), e assume un ruolo rilevante il sassofonista Lester Bowie, detto Prez, noto omosessuale e tuttavia l’uomo che restò più a lungo accanto a Billie Holiday.

Gli U2 le hanno dedicato «Angel of Harlem», Lou Reed ha intitolato «Lady Day» una delle sue canzoni più famose, Diana Ross l’ha interpretata in «La signora del blues», tratto dalla sua autobiografia, uscita nel 1956. La ballata degli impiccati – «Strange Fruit» – è del 1939: parla di razzismo attraverso la descrizione di “un frutto strano che cresce sugli alberi del Sud”.

Il meglio dei fumetti che ho letto nel 2017

Chi volesse leggere cosa ne avevo scritto, digiti il titolo nel “motorino di ricerca” in alto a destra.

Gotham Central, gli inizi

«Nell’adempimento del dovere» e «Movente» sono le prime due miniserie del ciclo «Gotham Central» (2003-06), ideato da Greg Rucka e Ed Brubaker, con i disegni di Michael Lark e Stefano Gaudiano. Le trame sono focalizzate sugli agenti di polizia del Distretto metropolitano di Gotham City, il GCPD (Gotham Central Police Department). Cambia il punto di vista. Diventa quello di chi lavora per proteggere i concittadini dall’azione di criminali, normali o super. Sono trame poliziesche, imperniate su personaggi ai quali è facile affezionarsi.

La sezione Grandi Crimini fu costruita da Jim Gordon, e fu lui a sceglierne i componenti, uno per uno. Chi ne fa parte, dunque, è certamente onesto e motivato. La squadra ha consolidato un fortissimo spirito di corpo, accentuato da un ben poco velato disprezzo verso “i federali”. In queste storie, Batman incombe, più che apparire (anche se spesso gioca un ruolo decisivo).

Alle prese con un controllo di routine, i detectives Marcus Driver e Charlie Fields, bussano alla porta sbagliata: si trovano di fronte a Mister Freeze. La morte di Fields spinge il Distretto a fare il possibile per arrestare il criminale senza l’aiuto di Batman. Leggi il resto dell’articolo

Neve. Batman di Williams III – Curtis Johnson – Fisher (2005)

Scritta da J.H. Williams III e Dan Curtis Johnson, con i disegni di Seth Fisher (non particolarmente convincenti), «Snow» uscì nel 2005 in cinque numeri successive (192-196) della collana «Legends of the Dark Knight».

È da circa un anno e mezzo che Bruce Wayne indossa quel costume, sconta ancora una certa dose di inesperienza e fatica a trovare la giusta lunghezza d’onda con l’ispettore Gordon e il procuratore Harvey Dent.

Comincia con la voce off di Alfred, il maggiordomo, svegliato da qualche rumore: nella grande grotta che sta sotto casa Wayne, trova Batman pieno di sanguinati ferite, crivellato di proiettili e salvato dal costume corazzato. Inutilmente, Alfred cerca di far riflettere Bruce sui suoi limiti.

Seconda trama: Victor Fries dirige un importante progetto militare-industriale che cerca di trasformare il freddo in arma. Sua moglie Nora soffre di una rara malattia, finalmente diagnosticata: non ha speranze, il male è incurabile, Fries non lo accetta, sottrae la moglie dall’ospedale e la porta nel suo laboratorio.

Vuole usare l’esperimento in corso per salvarla o almeno rallentarne la morte. Non sa che il capo del laboratorio ha cambiato i parametri, e il trattamento criogenico fallisce.

Leggi il resto dell’articolo

Catwoman, Ed Brubaker – Javier Pulido e Cameron Stewart

Ed Brubaker (testi), Javier Pulido e Cameron Stewart (disegni) compongono la saga di Catwoman intitolata «Implacabile» (Relentless, Catwoman 12-16, 2002-03).

Selina Kyle si trova sommersa dai sensi di colpa: un’amica ha ucciso per salvarle la vita. E quasi senza accorgersene, Selina cerca consolazione fra le braccia di Slam Bradley, il detective privato. Lui è scettico, ma a sua volta travolto da quell’esperienza: “Che stiamo facendo? Che significa per lei? … Tutto quello che so per certo è che la stanza diventa davvero fredda quando lei se ne va”.

Slam ha accettato un incarico, ritrovare la giovane moglie di un uomo ricco e molto più vecchio. Per prima cosa scopre che lei lo tradiva, la seconda è che lui lo sapeva e accettava tutto, la terza è che lui l’ha uccisa. Fra il detective e Catwoman, la relazione si interrompe, dolorosamente e inevitabilmente. Resteranno buoni amici?

Storia popolare dell’impero americano, Howard Zinn e altri

A fumetti, la sintesi del testo con cui Howard Zinn ha rivoluzionato la storiografia nordamericana. Disegni di Konopacki, sceneggiati da Buhle: in 260 tavole vengono riassunti alcuni momenti fondamentali, politicamente rimossi della storia del Paese più potente del mondo.

A People’s History of the United States racconta i fatti storici dal punto di vista dei protagonisti dimenticati: pellerossa, schiavi, soldati neri nella guerra ispano-americana, minatori, pacifisti, vittime di guerra… da Wounded Knee all’Iraq, passando per le due guerre mondiali, il Vietnam, Cuba, il colpo di stato in Iran. Fino all’11 settembre.

La sceneggiatura si propone come una conferenza contro la guerra al terrorismo post 11 settembre, in cui è lo stesso Zinn a ripercorrere la storia USA davanti a un pubblico di studenti e attivisti. Nello stesso tempo, la trama si sviluppa come il romanzo di formazione di Zinn, “la cui storia personale e le cui riflessioni sul rapporto fra storia e contemporaneità si intrecciano lungo tutto il libro alla ricostruzione degli eventi storici” (lo scrive Sandro Portelli, recensendo questo volume).

In brevi capitoli, Buhle sintetizza ciò che Zinn ha descritto nel suo manuale di storia. Il segno di Konopacki è incline al grottesco, spesso usa la tecnica del collage, alternando disegni e fotografie, ritagli di giornale, immagini d’epoca: inevitabile pensare a Crumb.

A chi lo ascolta, Zinn dice: “Lungo tutta la loro storia, gli Stati Uniti non hanno mai usato il loro apparato militare per scopi morali, ma sempre e solo per estendere il loro potere politico, economico e militare”.
L’espansione cominciò nel 1823 con la Dottrina Monroe, che definiva l’emisfero occidentale come sfera d’influenza statunitense. Continuò poi con l’ideologia del “destino manifesto” degli Stati Uniti di dominare il continente americano da una costa all’altra”.

Vengono rappresentati episodi cruciali della storia USA, momenti in cui gli interessi del capitale hanno indotto l’autorità a reprimere la resistenza e l’opposizione interna, a partire dal massacro dei pellerossa a Wounded Knee, il 29 dicembre 1890.
Intorno alla costruzione delle ferrovie e delle banche, agli appalti per la guerra di Secessione e per lo sfruttamento del petrolio, si affermano le colossali fortune di J. P. Morgan, John D. Rockfeller, Jay Gould. Gli scioperi di fine Ottocento sono repressi nel sangue dall’esercito. Eugene Debs, leader del sindacato dei ferrovieri, viene incarcerato per il boicottaggio dei treni Pullman, e descritto dalla grande stampa come un dittatore e un sovversivo…

Howard Zinn, Mike Konopacki e Paul Buhle, Storia popolare dell’impero americano, Hazard / il manifesto, 2008 (2011)

I Borgia, Jodorowsky e Manara

Sesso, sangue, potere, retroscena: niente di meno, niente di meglio per costruire una trama avventurosa e avvincente, miscelando la prosa iperbolica e surrealista del cileno Jodorowsky al segno seduttivo di Manara.

Uscita in quattro volumi, fra il 2004 e il 2011, questa monumentale graphic novel comincia nell’anno 1492: un paio di mesi prima della “scoperta” dell’America, muore papa Innocenzo VIII, da otto anni sul soglio pontificio (beveva latte umano e, come un vampiro, si faceva iniettare il sangue estratto da giovani romani). Roma è una via di mezzo fra Sodoma e Gomorra, “in cambio di denaro l’alto clero concede indulgenze e assolve dai propri delitti! Il papa osa vendere il perdono di Dio!”, grida il frate domenicano Girolamo Savonarola (1452-1498). Roma è sfregiata da peste, criminalità, prostituzione e assenza di leggi, che non siano quella del più forte.

Il Vaticano è un inferno di corruzione ben prima che divenga papa il cardinale Rodrigo Borgia, di origini spagnole, la cui sfrenata ambizione è pari alla lussuria che gli fa mantenere varie amanti, fra cui spicca Vanozza Cattanei, da cui ha avuto quattro figli (Lucrezia, Cesare, Giovanni e Goffredo). Della cerchia familiare fanno parte la cugina Adriana Orsini, suo figlio Orsino e la promessa sposa Giulia Farnese. Fra gli assassini di cui si circonda Rodrigo, per abilità e coraggio spicca Micheletto.

Alla morte di Innocenzo VIII, per diventare papa, Rodrigo Borgia massacra Gaspare Malatesta, corrompe vari cardinali e infine sconfigge Ascanio Sforza e Giuliano Della Rovere. Si fa chiamare Alessandro VI e resta papa fino al 1503. Le crudeltà di cui si macchia Alessandro VI sono finalizzate a rafforzare il potere temporale della chiesa. Nel Colosseo, fa squartare un presunto assassino che gli serve da capro espiatorio per delitti fatti commettere da Micheletto.

Più che alla fedeltà storica, Jodorowsky è interessato a riprendere gli aneddoti più orribili (e ripugnanti) che si sono accumulati sulla famiglia Borgia. Quanto a Manara, alterna scene cruente a ricostruzioni calligrafiche di opere d’arte, illustra intrighi e stupri, torture e orge, incesti e mutilazioni, ma ovviamente lascia il segno quando si tratta di esporre le grazie di Lucrezia e Giulia Farnese.

Daredevil. Rinato, Andy Diggle e Davide Gianfelice, 2011

Lontano da New York e senza il costume rosso: fra marzo e luglio 2011, dopo la conclusione di «Shadowland», apparve «Reborn», minisaga in quattro episodi.

Per settimane, Matt viaggia verso sud, sud-ovest, fino alle Badlands, New Mexico. Si è fatto crescere un po’ di barba, una specie di pizzetto. Incontra un ragazzino cieco, dell’età che aveva lui quando restò cieco. Quasi fosse una necessaria espiazione, si lascia picchiare da una banda di balordi, pur di non farsi scoprire. Arriva lo sceriffo e non muove un dito… “Ho sempre pensato, in modo arrogante, di poter cambiare il mondo. Ho ficcato il naso dove non dovevo, e inevitabilmente qualcuno ci ha rimesso”. Lo sceriffo lo crede un vagabondo e gli scatta una foto: dagli archivi informatici emerge chi è. E il lettore ha chiaro che l’intera polizia di quel luogo è corrotta. Chi si oppone, viene ucciso; è accaduto anche al padre di Bill, il ragazzino cieco, che vive con la madre costretta a prostituirsi per sbarcare il lunario.

L’eroe non può respingere quel che gli suggeriscono i supersensi. Scopre una fossa comune zeppa di ossa umane e con una stella da sceriffo. “Ho cercato di non restare coinvolto. Ho mostrato l’altra guancia, sono andato via. E hanno cercato lo stesso di uccidermi”.

Si è imbattuto in un gigantesco traffico di armi e droga. A capo della banda, il sanguinario Calavera, ritratto lombrosiano per eccellenza (albino, scheletrico, ricorda un vecchio criminale chiamato Lapide). Matt è impreparato al fatto che Calavera sia dotato di poteri medianici, viene sopraffatto dagli incubi e dai sensi di colpa che il criminale ha evocato. Viene colpito da un colpo di pistola alla testa… I riflessi di Matt trasformano una morte certa in gravi ferite. A soccorrerlo è il bambino cieco.

Quando Matt scopre il dramma di quel ragazzino, trova il movente per combattere. Sconfigge Calavera perché sa come sconfiggere le sue peggiori paure.

Può fare ritorno al New York: la prima persona a cui va a fare visita è Foggy, rinascerà lo studio Nelson & Murdock. E dalla naftalina, verrà tolto il costume rosso.

Manara è sempre lo stesso

Come descrivere a chi non lo conosce il segno di Milo Manara? Il primo aggettivo che mi viene è assai lusinghiero: Manara è sempre “riconoscibile”, lo vedi una volta e ti rimane impresso. Nato a Luson, Bolzano, nel 1945, ora che è il disegnatore italiano più conosciuto al mondo, la sua prima qualità mi appare come il suo limite: Manara propone infinite variazioni sul tema; le fisionomie maschili, le architetture, i costumi (ha una passione per le storie ambientate in altre epoche) e, soprattutto, le donne.

Nessuno sa disegnare donne così femminili, flessuose, sensuali, seduttive. Però stanno sempre nelle stesse pose, mostrano sempre le stesse curve, le stesse lunghissime gambe, hanno sempre la bocca socchiusa e lo sguardo incendiario. Trovata la formula della pietra filosofale, deve aver perso ogni voglia di sperimentare.

Ho visto la mostra curata da Claudio Curcio che sta a Palazzo Pallavicini, al 24 di via San Felice, Bologna. Riaperto al pubblico dopo un lungo e minuzioso restauro, il palazzo è regale, cinquecentesco, con saloni affrescati, stucchi, statue e una pessima insonorizzazione: auto e bus stanno appena al di là del vetro. Il maresciallo Gian Luca Pallavicini, consigliere di stato dell’imperatrice Maria Teresa, si è risparmiato la mobilità di massa. Ho scoperto che in questo palazzo, mai visitato prima, il 26 marzo 1770 si è esibito il quattordicenne Mozart.

Sviluppandosi in sette stanze e 130 opere, la mostra dischiude pezzi notevoli. Il percorso può cominciare dal «Caravaggio» avviato da Manara nel 2014 e in via di completamento; fra acquerelli, mine di piombo e inchiostri, il protagonista, al solito, sembra una via di mezzo fra Giuseppe Bergman (l’alter ego dell’autore) e Andrea Pazienza (in mostra, un magnifico «Omaggio», china su carta, del 1990). Leggi il resto dell’articolo

Silver Surfer. Cittadino della Terra, Dan Slott e Mike Allred, 2016

Da ragazzino, nel Marvel Universe, mi innamorai di alcuni personaggi femminili: Gwendolyne Stacy, Karen Page, Sue Storm, Medusa degli Inumani, Natasha Romanoff, Lady Sif. Ma un posto particolare nel mio cuore lo conquistò Shalla-Bal del pianeta Zenn-La, la donna che doveva sposare Norrin Radd e lo vide divenire Silver Surfer, l’araldo di Galactus che volle sacrificarsi affinché la sua terra d’origine fosse risparmiata dall’annientamento… Rappresentata da John Buscema in un pugno di avventure, Shalla-Bal è riemersa dall’oblio in rare circostanze.

Per un intervallo di tempo incommensurabile, Surfer fu il fedele araldo di Galactus, trovando sempre nuovi pianeti per estinguere la fame del “divoratore di mondi”. Infine, arrivò sulla Terra e decise di ribellarsi. Per un crudele scherzo del destino, fu costretto a rimanere sul nostro pianeta, esiliato e incompreso da un’umanità con forti pulsioni razziste. Per pochi mesi, nel magico 1968, si afferma l’unicità di un supereroe dall’afflato quasi religioso, malinconico e introspettivo, a cui è negata ogni felicità.

Nel cinquantesimo anniversario dell’apparizione del surfista d’argento (testi di Stan Lee e disegni di Jack Kirby sulla rivista dei Fantastici Quattro), ecco 136 tavole a colori – brillanti e ironiche, spaziali e pop – in cui Slott e i coniugi Allred capovolgono la quintessenza del personaggio, rendendolo “cittadino della Terra” nel senso più pieno del termine, persino a danno di Zenn-La e dell’un tempo amatissima Shalla-Bal (che si ripresenta in veste di minaccia).

Leggi il resto dell’articolo

The Amazing Spider-Man 2. Il potere di Electro [The Amazing Spider-Man 2], Marc Webb, 2014 – [filmTv113] – 6

Sequel del film uscito due anni prima con lo stesso protagonista, Andrew Garfield (preferivo Tobey Maguire). Il cast è stracolmo di nomi celebri e pluripremiati.
Prima dell’Oscar per «La La Land», Emma Stone interpreta Gwen Stacy, figura embrionale di quella che le darà la fama. Ma di premi Oscar già vinti ce ne sono altri: Jamie Foxx («Ray») interpreta Max Dillon, che si trasformerà in Electro; Sally Field («Norma Rae», «Le stagioni del cuore») è Zia May, l’ultima parente a cui Peter Parker è fortemente legato; Chris Cooper («Il ladro di orchidee») interpreta Norman Osborn, defunto presidente della Oscorp. Il candidato all’Oscar Paul Giamatti è Aleksei Sytsevich, cioè Rhino; non vanno dimenticati Martin Sheen («Apocalypse Now», «The West Wing») e Felicity Jones («La teoria del tutto»).
Cast stellare, sproporzionato all’uso, a far intuire il senso di inferiorità che colossi come la Marvel vorrebbero curare per farsi ammettere in società.

I genitori di Peter sono morti in modo misterioso… Peter tiene nascosta l’identità segreta a tutti tranne che a Gwen, ma ha promesso al padre di lei (morto nell’episodio precedente) di staccarsi dalla ragazza per non farle correre pericoli mortali… Entra in scena Harry Osborn, il figlio del fondatore della corporation, ubriaco di potere come il padre e a sua volta malato incurabile… Max Dillon è uno scienziato vessato, che per un incidente alla Oscorp si trasforma in un inarrestabile conduttore di elettricità.

Electro non è esattamente uno dei primi 10 nemici dell’Arrampicamuri a cui avrei dedicato un film, ma rimanda a un mood anni Sessanta, che la Marvel ha scelto per questa saga. In seguito, entrerà in scena un nemico ben più mortale, Goblin, e assisteremo a una delle scene cult nella storia del Marvel Universe: la morte di Gwen Stacy.
Il trauma è tale che l’Uomo Ragno scompare.
Ma “da grandi poteri discendono grandi responsabilità” è pur sempre il suo imprinting.

Arpad Weisz e il Littoriale, Matteo Matteucci, Minerva, 2017

Conoscevo la parabola di Weisz: dall’oblio la fece riemergere Matteo Marani in uno dei libri imprescindibili («Dallo scudetto ad Auschwitz») per chiunque sia interessato al rapporto fra storia d’Italia e storia dello sport. E ho conosciuto l’autore di questa nuova narrazione grafica.

Illustratore di talento, Matteucci ha il gusto per i dettagli carichi di senso. Non finge di essere un fumettista, propone 200 grandi tavole evocative abbinate a lunghe didascalie esplicative. Se il fumetto si può paragonare al cinema di fiction, questo è un documentario pedagogico, con una voce fuori campo “alla Piero Angela”.

Il segno è morbido, accurato; l’uso del colore non può lasciare indifferenti, sono acquerelli dalle tonalità “passatiste”, la gamma cromatica si limita ai colori freddi, i più efficaci a delineare l’impatto emotivo di questa trama. I disegni galleggiano inquadrature mutevoli e ricercate, con un evidente gusto architettonico (la Torre di Maratona e il lungo portico di San Luca sono fondali strepitosi).

Molte tavole riprendono immagini dell’epoca – gli anni Venti e Trenta – apparse su giornali come «Il Calcio Illustrato»; Matteucci adatta a matita quelle immagini, poi intinge il pennello nell’acqua. All’inizio il libro doveva uscire nei toni del grigio, poi l’editore si è convinto a pubblicarlo a colori.

Chi era Arpad Weisz? Un ebreo ungherese, che giocò alle Olimpiadi del 1924 e poi venne chiamato in Italia dall’Ambrosiana Inter. Un incidente di gioco ne abbreviò la carriera da calciatore e lo spinse a fare l’allenatore. Appartiene a quella “scuola danubiana” che detta legge sul calcio italiano per almeno una dozzina di anni. Con l’Inter, nel 1929-30 vinse lo scudetto (a 34 anni: resta tuttora l’allenatore più giovane ad averlo vinto). Qualche anno dopo, lo ritroviamo sulla panchina del Bologna, dove vince altri due scudetti e vari trofei internazionali. Finchè arrivano le leggi razziali.

Cos’era il Littoriale? È lo stadio del Bologna, inaugurato il 31 ottobre 1926 da Mussolini, che vi entrò a cavallo. È uno stadio magnifico, tuttora utilizzato dai rossoblù e dedicato al presidente Renato Dall’Ara, proprio colui che ingaggiò Weisz. Fortemente voluto da Leandro Arpinati, il capo dei fascisti bolognesi e della federcalcio, l’impianto venne progettato dall’ingegner Umberto Costanzini. Nel fare ritorno alla stazione ferroviaria, dopo l’inaugurazione, il Duce fu oggetto di un attentato, attribuito al quindicenne Anteo Zamboni, trucidato sul posto dai fascisti.

Di inaugurazioni, lo stadio ne ebbe almeno quattro: a quella con il Duce a cavallo, seguirono la partita fra le nazionali di Italia e Spagna, il 29 maggio 1927, davanti ai rispettivi re, Vittorio Emanuele III e Alfonso (2-0 per l’Italia). Poi ci fu l’esordio del Bologna. Infine, il 27 ottobre 1930, fu inaugurata la Torre di Maratona con la statua equestre del Duce. Leggi il resto dell’articolo